Storia degli Italiani all'estero

Storia


Giovanni Dall’Acqua: Minatore, musicista, muratore e poeta
IntervistA di Ernesto R. Milani Ernesto.milani@gmail.com

Giovanni Dall’Acqua detto Jonni sembra un allegro minatore con la fisarmonica a tracolla, ma la storia della sua vita fa emergere una persona molto più complessa.
Jonni è nato il 4 gennaio 1929 a Commessaggio, un paese di poco più di mille anime nella fascia Oglio Po.
La casa che ha costruito con le proprie mani a Montecchio Maggiore vicino Vicenza, è nascosta entro un dedalo di viuzze dai nomi altisonanti: Martin Luther King, John e Robert Kennedy, appena fuori dalla trafficata via principale.
Riposo e pace, ecco ciò che ricerca oggi Jonni, mentre stempera nella tranquillità di una visita piacevole i tanti ricordi di una vita che lo ha visto spesso in primo piano.

Giovanni, da dove vuole iniziare a raccontare la sua esperienza di vita?
“Dalla mia gioventù. Sono cresciuto durante il fascismo, ma ero troppo giovane nel 1944 per poter dare un senso reale a quanto stava succedendo. E quella domenica pomeriggio mi trovai in mezzo ad una retata delle brigate nere alla ricerca di “sbandati”. Stavo per scappare, ma mi fermai all’alt e fui portato nella piazza del paese affiancato da due miliziani. Non mi rendevo conto. La piazza si riempì di gente che voleva vedere chi era stato catturato. Ragazzi che facevano il bagno nelle canaline per l’irrigazione dei campi. Mi conoscevano tutti. Anche la mia maestra, la signorina Nelly parlottò con i soldati e l’Aurelio portò un’anguria di 18 chili. L’autocarro partì senza di me. Dei miei compagni non ho più saputo niente.

Qual è stato il suo primo lavoro?
Il meccanico. Mio padre pensava poco alla famiglia che era composta di otto fratelli di cui soltanto uno lavorava e non vedeva di buon occhio il mio interesse per la fisarmonica. Così nel 1944 andai a lavorare da Nicola a Squarzanella. Cinque chilometri a piedi, con la borsetta di tela con le fette di polenta, zucchero e un po’ di formaggio. La padrona aggiungeva anche un piatto di minestra.
Avevo anche le tagliole per catturare le talpe di cui vendevo le pelli a 10 centesimi l’una. Ho riparato biciclette e macchine agricole e durante la trebbiatura facevo la stagione per fare ma manutenzione ai trattori. Appena potevo andavo dal mio maestro Arturo Magnan che mi dava lezioni di musica nel suo casotto da pescatore vicino a san Matteo delle Chiaviche. Avevo una vecchia fisa a dodici tasti. Fu durante quel periodo mentre forgiavo dei ferri di cavallo che gli alleati anglo-americani bombardarono i ponti sul Po creando danni, spavento e panico. Ma la fisa io l’avevo nascosta sotto il banco di lavoro. Dopo due anni senza mance, ma forse Nicola pagava mio papà in cantina, lasciai il lavoro del fabbro e rimasi a casa facendo lavoretti qua e là.

E la musica? Mi parli della musica.
Il Ciùss, vecchio amico di papà mi aveva regalato un’altra vecchia fisarmonica. Proprio in quel periodo venne a trovarmi il mio padrino, un gentiluomo benestante. Aveva sentito della mia passione per la musica dal maestro Magnan e dell’opposizione di mio padre. Mi domandò quanto costasse una fisarmonica e replicai prontamente: “Trentacinquemilalire” e gli spiegai anche che la settimana precedente ero stato alla fabbrica di Palvareto per informarmi dei prezzi. Mi disse di non preoccuparmi e di ordinare la fisarmonica e tornare poi da lui assieme a mio padre. Mi precipitai ad informare il maestro precisandogli anche la marca: “F.lli Savoia, ottanta bassi laterali e quattro file cantabili in 3° scala cromatica”.  Una sera tardi un certo signor Longoni mi consegnò la fisarmonica e andai poi dal padrino con mio padre. L’indomani andai alla prima lezione. Suonai il valzer “ Speranze perdute”. Ben presto il maestro mi assicurò che non aveva più niente da insegnarmi e così iniziai a prendere lezioni dal maestro Goi che apprezzò le mie qualità e si apprestò a prepararmi per il futuro. Il nuovo metodo per la fisarmonica cromatica consisteva nel suonarla con le cinque dita mentre io la suonavo con quattro. Imparai in fretta. I soldi però scarseggiavano. Dovevo ricorrere al fratello maggiore, alla sorella, alla mamma e così incominciai a suonare in qualche locale e nelle aie, ma la situazione era sempre triste. Niente scarpe e le “sgalmare” di legno erano dure e scomode. I vestiti erano quelli regalati dal padrone e smessi dai fratelli maggiori. Spostamenti a piedi. Vedevo gli amici con le scarpe lucide, i vestiti della loro misura, la bicicletta e qualche soldo per il cinema e l’avvilimento era grande. Fu allora che decisi di cambiare strada.

