La Russia è uno dei più vasti Stato del mondo per estensione, più di 74
volte l'Italia.
Pochi sanno che il monumento simbolo dell'unità della Russia: il
Cremlino, è stato costruito da un
architetto italiano,
Ridolfo Fioravanti dopo il 1474. Agli occhi
di molti russi quel monumento, portato a compimento con un duro
lavoro durato più di trent'anni, è stato più importante, anche
quando comandavano i sovietici, del famoso mausoleo di Lenin. Gli
immensi e freddi territori russi non hanno impedito una forte
emigrazione italiana. A partire dal 1600 parecchi
connazionali, spesso coperti di onori e di ricchezze, hanno
lavorato presso le corti di Mosca e di Pietroburgo, lasciando
tracce profonde della loro competenza nell'architettura,
nella tecnica e nell'arte.
L'emigrazione vera e propria si è sviluppata più tardi, nella
seconda metà dell'Ottocento.
Il primo italiano di cui parlano le antiche cronache di Mosca è un
fonditore di campane che è andato in Russia insieme ai
fratelli Andrea e Giovanni e successivamente si è fatto ortodosso
con il nome di Boris. Notizie certe si hanno con Ivan III:
influenzato dalla moglie Sofia, nipote dell'ultimo imperatore di
Costantinopoli ed educata a Roma, ha inviato in Italia numerose
ambasciate per portare in Russia costruttori ed ingegneri
italiani.
Un arrivo consistente di operai italiani in Russia si è verificato
quando è incominciata la costruzione della linea ferroviaria che,
attraversando le montagne del Caucaso, doveva collegare Poti e
Batum, proseguendo per Tiflis e Bacu, sul Caspio. Sono stati
capomastri, scalpellini ed operai (in maggioranza lombardi, veneti
e piemontesi) che, tra il 1867 e il 1902, hanno realizzato tratti
importanti della linea ferroviaria. Molti di loro si sono
trasferiti successivamente nella Manciuria per costruire ponti e
gallerie lungo la linea ferroviaria della Transiberiana.
Accanto alle tracce profonde lasciate in Russia dagli artisti
italiani, merita di essere ricordata la presenza attiva dei
genovesi nella città di Odessa. I nostri connazionali dominavano
il commercio al punto che la lingua italiana era parlata anche
dalla popolazione locale. Da sottolineare che il porto di Odessa è
stato costruito da un migliaio di italiani, fatti arrivare quando
Giuseppe Ribas è stato nominato 'Capo della città' con pieni
poteri.
E' documentato che molti nostri connazionali entravano in Russia
clandestinamente. Provenivano in gran parte da Caserta, Napoli e
Palermo. Dopo aver consumato i risparmi che avevano, accettavano i
lavori più umili. Parecchi suonavano l'organetto nei cortili dei
contadini. E' scritto che alcuni rievocavano le avventure
spassose delle maschere italiane. Le grandi città della Russia
ospitavano anche comunità stabili formate da commercianti, artisti
e uomini d'affari, concentrati a San Pietroburgo, Mosca e Odessa.
Gruppi di lavoratori friulani andavano regolarmente in Russia, da
dove arrivavano imprenditori in cerca di operai. Partivano in
massa, all'inizio della primavera, con i ferri del mestiere che
pendevano dalla cintura o dalle spalle. Molti finivano in villaggi
sperduti, a tagliare tronchi, costruire isbe per i Mongoli, i
Tartari, i Kirghisi. Altri lavoravano alla costruzione della
Transiberiana, alle dipendenze dello Zar Nicola II.
Lo Zar era soddisfatto di come procedevano i lavori (finiti nel
1890) e aveva promesso a coloro che avevano contribuito alla
realizzazione della grandiosa opera che avrebbero fatto un viaggio
gratis lungo tutto il percorso.
La situazione ha subito una mutazione profonda durante la prima
guerra mondiale e soprattutto in seguito alla conquista del potere
da parte dei bolscevici. Circa 3.000 italiani sono stati
costretti a rientrare in Italia dopo aver perso tutti i loro beni.
Quelli che hanno scelto di rimanere in Russia hanno vissuto
un'esperienza drammatica e parecchi hanno fatto una fine tragica.
