Storia degli Italiani all'estero - 

Storia


Dall'Italia alla Merica, la storia di John Fante

Svevo Bandini era un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva nella notte dei tempi. È abruzzese, come il suo alter ego Nicola Fante, uno di quei bastardi italiani che vivevano senza un centesimo. Nick Fante, come Svevo Bandini, era un emigrante abruzzese. Prima in Argentina, poi in Colorado, lui che detestava la neve, perché niente sole, niente lavoro. Nick Fante e Svevo Bandini erano maestri muratori. Nel racconto "Muratore nella neve", il figlio di Nicola scrive: Erano senza pietà quegli inverni del Colorado. Mio padre faceva il muratore. Per via della neve, non poteva lavorare. O sono righe vergate da Arturo Bandini, il figlio di Svevo? Arturo, in "Aspetta primavera" Bandini annota: lui era muratore e ai suoi occhi non esisteva mestiere più sacro sulla faccia della terra. È il cantico e la celebrazione dell'arte. Di un mestiere d'emigrazione epico e antico, come quelli dello sterratore e del contadino, dello spaccapietre o dello spazzacamino, dei minatori, cottimisti e crumiri. E martiri.

I)
Nicola Fante era emigrato nella 'Merica' nel 1901. Aveva lasciato Torricella Peligna, nell'Appennino abruzzese. Circa 4000 abitanti al tempo, e con due alberghi: l'Americano e il Vittoria. Lassù, a novecento metri, fame e freddo. Di lavoro neanche a parlarne. Come milioni di italiani, Nicola Fante decise d'imbarcarsi: andare incontro al futuro che l'attendeva oltreoceano. Così Nicola Fante partecipò alla secolare protesta dei morti di fame italiani:emigrando. Come i De Niro, i Sinatra, i Ferlinghetti, i Camilleri, i Corso, i Talese, i De Palma, i Palmisano, gli Scorsese, i Fiorina, i Pacino, i Cuomo, i Cimino, Nicola Sacco e i Vanzetti, padre e figlio. E i milioni di Nessuni imbarcatisi nei porti italiani per un viaggio oltreoceano senza ritorno. Maria, la moglie, resse la vita grama d'emigrazione grazie al Santo Rosario: Ave Maria, Ave Maria senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l'annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede. Così la ricordano John Fante e Arturo Bandini.

L'italianità di Svevo Bandini, e di quella santa donna di sua moglie, si trova tutta nell'opera di John Fante, figlio di Nick e Maria, immagine speculare di Arturo Bandini. John Fante s'abbandona al pianto per l'aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per i muri costruiti da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti bellissimi, per quel che sentiva quando suo padre cantava dell'Italia, del cielo italiano, della baia di Napoli. O per i racconti sull'Abruzzo lontano e mitico, con i suoi paesaggi e riti, povertà e religiosità captate nella quotidianità familiare. Con il freddo e la povertà, la disoccupazione e i sogni.  John Fante: figlio d'emigrati. Come Arturo Bandini. Come il mitico Joe Di Maggio. O Tony Lazzeri e Frank Crosetti, stelle del baseball. Come milioni di altri sbarcati a Ellis Island e fuggiti dalla Toscana. Scappati dalla Sicilia. Emigrati dalla Calabria. Allontanati dal Piemonte. Partiti dalla Puglia. Respinti dal Veneto e dall'Abruzzo. Dall'Italia tutta: un Paese senza i suoi figli migliori. Il figlio di Nicola Fante è il cantore della più stentata vita d'emigrazione. Uno status che, con Arturo Bandini, vive e soffre in modo completo. Ci cresce, sognando i sogni americani. Dal baseball all'incantesimo di quella droga di celluloide, perché anche in quello sperduto paesino del Colorado, a Boulder, c'era un cinema con una maschera che lo faceva entrare gratis.