Cambiare strada, e fare che cosa?
Trascurai la musica e decisi di arruolarmi e feci anche domanda per emigrare in Belgio. La prima risposta arrivò dall’ufficio emigrazione di Mantova distante venticinque chilometri e che raggiunsi con la bicicletta sgangherata di mio padre. Mi chiesero se avessi proprio intenzione di andare e se sapessi che cosa sarei andato a fare. Mi spiegarono che avrei fatto il minatore di carbone da cento a millecinquecento metri sotto terra, tra il caldo e la polvere e il continuo pericolo del gas e delle frane. La paga era di duemila lire al giorno. L’impiegato spiegò tutto per filo e per segno. Molti erano partiti con molte illusioni ed erano tornati subito dopo. Io invece avevo preso la mia decisione anche se all’estero “ il pane ha sette croste”. Adesso bisognava preparare i documenti, il passaporto e quindi la visita medica. Il viaggio era pagato. Durante i preparativi incontrai il mio amico Ermete anche lui in procinto di emigrare in Belgio. Era contenta anche la mamma che così sapeva che erravamo in due dello stesso paese e avremmo potuto aiutarci.

Come fu il distacco dalla famiglia, dal paese?

Mia mamma soffriva enormemente anche perché non ero mai stato fuori casa e non ero mai salito su un treno. Il mio cuore si chiudeva, ma ormai avevo preso la decisione e naturalmente sarei partito soltanto assieme alla fisarmonica. In paese incontrai un ex-minatore che mi sconsigliò di partire elencandomi tutti i pericoli della miniera e facendomi perdere quel poco coraggio che mi era rimasto. Ormai era troppo tardi. Il 15 giugno 1948 era il giorno fissato per la partenza. Cercai di rasserenare la mamma con promesse varie, ma per lei quello era soltanto un lavoro da condannati, pieno di disgrazie. A niente valevano le mie promesse di mandare soldi e scrivere con regolarità. Io invece pensavo che al mio ritorno mi sarei vestito e che in fondo dodici mesi sarebbero passati in fretta.
Avevo messo in valigia una giacca recuperata da un vecchio soprabito, pan biscotto, un salame e altri indumenti e mi ero fabbricato una valigia di legno per la fisarmonica.
Salutai tutta la famiglia riunita e la mia attenzione fu per la mamma che aveva gli occhi gonfi di pianto. “Ste ben mama - le dissi - cercate di stare sempre in buona salute, non state in pena per me che non è il caso”. Uscii da casa accompagnato da mio padre che soffriva in silenzio. Alla fermata dell’autobus c’era Ermete con sua sorella. I nostri pensieri vagavano verso il futuro. Saluti agli amici, al padre che si sforzava invano di sorridere e poi ho visto le ultime case del paese e mi è mancato il respiro, mi sembrava mancare la terra sotto i piedi, di volare. Cercai di farmi coraggio e andare incontro al mio destino.

Racconta il viaggio

Arrivammo a Mantova e lì incontrammo altre venti persone e con loro proseguimmo in treno per Milano. Era il mio primo viaggio in treno che mi allontanava dalla mamma e dalla mia casa. Rimasi incantato dalla grandezza della stazione e dal continuo movimento dei treni. Un caposquadra ci guidò nei sotterranei della stazione centrale dove lasciammo le valigie, ci diedero due coperte e ci sistemarono su letti a castello a tre posti sistemati lungo una galleria buia. E pensai alla famiglia, alla mamma e al mio pajòn (materasso). L’indomani dopo colazione iniziarono le visite mediche molto meticolose e qualcuno fu scartato. Non come quelle che dovrebbero fare agli immigrati di oggi. Il pomeriggio sono uscito per vedere la città, ma mi sentivo stanco e malinconico e così sono andato al cinema a vedere “ Pinocchio”. Il giorno seguente prima di salire in treno ci hanno consegnato alcuni indumenti: un paio di pantaloni, una maglia, un paio di calze, tutta roba militare americana e dei viveri. Sul mio biglietto c’era scritto : Mons Levant. Il viaggio fu abbastanza noioso e soltanto una volta entrati in Belgio notai diverse piramidi nere. Erano i terril, dove si scartava il carbone e ad ognuno di essi corrispondeva una miniera. Arrivammo alla stazione, ma l’interprete ci condusse in un paese vicino dove c’era la miniera: Jemappes. Era il 18 giugno 1948.

Che cosa trovaste all’arrivo in Belgio?

