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Svevo Bandini era un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva
nella notte dei tempi. È abruzzese, come il suo alter ego Nicola Fante, uno
di quei bastardi italiani che vivevano senza un centesimo. Nick Fante, come
Svevo Bandini, era un emigrante abruzzese. Prima in Argentina, poi in
Colorado, lui che detestava la neve, perché niente sole, niente lavoro.
Nick Fante e Svevo Bandini erano maestri muratori. Nel racconto
"Muratore nella neve", il figlio di Nicola scrive: Erano senza pietà quegli inverni
del Colorado. Mio padre faceva il muratore. Per via della neve, non poteva
lavorare. O sono righe vergate da Arturo Bandini, il figlio di
Svevo? Arturo, in "Aspetta primavera" Bandini annota: lui era muratore e ai suoi
occhi non esisteva mestiere più sacro sulla faccia della terra. È il
cantico e la celebrazione dell'arte. Di un mestiere d'emigrazione epico e
antico, come quelli dello sterratore e del contadino, dello spaccapietre o
dello spazzacamino, dei minatori, cottimisti e crumiri. E martiri.
I)
Nicola Fante era emigrato nella 'Merica' nel 1901. Aveva lasciato
Torricella Peligna, nell'Appennino abruzzese. Circa 4000 abitanti al tempo,
e con due alberghi: l'Americano e il Vittoria. Lassù, a novecento metri,
fame e freddo. Di lavoro neanche a parlarne. Come milioni di italiani,
Nicola Fante decise d'imbarcarsi: andare incontro al futuro che l'attendeva
oltreoceano. Così Nicola Fante partecipò alla secolare protesta dei morti
di fame italiani:emigrando. Come i De Niro, i Sinatra, i Ferlinghetti, i Camilleri,
i Corso, i Talese, i De Palma, i Palmisano, gli Scorsese, i Fiorina, i Pacino, i Cuomo,
i Cimino, Nicola Sacco e i Vanzetti, padre e figlio. E i milioni di Nessuni imbarcatisi
nei porti italiani per un viaggio oltreoceano senza ritorno.
Maria, la moglie, resse la vita grama d'emigrazione grazie al Santo
Rosario: Ave Maria, Ave Maria senza mai smettere, migliaia, milioni di
volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente,
la morte della memoria, l'annientamento del dolore, la fantasticheria,
profonda e silenziosa, della fede. Così la ricordano John Fante e Arturo
Bandini.
L'italianità di Svevo Bandini, e di quella santa donna di sua moglie, si
trova tutta nell'opera di John Fante, figlio di Nick e Maria, immagine
speculare di Arturo Bandini. John Fante s'abbandona al pianto per
l'aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per i muri costruiti
da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti
bellissimi, per quel che sentiva quando suo padre cantava dell'Italia, del
cielo italiano, della baia di Napoli. O per i racconti sull'Abruzzo lontano
e mitico, con i suoi paesaggi e riti, povertà e religiosità captate nella
quotidianità familiare. Con il freddo e la povertà, la disoccupazione e i
sogni. John Fante: figlio d'emigrati. Come Arturo Bandini. Come il mitico Joe Di
Maggio. O Tony Lazzeri e Frank Crosetti, stelle del baseball. Come milioni
di altri sbarcati a Ellis Island e fuggiti dalla Toscana. Scappati dalla
Sicilia. Emigrati dalla Calabria. Allontanati dal Piemonte. Partiti dalla
Puglia. Respinti dal Veneto e dall'Abruzzo. Dall'Italia tutta: un Paese
senza i suoi figli migliori. Il figlio di Nicola Fante è il cantore della più
stentata vita d'emigrazione. Uno status che, con Arturo Bandini, vive e soffre in modo
completo. Ci cresce, sognando i sogni americani. Dal baseball all'incantesimo di
quella droga di celluloide, perché anche in quello sperduto paesino del Colorado,
a Boulder, c'era un cinema con una maschera che lo faceva entrare gratis.
II)
Arturo Bandini e John Fante vivono un'infanzia e un'adolescenza che
sfocerà nella pluriculturalità. Assorbono dall'universo americano ciò che
si salderà alla cultura originaria e familiare e, al contempo, sognano i
sogni dell'Uomo Nuovo. Nasce e si sviluppa una memoria biculturale:
l'italiana alimentata da Nicola e Maria Fante (o da Svevo e Maria Bandini e
dalle decine di altri italians delle comunità d'emigrati). Assimilata giorno dopo
giorno, sin dalla nascita, con una cultura diversa e nuova. Di cultura americana ci
si imbeve nella strada polverosa. Nella scuola parrocchiale. Nei negozi.