II) 
Arturo Bandini e John Fante vivono un'infanzia e un'adolescenza che sfocerà nella pluriculturalità. Assorbono dall'universo americano ciò che si salderà alla cultura originaria e familiare e, al contempo, sognano i sogni dell'Uomo Nuovo. Nasce e si sviluppa una memoria biculturale: l'italiana alimentata da Nicola e Maria Fante (o da Svevo e Maria Bandini e dalle decine di altri italians delle comunità d'emigrati). Assimilata giorno dopo giorno, sin dalla nascita, con una cultura diversa e nuova. Di cultura americana ci si imbeve nella strada polverosa. Nella scuola parrocchiale. Nei negozi. Leggendo le cronache di baseball. Al cinema. Nei quattro anni al Regis College dei gesuiti a Denver. Nell'Alta Vista Hotel a Bunker Hill. L'amalgama tra la cultura italiana e americana, simile a un lungo e complesso processo alchemico, produrrà un Uomo Nuovo che crede nella Cultura Nuova. In molti casi l'Uomo Nuovo s'approprierà di mezzi espressivi come letteratura (dal giornalismo, alla poesia, alla narrativa), cinema, editoria, fotografia, teatro. Farà i primi passi nel mondo politico ed economico. Si muoverà nell'universo accademico. L'amalgama perfetto si raggiunge nel momento in cui si prende possesso della lingua acquisita, se ne controllano le chiavi, la storia, i processi e i misteri. Quando i succhi della cultura materna s'innestano, saldandosi e sviluppandosi, nella cultura autoctona. Allora una nuova lingua subentrerà all'idioma materno e familiare. Si ricostruiranno rapporti spaziali, temporali e sociali, superando quel disagio che è presente in ogni giorno americano di Nicola e Maria Fante. O in Svevo Bandini e sua moglie. E negli adolescenti Arturo e John.  Il possesso della lingua del nuovo Paese è, per entrambi, conquista e liberazione. Arturo Bandini e John Fante sono, in ogni senso, i più grandi scrittori americani. L'acquisizione della lingua, con i suoi misteri, gli permette di penetrare una società multiculturale, dove le diversità delle culture saranno elementi necessari per una nuova identità personale e sociale.

III)
Devi avere l'emigrazione nel cuore. Amarne e comprenderne gli interpreti per scriverne. Essere orgoglioso d'appartenere ai dago. O far parte degli Spaghettifresser. O dei magnapolenta. Conoscerne gli antichi riti. Gli struggimenti. La fame e l'orgoglio. Avvertire le pulsazioni dell'italianità, la spinta dei succhi vitali della tua cultura originaria in quel Nuovo Mondo così lontano, ma non dissimile, dall'Abruzzo e dalla mitica Italia.
E John Fante, figlio di Nick Fante da Torricella Peligna, amava l'ira e la tenerezza degli italians, le nostalgie, gli amori e i furori, la religiosità, le bestemmie e i sogni, la rabbia e la voglia di farcela di chi era stato costretto ad abbandonare un Paese che non riusciva a sradicare dal cuore. Le sue opere lo testimoniano e i lettori, soprattutto i giovani, lo onorano e lo rispettano. Per questo. E per la limpidezza della sua scrittura, personaggi e trame.
John Fante, come autore, sbarcò in Italia nel 1940. Elio Vittorini tradusse e introdusse il suo primo romanzo in Italia, "Il cammino nella polvere". Come scrittore dell'emigrazione, si dice. Come se ciò fosse poco. O nulla. O limitasse la scrittura, la creatività, di un autore. Un momento. Un lampo. E Vittorini ci vide giusto. Forse il primo ad accorgersi che oltreoceano, o oltralpe, potevano nascere, grazie all'emigrazione, scrittori e artisti la cui arte era, a dispetto della lingua usata, o del mezzo, un prodotto anche della cultura italiana. Letteratura italiana in lingua inglese. Letteratura italiana in lingua tedesca o francese o spagnola. Letteratura dell'italianità, come la lingua di Giuseppe Lovaglio in Sofrimento, destino e aventura (Regione Basilicata, 2004): " una donna sene accorse che io andava cercando per mangiare nei bidoni"  Lingua di sofferenza e speranza.
Possibile? Possibile.
O, forse, Vittorini era alla ricerca di chi viveva 'anche sulla pagina'  il Novecento. Il secolo delle guerre. Dei delitti. Degli esodi e delle migrazioni. Un'epoca d'esiliati. Fuorusciti. Socialisti ed anarchici. O semplicemente se stessi: stranieri ed emigrati dalla propria lingua madre, con un Oceano tra il passato e il futuro. Da Freud a Stefan Zweig. Da Sacco a Vanzetti. Da Arnold Schönberg a Solgenitsin. Da Fermi a Einstein. Da Chagall a Strawinsky. E Nabokov. Paul Celan. Picasso. Thomas Mann. Marlene Dietrich. Charlie Chaplin e Stan Laurel. Costa-Gravas, Elia Kazan e Stanley Kubrick.
Ri-leggendo, ri-vedendo e ri-ascoltando certe opere del Novecento nella prospettiva suggerita dai versi di Dante Rimossa ogni menzogna, / tutta tua vision fa manifesta?, si gustano nei prodotti artistici novecenteschi, creati nell'esilio espatrio emigrazione, messaggi e succhi aspri e amari. Forse l'Uomo Nuovo. Dove l'emigrazione, l'espatrio e l'esilio, diventano denuncia. Coscienza civile e culturale per l'intera umanità. E memoria.

