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Giovanni
Dall’Acqua detto Jonni sembra un allegro minatore con la
fisarmonica a tracolla, ma la storia della sua vita fa emergere
una persona molto più complessa.
Jonni è nato il 4 gennaio 1929 a Commessaggio, un paese di poco più di mille anime nella fascia
Oglio Po.
La casa che ha costruito con le proprie mani a Montecchio Maggiore vicino Vicenza, è nascosta entro un dedalo di
viuzze dai nomi altisonanti: Martin Luther King, John e Robert
Kennedy, appena fuori dalla trafficata via principale.
Riposo e
pace, ecco ciò che ricerca oggi Jonni, mentre stempera nella
tranquillità di una visita piacevole i tanti ricordi di una vita
che lo ha visto spesso in primo piano. |
Giovanni, da dove vuole iniziare a raccontare la sua esperienza
di vita?
“Dalla mia gioventù. Sono cresciuto durante il fascismo, ma ero
troppo giovane nel 1944 per poter dare un senso reale a quanto
stava succedendo. E quella domenica pomeriggio mi trovai in mezzo
ad una retata delle brigate nere alla ricerca di “sbandati”. Stavo
per scappare, ma mi fermai all’alt e fui portato nella piazza del
paese affiancato da due miliziani. Non mi rendevo conto. La piazza
si riempì di gente che voleva vedere chi era stato catturato.
Ragazzi che facevano il bagno nelle canaline per l’irrigazione dei
campi. Mi conoscevano tutti. Anche la mia maestra, la signorina
Nelly parlottò con i soldati e l’Aurelio portò un’anguria di 18
chili. L’autocarro partì senza di me.
Dei miei compagni non ho più saputo niente.
Qual è stato il suo primo lavoro?
Il meccanico. Mio padre pensava poco alla famiglia che era
composta di otto fratelli di cui soltanto uno lavorava e non
vedeva di buon occhio il mio interesse per la fisarmonica. Così
nel 1944 andai a lavorare da Nicola a Squarzanella. Cinque
chilometri a piedi, con la borsetta di tela con le fette di
polenta, zucchero e un po’ di formaggio. La padrona aggiungeva
anche un piatto di minestra.
Avevo anche le tagliole per catturare le talpe di cui vendevo le
pelli a 10 centesimi l’una. Ho riparato biciclette e macchine
agricole e durante la trebbiatura facevo la stagione per fare ma
manutenzione ai trattori. Appena potevo andavo dal mio maestro
Arturo Magnan che mi dava lezioni di musica nel suo casotto da
pescatore vicino a san Matteo delle Chiaviche. Avevo una vecchia
fisa a dodici tasti. Fu durante quel periodo mentre forgiavo dei
ferri di cavallo che gli alleati anglo-americani bombardarono i
ponti sul Po creando danni, spavento e panico. Ma la fisa io
l’avevo nascosta sotto il banco di lavoro. Dopo due anni senza
mance, ma forse Nicola pagava mio
papà in cantina, lasciai il lavoro del fabbro e rimasi a casa
facendo lavoretti qua e là.
E la musica? Mi parli della musica.
Il Ciùss, vecchio amico di papà mi aveva regalato un’altra vecchia
fisarmonica. Proprio in quel periodo venne a trovarmi il mio
padrino, un gentiluomo benestante. Aveva sentito della mia
passione per la musica dal maestro Magnan e dell’opposizione di
mio padre. Mi domandò quanto costasse una fisarmonica e replicai
prontamente: “Trentacinquemilalire” e gli spiegai anche che la
settimana precedente ero stato alla fabbrica di Palvareto per
informarmi dei prezzi. Mi disse di non preoccuparmi e di ordinare
la fisarmonica e tornare poi da lui assieme a mio padre. Mi
precipitai ad informare il maestro precisandogli anche la marca: “F.lli Savoia, ottanta bassi laterali e quattro file cantabili in
3° scala cromatica”.
Una sera tardi un certo signor Longoni mi consegnò la fisarmonica
e andai poi dal padrino con mio padre. L’indomani andai alla prima
lezione. Suonai il valzer “ Speranze perdute”. Ben presto il
maestro mi assicurò che non aveva più niente da insegnarmi e così
iniziai a prendere lezioni dal maestro Goi che apprezzò le mie
qualità e si apprestò a prepararmi per il futuro. Il nuovo metodo
per la fisarmonica cromatica consisteva nel suonarla con le cinque
dita mentre io la suonavo con quattro. Imparai in fretta. I soldi
però scarseggiavano. Dovevo ricorrere al fratello maggiore, alla
sorella, alla mamma e così incominciai a suonare in qualche locale
e nelle aie, ma la situazione era sempre triste. Niente scarpe e
le “sgalmare” di legno erano dure e scomode. I vestiti erano
quelli regalati dal padrone e smessi dai fratelli maggiori.
Spostamenti a piedi. Vedevo gli amici con le scarpe lucide, i
vestiti della loro misura, la bicicletta e qualche soldo per il
cinema e l’avvilimento era grande. Fu allora che decisi di
cambiare strada.