Leggendo le cronache di baseball. Al cinema. Nei quattro anni al Regis
College dei gesuiti a Denver. Nell'Alta Vista Hotel a Bunker Hill.
L'amalgama tra la cultura italiana e americana, simile a un lungo e
complesso processo alchemico, produrrà un Uomo Nuovo che crede nella
Cultura Nuova. In molti casi l'Uomo Nuovo s'approprierà di mezzi espressivi
come letteratura (dal giornalismo, alla poesia, alla narrativa), cinema,
editoria, fotografia, teatro. Farà i primi passi nel mondo politico ed
economico. Si muoverà nell'universo accademico. L'amalgama perfetto si raggiunge nel momento
in cui si prende possesso della lingua acquisita, se ne controllano le chiavi, la storia,
i processi e i misteri. Quando i succhi della cultura materna s'innestano, saldandosi
e sviluppandosi, nella cultura autoctona. Allora una nuova lingua subentrerà
all'idioma materno e familiare. Si ricostruiranno rapporti spaziali, temporali e sociali,
superando quel disagio che è presente in ogni giorno americano di Nicola e Maria Fante.
O in Svevo Bandini e sua moglie. E negli adolescenti Arturo e John. Il possesso della
lingua del nuovo Paese è, per entrambi, conquista e liberazione. Arturo Bandini e John Fante sono,
in ogni senso, i più grandi scrittori americani. L'acquisizione della lingua, con i suoi misteri,
gli permette di penetrare una società multiculturale, dove le diversità delle culture saranno
elementi necessari per una nuova identità personale e sociale.
III)
Devi avere l'emigrazione nel cuore. Amarne e comprenderne gli interpreti per scriverne.
Essere orgoglioso d'appartenere ai dago. O far parte degli Spaghettifresser. O dei magnapolenta.
Conoscerne gli antichi riti. Gli struggimenti. La fame e l'orgoglio. Avvertire le pulsazioni
dell'italianità, la spinta dei succhi vitali della tua cultura originaria
in quel Nuovo Mondo così lontano, ma non dissimile, dall'Abruzzo e dalla
mitica Italia.
E John Fante, figlio di Nick Fante da Torricella Peligna, amava l'ira e la
tenerezza degli italians, le nostalgie, gli amori e i furori, la religiosità,
le bestemmie e i sogni, la rabbia e la voglia di farcela di
chi era stato costretto ad abbandonare un Paese che non riusciva a
sradicare dal cuore. Le sue opere lo testimoniano e i lettori, soprattutto
i giovani, lo onorano e lo rispettano. Per questo. E per la limpidezza
della sua scrittura, personaggi e trame.
John Fante, come autore, sbarcò in Italia nel 1940. Elio Vittorini tradusse
e introdusse il suo primo romanzo in Italia, "Il cammino nella
polvere". Come scrittore dell'emigrazione, si dice. Come se ciò fosse poco. O nulla.
O limitasse la scrittura, la creatività, di un autore. Un momento. Un lampo.
E Vittorini ci vide giusto. Forse il primo ad accorgersi che oltreoceano, o
oltralpe, potevano nascere, grazie all'emigrazione, scrittori e artisti la
cui arte era, a dispetto della lingua usata, o del mezzo, un prodotto anche
della cultura italiana. Letteratura italiana in lingua inglese. Letteratura
italiana in lingua tedesca o francese o spagnola. Letteratura dell'italianità, come
la lingua di Giuseppe Lovaglio in Sofrimento, destino e aventura (Regione Basilicata, 2004):
" una donna sene accorse che io andava cercando per mangiare nei bidoni"
Lingua di sofferenza e speranza.
Possibile? Possibile.
O, forse, Vittorini era alla ricerca di chi viveva 'anche sulla pagina'
il Novecento. Il secolo delle guerre. Dei delitti. Degli esodi e delle
migrazioni. Un'epoca d'esiliati. Fuorusciti. Socialisti ed anarchici. O
semplicemente se stessi: stranieri ed emigrati dalla propria lingua madre,
con un Oceano tra il passato e il futuro. Da Freud a Stefan Zweig. Da Sacco
a Vanzetti. Da Arnold Schönberg a Solgenitsin. Da Fermi a Einstein. Da
Chagall a Strawinsky. E Nabokov. Paul Celan. Picasso. Thomas Mann. Marlene
Dietrich. Charlie Chaplin e Stan Laurel. Costa-Gravas, Elia Kazan e Stanley
Kubrick.