IIIa)
Poi, dopo Vittorini, di John Fante più nulla. Una meteora? No, semplicemente uno scrittore figlio d'italiani che scriveva nella lontana America in una lingua che non era quella di Dante. Eppure scriveva di una italianità che cercava il proprio corso in un Continente diverso e in una lingua diversa. Anticipando temi e tendenze. O riproponendone e reinterpretandone altri. Se avesse scritto in italiano son sicuro che sarebbe ancora confinato nel limbo dei geni dimenticati. Obliato del tutto, dagli Istituti di Cultura ai vari editori, ai molti docenti e alla torma di giornalisti. Dimenticato. Fino al giorno in cui Charles Bukowski decise di far dire a Hank Chinaski, personaggio principale del romanzo Women (1978), che il suo autore preferito è John Fante. Questa dichiarazione fu un segnale: il momento della rinascita di Fante. Come italiano e come autore. Come vero scrittore. Come grande scrittore. Proprio come sognavano Arturo Bandini e il figlio di Nick e Maria Fante.
Nicola Fante e Svevo Bandini, nell'occasione, avrebbero intonato Torna a Surriento. O invitato Bukowski a bere con loro. Ma esiste questo Fante? E chi è questo Fante? Chiese l'editore a Bukowski. Bukowski gli avrebbe risposto: Uno con l'ossessione della scrittura. Uno che vive intensamente la sua italianità, ereditata da Nick e Mary Fante. Uno che posiziona la sua italianità, e quella di migliaia d'altri italians o dago, nella quotidianità del sogno americano. 

Da Hollywood a Las Vegas, dai paesini del Colorado agli alberghetti che alloggiano decine di squattrinati sognatori come lui. Proprio come John Fante racconterà ne "I sogni di Bunker Hill". John Fante? Charles Bukowski continuò: Uno che ama profondamente. Come nel caso della dolce Joyce, l'adorata moglie poetessa che sposa in Nevada nel 1937. Uno che conosce l'infelicità e le delusioni, provenienti dalla collera divina. Uno che ama l'eterna gioventù di Arturo Bandini. La vitalità di Svevo Bandini e la semplice spiritualità di Mary Fante. Uno che cerca di salvarsi l'anima, ancorato orgogliosamente alla sua scrittura, nonostante le sirene delle case di produzione cinematografiche alle quali offrirà quel che chiedevano: prodotti di seconda classe. Egli attenderà, anche a Hollywood, il grande incontro con chi credeva in lui. Orson Welles, per esempio. O quel giovane che venne, un giorno, a trovarlo. Si chiamava Francis Ford Coppola. Figlio di siciliani, gli sembrava. Ma era troppo tardi. Come, Lei non conosce John Fante? concluse Charles Bukowski quel giorno.