Cambiare strada, e fare che cosa?
Trascurai la musica e decisi di arruolarmi e feci anche domanda
per emigrare in Belgio. La prima risposta arrivò dall’ufficio
emigrazione di Mantova distante venticinque chilometri e che
raggiunsi con la bicicletta sgangherata di mio padre. Mi chiesero
se avessi proprio intenzione di andare e se sapessi che cosa sarei
andato a fare. Mi spiegarono che avrei fatto il minatore di
carbone da cento a millecinquecento metri sotto terra, tra il
caldo e la polvere e il continuo pericolo del gas e delle frane.
La paga era di duemila lire al giorno. L’impiegato spiegò tutto
per filo e per segno. Molti erano partiti con molte illusioni ed
erano tornati subito dopo. Io invece avevo preso la mia decisione
anche se all’estero “ il pane ha sette croste”. Adesso bisognava
preparare i documenti, il passaporto e quindi la visita medica. Il
viaggio era pagato. Durante i preparativi incontrai il mio amico
Ermete anche lui in procinto di emigrare in Belgio. Era contenta
anche la mamma che così sapeva che erravamo in due dello stesso
paese e avremmo potuto aiutarci.
Come fu il distacco dalla famiglia, dal paese?
Mia mamma soffriva enormemente anche perché non ero mai stato
fuori casa e non ero mai salito su un treno. Il mio cuore si
chiudeva, ma ormai avevo preso la decisione e naturalmente sarei
partito soltanto assieme alla fisarmonica. In paese incontrai un
ex-minatore che mi sconsigliò di partire elencandomi tutti i
pericoli della miniera e facendomi perdere quel poco coraggio che
mi era rimasto.
Ormai era troppo tardi. Il 15 giugno 1948 era il giorno fissato
per la partenza. Cercai di rasserenare la mamma con promesse
varie, ma per lei quello era soltanto un lavoro da condannati,
pieno di disgrazie. A niente valevano le mie promesse di mandare
soldi e scrivere con regolarità. Io invece pensavo che al mio
ritorno mi sarei vestito e che in fondo dodici mesi sarebbero
passati in fretta.
Avevo messo in valigia una giacca recuperata da un vecchio
soprabito, pan biscotto, un salame e altri indumenti e mi ero
fabbricato una valigia di legno per la fisarmonica.
Salutai tutta la famiglia riunita e la mia attenzione fu per la
mamma che aveva gli occhi gonfi di pianto. “Ste ben mama - le dissi
- cercate di stare sempre in buona salute, non state in pena per me
che non è il caso”. Uscii da casa accompagnato da mio padre che
soffriva in silenzio. Alla fermata dell’autobus c’era Ermete con
sua sorella. I nostri pensieri vagavano verso il futuro. Saluti
agli amici, al padre che si sforzava invano di sorridere e poi ho
visto le ultime case del paese e mi è mancato il respiro, mi
sembrava mancare la terra sotto i piedi, di volare. Cercai di
farmi coraggio e andare incontro al mio destino.
Racconta il viaggio
Arrivammo a Mantova e lì incontrammo altre venti persone e con
loro proseguimmo in treno per Milano. Era il mio primo viaggio in
treno che mi allontanava dalla mamma e dalla mia casa. Rimasi
incantato dalla grandezza della stazione e dal continuo movimento
dei treni. Un caposquadra ci guidò nei sotterranei della stazione
centrale dove lasciammo le valigie, ci diedero due coperte e ci
sistemarono su letti a castello a tre posti sistemati lungo una
galleria buia. E pensai alla famiglia, alla mamma e al mio
pajòn (materasso). L’indomani dopo colazione iniziarono le visite
mediche molto meticolose e qualcuno fu scartato. Non come quelle
che dovrebbero fare agli immigrati di oggi. Il pomeriggio sono
uscito per vedere la città, ma mi sentivo stanco e malinconico e
così sono andato al cinema a vedere “ Pinocchio”. Il giorno
seguente prima di salire in treno ci hanno consegnato alcuni
indumenti: un paio di pantaloni, una maglia, un paio di calze,
tutta roba militare americana e dei viveri. Sul mio biglietto
c’era scritto : Mons Levant. Il viaggio fu abbastanza noioso e
soltanto una volta entrati in Belgio notai diverse piramidi nere.
Erano i terril, dove si scartava il carbone e ad ognuno di essi
corrispondeva una miniera. Arrivammo alla stazione, ma
l’interprete ci condusse in un paese vicino dove c’era la miniera:
Jemappes. Era il 18 giugno 1948.
Che cosa trovaste all’arrivo in Belgio?
