RIDIAMO CON MERLIN COCAI
Accademia Folenghiana di Mantova tel 0376 322303
Testo e disegni di Romano Marradi -copyrigth-
via Certosini 3 Mantova

 

ll tema da affrontare, per la cattura di Baldo, scatena la fantasia del Folengo che si serve più che mai del dialetto della sua Cipada per esprimere le fasi strabilianti delle varie azioni complicate: e noi possiamo constatare quanto siano particolarmente usate le forme verbali per rafforzare gli eventi incalzanti. Tanto per anticipare il fatto, il nostro Baldo caporione viene catturato proditoriamente e serrato in catene nella cella più fonda di un torrazzo nella Mantova di Gaglioffo. Era stato attirato in città, per volere del Senato, nientemeno che per assumere il comando supremo dell’Armata intera a difesa dalle orde dei Lanzichenecchi. Così si era escogitato il piano infido: gli assicuravano che le schiere degli invasori, già scese giù da Trento, avevano superato il Monte Baldo ed attraversato il Lago di Garda occupando tutte le terre intorno a Salò; Malerba non aveva contrastato dalla rocca l’avanzata distesa, Sirmione se ne stava quatta quatta, né Desenzano né Rivoltella avevano sparato un sol colpo, e neppure s’era mossa Peschiera, “del nostro Mincio mantovano madre”; così Lonato era stato distrutto alla base e la Rocca di Solferino, che aveva cercato di contrastare quella marea di grassatori, fu messa a ferro e fuoco;
ché par sto fat Solfrin al vegn ciamà,
---------per tal motivo detto Solferino,
parchè cme solfar propria l’è brusà.
-----------ché come zolfo appunto era bruciato.
Anche Cavriana era rimasta a guardare, mentre soltanto Volta aveva escogitata una manovra perfetta per calmare la furia degli assalitori: mandò incontro a quegli Alemanni trenta botti piene di vernaccia, le quali sortirono l’effetto di ubriacarli a dovere. Certo il nostro “pancificone” buon gustaio non poteva pensarne una migliore per celebrare quel vino eccellente. Ma ormai quelle orde si trovavano nei pressi di Goito e si temeva il loro assalto su Mantova: per questo necessitava la valentia di Baldo, per organizzare una valida difesa e un’offensiva strepitosa.
 


Baldo brancà

E Baldo, se pur contrariato da Cingar prudente, andò a Mantova volontariamente da solo per vedere il da farsi. Ma là, acquattati sotto i volti e negli androni e dietro le colonne, un’infinità di sbirri e cittadini aitanti gli si serrarono addosso quando egli ebbe montato gli innumeri scalini del Palazzone: né gli furono bastanti gli atti di valore eccezionali dell’eroe di Cipada, sia con la spada che a pugni e anche a pedate: avvinto da cento lacci fu ridotto all’impotenza e portato di peso nella priqione più buia della Torre Grande. E Cocai conclude, contrariato: a noi non resta che richiamare la Musa ispiratrice per un pasto ristoratore: ché solo dopo un meritato riposo ci sarà il seguito della storia, in cui esploderà al massimo l’arte del dire nel passare con effetto mirabile dalla tragicità ad una comicità

impensabile. Perché in questo sta l’abilità del Folengo. Intanto compiaciamoci di ritrovare nel testo maccheronizzato i nostri termini dialettali ancor oggi in voga, dopo più di quattro secoli: "trabucchet", da trabücar, capitombolare, come capita a Baldo che cade nell’imbroglio; "parecchiant", da parciar, cioè preparare l’azione militare:
"brusant", da brüsar, il bruciare dei fuochi dei saccheggi;
"quacchiant", da quaciar, star coperti, come Sirmione in difesa;
"sbraiatur", da sbraiar, il gridare degli assalitori;
"smergolantes", da smergolar, è il muggire dei belligeranti;
"rosegat", da rosgar, è Baldo che si rode per la rabbia;
"biassans", da biasar, è lo sbavare di Baldo concitato;
"smaccavit", da smacar, ammaccare, per Baldo che spiaccica gli avversari.
Soltanto Cingar era rimasto astutamente a Cipada, apparentemente come sotenitore di Tognasso Console a favore di Zambello, ma in verità per poterne combinare di grosse a vantaggio di Baldo. Dopo la cattura del marito, la povera moglie Berta fu cacciata coi figli dalla casa di Zambello, con addosso solo un sottanino: però rimase sotto la sorveglianza di Cingar che l’aiutava a stareal mondo
e parchè mai in s’na scragna föra dl’üs
la gh'es mia da restar
-sicome s’usa
da far par guadagnar -con la so’ roba,
la
so’ botega verta a tüte i ore
perché lei non dovesse fin restare
seduta fuor dell’uscio per guadagno,
siccome s’usa con la merce sua,
tenendo aperta in mostra la bottega.