IV)
Nel 1936 appare "La strada per Los Angeles". Nel 1938 pubblica "Aspetta primavera, Bandini". Nel 1939 "Chiedi alla polvere". Seguono "Un anno terribile" e "I racconti di Dago Red". "La confraternita del Chianti" è del 1977 e "I sogni di Bunker Hill" del 1982. L'opera fantiana si divide in due periodi. Tra questi la lunga stagione hollywoodiana. Una stagione, nonostante tutto, non indegna. Un impiego che gli permette di superare le difficoltà economiche, di crescere la famiglia e di far intravedere, qui e là, il suo talento. Non hanno lavorato per Hollywood anche Scott Fitzgerald, William Faulkner e Raymond Chandler?  Umiliati. Delusi. Svuotati.
John Fante, come sostiene uno dei figli nel documentario di Giovanna Di Lello, usò la macchina dei sogni. E riuscì a sopravvivere. Nonostante tutto, l'esperienza hollywoodiana lascia positivi segni del suo passaggio. "Full of life" (1956, regia Richard Quine) è la sua migliore sceneggiatura e concorre alle nomination. Prodotta dalla Columbia Pictures, come "Jeanne Eagles" (1957, regia George Sidney) e "Walk on the wild side" (1962), diretto da Edward Dmytrik. Seguono le sceneggiature di "The reclutant saint" (1962), "My six loves" (1963, Paramount), "Maya"(1966, Metro Goldwin Mayer) e "Something for a lonely man" (1967, film per la televisione prodotto dalla Universal Television).  Tra le sue prime sceneggiature "Dinky" (1935, Warner Brothers), "East of the river" (1940, Warner Brothers), "Youth runs wild" (1940, Rko) e "My man and I" (1952, Metro Goldwin Mayer).
John Fante, a Hollywood, rimane in attesa: una delle tante qualità dei dago. Chiedete a Svevo Bandini o Nick Fante. Vi avrebbero risposto Aspetta primavera?, intendendo che la buona stagione sarebbe comunque arrivata. Nel Colorado, come a Hollywood. Come a Torricella Peligna, quando iniziava la stagione dello sgelo. E, per uno scrittore, la primavera s'annuncia quando chiama un editore. Per John Fante l'attesa terminò quando Charles Bukowski mise sulla lingua di Hank Chinaski le mitiche parole sul figlio di Nicola e Maria Fante. Negli anni che precedono il 1980 John Fante è molto malato. Nel 1977, a causa di una grave forma di diabete, gli verrà amputata una gamba. Nel 1978, assalito dalla cecità, sarà la dolce Joyce a raccogliere dalla voce del marito gli ultimi racconti. 
Dopo l'amputazione della seconda gamba, le sue condizioni s'aggravano. Morirà nel maggio del 1983.
La tensione e la spinta ad emergere non gli sono mai venute meno. E, nelle sue ultime opere, s'indovina che il figlio di Nicola Fante non dilapidò il proprio talento.

V)
John Fante sognava la grande opera. Un'opera che superasse Furore di Steinbeck. Sicuramente l?aveva tracciata. Sono sicuro che l'aveva, in parte, iniziata. Sarebbe stata un'opera intrisa d'italianità. D'abruzzesità. Anche di cattolicesimo, di quello trapiantatosi negli USA con i milioni d'emigranti. Non ha, l'emigrazione italiana negli USA (e non solo), avuto sviluppi storici drammatici, sociali e individuali, ancora tutti da esplorare e che ne attendono il cantore? Come l'emigrazione irlandese. Tedesca. Inglese. Francese. Una materia esplosiva, proprio come esplodevano le miniere, gonfie di grisu, seppellendo per sempre i carusi che le penetravano. Una materia infernale, come infernali erano le acciaierie. Gli orari di lavoro. L'igiene. Il rispetto per chi ci lavorava.
Materiale letterario che poteva provenire anche dalle tratte ferroviarie che tranciavano l'immenso Paese, grazie al lavoro di migliaia di italians che, anno dopo anno, sentivano rinsecchirsi le radici con la Patria matrigna. Italians passati da Ellis Island, dove venivano scaricati i paria della Terra. Nelle baracche, intanto, crescevano figli americani. Come Arturo Bandini e John Fante. In "Aspetta primavera, Bandini", Fante scrive Suo padre e sua madre erano italiani, ma lui avrebbe preferito essere americano. E sarà americano. Completamente americano, con quelle sue pagine intrise di quotidianità, conflitti e tensioni che deflagrano in chi vive l'emigrazione, dove la memoria di un'altra cultura si fa basamento di una nuova realtà politica, economica, religiosa e culturale. Dove l'altra cultura trova la forza e il vigore della testimonianza, documentazione e denuncia.
Joseph Tusiani, poeta e latinista statunitense con radici pugliesi, ha vergato i seguenti versi in occasione del ricevimento della cittadinanza americana (1976). In questa circostanza egli confessa la sua appartenenza etnica e culturale, evocando le ragioni, il martirio e la storia della moltitudine italica sbarcata sulle coste del Nuovo Mondo:
Sono il presente perché sono il passato / di quanti per il loro futuro son giunti, / umili e innocenti eppure scacciati. // Io sono il sogno del loro giorno eterno, / il sogno sognato in miniere senza luce; / io sono il loro buio e il loro raggio supremo, // il loro silenzio e la lor voce: parlo e scrivo / perché loro sognarono ch'io scrivessi e parlassi / della lor morte in nessun registro notata. // O gloria! Sono il pane ch'essi vennero a cercare, / il tralcio piantato per la loro unica estasi, / il loro più solenne picco duraturo.