Giunsi infine alla cantina: due capannoni ad arco di lamiera
ondulata. Un tradimento. Era una grande baracca semibuia con sei
tavoloni ricoperti di lamiera zincata con attorno delle panche di
legno sconquassate. Mi diedero in dotazione una tazza d’alluminio
e delle posate. IL dormitorio era nell’altro capannone, scuro con
i letti a castello a tre piani, senza finestre. Andai a vedere i
minatori all’uscita dalle gabbie. Erano come bestie impaurite,
neri, fatti di carbone. Ermete ebbe delle esitazioni, ma non ero
arrivato fin là senza almeno provare a scendere nei pozzi. Quindi
ancora generalità e impronte digitali. Mi fissarono il primo turno
per il 21 giugno 1948 dalle sei alle quattordici con Ermete. Molti
dei nuovi arrivati piangevano e raccontavano che sotto non si
respirava e che la polvere impediva di vedere la lampada. Qualcuno
fece le valigie per tornare a casa. Altri raccontarono che ci
voleva del fegato per lavorare là in fondo. I resoconti non mi
davano coraggio, ma qualcuno mi diede delle speranze e così mi
tranquillizzai un po’. La vigilia della mi prima discesa in
miniera suonai per gli amici finché un minatore che stava lì da
tempo m’invitò a suonare in alcuni locali del paese dove la mia
musica fu apprezzata dai tanti emigranti e guadagnai anche dei
soldi, ma il pensiero era rivolto alla miniera. Scrissi a casa
rassicurando del mio stato.
Come fu il primo giorno in miniera?
Lunedì 21 giugno 1948 mi alzai alle cinque. Caffelatte e pane con
Ermete e una borraccina con caffè e un pacchettino di tartine. La
miniera distava un chilometro. Mi diedero una medaglia di lamiera
con il numero di matricola 488, la lampada e poi indossammo gli
abiti da lavoro. La capienza della gabbia dell’ascensore, alta
soltanto un metro, era di dieci uomini ed andava ad una velocità
di 150 metri il minuto. Si sentivano colpi da tutte le parti e
l’acqua pioveva sulle spalle. Scesi a 750 metri e la voce del
caposquadra ci guidò al buio. Il casco di cuoio riparava dai tubi,
ma bisognava stare attenti alle rotaie dei carrelli. Arrivammo al
posto di lavoro dopo mezz’ora. Il capo ordinò ad Ermete e a me di
portare dei tronchi di pino lunghi quattro metri ai minatori che
stavano armando. Si doveva passare per un cunicolo che conteneva
anche i tubi dell’aria compressa e le lamiere per far scivolare il
carbone. Ermete s’impaurì, ma io gli risposi che volevo vedere i
veri minatori che scavavano il carbone. La pendenza aumentava fino
a 40/50 gradi però poco alla volta il calore e la polvere
diminuivano fino ad arrivare alla vena o taglia che misurava un
metro e venti e costringeva i minatori a lavorare in ginocchio.
Cominciai ad andare su e giù con gli assi di pino finchè il Porion
mi assegnò al trasporto delle fascine. Tra il sudore e la polvere
ero diventato nero e ogni tanto incrociavo qualcuno che piangeva.
Sembravamo il negus o imbalsamati di catrame. Il primo giorno nel
cunicolo finì con la speranza di cambiare posto. I compagni mi
chiesero come fosse andata ed erano sorpresi della mia decisione
di rimanere, ma sei di loro si fecero rimpatriare.
Come proseguì il lavoro?
Le fatiche divennero accettabili e alla fine del montaggio anche
l’aria era più respirabile. Fu installato il courroie per il
trasporto del carbone e speravo di diventarne il motorista, cosa
che avvenne in poco tempo. Mansione delicata di controllo con il
compito di spalare il carbone in eccesso e di tenere sgombro il
passaggio in un ambiente rumoroso, buio, dove era facile
addormentarsi e dove infine il blocco del motore avrebbe potuto
causare un disastro. I primi soldi furono spediti alla mamma. Il
mio gruppo di dieci si ridusse ad Ermete e me. Fui nuovamente
contattato per suonare la fisarmonica e i proprietari del locale
mi offersero vitto e alloggio. Accettai e per risparmiare l’intera
paga del minatore. Spiaceva essersi separato da Ermete, ma in
fondo ci si vedeva sempre, anche per lavarsi a vicenda la schiena
nelle docce. Durò poco: l’ambiente era rissoso e mi trasferii da
alcuni marchigiani sempre allegri. Fu in quel periodo che il padre
missionario Gerard mi chiese di partecipare ad una trasmissione
per gli emigrati italiani dagli studi di radio Enaut. Lo stesso
padre si offrì di farmi avere delle lezioni di musica e di
francese, ma preferii quelle di lingua per poter poi capire meglio
la musica. Ma mi mancava la mamma e non vedevo l’ora di tornare in
Italia. Il lavoro da motorista era sempre ormai stabile, ma
l’ansia di ritornare mi toglieva il sonno.
Quando tornasti finalmente in Italia?
Ai primi di luglio del 1949 vendetti la fisa e addirittura facevo
e disfacevo le valigie in attesa di partire. Pensai di poter
chiedere una licenza, ma secondo gli impiegati non ne avevo ancora
diritto. Mi licenziai e partii da Mons con il Transalpino.