Ri-leggendo, ri-vedendo e ri-ascoltando certe opere del Novecento nella
prospettiva suggerita dai versi di Dante Rimossa ogni menzogna, / tutta tua
vision fa manifesta?, si gustano nei prodotti artistici novecenteschi, creati nell'esilio
espatrio emigrazione, messaggi e succhi aspri e amari. Forse l'Uomo Nuovo. Dove l'emigrazione,
l'espatrio e l'esilio, diventano denuncia. Coscienza
civile e culturale per l'intera umanità. E memoria.
IIIa)
Poi, dopo Vittorini, di John Fante più nulla. Una meteora? No,
semplicemente uno scrittore figlio d'italiani che scriveva nella lontana
America in una lingua che non era quella di Dante. Eppure scriveva
di una italianità che cercava il proprio corso in un Continente diverso e in una
lingua diversa. Anticipando temi e tendenze. O riproponendone e reinterpretandone altri.
Se avesse scritto in italiano son sicuro che
sarebbe ancora confinato nel limbo dei geni dimenticati. Obliato del tutto,
dagli Istituti di Cultura ai vari editori, ai molti docenti e alla torma di
giornalisti. Dimenticato. Fino al giorno in cui Charles Bukowski decise di far dire a
Hank Chinaski, personaggio principale del romanzo Women (1978), che il suo
autore preferito è John Fante. Questa dichiarazione fu un segnale: il
momento della rinascita di Fante. Come italiano e come autore. Come vero
scrittore. Come grande scrittore. Proprio come sognavano Arturo Bandini e
il figlio di Nick e Maria Fante.
Nicola Fante e Svevo Bandini, nell'occasione, avrebbero intonato Torna a
Surriento. O invitato Bukowski a bere con loro. Ma esiste questo Fante? E chi è questo Fante?
Chiese l'editore a Bukowski. Bukowski gli avrebbe risposto: Uno con l'ossessione della scrittura.
Uno che vive intensamente la sua italianità, ereditata da Nick e Mary Fante.
Uno che posiziona la sua italianità, e quella di migliaia d'altri italians
o dago, nella quotidianità del sogno americano.
Da Hollywood a Las Vegas, dai paesini del Colorado agli alberghetti che alloggiano decine di
squattrinati sognatori come lui. Proprio come John Fante racconterà ne
"I sogni di Bunker Hill". John Fante? Charles Bukowski continuò:
Uno che ama profondamente. Come nel caso della dolce Joyce, l'adorata moglie poetessa che sposa in
Nevada nel 1937. Uno che conosce l'infelicità e le delusioni, provenienti dalla
collera divina. Uno che ama l'eterna gioventù di Arturo Bandini. La
vitalità di Svevo Bandini e la semplice spiritualità di Mary Fante. Uno che
cerca di salvarsi l'anima, ancorato orgogliosamente alla sua scrittura,
nonostante le sirene delle case di produzione cinematografiche alle quali
offrirà quel che chiedevano: prodotti di seconda classe. Egli attenderà, anche a Hollywood,
il grande incontro con chi credeva in lui. Orson Welles, per esempio. O quel giovane che venne,
un giorno, a trovarlo. Si chiamava Francis Ford Coppola. Figlio di siciliani, gli
sembrava. Ma era troppo tardi. Come, Lei non conosce John Fante? concluse Charles Bukowski
quel giorno.
IV)
Nel 1936 appare "La strada per Los Angeles". Nel 1938 pubblica
"Aspetta primavera, Bandini". Nel 1939
"Chiedi alla polvere". Seguono "Un anno terribile" e
"I racconti di Dago Red". "La confraternita del Chianti" è del
1977 e "I sogni di Bunker Hill" del 1982. L'opera fantiana si divide in due periodi.
Tra questi la lunga stagione hollywoodiana. Una stagione, nonostante tutto, non indegna. Un impiego
che gli permette di superare le difficoltà economiche, di crescere la famiglia
e di far intravedere, qui e là, il suo talento. Non hanno lavorato per
Hollywood anche Scott Fitzgerald, William Faulkner e Raymond
Chandler? Umiliati. Delusi. Svuotati.