Giunsi infine alla cantina: due capannoni ad arco di lamiera ondulata. Un tradimento. Era una grande baracca semibuia con sei tavoloni ricoperti di lamiera zincata con attorno delle panche di legno sconquassate. Mi diedero in dotazione una tazza d’alluminio e delle posate. IL dormitorio era nell’altro capannone, scuro con i letti a castello a tre piani, senza finestre. Andai a vedere i minatori all’uscita dalle gabbie. Erano come bestie impaurite, neri, fatti di carbone. Ermete ebbe delle esitazioni, ma non ero arrivato fin là senza almeno provare a scendere nei pozzi. Quindi ancora generalità e impronte digitali. Mi fissarono il primo turno per il 21 giugno 1948 dalle sei alle quattordici con Ermete. Molti dei nuovi arrivati piangevano e raccontavano che sotto non si respirava e che la polvere impediva di vedere la lampada. Qualcuno fece le valigie per tornare a casa. Altri raccontarono che ci voleva del fegato per lavorare là in fondo. I resoconti non mi davano coraggio, ma qualcuno mi diede delle speranze e così mi tranquillizzai un po’. La vigilia della mi prima discesa in miniera suonai per gli amici finché un minatore che stava lì da tempo m’invitò a suonare in alcuni locali del paese dove la mia musica fu apprezzata dai tanti emigranti e guadagnai anche dei soldi, ma il pensiero era rivolto alla miniera. Scrissi a casa rassicurando del mio stato.

Come fu il primo giorno in miniera?

Lunedì 21 giugno 1948 mi alzai alle cinque. Caffelatte e pane con Ermete e una borraccina con caffè e un pacchettino di tartine. La miniera distava un chilometro. Mi diedero una medaglia di lamiera con il numero di matricola 488, la lampada e poi indossammo gli abiti da lavoro. La capienza della gabbia dell’ascensore, alta soltanto un metro, era di dieci uomini ed andava ad una velocità di 150 metri il minuto. Si sentivano colpi da tutte le parti e l’acqua pioveva sulle spalle. Scesi a 750 metri e la voce del caposquadra ci guidò al buio. Il casco di cuoio riparava dai tubi, ma bisognava stare attenti alle rotaie dei carrelli. Arrivammo al posto di lavoro dopo mezz’ora. Il capo ordinò ad Ermete e a me di portare dei tronchi di pino lunghi quattro metri ai minatori che stavano armando. Si doveva passare per un cunicolo che conteneva anche i tubi dell’aria compressa e le lamiere per far scivolare il carbone. Ermete s’impaurì, ma io gli risposi che volevo vedere i veri minatori che scavavano il carbone. La pendenza aumentava fino a 40/50 gradi però poco alla volta il calore e la polvere diminuivano fino ad arrivare alla vena o taglia che misurava un metro e venti e costringeva i minatori a lavorare in ginocchio. Cominciai ad andare su e giù con gli assi di pino finchè il Porion mi assegnò al trasporto delle fascine. Tra il sudore e la polvere ero diventato nero e ogni tanto incrociavo qualcuno che piangeva. Sembravamo il negus o imbalsamati di catrame. Il primo giorno nel cunicolo finì con la speranza di cambiare posto. I compagni mi chiesero come fosse andata ed erano sorpresi della mia decisione di rimanere, ma sei di loro si fecero rimpatriare.

Come proseguì il lavoro?

Le fatiche divennero accettabili e alla fine del montaggio anche l’aria era più respirabile. Fu installato il courroie per il trasporto del carbone e speravo di diventarne il motorista, cosa che avvenne in poco tempo. Mansione delicata di controllo con il compito di spalare il carbone in eccesso e di tenere sgombro il passaggio in un ambiente rumoroso, buio, dove era facile addormentarsi e dove infine il blocco del motore avrebbe potuto causare un disastro. I primi soldi furono spediti alla mamma. Il mio gruppo di dieci si ridusse ad Ermete e me. Fui nuovamente contattato per suonare la fisarmonica e i proprietari del locale mi offersero vitto e alloggio. Accettai e per risparmiare l’intera paga del minatore. Spiaceva essersi separato da Ermete, ma in fondo ci si vedeva sempre, anche per lavarsi a vicenda la schiena nelle docce. Durò poco: l’ambiente era rissoso e mi trasferii da alcuni marchigiani sempre allegri. Fu in quel periodo che il padre missionario Gerard mi chiese di partecipare ad una trasmissione per gli emigrati italiani dagli studi di radio Enaut. Lo stesso padre si offrì di farmi avere delle lezioni di musica e di francese, ma preferii quelle di lingua per poter poi capire meglio la musica. Ma mi mancava la mamma e non vedevo l’ora di tornare in Italia. Il lavoro da motorista era sempre ormai stabile, ma l’ansia di ritornare mi toglieva il sonno.

Quando tornasti finalmente in Italia?