L'opera di Fante è da leggersi come tentativo diretto a comprendere le decisioni del padre e della madre di lasciare l'Italia. Di raccontare l'immigrazione, per raccontare e comprendere l'America e se stesso. E l'Italia.
L'opera di John Fante, ma anche quelle di altri autori italoamericani, italoaustraliani, italotedeschi, italofrancesi è il racconto o un canto del poema dell'Altra Italia dimenticata, ignorata e scansata. Ricordata solamente nelle occasioni in cui serve a dar nuovo lustro alla Patria matrigna.

Quella dei milioni d'emigranti, intravista da Vittorini e malamente toccata da resoconti e racconti, saggi d?ogni genere, romanzi e poesia d'autori italici nell'ultimo secolo.

Va)
Tante sono le opere fallite, e false, sull'emigrazione italiana. O inutili, come decine di bollettini e siti dedicati agli Italiani nel Mondo, grondanti di falso patriottismo e, verrebbe da dire, di stile coloniale. Molti letterati ci hanno provato a raccontare l'emigrazione. Edmondo De Amicis, tra i primi, vive Sull'Oceano in prima classe e si sperde tra i viaggiatori della terza. Racconta, con sprecato buon mestiere, quasi per sentito dire. Provando, qui e là, a toccare il cuore. Come in Dagli Appennini alle Ande.
Francesco Perri ci prova con Emigranti nel 1928.
Luigi Capuana con il racconto Gli americani di Ràbbato (1912) s'impantana nei luoghi comuni sulla vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti. 
Corrado Alvaro, nella novella La donna di Boston, racconta l'arrivo della vedova di un emigrato giustiziato sulla sedia elettrica. Altre novelle narrano il ritorno in Patria. 
Nelle pirandelliane Il vitalizio (1901), Scialle nero (1904), Il fumo (1904), Filo d'aria (1914) e Nell'albergo è morto un tale (1924) il ritorno sembra venir considerato, come nota Carmine Chiellino, un vero errore mortale. L'avere portato a termine e con successo l'accumulazione programmata per iniziare una nuova attività nel paese d'origine non garantisce nessun riscatto sociale.
Diverso Ignazio Silone. Nell'opera dell'autore abruzzese ci si misura con le cause dell'emigrazione.
Giovanni Bertagnoli, in Arrivederci, Deutschland! (1964) riesce più volte a fotografare il malessere che pervade l'avventura dell'emigrante.
In Padre Padrone, Gavino Ledda ha bellissime e sincere pagine sull'emigrazione, perché nel 1957 gli balenò l'idea di andare in Olanda a fare il minatore: Emigrare, nella tua desolazione, ti sembra l'unica arma da rivolgere contro l'ambiente e coprirti le radici; l'unica roncola per aprirti un varco impenetrabile quando alle spalle avanza un incendio furioso che ti sta per ardere e ridurti in cenere.
Diversa la poesia. Più autori mettono al sole la carne viva di chi vive l'emigrazione. Da Dante (Tu proverai sí come sa di sale?) a Dino Campana (Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l'uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall?ombra di Nessun Dio) e Ungaretti. 
Essi vissero l'esilio, la fuga, l'espatrio.
Carducci rinuncerà, fortunatamente, a comporre il promesso Carme degli Emigrati. Il vate abruzzese, Gabriele d'Annunzio, consegnerà a Corrado Zoli un Messaggio per gli Italiani del Sud America. Pascoli, grazie all'emigrazione, avrà un momento sperimentale (Italy).
L'emigrazione, in Italia, è assente dagli sviluppi della letteratura ufficiale. Mancano le opere, dicono gli esperti. Eppure, in emigrazione, ogni genere letterario vi è rappresentato: dall'epistolare alle relazioni di viaggio, dalla poesia al romanzo al racconto, dal diario alla saggistica. Mancano gli autori, gridano gli addetti ai lavori. Ignorando d'essere la causa principale della rimozione del fenomeno emigrazione, il fattore sociale più radicale e incisivo nella cultura italiana degli ultimi 150 anni. Una plurisecolare e permanente rivoluzione. Pur essendo, l'Italia, un Paese d'emigrazione (Mazzini ne notò le vergogne a Genova e Londra già nei primi decenni del XIX secolo), manca qualsivoglia modello letterario. Manca una politica editoriale.
Mancano, alla fin fine, i Vittorini: chi, per mestiere e passione, passeggia nei giardini degli idiomi delle altre culture.
Quando qualcuno scopre che Altrove esiste una pulsante e viva letteratura, appena spruzzata d'italianità e che svaria in ogni genere letterario, allora si grida al caso. Com'è successo per Jean-Claude Izzo che dedica semplicemente la sua opera a Isabelle e Gennaro: mia madre e mio padre, semplicemente.
Forse è successo anche con John Fante. Nessuno credeva in Mario Puzo, prima del film tratto da Il Padrino. Tutti vanno pazzi per Lawrence Ferlinghetti.  Si sgranano gli occhi davanti a Gregory Corso. Si traducono (magari per una sola stagione perché potrebbero diventare un caso) gli altri. E l'Uomo Nuovo, chi è nato dall'incontro con le altre culture, in non importa quali Paesi, continua a non esistere. Peccato: un'occasione persa. L'ennesima.