Biglietto di solo andata. Il mio bagaglio comprendeva gli attrezzi
da lavoro: casco di cuoio, maschera per la polvere, occhiali
speciali per passare attraverso le gallerie del diametro di 50-60
centimetri piene di schegge di carbone e l’inseparabile lampada.
Viaggio notturno con dogana cavillosa a Chiasso. Feci appena in
tempo a risalire sul treno attraverso il finestrino aperto.
Arrivai a casa il mattino seguente e abbracciai la mamma che nel
vedermi scoppiò in lacrime di gioia.
E in Italia?
Non era cambiato niente. Mio padre era sempre alticcio e
brontolava sempre contro mia mamma, ma un giorno mi ribellai e lo
redarguii con veemenza e da allora cambiò atteggiamento. Con i
miei risparmi acquistai una fisarmonica nuova e pagai anche il
debito con il signor Carlo. La situazione economica era sempre
precaria e decisi di tornare in Belgio.
Dove andasti questa volta?
Partii con la fisarmonica nuova e alla stazione mi accompagnò
Cirillo con la sua Topolino C. Da bambino gli avevo fatto da
postino con la fidanzata Bruna in cambio di pan biscotto. A
Jemappes andai in un’altra cantina e forte dell’esperienza ottenni
subito lavoro. Il compito stavolta era quello di spostare in
avanti i tubi dell’aria compressa, le tole di lamiera per far
scivolare in basso il carbone e la taglia era sempre di 50-60
centimetri. Compagno russo stavolta. Sciù, scia, piega, gira.
Nostalgia della mamma, del paese, della famiglia sempre a 700
metri sotto terra. Turno 14-22 prima e poi 6-14 con la possibilità
di entrare nella squadra aggiustatori alle dipendenze di Maurice
Dieu grande appassionato di musica classica e operistica. Tornai
quindi al turno 14-22 come responsabile del funzionamento dei
motori, pompe idrauliche, in genere di tutta la miniera. Entrai in
un gruppo di fisarmoniche che si esibiva nelle fiere e suonavo
anche nei caffè. Gli impegni della vita quotidiana mi tennero così
lontano dal conservatorio e questo fu forse un grande errore.
Dalle ferie di luglio del 1949 a quelle del 1950 ho lavorato per
38 domeniche ovvero 38 settimane senza interruzione. La domenica
soltanto sei ore pagate il doppio, anche se da solo in fondo alla
miniera a sorvegliare le pompe. Per dare un’idea dei pericoli, un
giorno, per andare alla taglia n. 19 nord a 705 metri con il mio
aiutante Alberty dovemmo passare per un cunicolo provvisorio di 50
centimetri lungo una ventina di metri che si doveva attraversare
in fretta per paura dei crolli. Ci legammo al piede la borsa degli
utensili che pesava una decina di chili. Entrati nel passaggio il
volume del corpo impediva all’aria di passare e la pressione
aumentava e fummo costretti a tornare indietro e indossare
occhiali speciali, ginocchiere, guanti e fasce ai gomiti per
avanzare strisciando come lucertole. Ci volle mezz’ora per
arrivare alla fine del cunicolo dove la galleria era normale,
anche se l’aria era sempre irrespirabile. Installammo quindi il
nastro trasportatore. Il buco sotto i colpi di piccone dei
minatori divenne infine un’altra galleria.
E la musica?
Nella miniera Gosson 3 incontrai molti connazionali soprattutto
veneti. Qualcuno riusciva anche a cantare mentre ingabbiati come
sardine scendevamo alla quota di 960 metri per iniziare il nostro
turno. A lampada spenta per risparmiare la batteria venivano
inghiottiti dal buio. E molte volte echeggiava la voce del
trevigiano di “Musica proibita del Gastaldon” ovvero “Vorrei
baciare i tuoi capelli”. Alla fine della corsa la galleria
principale si diramava e ognuno seguiva il proprio sentiero lungo
anche un chilometro per arrivare al posto di lavoro. Scavare
carbone misto a pietra, acqua, nel caldo soffocante, in mezzo alla
polvere che nascondeva anche la propria lampada. E restarci sei-sette ore.
Giovanni, era davvero terribile?
Era il martirio che per molti fu la morte e per tutti malattie
d’ogni genere. L’Italia che per merito nostro ha ricevuto migliaia
di tonnellate di carbone gratuito, al ritorno ci ha trattato da
turisti. Poco prima di Natale la miniera si è allagata e così il
mio lavoro per installare pompe e tubature è aumentato e per
giorni abbiamo lottato per ripristinare gli impianti in mezzo
all’acqua fredda.
Ma tu suonavi sempre ?
A Carnevale suonai al teatro Majestic e ballai con diverse ragazze
mascherate che però al momento di togliersela mi delusero
grandemente. Continuai comunque a ballare finché fui attratto da
una ragazza bionda italiana che accettò il mio invito e mi fece i
complimenti per come avevo suonato la fisa raccontandomi poi del
suo amore per la musica e il ballo. Andai a trovarla a casa e
conobbi la sua famiglia, ma la nostra amicizia durò poco. La mia
testa vagava. Decisi di cambiare vita e di vedere un po’ il mondo.