Ai primi di luglio del 1949 vendetti la fisa e addirittura facevo e disfacevo le valigie in attesa di partire. Pensai di poter chiedere una licenza, ma secondo gli impiegati non ne avevo ancora diritto. Mi licenziai e partii da Mons con il Transalpino. Biglietto di solo andata. Il mio bagaglio comprendeva gli attrezzi da lavoro: casco di cuoio, maschera per la polvere, occhiali speciali per passare attraverso le gallerie del diametro di 50-60 centimetri piene di schegge di carbone e l’inseparabile lampada. Viaggio notturno con dogana cavillosa a Chiasso. Feci appena in tempo a risalire sul treno attraverso il finestrino aperto. Arrivai a casa il mattino seguente e abbracciai la mamma che nel vedermi scoppiò in lacrime di gioia.

E in Italia?

Non era cambiato niente. Mio padre era sempre alticcio e brontolava sempre contro mia mamma, ma un giorno mi ribellai e lo redarguii con veemenza e da allora cambiò atteggiamento. Con i miei risparmi acquistai una fisarmonica nuova e pagai anche il debito con il signor Carlo. La situazione economica era sempre precaria e decisi di tornare in Belgio.

Dove andasti questa volta?

Partii con la fisarmonica nuova e alla stazione mi accompagnò Cirillo con la sua Topolino C. Da bambino gli avevo fatto da postino con la fidanzata Bruna in cambio di pan biscotto. A Jemappes andai in un’altra cantina e forte dell’esperienza ottenni subito lavoro. Il compito stavolta era quello di spostare in avanti i tubi dell’aria compressa, le tole di lamiera per far scivolare in basso il carbone e la taglia era sempre di 50-60 centimetri. Compagno russo stavolta. Sciù, scia, piega, gira. Nostalgia della mamma, del paese, della famiglia sempre a 700 metri sotto terra. Turno 14-22 prima e poi 6-14 con la possibilità di entrare nella squadra aggiustatori alle dipendenze di Maurice Dieu grande appassionato di musica classica e operistica. Tornai quindi al turno 14-22 come responsabile del funzionamento dei motori, pompe idrauliche, in genere di tutta la miniera. Entrai in un gruppo di fisarmoniche che si esibiva nelle fiere e suonavo anche nei caffè. Gli impegni della vita quotidiana mi tennero così lontano dal conservatorio e questo fu forse un grande errore. Dalle ferie di luglio del 1949 a quelle del 1950 ho lavorato per 38 domeniche ovvero 38 settimane senza interruzione. La domenica soltanto sei ore pagate il doppio, anche se da solo in fondo alla miniera a sorvegliare le pompe. Per dare un’idea dei pericoli, un giorno, per andare alla taglia n. 19 nord a 705 metri con il mio aiutante Alberty dovemmo passare per un cunicolo provvisorio di 50 centimetri lungo una ventina di metri che si doveva attraversare in fretta per paura dei crolli. Ci legammo al piede la borsa degli utensili che pesava una decina di chili. Entrati nel passaggio il volume del corpo impediva all’aria di passare e la pressione aumentava e fummo costretti a tornare indietro e indossare occhiali speciali, ginocchiere, guanti e fasce ai gomiti per avanzare strisciando come lucertole. Ci volle mezz’ora per arrivare alla fine del cunicolo dove la galleria era normale, anche se l’aria era sempre irrespirabile. Installammo quindi il nastro trasportatore. Il buco sotto i colpi di piccone dei minatori divenne infine un’altra galleria.

E la musica?

Nella miniera Gosson 3 incontrai molti connazionali soprattutto veneti. Qualcuno riusciva anche a cantare mentre ingabbiati come sardine scendevamo alla quota di 960 metri per iniziare il nostro turno. A lampada spenta per risparmiare la batteria venivano inghiottiti dal buio. E molte volte echeggiava la voce del trevigiano di “Musica proibita del Gastaldon” ovvero “Vorrei baciare i tuoi capelli”. Alla fine della corsa la galleria principale si diramava e ognuno seguiva il proprio sentiero lungo anche un chilometro per arrivare al posto di lavoro. Scavare carbone misto a pietra, acqua, nel caldo soffocante, in mezzo alla polvere che nascondeva anche la propria lampada. E restarci sei-sette ore.

Giovanni, era davvero terribile?

Era il martirio che per molti fu la morte e per tutti malattie d’ogni genere. L’Italia che per merito nostro ha ricevuto migliaia di tonnellate di carbone gratuito, al ritorno ci ha trattato da turisti. Poco prima di Natale la miniera si è allagata e così il mio lavoro per installare pompe e tubature è aumentato e per giorni abbiamo lottato per ripristinare gli impianti in mezzo all’acqua fredda.

Ma tu suonavi sempre ?