John Fante, come sostiene uno dei figli nel documentario di Giovanna Di
Lello, usò la macchina dei sogni. E riuscì a sopravvivere. Nonostante tutto,
l'esperienza hollywoodiana lascia positivi segni del suo passaggio.
"Full of life" (1956, regia Richard Quine) è la sua migliore
sceneggiatura e concorre alle nomination. Prodotta dalla Columbia
Pictures, come "Jeanne Eagles" (1957, regia George Sidney) e
"Walk on the wild side" (1962), diretto da Edward Dmytrik. Seguono le sceneggiature
di "The reclutant saint" (1962), "My six loves" (1963, Paramount),
"Maya"(1966, Metro Goldwin Mayer) e "Something for a lonely man"
(1967, film per la televisione prodotto dalla Universal Television). Tra le sue prime
sceneggiature "Dinky" (1935, Warner Brothers), "East of the
river" (1940, Warner Brothers), "Youth runs wild" (1940, Rko) e
"My man and I" (1952, Metro Goldwin Mayer).
John Fante, a Hollywood, rimane in attesa: una delle tante qualità dei
dago. Chiedete a Svevo Bandini o Nick Fante. Vi avrebbero risposto Aspetta
primavera?, intendendo che la buona stagione sarebbe comunque arrivata. Nel
Colorado, come a Hollywood. Come a Torricella Peligna, quando iniziava la stagione dello sgelo.
E, per uno scrittore, la primavera s'annuncia quando chiama un editore. Per John
Fante l'attesa terminò quando Charles Bukowski mise sulla lingua di Hank
Chinaski le mitiche parole sul figlio di Nicola e Maria Fante.
Negli anni che precedono il 1980 John Fante è molto malato. Nel 1977, a
causa di una grave forma di diabete, gli verrà amputata una gamba. Nel
1978, assalito dalla cecità, sarà la dolce Joyce a raccogliere dalla voce
del marito gli ultimi racconti.
Dopo l'amputazione della seconda gamba, le sue condizioni s'aggravano.
Morirà nel maggio del 1983.
La tensione e la spinta ad emergere non gli sono mai venute meno. E, nelle
sue ultime opere, s'indovina che il figlio di Nicola Fante non dilapidò il
proprio talento.
V)
John Fante sognava la grande opera. Un'opera che superasse Furore di
Steinbeck. Sicuramente l?aveva tracciata. Sono sicuro che l'aveva, in
parte, iniziata. Sarebbe stata un'opera intrisa d'italianità. D'abruzzesità.
Anche di cattolicesimo, di quello trapiantatosi negli USA
con i milioni d'emigranti. Non ha, l'emigrazione italiana negli USA (e non
solo), avuto sviluppi storici drammatici, sociali e individuali, ancora
tutti da esplorare e che ne attendono il cantore? Come l'emigrazione
irlandese. Tedesca. Inglese. Francese. Una materia esplosiva, proprio come
esplodevano le miniere, gonfie di grisu, seppellendo per sempre i carusi
che le penetravano. Una materia infernale, come infernali erano le
acciaierie. Gli orari di lavoro. L'igiene. Il rispetto per chi ci lavorava.
Materiale letterario che poteva provenire anche dalle tratte ferroviarie
che tranciavano l'immenso Paese, grazie al lavoro di migliaia di italians
che, anno dopo anno, sentivano rinsecchirsi le radici con la Patria
matrigna. Italians passati da Ellis Island, dove venivano scaricati i paria
della Terra. Nelle baracche, intanto, crescevano figli americani. Come Arturo Bandini e
John Fante. In "Aspetta primavera, Bandini", Fante scrive Suo padre e
sua madre erano italiani, ma lui avrebbe preferito essere americano. E sarà americano.
Completamente americano, con quelle sue pagine intrise di quotidianità,
conflitti e tensioni che deflagrano in chi vive l'emigrazione, dove la
memoria di un'altra cultura si fa basamento di una nuova realtà politica,
economica, religiosa e culturale. Dove l'altra cultura trova la forza e il
vigore della testimonianza, documentazione e denuncia.