Centinaia di nostri connazionali avevano origini incerte. Erano
disertori, prigionieri di guerra desiderosi di essere dimenticati.
In mezzo 'galleggiavano' commoventi rottami: ex-maestri di ballo,
di canto e di scherma, acrobati di circo, proprietari di
concessioni minerarie e qualche decina di agricoltori veneti e
lombardi che, prima della guerra, erano riusciti a realizzare
importanti fattorie poi espropriate.
Durante la seconda guerra mondiale il governo sovietico ha
intensificato controlli e repressioni. Il 1944 è stato un anno
terribile. I nostri connazionali che vivevano in Crimea, accusati
di tradimento, sono stati sradicati dalla loro terra.
Si trovavano in una cittadina chiamata Keré. Erano vignaioli e
proprietari di oliveti. di origine pugliese, discendenti di una
antica colonia fondata nel Settecento, al tempo della Zarina
Caterina. Ebbene, questi italiani innocenti sono stati
portati in Siberia per ordine di Stalin e abbandonati in mezzo
alla steppa, dove sono morti di fame e di stenti.
Quanti erano? Dagli ultimi accertamenti risulta che il
loro numero era più alto del previsto. Sono stati condannati,
infatti, non mille italiani, ma mille famiglie, comprese donne e
bambini. Il loro numero, di conseguenza, risulta nettamente
superiore alle prime previsioni.
A partire dal 1890 molti dei nostri emigrati avevano preso parte
alla costruzione della Transiberiana collegando, dopo più di 9.000
chilometri, Samara a Vladivostok, nell'Estremo Oriente.
I viaggiatori che oggi raggiungono la stazione finale trovano
ancora una targa che ricorda il lavoro degli italiani che hanno
partecipato all'epica impresa. Sono stati gli operai che hanno
voluto lasciare ai posteri questa testimonianza.
I friulani impegnati nei lavori della Transiberiana, alla domenica
si sentivano più soli e smarriti. Qualcosa di irresistibile li
chiamava verso la chiesa, anche se le liturgie erano diverse.
Avevano l'impressione di aver perso un pò il loro Dio, rimasto in
Italia, nei paesi di partenza. Dopo la messa si fermavano nella
piazza, mescolandosi ai contadini, ai boscaioli e ai cacciatori.
D'istinto volevano che li notassero, vedessero che stavano con
loro e che facevano parte del villaggio. Era l'embrione di una
comunità nuova, in formazione, in una terra lontana. Era il segno
che non erano del tutto fuori dal mondo. Dio era con loro. Non li
aveva dimenticati...
Dopo la morte di Stalin (1953) la politica repressiva del governo
sovietico ha subito un arresto. Varie imprese italiane, piccole e
medie, hanno messo piede nell'Unione Sovietica. Alla fine si è
mossa la FIAT che ha colto di sorpresa le più importanti aziende
automobilistiche dell'Europa e degli Stati Uniti, La famiglia
Agnelli ha installato sulla terra di Lenin una grande fabbrica. Da
Torino sono arrivati ingegneri, operai e macchinari di ogni
genere. Nello stesso tempo sono sorte rapidamente centinaia di
imprese miste italiane e russe.
Come si è verificato in altri Paesi, la storia dell'emigrazione
italiana in Russia è una vicenda carica di abusi e violenze di
ogni genere. L'arrivo di un numero rilevante di architetti,
ingegneri, lavoratori e pacifici contadini è stato in gran parte
soffocato. Il Paese ha stentato ad aprirsi. E'stato necessario
attendere gli anni della "perestrojca', quando le riforme
economiche e politiche hanno dato spazio alla speranza. Gli
italiani comunque, sia al tempo degli Zar che al tempo della
dittatura leninista hanno dato un contributo rilevante alla
crescita dell’URSS.
Purtroppo la società russa è troppo diversa da quella italiana.
Convivere è francamente difficile.
Deliso Villa
Tratto da: La Valigia - Notiziario bimestrale
Romano d’Ezzelino, Novembre e Dicembre 2006
Bollettino Associazione Emigrati ed ex Emigrati del Veneto |
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