A Carnevale suonai al teatro Majestic e ballai con diverse ragazze mascherate che però al momento di togliersela mi delusero grandemente. Continuai comunque a ballare finché fui attratto da una ragazza bionda italiana che accettò il mio invito e mi fece i complimenti per come avevo suonato la fisa raccontandomi poi del suo amore per la musica e il ballo. Andai a trovarla a casa e conobbi la sua famiglia, ma la nostra amicizia durò poco. La mia testa vagava. Decisi di cambiare vita e di vedere un po’ il mondo. Feci domanda per arruolarmi nella legione straniera, ma inaspettatamente, mentre aspettavo il giorno della partenza per la Francia arrivò in cantina un nuovo operaio che si era presentato come Pasqualon che mi raccontò di essere un legionario fuggito dall’Algeria. e che mi impressionò con i suoi racconti di case bruciate, uccisioni di civili, vita disumana nel deserto e pericolo continuo. Bruciai tutti i documenti e continuai la mia vita di aggiustatore che mi faceva comunque sentire più importante degli altri.

Giovanni, siamo nel 1950, vero?

Sì, andai ad abitare come pensionante da Alex nel luglio del 1950. In luglio tornammo insieme in Italia per le ferie e visitammo Roma e anche Venezia. Andai anche a Parma a visitare mia sorella che era entrata in un convento dove era sottoposta a servire le altre suore in quanto povera e senza corredo. Ero felice della sua scelta, ma c’era il problema della mamma sola a casa e lei promise che avrebbe cercato il modo di tornare a casa. Appena rimesso piede in Belgio ricevetti una lettera in cui mi comunicava il suo rientro in famiglia. Avevo sentito parlare delle moderne miniere vicino Liegi e così trovai un nuovo lavoro e un nuovo alloggio. Era una miniera molto piccola e antica dove i carrelli erano ancora trainati dai cavalli, che si trovava ad Ougre. Era profonda soltanto 220 metri, le gallerie erano piccole e basse, c’era molto vento e faceva freddo. Era una taglia sola a drizzante vale a dire verticale. La prima volta che scesi andai in fondo alla galleria dove c’era la taglia, sentii il fruscio molto forte dell’aria, ma non la vidi. Dopo un attimo mi accorsi che veniva da sotto i piedi e capii che la taglia era un po’ inclinata e si andava su e giù come le scimmie sugli alberi. La cosa mi fece impressione per non dire paura.

Siamo nel 1951, ormai?

In quella miniera facevo il turno di notte. Una sera mentre andavo in miniera sentii un lamento femminile. Mi avvicinai ad una finestra e vidi una donna che piangeva un minatore morto disteso su un tavolo. Rabbrividii e tornai subito a casa pieno di malinconia. Non dormii pensando al mio destino di minatore. Il giorno seguente inforcai la bicicletta per andare in un paese vicino dove c’era una miniera importante più moderna, la Gosson III a Tilleur. Fui subito assunto come aggiustatore.
Il primo giorno scesi in gabbia con il capo, Henri. Discesa fino a 960 metri, ma la galleria era larga almeno 15 e alta 5 e la luce era come quella di giorno. In ascensore si poteva stare in piedi in 12 per piano distribuiti su 4 livelli. Ispezionai le macchine più importanti. La taglia era normale, sempre bassa con la solita polvere dappertutto e il solito pericolo di frane ma sembrava migliore delle altre.
Reparto docce molto pulito, con l’armadietto. Fui presentato ai dirigenti della miniera che dopo varie domande sulla mia esperienza di lavoro mi confermarono l’assunzione. Presi servizio il giorno seguente alle 6. Dopo i primi giorni d’ambientamento mi lasciarono agire da solo e dopo il turno mi chiamavano sempre informarli di quanto avevo fatto e anche dei suggerimenti che molte volte accolsero. Il mio francese era migliorato notevolmente. Mi facevano lavorare anche in altri pozzi quando c’erano nuove installazioni da fare o nuovi motori da montare. Fu qui che conobbi Primo un italiano di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza.

Siamo nel 1952?