Joseph Tusiani, poeta e latinista statunitense con radici pugliesi, ha
vergato i seguenti versi in occasione del ricevimento della cittadinanza
americana (1976). In questa circostanza egli confessa la sua appartenenza
etnica e culturale, evocando le ragioni, il martirio e la storia della
moltitudine italica sbarcata sulle coste del Nuovo Mondo:
Sono il presente perché sono il passato / di quanti per il loro futuro son
giunti, / umili e innocenti eppure scacciati. // Io sono il sogno del loro
giorno eterno, / il sogno sognato in miniere senza luce; / io sono il loro
buio e il loro raggio supremo, // il loro silenzio e la lor voce: parlo e
scrivo / perché loro sognarono ch'io scrivessi e parlassi / della lor morte
in nessun registro notata. // O gloria! Sono il pane ch'essi vennero a
cercare, / il tralcio piantato per la loro unica estasi, / il loro più
solenne picco duraturo.
L'opera di Fante è da leggersi come tentativo diretto a comprendere le
decisioni del padre e della madre di lasciare l'Italia. Di raccontare
l'immigrazione, per raccontare e comprendere l'America e se stesso. E
l'Italia.
L'opera di John Fante, ma anche quelle di altri autori
italoamericani, italoaustraliani, italotedeschi, italofrancesi è il racconto o un canto del
poema dell'Altra Italia dimenticata, ignorata e scansata. Ricordata
solamente nelle occasioni in cui serve a dar nuovo lustro alla Patria
matrigna.
Quella dei milioni d'emigranti, intravista da Vittorini e malamente toccata
da resoconti e racconti, saggi d?ogni genere, romanzi e poesia d'autori
italici nell'ultimo secolo.
Va)
Tante sono le opere fallite, e false, sull'emigrazione italiana. O
inutili, come decine di bollettini e siti dedicati agli Italiani nel Mondo,
grondanti di falso patriottismo e, verrebbe da dire, di stile coloniale.
Molti letterati ci hanno provato a raccontare l'emigrazione. Edmondo De
Amicis, tra i primi, vive Sull'Oceano in prima classe e si sperde tra i
viaggiatori della terza. Racconta, con sprecato buon mestiere, quasi per
sentito dire. Provando, qui e là, a toccare il cuore. Come in Dagli
Appennini alle Ande.
Francesco Perri ci prova con Emigranti nel 1928.
Luigi Capuana con il racconto Gli americani di Ràbbato (1912) s'impantana
nei luoghi comuni sulla vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti.
Corrado Alvaro, nella novella La donna di Boston, racconta l'arrivo della
vedova di un emigrato giustiziato sulla sedia elettrica. Altre novelle narrano il ritorno in
Patria.
Nelle pirandelliane Il vitalizio (1901), Scialle nero (1904), Il fumo (1904), Filo
d'aria (1914) e Nell'albergo è morto un tale (1924) il ritorno sembra venir considerato,
come nota Carmine Chiellino, un vero errore mortale. L'avere portato a termine e con successo
l'accumulazione programmata per iniziare una nuova attività nel paese
d'origine non garantisce nessun riscatto sociale.
Diverso Ignazio Silone. Nell'opera dell'autore abruzzese ci si misura con
le cause dell'emigrazione.
Giovanni Bertagnoli, in Arrivederci, Deutschland! (1964) riesce più volte a
fotografare il malessere che pervade l'avventura dell'emigrante.
In Padre Padrone, Gavino Ledda ha bellissime e sincere pagine sull'emigrazione, perché nel 1957
gli balenò l'idea di andare in Olanda a fare il minatore: Emigrare, nella tua desolazione,
ti sembra l'unica arma da rivolgere contro l'ambiente e coprirti le radici;
l'unica roncola per aprirti un varco impenetrabile quando alle spalle avanza un incendio
furioso che ti sta per ardere e ridurti in cenere.
Diversa la poesia. Più autori mettono al sole la carne viva di chi vive
l'emigrazione. Da Dante (Tu proverai sí come sa di sale?) a Dino Campana
(Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e
misteriosa, dalla sua tenda l'uomo libero tendeva le braccia al cielo
infinito non deturpato dall?ombra di Nessun Dio) e Ungaretti.
Essi vissero l'esilio, la fuga, l'espatrio.
Carducci rinuncerà, fortunatamente, a comporre il promesso Carme degli
Emigrati. Il vate abruzzese, Gabriele d'Annunzio, consegnerà a Corrado Zoli
un Messaggio per gli Italiani del Sud America. Pascoli, grazie all'emigrazione, avrà un momento
sperimentale (Italy).