Feci domanda per arruolarmi nella legione straniera, ma
inaspettatamente, mentre aspettavo il giorno della partenza per la
Francia arrivò in cantina un nuovo operaio che si era presentato
come Pasqualon che mi raccontò di essere un legionario fuggito
dall’Algeria. e che mi impressionò con i suoi racconti di case
bruciate, uccisioni di civili, vita disumana nel deserto e
pericolo continuo. Bruciai tutti i documenti e continuai la mia
vita di aggiustatore che mi faceva comunque sentire più importante
degli altri.
Giovanni, siamo nel 1950, vero?
Sì, andai ad abitare come pensionante da Alex nel luglio del 1950.
In luglio tornammo insieme in Italia per le ferie e visitammo Roma
e anche Venezia. Andai anche a Parma a visitare mia sorella che
era entrata in un convento dove era sottoposta a servire le altre
suore in quanto povera e senza corredo. Ero felice della sua
scelta, ma c’era il problema della mamma sola a casa e lei promise
che avrebbe cercato il modo di tornare a casa. Appena rimesso
piede in Belgio ricevetti una lettera in cui mi comunicava il suo
rientro in famiglia. Avevo sentito parlare delle moderne miniere
vicino Liegi e così trovai un nuovo lavoro e un nuovo alloggio.
Era una miniera molto piccola e antica dove i carrelli erano
ancora trainati dai cavalli, che si trovava ad Ougre. Era profonda
soltanto 220 metri, le gallerie erano piccole e basse, c’era molto
vento e faceva freddo. Era una taglia sola a drizzante vale a dire
verticale. La prima volta che scesi andai in fondo alla galleria
dove c’era la taglia, sentii il fruscio molto forte dell’aria, ma
non la vidi. Dopo un attimo mi accorsi che veniva da sotto i piedi
e capii che la taglia era un po’ inclinata e si andava su e giù
come le scimmie sugli alberi. La cosa mi fece impressione per non
dire paura.
Siamo nel 1951, ormai?
In quella miniera facevo il turno di notte. Una sera mentre andavo
in miniera sentii un lamento femminile. Mi avvicinai ad una
finestra e vidi una donna che piangeva un minatore morto disteso
su un tavolo. Rabbrividii e tornai subito a casa pieno di
malinconia. Non dormii pensando al mio destino di minatore. Il
giorno seguente inforcai la bicicletta per andare in un paese
vicino dove c’era una miniera importante più moderna, la Gosson
III a Tilleur. Fui subito assunto come aggiustatore.
Il primo giorno scesi in gabbia con il capo, Henri. Discesa fino a
960 metri, ma la galleria era larga almeno 15 e alta 5 e la luce
era come quella di giorno. In ascensore si poteva stare in piedi
in 12 per piano distribuiti su 4 livelli. Ispezionai le macchine
più importanti. La taglia era normale, sempre bassa con la solita
polvere dappertutto e il solito pericolo di frane ma sembrava
migliore delle altre.
Reparto docce molto pulito, con l’armadietto. Fui presentato ai
dirigenti della miniera che dopo varie domande sulla mia
esperienza di lavoro mi confermarono l’assunzione. Presi servizio
il giorno seguente alle 6. Dopo i primi giorni d’ambientamento mi
lasciarono agire da solo e dopo il turno mi chiamavano sempre
informarli di quanto avevo fatto e anche dei suggerimenti che
molte volte accolsero. Il mio francese era migliorato
notevolmente. Mi facevano lavorare anche in altri pozzi quando
c’erano nuove installazioni da fare o nuovi motori da montare. Fu
qui che conobbi Primo un italiano di Montecchio Maggiore,
provincia di Vicenza.
Siamo nel 1952?
Acquistai una moto usata, FN 350. Una domenica pomeriggio decisi
di andare a ballare all’Eden di Liegi dove volevo incontrare una
ragazza che lavorava nell’ufficio della miniera. Non c’era, ma
notai una biondina che stava assieme ad altre persone e la invitai
a ballare il valzer delle candele. Facemmo subito amicizia e così
incominciai a frequentarla. Andavo a prenderla con la moto e la
accompagnavo al lavoro a Mons. Dopo un breve periodo le chiesi di
sposarmi e la madre si schernì per non avere abbastanza dote per
la figlia, ma io guadagnavo bene e potevo affrontare le spese
delle nozze. Affittai un appartamento, lo arredai e glielo feci
vedere. Finalmente arrivarono i documenti dall’Italia e le nozze
furono fissate per l’undici ottobre 1952. Vestiti, bomboniere,
anelli, pranzo, invitati. Proprio padre Gerard ci unì in
matrimonio. Dopo la cerimonia ci ritrovammo in una quindicina di
persone a festeggiare in un ristorante con un pranzo alla
vicentina, dove non mancava neanche il pollo alla volavia. La
malinconia venne dopo quando suonai la fisa e mi ritrovai senza
familiari il giorno più bello della mia vita, lontano. Nostalgia
attenuata soltanto guardando mia moglie negli occhi.