Acquistai una moto usata, FN 350. Una domenica pomeriggio decisi di andare a ballare all’Eden di Liegi dove volevo incontrare una ragazza che lavorava nell’ufficio della miniera. Non c’era, ma notai una biondina che stava assieme ad altre persone e la invitai a ballare il valzer delle candele. Facemmo subito amicizia e così incominciai a frequentarla. Andavo a prenderla con la moto e la accompagnavo al lavoro a Mons. Dopo un breve periodo le chiesi di sposarmi e la madre si schernì per non avere abbastanza dote per la figlia, ma io guadagnavo bene e potevo affrontare le spese delle nozze. Affittai un appartamento, lo arredai e glielo feci vedere. Finalmente arrivarono i documenti dall’Italia e le nozze furono fissate per l’undici ottobre 1952. Vestiti, bomboniere, anelli, pranzo, invitati. Proprio padre Gerard ci unì in matrimonio. Dopo la cerimonia ci ritrovammo in una quindicina di persone a festeggiare in un ristorante con un pranzo alla vicentina, dove non mancava neanche il pollo alla volavia. La malinconia venne dopo quando suonai la fisa e mi ritrovai senza familiari il giorno più bello della mia vita, lontano. Nostalgia attenuata soltanto guardando mia moglie negli occhi.
Io che amavo mia moglie che mi amava per quello che ero non per quello che avevo. Partimmo da Mons per Liegi. Quello fu il nostro viaggio di nozze. Felice storia d’amore più di quella tra Alberto e Paola di Liegi. Ripresi il lavoro. Per gli obblighi assicurativi dovetti togliere e malincuore la vera nuziale e poco dopo accettai la posizione di sorvegliante capo aggiustatore. Sopite le invidie dei compagni, la vita ricominciò normalmente. A luglio del 1953 tornai in Italia a luglio e visitai anche Montecchio Maggiore. Ad ottobre diventai padre di Luciano Sergio. Ai primi del 1954 i suoceri decisero il rientro a Montecchio Maggiore offrendoci la possibilità di allargare la casa. Mandai dei soldi per la costruzione e nel 1955 tornammo definitivamente in Italia. I nostri averi furono spediti su un vagone ferroviario che avevo prenotato e diviso con un minatore di Piove di Sacco.

Come fu il tuo rientro?

Cominciai a cercare lavoro, ma appresi di dover prestare servizio militare ragion per cui preferii tornare in Belgio. Cantina a Tilleur. Periodo molto difficile a causa della lontananza dalla famiglia e anche con infortuni vari. Fui colpito alla testa e passai due settimane in ospedale. Mi ripresi, ma qualche tempo dopo durante un turno normale di lavoro udii un boato fortissimo. Simile ad uno scoppio. Invitai i compagni a risalire. La certezza di un disastro fu confermata dall’arrivo di un minatore polacco seminudo senza lampada e impaurito che annunciava una fuga di grisou alla taglia n6. Quattro morti, due subito e due dopo pochi giorni d’ospedale. L’avevo scampata per un soffio.
Fu così che nel 1956 decisi di abbandonare il lavoro di minatore e di andare a lavorare in fabbrica.
La direzione della miniera insistette perché restassi e così finii a fare l’attrezzista aggiustatore alla maison Beer. Ovviamente la paga era inferiore. Accettai una trasferta nella fabbrica Cockeil Ougree dove il guadagno era maggiore, ma il lavoro pericoloso malsano come in miniera. Una domenica incontrai per caso l’ingegner Leclerc che avevo conosciuto alla miniera Gosson che mi offrì un posto da aggiustatore.
 

Giovanni, ma cos’era in realtà la miniera?

Un giorno mia moglie e mio figlio vennero ad aspettarmi all’uscita per farmi una sorpresa, ma quando mi avvicinai non mi riconobbero. Luciano riconobbe la voce, ma si aggrappò al collo della mamma. Fu un momento triste. Lo facevo per migliorare la qualità della vita della famiglia e per costruirmi una casa in Italia, ma la cosa pesava sempre di più. Nel 1957 acquistai una Topolino. Non serviva la patente, bastavano bollo e assicurazione. Imparai guidare da solo tra le paure della moglie e del figlio, la puzza per il freno a mano tirato e lo spegnimento inatteso del motore mentre stavo per ripartire dopo una sosta ad un passaggio a livello con una lunga ed impaziente coda dietro.
Peggio delle fatiche del giro del mondo. Ci divertivamo con poco. La domenica seguente facemmo una gita in compagnia con l’amico Bruno: lui e la moglie davanti in Lambretta e noi dietro in Topolino. Bruno faceva il bullo e finì in un fosso pieno d’ortiche e una curva presa larga gli costò pure una multa. Io invece feci retromarcia per sbaglio e ammaccai la coda della pulce della strada com’era chiamata in Belgio.

E la salute come andava?

Nel 1959 avvertii i primi mal di schiena e di silicosi. Mi ingessarono per tre mesi dalla cervicale alla sacrale e la silicosi fu diagnosticata al 2° grado, al 3° sarei diventato invalido al 100%. Dopo varie visite mi fu confermata la pensione di invalidità. Nel medesimo periodo mio padre era paralizzato e curato dalla mamma. Di questo scrisse anche Famiglia Cristiana. Mio figlio stava per cominciare la scuola. Il lavoro in miniera languiva dopo la vicenda di Marcinelle e molti italiani se ne andavano. Proprio prima di ripartire per l’Italia mi chiamarono per un’ulteriore visita e mi dichiararono abile la lavoro normale della miniera. Partii lo stesso convinto di poter risolvere i miei problemi in Italia. Mio padre morì poco dopo forse felice di vedermi definitivamente a casa.

Come fu il ritorno in patria?