L'emigrazione, in Italia, è assente dagli sviluppi della letteratura
ufficiale. Mancano le opere, dicono gli esperti. Eppure, in emigrazione,
ogni genere letterario vi è rappresentato: dall'epistolare alle relazioni
di viaggio, dalla poesia al romanzo al racconto, dal diario alla saggistica.
Mancano gli autori, gridano gli addetti ai lavori. Ignorando
d'essere la causa principale della rimozione del fenomeno emigrazione, il
fattore sociale più radicale e incisivo nella cultura italiana degli ultimi
150 anni. Una plurisecolare e permanente rivoluzione. Pur essendo,
l'Italia, un Paese d'emigrazione (Mazzini ne notò le vergogne a Genova e
Londra già nei primi decenni del XIX secolo), manca qualsivoglia modello
letterario. Manca una politica editoriale.
Mancano, alla fin fine, i Vittorini: chi, per mestiere e passione,
passeggia nei giardini degli idiomi delle altre culture.
Quando qualcuno scopre che Altrove esiste una pulsante e viva letteratura,
appena spruzzata d'italianità e che svaria in ogni genere letterario,
allora si grida al caso. Com'è successo per Jean-Claude Izzo che dedica
semplicemente la sua opera a Isabelle e Gennaro: mia madre e mio padre,
semplicemente.
Forse è successo anche con John Fante. Nessuno credeva in Mario Puzo, prima
del film tratto da Il Padrino. Tutti vanno pazzi per Lawrence
Ferlinghetti. Si sgranano gli occhi davanti a Gregory Corso. Si traducono (magari per una
sola stagione perché potrebbero diventare un caso) gli altri. E l'Uomo Nuovo, chi è nato
dall'incontro con le altre culture, in non importa quali Paesi, continua a non esistere. Peccato:
un'occasione persa. L'ennesima.
L'emigrazione, un universo che tocca ogni italiano, è stata dimenticata.
Cancellata. Rimossa.
Ma verrà primavera? Basta non disperare.
VI)
Attenti a John Fante: si rischia d'innamorarsi. Non prendete in mano un
suo libro: rischiate di leggerlo. E di andare ramingo cercando ogni suo
racconto, lungo o corto. I più a rischio sono coloro che hanno l'emigrazione nel sangue e sono
pronti a lasciare il luogo d'origine per vivere altrove. I giovani, tra
questi. Seguono i sognatori. Gli idealisti. O chi mantiene la memoria del
passato, neppure tanto remoto, di quando milioni d'italiani decisero
di abbandonare i territori originari. Costretti dalla fame e dal bisogno.
Trovando, anche altrove, tanta fame e bisogno. E i sogni si nutrono di fame
e bisogno. Per innamorarsi di John Fante e della sua opera bisogna avere
l'emigrazione nel sangue. Sempre che l'opera di John Fante tratti esclusivamente
d'emigrazione. E della nascita di un cittadino americano dalle radici
multiculturali.
Giovanna Di Lello è innamorata di John Fante. Giovanna è giovane. Ha
scoperto Fante dopo aver letto Un anno terribile. Dice: L'ho letto in un
giorno. Poi, sono passata agli altri romanzi e racconti. Mi catturava
l'estrema verità, la mancanza di retorica, con la quale Fante descriveva lo
status dei figli degli emigranti: irrimediabilmente in bilico tra due
culture.
Giovanna Di Lello ha l'emigrazione nel sangue: un modo profondo per vivere
e sentire l'italianità. È nata a Hamilton, in Canada, da genitori che
avevano lasciato le montagne che videro nascere Nick Fante. I genitori di
Giovanna emigrarono prima in Argentina, poi in Canada e, infine, in
Svizzera. Qui, a Vevey, Giovanna Di Lello trascorre infanzia e adolescenza.
Ritornata in Abruzzo, si laurea a Pescara con una tesi sul regista francese
Jean-Luc Godard e, con la cooperativa Rosabella, opera come regista,
direttrice di produzione e formatrice per il linguaggio audiovisivo.
Giovanna vive d'immagini. Di storie. Di racconti che toccano anche il suo
vissuto. La giovane cineasta abruzzese ha diretto il cortometraggio
"La lettera" (2000) e il documentario John Fante, profilo di scrittore (2003).