Io che amavo mia moglie che mi amava per quello che ero non per
quello che avevo. Partimmo da Mons per Liegi. Quello fu il nostro
viaggio di nozze. Felice storia d’amore più di quella tra Alberto
e Paola di Liegi. Ripresi il lavoro. Per gli obblighi assicurativi
dovetti togliere e malincuore la vera nuziale e poco dopo accettai
la posizione di sorvegliante capo aggiustatore. Sopite le invidie
dei compagni, la vita ricominciò normalmente. A luglio del 1953
tornai in Italia a luglio e visitai anche Montecchio Maggiore. Ad
ottobre diventai padre di Luciano Sergio. Ai primi del 1954 i
suoceri decisero il rientro a Montecchio Maggiore offrendoci la
possibilità di allargare la casa. Mandai dei soldi per la
costruzione e nel 1955 tornammo definitivamente in Italia. I
nostri averi furono spediti su un vagone ferroviario che avevo
prenotato e diviso con un minatore di Piove di Sacco.
Come fu il tuo rientro?
Cominciai a cercare lavoro, ma appresi di dover prestare servizio
militare ragion per cui preferii tornare in Belgio. Cantina a
Tilleur. Periodo molto difficile a causa della lontananza dalla
famiglia e anche con infortuni vari. Fui colpito alla testa e
passai due settimane in ospedale. Mi ripresi, ma qualche tempo
dopo durante un turno normale di lavoro udii un boato fortissimo.
Simile ad uno scoppio. Invitai i compagni a risalire. La certezza
di un disastro fu confermata dall’arrivo di un minatore polacco
seminudo senza lampada e impaurito che annunciava una fuga di
grisou alla taglia n6. Quattro morti, due subito e due dopo pochi
giorni d’ospedale. L’avevo scampata per un soffio.
Fu così che nel 1956 decisi di abbandonare il lavoro di minatore e
di andare a lavorare in fabbrica.
La direzione della miniera insistette perché restassi e così finii
a fare l’attrezzista aggiustatore alla maison Beer. Ovviamente la
paga era inferiore. Accettai una trasferta nella fabbrica Cockeil
Ougree dove il guadagno era maggiore, ma il lavoro pericoloso
malsano come in miniera. Una domenica incontrai per caso
l’ingegner Leclerc che avevo conosciuto alla miniera Gosson che mi
offrì un posto da aggiustatore.
Giovanni, ma cos’era in realtà la miniera?
Un giorno mia moglie e mio figlio vennero ad aspettarmi all’uscita
per farmi una sorpresa, ma quando mi avvicinai non mi riconobbero.
Luciano riconobbe la voce, ma si aggrappò al collo della mamma. Fu
un momento triste. Lo facevo per migliorare la qualità della vita
della famiglia e per costruirmi una casa in Italia, ma la cosa
pesava sempre di più. Nel 1957 acquistai una Topolino. Non serviva
la patente, bastavano bollo e assicurazione. Imparai guidare da
solo tra le paure della moglie e del figlio, la puzza per il freno
a mano tirato e lo spegnimento inatteso del motore mentre stavo
per ripartire dopo una sosta ad un passaggio a livello con una
lunga ed impaziente coda dietro.
Peggio delle fatiche del giro del mondo. Ci divertivamo con poco.
La domenica seguente facemmo una gita in compagnia con l’amico
Bruno: lui e la moglie davanti in Lambretta e noi dietro in
Topolino. Bruno faceva il bullo e finì in un fosso pieno d’ortiche
e una curva presa larga gli costò pure una multa. Io invece feci
retromarcia per sbaglio e ammaccai la coda della pulce della
strada com’era chiamata in Belgio.
E la salute come andava?
Nel 1959 avvertii i primi mal di schiena e di silicosi. Mi
ingessarono per tre mesi dalla cervicale alla sacrale e la
silicosi fu diagnosticata al 2° grado, al 3° sarei diventato
invalido al 100%. Dopo varie visite mi fu confermata la pensione
di invalidità. Nel medesimo periodo mio padre era paralizzato e
curato dalla mamma. Di questo scrisse anche Famiglia Cristiana.
Mio figlio stava per cominciare la scuola. Il lavoro in miniera
languiva dopo la vicenda di Marcinelle e molti italiani se ne
andavano. Proprio prima di ripartire per l’Italia mi chiamarono
per un’ulteriore visita e mi dichiararono abile la lavoro normale
della miniera. Partii lo stesso convinto di poter risolvere i miei
problemi in Italia. Mio padre morì poco dopo forse felice di
vedermi definitivamente a casa.
Come fu il ritorno in patria?