Mi stabilii nella mia casa di Montecchio e trovai subito un’occupazione regolare come cantoniere, ma dopo pochi giorni visto che non mi reggevo in piedi mi accompagnarono in ospedale dove una lunga visita svelò la causa dei miei mali: la miniera. Così mi ingessarono per 90 giorni. Lunghe sedute terapeutiche e infine la domanda d’invalidità. Un corsetto di stecche e cuoio e un breve lavoro da falegname a Valdagno. Mi accorsi di avere costruito la casa in un posto sbagliato, la vendetti e ne costruii una in paese con l’aiuto di amici dove mi trasferii l’11 novembre 1960. ben presto fui invitato dai “Giovani alla ribalta” di Montecchio a far parte del loro gruppo e ad esibirci nei paesi vicini. Facevo fatica a reggere la fisa, ma i ragazzi mi aiutavano. Adesso facevo il carrozziere e anche senza qualifica insegnavo musica. La pensione d’invalidità mi fu negata. Uscii dal gruppo e per tre quattro anni ho fatto diversi lavori leggeri: falegname, benzinaio, carrozziere, meccanico, anche rappresentante e sempre con il rispetto degli altri. Non tralasciai l’occasione di acquistare un bar gelateria in paese che prometteva bene, ma proprio all’inizio scivolai in fabbrica su un truciolo metallico che mi tranciò il tendine d’Achille e per questo fui ingessato per 40 giorni. La moglie al banco ed io in giro a portare il latte a domicilio con due sporte sulla bicicletta. Il tutto era troppo rischioso e mi comprai una Bianchina furgoncino e facevo il giro con il figlio. Sembrava tutto a posto e lasciai sia il lavoro sia l’insegnamento della musica. Imparai a fare il gelato che vendevo con successo dappertutto a 800 lire al Kg. Installai una tettoia a spese del fornitore di gelato confezionato capace di oltre cento posti a sedere e misi pure un juke-box. Un trionfo. Aumentai anche il prezzo delle bibite e dei gelati. Grande affare. E la passione per la musica mi portò a promuovere dei complessi di musica moderna che si alternavano a suonare ogni domenica. Il pubblico votava i migliori e l’Algida offriva la coppa finale. Feci la medesima cosa con il fornitore di bibite. Domeniche sempre affollate con la polizia locale a dirigere il traffico e con gli altri esercizi ammutoliti. Questa attività mi permise di pagare sia i debiti della casa sia dell’acquisto del bar.

Bella idea la tua.

Certamente. Nel 1965 nacque Nadia e fui immensamente felice. La mamma però non poteva più occuparsi completamente del bar e le cose cambiarono. Alzarsi tutti i giorni alle cinque fino a sera tardi e senza un giorno di tregua e facendo anche la raccolta del latte dei contadini, che misuravo e immettevo nei bidoni da 50 litri per la centrale mi debilitò. A malincuore vendetti il bar ed emigrai di nuovo. Questa volta in Germania. Avevo già quarant’anni e una famiglia a carico. Questa volta fu tutto diverso, soprattutto la separazione da Nadia. Era il 1970. Partii in treno senza fisarmonica. Destinazione Monaco e con l’interprete poi fino alla ditta Eicher e Forstern di Erding. Tutto sembrava ben organizzato e molto diverso dalla semi-prigionia del Belgio di 21 anni prima. L’alloggio era in un albergo con due altri compagni. Avrei lavorato nel reparto montaggio motori con addirittura un camice bianco. Il lavoro consisteva nel montaggio di motori da sei cilindri, 5990 c.c. che venivano poi subito collaudati nel reparto vicino.
Ne andavo davvero fiero. Il mio caporeparto si chiamava Josef. Comunicavano in francese e con pazienza mi rendeva funzionale nel nuovo paese. La lontananza dalla famiglia mi premeva sempre di più e quale sorpresa ebbi quella domenica mattina quando da un taxi vidi scendere mia moglie. Gioia indescrivibile. A poco più di un chilometro dalla fabbrica affittai un appartamento quasi in campagna. Avevo girato la fabbrica e il paese in lungo e in largo e previsto anche un lavoro per mio figlio e alla fine avevo convinto mia moglie a tornare con i figli. Tornai in Italia, ma a causa di una malattia della moglie dovetti tornare da solo in Germania per non perdere il lavoro. E questa volta ripartii in macchina, stipata di frigorifero, lenzuola, coperte e masserizie varie. Al confine i soliti controlli di polizia e anche scatolette di conserva rotolate qua e là per far ridere tutti. Persa la strada e lunghe peregrinazioni per arrivare finalmente a destinazione. Il lavoro progredì bene, ma nel mio intimo sentivo sempre più la mancanza dei miei. E così andrai a prenderli. L’appartamento piacque e i padroni di casa, Fritz e Margaret, che era ceca e che familiarizzarono subito con i nuovi venuti, pazienti e gentili. Luciano cominciò a lavorare in fabbrica e a farsi apprezzare. Ben presto chiedemmo insieme di fare più ore di straordinario e in cambio ricevevamo buoni benzina.