Il documentario ha vinto il premio Best Documentary al Los Angeles Italian
Film Awards nel 2003 e riscosso, a Detroit e Firenze, come in altre tappe
(Pescara, Bologna. Roma) un meritato successo.
Attualmente sta realizzando un meritato omaggio al nonno e al mestiere che
quest'uomo svolse, quello del ciabattino. Una professione scomparsa: umile
e necessaria.
In fase di progettazione l'ncontro con un altro scrittore: Pascal
D'Angelo.
VII)
Giovanna Di Lello riconosce, nella scrittura fantiana, la realtà
dell'emigrazione che lei stessa ha provato. Tocca, nella lettura, la
passione, rabbia e candore che il figlio di Nick Fante riesce a trasferire
sulla pagina, dopo averle provate e vissute sul proprio corpo e anima.
Si sa come succede. In casi come questi si forma una coppia inseparabile.
John Fante diventa per Giovanna Di Lello un compagno di strada. La giovane
cineasta abruzzese si convince della necessità di produrre un documentario
sullo scrittore: In Italia non era ancora stato realizzato nessun lavoro
audiovisivo sullo scrittore, a parte l'omaggio di Veronesi su Rai Tre.
Due anni per raccogliere i finanziamenti e, man mano che arrivavano, si
lavorava all'audiovisivo. Un'opera resa possibile, oltre che dai sacrifici
della cooperativa Rosabella, dall'intervento della Regione Abruzzo, dalle
province di Pescara e Chieti, dal Comune di Torricella Peligna, dalla
Comunità Montana Aventino-Medio Sangro. Due anni di lavorazione, tra Italia
e Stati Uniti. Venti personaggi intervistati per un totale di quindici ore
e un prodotto finale di 68 minuti. Diversi personaggi si
affezionano alla giovane troupe di cineasti della cooperativa Rosabella.
Come lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni. In un
incontro romano, cui partecipa anche Furio Scarpelli, Vincenzoni annota che
i giovani amici venuti da Pescara erano affascinati dalla conoscenza che
avevamo di questo loro illustre concittadino e ipnotizzati da un'analisi
comparativa in cui si lanciò Scarpelli, coinvolgendo autori francesi e
russi.
Il documentario raccoglie le testimonianze di Joyce Smart Fante, moglie
dello scrittore e poetessa. Dei figli e gli approfondimenti di Stephen
Cooper, studioso di John Fante. Piero Pelù, musicista e cantautore, omaggia
lo scrittore leggendone dei brani. Vinicio Capossela ne parla come lo
avesse di fianco. Inoltre interventi di Sandro Veronesi e Simone
Caltabellotta.
E, per la prima volta, è possibile udire in Italia la voce dello scrittore.
Una voce registrata su nastro magnetico, miracolosamente salvata.
Una voce che ci aiuta a comprendere come quei milioni di cittadini
americani discendenti da altri milioni d'emigranti italiani abbiano
contribuito allo sviluppo culturale, economico e sociale del Paese che li
accolse, a Ellis Island. Ciò ci permette di scontrarci con gli stereotipi
sulla galassia italoamericana che media e specialisti ci hanno offerto
nell'ultimo secolo (il maggiore dei quali sembra essere quello del cognome:
cognome italiano uguale cittadino italiano). La riscoperta e rivalutazione
delle radici va di pari passo con l'integrazione, e non senza conflitti.
L'accettazione e riscoperta delle proprie radici permetterà di superare una
fase, anche molto dolorosa, che produrrà l'Uomo Nuovo.
C'è chi, come Martin Scorsese, s'immerge nel viaggio in Italia per
riscoprire le proprie radici. In questa immersione egli ritrova i luoghi dai
quali partirono gli antenati. La lingua e le tradizioni che, da bambino e
adolescente, ascoltò in famiglia. Quando l'Italia era ancora un referente
d?identità che la cultura autoctona, con i media e le altre minoranze,
avrebbe rimodellato.
L'emigrazione, con la sua antica storia e interpreti, ci può consentire di
superare stereotipi ben saldi nel quotidiano culturale italiano. Basta
avvicinarsi ai suoi interpreti con meno arroganza culturale e maggiore
rispetto umano. Leggerli e ascoltarli. O seguirne le avvincenti maestose
magistrali storie sullo schermo.
Luigi Rossi
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