Mi stabilii nella mia casa di Montecchio e trovai subito
un’occupazione regolare come cantoniere, ma dopo pochi giorni
visto che non mi reggevo in piedi mi accompagnarono in ospedale
dove una lunga visita svelò la causa dei miei mali: la miniera.
Così mi ingessarono per 90 giorni. Lunghe sedute terapeutiche e
infine la domanda d’invalidità. Un corsetto di stecche e cuoio e
un breve lavoro da falegname a Valdagno. Mi accorsi di avere
costruito la casa in un posto sbagliato, la vendetti e ne costruii
una in paese con l’aiuto di amici dove mi trasferii l’11 novembre
1960. ben presto fui invitato dai “Giovani alla ribalta” di Montecchio a far parte del loro gruppo e ad esibirci nei paesi
vicini. Facevo fatica a reggere la fisa, ma i ragazzi mi
aiutavano. Adesso facevo il carrozziere e anche senza qualifica
insegnavo musica. La pensione d’invalidità mi fu negata. Uscii dal
gruppo e per tre quattro anni ho fatto diversi lavori leggeri:
falegname, benzinaio, carrozziere, meccanico, anche rappresentante
e sempre con il rispetto degli altri. Non tralasciai l’occasione
di acquistare un bar gelateria in paese che prometteva bene, ma
proprio all’inizio scivolai in fabbrica su un truciolo metallico
che mi tranciò il tendine d’Achille e per questo fui ingessato per
40 giorni. La moglie al banco ed io in giro a portare il latte a
domicilio con due sporte sulla bicicletta. Il tutto era troppo
rischioso e mi comprai una Bianchina furgoncino e facevo il giro
con il figlio. Sembrava tutto a posto e lasciai sia il lavoro sia
l’insegnamento della musica. Imparai a fare il gelato che vendevo
con successo dappertutto a 800 lire al Kg. Installai una tettoia a
spese del fornitore di gelato confezionato capace di oltre cento
posti a sedere e misi pure un juke-box. Un trionfo. Aumentai anche
il prezzo delle bibite e dei gelati. Grande affare. E la passione
per la musica mi portò a promuovere dei complessi di musica
moderna che si alternavano a suonare ogni domenica. Il pubblico
votava i migliori e l’Algida offriva la coppa finale. Feci la
medesima cosa con il fornitore di bibite. Domeniche sempre
affollate con la polizia locale a dirigere il traffico e con gli
altri esercizi ammutoliti. Questa attività mi permise di pagare
sia i debiti della casa sia dell’acquisto del bar.
Bella idea la tua.
Certamente. Nel 1965 nacque Nadia e fui immensamente felice. La
mamma però non poteva più occuparsi completamente del bar e le
cose cambiarono. Alzarsi tutti i giorni alle cinque fino a sera
tardi e senza un giorno di tregua e facendo anche la raccolta del
latte dei contadini, che misuravo e immettevo nei bidoni da 50
litri per la centrale mi debilitò. A malincuore vendetti il bar ed
emigrai di nuovo. Questa volta in Germania. Avevo già quarant’anni
e una famiglia a carico. Questa volta fu tutto diverso,
soprattutto la separazione da Nadia. Era il 1970. Partii in treno
senza fisarmonica. Destinazione Monaco e con l’interprete poi fino
alla ditta Eicher e Forstern di Erding. Tutto sembrava ben
organizzato e molto diverso dalla semi-prigionia del Belgio di 21
anni prima. L’alloggio era in un albergo con due altri compagni.
Avrei lavorato nel reparto montaggio motori con addirittura un
camice bianco. Il lavoro consisteva nel montaggio di motori da sei
cilindri, 5990 c.c. che venivano poi subito collaudati nel reparto
vicino.
Ne andavo davvero fiero. Il mio caporeparto si chiamava Josef.
Comunicavano in francese e con pazienza mi rendeva funzionale nel
nuovo paese. La lontananza dalla famiglia mi premeva sempre di più
e quale sorpresa ebbi quella domenica mattina quando da un taxi
vidi scendere mia moglie. Gioia indescrivibile. A poco più di un
chilometro dalla fabbrica affittai un appartamento quasi in
campagna. Avevo girato la fabbrica e il paese in lungo e in largo
e previsto anche un lavoro per mio figlio e alla fine avevo
convinto mia moglie a tornare con i figli. Tornai in Italia, ma a
causa di una malattia della moglie dovetti tornare da solo in
Germania per non perdere il lavoro. E questa volta ripartii in
macchina, stipata di frigorifero, lenzuola, coperte e masserizie
varie. Al confine i soliti controlli di polizia e anche scatolette
di conserva rotolate qua e là per far ridere tutti. Persa la
strada e lunghe peregrinazioni per arrivare finalmente a
destinazione. Il lavoro progredì bene, ma nel mio intimo sentivo
sempre più la mancanza dei miei. E così andrai a prenderli.