Come proseguì la tua permanenza?

Nel 1970 mi ammalai e il medico mi diagnosticò oltre all’influenza, le ossa piene di artrosi, reumatismi e dopo una visita ortopedica si accorse anche della silicosi. Feci delle sedute di massaggi subacquei all’ospedale di Erding. Il tempo passava e si avvicinava per Nadia il tempo di iscriversi alle scuole elementari. Luciano era nato in Belgio, cominciato le classi in francese e poi le difficoltà d’integrazione in Italia. Così per evitarle problemi decisi di ritornare in patria.
Nel 1972 presentai di nuovo la documentazione per ricevere la pensione d’invalidità e il medesimo mese d’ottobre Nadia iniziò le elementari mentre Luciano ed io trovammo subito lavoro.

Che lavoro facevi?

Lavoravo in officina con frequenti assenze per malattia e nel frattempo ripresi ad insegnare musica e mi accorsi con gioia che Nadia sembrava esserne interessata. Imparò in fretta soprattutto il solfeggio e anche per lei la fisarmonica divenne uno strumento inseparabile.

Parlaci dei Santa Fè.

Beh, un giorno fui avvicinato da un collega che suonava il basso elettrico in un’orchestrina di 5 elementi e mi invitò a far parte del gruppo. Fu una bella esperienza . Il nostro cavallo di battaglia era “La Violetta” di Verdi. Anche Nadia ebbe il suo successo suonando nel complesso quando aveva 8 anni la canzone “Piange il telefono” di Domenico Modugno.
Nel frattempo mi arrivò la conferma della pensione d’invalidità e per alleviare il mal di schiena avevo inventato un “supporto universale per fisarmonica” che brevettai, misi in commercio e scambiai con fisarmoniche di Stradella e Castelfidardo per i miei allievi. Poi la burocrazia m’impedì di produrle e così assemblai a casa condensatori e pompe per la mia officina, in nero per arrotondare la pensione. Misi in regola mia moglie al mio posto per evitare la sospensione della pensione che qualche anno dopo mi avrebbero comunque tolto. E così per quattro anni sono rimasto senza pensione in attesa di quella di vecchiaia e con la fortuna dei risparmia guadagnati all’estero.

Continuavi sempre con la musica?

Adesso arrangiavo musiche per i miei allievi che si esibivano in un insieme di 20/25 fisarmoniche e che ebbero un grande successo regionale. Il gruppo si chiamava la “Fisarmorchestra”. Nadia ormai tredicenne frequentò la scuola Cedolina a Vicenza e si diplomò in teoria e solfeggio ala conservatorio di Verona proseguendo poi al sua strada col pianoforte. Memorabili i nostri duetti che tanto piacevano la pubblico. La musica era sempre con me finché un incidente stradale mi costrinse ad abbandonare tutto.
E allora eccomi qua, 4 gennaio 2007, proprio il giorno del mio compleanno a vivere la mia terza età godendomi i miei momenti di ozio che mi permettono di ripercorrere con al mente i ricordi lieti e tristi che hanno riempito la mia vita.

Giovanni grazie di tutto, ma ti sei mai chiesto com’eri finito in Belgio e come questa vicenda abbia influenzato tutta la tua vita?

Adesso lo so bene. Ho impiegato un po’ di tempo a mettere insieme i pezzi. L’esodo degli italiani verso il nord Europa cominciò nel 1946 in seguito all’accordo Italia-Belgio che prevedeva l’invio di migliaia d’italiani nelle miniere. L’accordo venne chiamato “uomo-carbone” garantiva alle miniere belghe braccia italiane e garantiva all’Italia proprio il carbone estratto con fatica e dolore dagli emigrati. Emigrati che dovevano avere al massimo 35 anni, essere in buona salute e infilarsi nell’oscurità delle miniere con pala, piccozza, casco e lampada per almeno un anno. A fronte dell’invio di migliaia di minatori nei cinque bacini carboniferi del Belgio, l’Italia avrebbe ricevuto 200 chili di carbone per minatore al giorno.
Circa 140.000 italiani varcarono i confini per andare in Belgio portando con sé 17.000 donne e 29.000 bambini. La crescita della produzione di carbone che raggiunse anche 6/7 milioni di tonnellate l’anno contribuì al lo sviluppo dell’industri metallurgica, siderurgica e vetraria locale.
Poi ci fu la tragedia di Martinelle, un disastro che costò la vita a 136 nostri connazionali.
Ecco che cosa è successo ad un ragazzo di Commessaggio che a 19 anni ha voluto cercare la sua strada, con la sua inseparabile fisa.

intervista a cura di
Ernesto R. Milani Copyright
Citazioni e pubblicazioni previa autorizzazione dell’autore
 Ernesto.milani@gmail.com

1999-2007
All rights reserved
 
 liberatiarts© Mantova Italy