L'emigrazione, un universo che tocca ogni italiano, è stata dimenticata. Cancellata. Rimossa.
Ma verrà primavera? Basta non disperare.

VI)
Attenti a John Fante: si rischia d'innamorarsi. Non prendete in mano un suo libro: rischiate di leggerlo. E di andare ramingo cercando ogni suo racconto, lungo o corto. I più a rischio sono coloro che hanno l'emigrazione nel sangue e sono pronti a lasciare il luogo d'origine per vivere altrove. I giovani, tra questi. Seguono i sognatori. Gli idealisti. O chi mantiene la memoria del passato, neppure tanto remoto, di quando milioni d'italiani decisero di abbandonare i territori originari. Costretti dalla fame e dal bisogno. Trovando, anche altrove, tanta fame e bisogno. E i sogni si nutrono di fame e bisogno. Per innamorarsi di John Fante e della sua opera bisogna avere l'emigrazione nel sangue. Sempre che l'opera di John Fante tratti esclusivamente d'emigrazione. E della nascita di un cittadino americano dalle radici multiculturali.
Giovanna Di Lello è innamorata di John Fante. Giovanna è giovane. Ha scoperto Fante dopo aver letto Un anno terribile. Dice: L'ho letto in un giorno. Poi, sono passata agli altri romanzi e racconti. Mi catturava l'estrema verità, la mancanza di retorica, con la quale Fante descriveva lo status dei figli degli emigranti: irrimediabilmente in bilico tra due culture.
Giovanna Di Lello ha l'emigrazione nel sangue: un modo profondo per vivere e sentire l'italianità. È nata a Hamilton, in Canada, da genitori che avevano lasciato le montagne che videro nascere Nick Fante. I genitori di Giovanna emigrarono prima in Argentina, poi in Canada e, infine, in Svizzera. Qui, a Vevey, Giovanna Di Lello trascorre infanzia e adolescenza.  Ritornata in Abruzzo, si laurea a Pescara con una tesi sul regista francese Jean-Luc Godard e, con la cooperativa Rosabella, opera come regista, direttrice di produzione e formatrice per il linguaggio audiovisivo. Giovanna vive d'immagini. Di storie. Di racconti che toccano anche il suo vissuto. La giovane cineasta abruzzese ha diretto il cortometraggio "La lettera" (2000) e il documentario John Fante, profilo di scrittore (2003).
Il documentario ha vinto il premio Best Documentary al Los Angeles Italian Film Awards nel 2003 e riscosso, a Detroit e Firenze, come in altre tappe (Pescara, Bologna. Roma) un meritato successo.
Attualmente sta realizzando un meritato omaggio al nonno e al mestiere che quest'uomo svolse, quello del ciabattino. Una professione scomparsa: umile e necessaria.
In fase di progettazione l'ncontro con un altro scrittore: Pascal D'Angelo.