L’appartamento piacque e i padroni di casa, Fritz e Margaret, che
era ceca e che familiarizzarono subito con i nuovi venuti,
pazienti e gentili. Luciano cominciò a lavorare in fabbrica e a
farsi apprezzare. Ben presto chiedemmo insieme di fare più ore di
straordinario e in cambio ricevevamo buoni benzina.
Come proseguì la tua permanenza?
Nel 1970 mi ammalai e il medico mi diagnosticò oltre
all’influenza, le ossa piene di artrosi, reumatismi e dopo una
visita ortopedica si accorse anche della silicosi. Feci delle
sedute di massaggi subacquei all’ospedale di Erding. Il tempo
passava e si avvicinava per Nadia il tempo di iscriversi alle
scuole elementari. Luciano era nato in Belgio, cominciato le
classi in francese e poi le difficoltà d’integrazione in Italia.
Così per evitarle problemi decisi di ritornare in patria.
Nel 1972 presentai di nuovo la documentazione per ricevere la
pensione d’invalidità e il medesimo mese d’ottobre Nadia iniziò le
elementari mentre Luciano ed io trovammo subito lavoro.
Che lavoro facevi?
Lavoravo in officina con frequenti assenze per malattia e nel
frattempo ripresi ad insegnare musica e mi accorsi con gioia che
Nadia sembrava esserne interessata. Imparò in fretta soprattutto
il solfeggio e anche per lei la fisarmonica divenne uno strumento
inseparabile.
Parlaci dei Santa Fè.
Beh, un giorno fui avvicinato da un collega che suonava il basso
elettrico in un’orchestrina di 5 elementi e mi invitò a far parte
del gruppo. Fu una bella esperienza . Il nostro cavallo di
battaglia era “La Violetta” di Verdi. Anche Nadia ebbe il suo
successo suonando nel complesso quando aveva 8 anni la canzone
“Piange il telefono” di Domenico Modugno.
Nel frattempo mi arrivò la conferma della pensione d’invalidità e
per alleviare il mal di schiena avevo inventato un “supporto
universale per fisarmonica” che brevettai, misi in commercio e
scambiai con fisarmoniche di Stradella e Castelfidardo per i miei
allievi. Poi la burocrazia m’impedì di produrle e così assemblai a
casa condensatori e pompe per la mia officina, in nero per
arrotondare la pensione. Misi in regola mia moglie al mio posto
per evitare la sospensione della pensione che qualche anno dopo mi
avrebbero comunque tolto. E così per quattro anni sono rimasto
senza pensione in attesa di quella di vecchiaia e con la fortuna
dei risparmia guadagnati all’estero.
Continuavi sempre con la musica?
Adesso arrangiavo musiche per i miei allievi che si esibivano in
un insieme di 20/25 fisarmoniche e che ebbero un grande successo
regionale. Il gruppo si chiamava la “Fisarmorchestra”. Nadia ormai
tredicenne frequentò la scuola Cedolina a Vicenza e si diplomò in
teoria e solfeggio ala conservatorio di Verona proseguendo poi al
sua strada col pianoforte. Memorabili i nostri duetti che tanto
piacevano la pubblico. La musica era sempre con me finché un
incidente stradale mi costrinse ad abbandonare tutto.
E allora eccomi qua, 4 gennaio 2007, proprio il giorno del mio
compleanno a vivere la mia terza età godendomi i miei momenti di
ozio che mi permettono di ripercorrere con al mente i ricordi
lieti e tristi che hanno riempito la mia vita.
Giovanni grazie di tutto, ma ti sei mai chiesto com’eri finito in
Belgio e come questa vicenda abbia influenzato tutta la tua vita?
Adesso lo so bene. Ho impiegato un po’ di tempo a mettere insieme
i pezzi. L’esodo degli italiani verso il nord Europa cominciò nel
1946 in seguito all’accordo Italia-Belgio che prevedeva l’invio di
migliaia d’italiani nelle miniere. L’accordo venne chiamato
“uomo-carbone” garantiva alle miniere belghe braccia italiane e
garantiva all’Italia proprio il carbone estratto con fatica e
dolore dagli emigrati. Emigrati che dovevano avere al massimo 35
anni, essere in buona salute e infilarsi nell’oscurità delle
miniere con pala, piccozza, casco e lampada per almeno un anno. A
fronte dell’invio di migliaia di minatori nei cinque bacini
carboniferi del Belgio, l’Italia avrebbe ricevuto 200 chili di
carbone per minatore al giorno.
Circa 140.000 italiani varcarono i
confini per andare in Belgio portando con sé 17.000 donne e 29.000
bambini. La crescita della produzione di carbone che raggiunse
anche 6/7 milioni di tonnellate l’anno contribuì al lo sviluppo
dell’industri metallurgica, siderurgica e vetraria locale.
Poi ci
fu la tragedia di Martinelle, un disastro che costò la vita a 136
nostri connazionali.
Ecco che cosa è successo ad un ragazzo di Commessaggio che a 19
anni ha voluto cercare la sua strada, con la sua inseparabile
fisa.
intervista a cura di
Ernesto R. Milani Copyright
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