:Come si vede, il Folengo Abate non aveva peli sulla lingua per dire il cotto e il crudo: e noi gli siamo benevoli perché nel suo umorismo ci fa notare un certo senso di disapprovazione. Comunque un bel giorno, quand’era stanca per gli stenti, la brava Berta galoppò con un batacchio in mano alla volta della casa di Zambello:
ché la volea piciaragh tante pache
------------------------voleva dargli tante bastonate
cme dure e fise i picia i contadin
---------------------------sì quante e dure menano i villani
in d’al tosar la paia dal forment.
-----------------------------per separare il grano dalla paglia.
Ma Zambello non c’era; c’era però sua moglie Lena intenta a filare la canapa la quale, avendo intuito da lontano le intenzioni della falsa cognata, uscì veloce di casa per affrontarla. Le fasi della lotta sono descritte con arguzia dal Folengo, compiaciuto dalla scena: lanci di pietre e corse e rincorse, capelli svolazzanti e persin faville al vento, perché la buona Lena aveva infuocato sulle braci lo stame che stava filando e si era data a inseguire la Berta atterrita.

L'eclissi di Berta

E fin qui niente di straordinario; ma è naturale che il poeta accentui il suo umorismo per l’occasione di una baruffa tra donne: ed ecco che ci presenta l’infortunio successo alla pur agilissima Berta nel saltare una siepe di pruni:

In d'al saltar par volar via da 'd là,
con la sotana in quei la s’è intrigada
e con le cose in sü l’è là restada
ché col quaderan vert infina 'I sol
le l’ha oscürà, ché fin contra natüra
-
la lüna so’ marì l’ha süperà
-
ché mentre salta per volar di là
in quelli con la gonna s’è impigliata
e con le cosce in su s’e ritrovata:
ché col quaderno aperto ella ha oscurato
persino il sole,in quanto ha superato
la luna il suo consorte, fuor dal vero
 
E di tale contrattempo approfitta subito la Lena svelta, che tenta di appoggiare a quell’eclissi la sua rocca in fiamme: immaginiamo la scena, poiché la sfortunata Berta, per evitare una tal tremenda scottatura, si affretta, inviperita, prima a spegnere quel falò sfavillante con la “seconda bocca”, scherza il poeta, e poi si scaglia sull’assalitrice a morsi e unghiate. Alla fine accorre gente per separare le contendenti già ridotte come galline spennate, ed il vecchio decano Zambone riesce a fatica a ristabilire la pace, sia pure un po’ cagnesca. A tanto baccano non poteva mancare lo stesso Tognasso il Barba il quale, da sapientone, commenta l’accaduto infilzando una sequenza di maldicenze cervellotiche contro le donne in generale e sulle mogli in particolare: con tanto astio che arriva persino, nella foga del discorso, a formulare questo crudo consiglio:
O sfortünà marì, povrin e mat
Pütost lasè a le volp in d’al poler
le vostre galinone, e ai tanti lof
le
pegore, o le quaie a le poiane,
ben mei che mia prestar a la moier

na scianta 'd fede, mai ! Na femna sola
e 'd par le sola, 'l mond la pöl disfar
tant
ben la sa tramar di imbroi imbroià.
Mariti sfortunati, e pazzi e grami,
portate i polli ai covi delle volpi,
le pecore dai lupi ed i quagliotti
davanti ai falchi, che prestar piuttosto
un briciolo di fede, proprio mai,
a vostra moglie. Una donnetta sola,
e sol da sola, il mondo può disfare
ché tanto ben sa rimestare frodi.
E’ frequente ritrovare nel testo folenghiano simili accenni satirici: certo che questa volta sono salaci davvero. Ed è facile immaginare che , per rinvigorire l’effetto di tali vicissitudini acerbe, fosse proprio indispensabile che il poeta ricorresse ad espressioni dialettali mantovane, come si può ben notare:
"sochin", da soch, cioè il gonnellino di Berta;
"galone", da galon, il fianco da cui la Lena si toglie la rocca da infiammare;
"stangonem", da stangon, il grosso palo nodoso nelle mani della Berta assalitrice;
"maturlan", proprio matürlan, termine intraducibile riferito a Zambello balordo;
"canellam", proprio la canela, il matterello afferrato dalla Lena;
"azzaffare", da sanfar, per afferrare, come nel detto varda ch’a santi la canela , ossia guarda
-che afferro il matterello, come dicevano le madri irate contro i figlioli cattivi;
"drovare", da droar, vale a dire adoperare, ciò che fa la Berta col batacchio;
"boffante", da bofar, il soffiare forte, come fa la Berta dalla “seconda bocca”;
"coppam", ossia la copa, il collo di Berta inseguita;
"gatiavit", derivato da ingatiar, per indicare l’im pigliarsi della gonna nei pruni;
"brovantem", participio dal verbo broar, riferito allo scottare del fuoco dello stame agitato dalla Lena contro la Berta. Ma c’è proprio da credere che tutto torni tranquillo come prima? No di certo, se ci si rammenta dell’astuzia di Cingar: il quale riuscirà persino a demolire la fama di Tognasso Console con un imbroglio architettato con accortezza eccezionale, ridicolizzandolo in modo clamoroso al cospetto di tutti i cipadensi.

 

-precedente----continua..

Mantovaninelmondo©1999