VII)
Giovanna Di Lello riconosce, nella scrittura fantiana, la realtà dell'emigrazione che lei stessa ha provato. Tocca, nella lettura, la passione, rabbia e candore che il figlio di Nick Fante riesce a trasferire sulla pagina, dopo averle provate e vissute sul proprio corpo e anima. Si sa come succede. In casi come questi si forma una coppia inseparabile. John Fante diventa per Giovanna Di Lello un compagno di strada. La giovane cineasta abruzzese si convince della necessità di produrre un documentario sullo scrittore: In Italia non era ancora stato realizzato nessun lavoro audiovisivo sullo scrittore, a parte l'omaggio di Veronesi su Rai Tre. Due anni per raccogliere i finanziamenti e, man mano che arrivavano, si lavorava all'audiovisivo. Un'opera resa possibile, oltre che dai sacrifici della cooperativa Rosabella, dall'intervento della Regione Abruzzo, dalle province di Pescara e Chieti, dal Comune di Torricella Peligna, dalla Comunità Montana Aventino-Medio Sangro. Due anni di lavorazione, tra Italia e Stati Uniti. Venti personaggi intervistati per un totale di quindici ore e un prodotto finale di 68 minuti. Diversi personaggi si affezionano alla giovane troupe di cineasti della cooperativa Rosabella. Come lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni. In un incontro romano, cui partecipa anche Furio Scarpelli, Vincenzoni annota che i giovani amici venuti da Pescara erano affascinati dalla conoscenza che avevamo di questo loro illustre concittadino e ipnotizzati da un'analisi comparativa in cui si lanciò Scarpelli, coinvolgendo autori francesi e russi.
Il documentario raccoglie le testimonianze di Joyce Smart Fante, moglie dello scrittore e poetessa. Dei figli e gli approfondimenti di Stephen Cooper, studioso di John Fante. Piero Pelù, musicista e cantautore, omaggia lo scrittore leggendone dei brani. Vinicio Capossela ne parla come lo avesse di fianco. Inoltre interventi di Sandro Veronesi e Simone Caltabellotta.
E, per la prima volta, è possibile udire in Italia la voce dello scrittore. Una voce registrata su nastro magnetico, miracolosamente salvata. Una voce che ci aiuta a comprendere come quei milioni di cittadini americani discendenti da altri milioni d'emigranti italiani abbiano contribuito allo sviluppo culturale, economico e sociale del Paese che li accolse, a Ellis Island. Ciò ci permette di scontrarci con gli stereotipi sulla galassia italoamericana che media e specialisti ci hanno offerto nell'ultimo secolo (il maggiore dei quali sembra essere quello del cognome: cognome italiano uguale cittadino italiano). La riscoperta e rivalutazione delle radici va di pari passo con l'integrazione, e non senza conflitti. L'accettazione e riscoperta delle proprie radici permetterà di superare una fase, anche molto dolorosa, che produrrà l'Uomo Nuovo.
C'è chi, come Martin Scorsese, s'immerge nel viaggio in Italia per riscoprire le proprie radici. In questa immersione egli ritrova i luoghi dai quali partirono gli antenati. La lingua e le tradizioni che, da bambino e adolescente, ascoltò in famiglia. Quando l'Italia era ancora un referente d?identità che la cultura autoctona, con i media e le altre minoranze, avrebbe rimodellato.
L'emigrazione, con la sua antica storia e interpreti, ci può consentire di superare stereotipi ben saldi nel quotidiano culturale italiano. Basta avvicinarsi ai suoi interpreti con meno arroganza culturale e maggiore rispetto umano. Leggerli e ascoltarli. O seguirne le avvincenti maestose magistrali storie sullo schermo.

Luigi Rossi

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