RIDIAMO CON MERLIN COCAI
Testo e disegni di Romano Marradi -copyrigth-
via Certosini 3 Mantova
Accademia Folenghiana di Mantova tel 0376 322303

Picolin ma tracagnot 
E’ questa una espressione dialettale prettamente mantovana, con un termine malamente traducibile in lingua italiana perché può avere un senso molto esteso, a seconda dei casi: come robusto, massiccio, nerboruto, aitante, gagliardo, poderoso, vigoroso, resistente, duro. Il che è proprio adatto al nostro Baldino: poiché dire che cresceva sano e robusto sarebbe un’espressione banale, se non si annotasse subito che a sei anni ne dimostrava dodici suonati e già vinceva i giovanottelli più grandi in esercizi di destrezza e in lotte a sassate: il poeta riporta anche col canel, “canellum” in maccheronico, una lunga canna lacustre, oppure col tracagn, un bastone nodoso da cui è derivata l’espressione suddetta. Intanto Berto Panada aveva sposato una certa Dina che gli dà un figlio a cui viene messo nome Zambello: cresce così un ragazzone tondo come una zucca di cui è impastato il suo cervello; per cui si può proprio pensare che da un tale personaggio sia originato l’epiteto dialettale mantovano al mat Zambel, ancor oggi molto noto. Così Baldo e Zambello vengono allevati insieme da Baldovina Principessa dopo la morte improvvisa della povera madre Dina, ma tra i due c’è un abisso di personalità : Baldino comanda e Zambello subisce. Anche alla madre Baldino non ubbidisce, la quale lo vuoi mandare a scuola per sottrarlo all’umiliazione d’andar par vache e cavre in d’al loghin, d ’andar per vacche e capre nel loghino.  Ma Baldo ha ben altro per la testa: ogni giorno marinava la scuola e andava in città, a Mantova, da dove tornava alla sera con le tasche piene di soldini guadagnati in gare sempre vittoriose. Ma sì, talvolta era carico di bernoccoloni e la madre lo rimproverava, ma la risposta del figlio era decisa:
"Ma vöt ch’am lasa dir , 
ribat Baldin,
dal lasaron, dal mül, 
fin dal bastard,"
o, quel ch’l’è pegio, 
fiöl d’na gran pütana?
Vöt che sì pers al vaga 
‘I mom ad casa?"
Ma vuoi che dir mi lasci ,
lui ribatte,
del bastardone, 
sguattero e anche mulo,
o, quel che è peggio,
figlio di puttana?
Sì perso il nome vuoi
di casa nostra?

--Bravade da far inlochir

E così gliene capita una grossa davvero, nel giorno della Festa dal mai, il primo maggio a Mantova con grande mercato. E Cocai ne approfitta per descrivere la sfilata dei carri addobbati con molte mercanzie trascinati nelle vie e nelle piazze dove non mancano molte ragazze venute dalle campagne con le ceste piene di uova freschissime.
As ved girar na mota ‘d pütlotele   -------------Un'onda di ragazze, coi capelli
coi bras cargà da siste piene d’öf 
  ------------intesti di ghirlande,van portando
e, coi cavei sfrocià da tanti fior,   
------------- -in giro con le ceste l’uova fresche
le sbraia par smerciar la roba soa.
 -----------gridando per smerciar la roba sua.

Anche da questa descrizione è nato di certo il detto, vecchio di secoli, giüstar i öf in dal sistel, sia pure attualmente generalizzato con un significato più ampio, che non sia solo quello dell’attenzione perché non si rompessero nel trasporto; lo si dice alludendo ad un’azione delicata, a una mansione difficoltosa, a un affare complicato.
Ma tornando a Baldino a Mantova per la Festa dal mai, dopo molte vittorie deve difendersi da alcuni giovani invidiosi che lo assaltano a tradimento; e deve difendersi a sassate, tanto preciso nei tiri che colpisce al capo proprio uno dei più ragguardevoli.

Lanciagnocco sbudellato

 

Per cui scappa verso la sua Cipada, ma viene raggiunto da un cortigiano zelante, un certo Lanciagnocco, che vorrebbe catturarlo; andava gridando:
Ciapè cal lasaron, 
ch’al scapa mia...
branchè cal toch ad forca
ch’l’ha spacà
la testa al Cont Zanors, 
mia tant temp fa
.
Prendete quel marrano, 
chè non scappi..
pigliate il forcaiolo
che la testa
ha rotto poco fa 
a Zanors il Conte
E Baldino sfodera il suo pugnaletto affilato e riesce a stenderlo forandogli il ventre. E ha voglia sua madre, la Principessa Baldovina, di contrastare alla sua esuberanza pericolosa: il nostro monello le tiene fronte con decisione :
Chè Baldo ‘gh dis: 
“Ma vöt che mi soporta
fin tüti i tort da chi magnon,
i ofese,
disgrasie tante? 
Sontia n’asan, forse,
ch’al mostra la so’ schena
ai pù slandron,
parchè i m’la grata 
fort con dle legnade?
Par dle parole 
mi ma scaldi mia...
e lasa chi sa scalda i ciacolon;

ma i fat i è n'altra roba: 
mai n’ongiada,
mi gnanca na sciafina sofrirò:
dal dir al far a gh’è par mes al mar.
Ti lasa andar s’i bagola e i sbadacia;
mi 'm cüri mia dle bale, e mai paura
mi gh’ho di can ch’i sbraia a vöd lòntan.
Ma i onge ch’i sia tegna via logade
e gnint ch’is riscia a far pù che sbraiar:
col sol sbraiade mai la pel l’è rota.
Ché Baldo le risponde:
“Ma tu vuoi ch’io i torti 
mi sopporti, mille e mille,
e le pur offese e le
disgrazie tante?
Son forse un ciuco,
da mostrar la schiena
a dei gaglioffi, 
da grattar
coi legni ?
Di ciance vane 
io non ho molta stima:
chè parlino i ciarloni,
ma non mai tollererò
una sola botta lieve e non sarò
da punta d'unghia offeso;
dal dire al fare c'è di mezzo il mare.
Che blateri la gente chiaccherona;
di ciance non mi curo, ne ho timore
dei cani che da lungi abbain forte.
ma tengano per sè le grinfie, e solo
con vanterie s'azzardino a gridare:
la pelle mai a parole vien forata
Per la qual cosa alla madre non resta che replicare con una sentenza adeguata, che lei stima inconfutabile:
Ma caro ‘l me pütlet, se’t mia ‘l proverbi ?
Al pes pü gros ai magna ‘I picolin.
Ma caro figlio, non conosci il detto
che il pesce grosso mangia il piccolino
A cui l'accorto Baldino, certamente saggio oltre la sua età, torna a replicare con convinzione:
Ognun ai gh’ha ‘I so’ dì par mörar giüst :
e gh’è mia mai ripar in da sta vita.
Ché n’as pöl mia resistar al destin.
Po conta quel star chi a tirars al col,
e ‘d par noaltar, s’lè fisada sà
par tüti i om dla tera l’ora soa.
E continua, sicuro e spavaldo:
Perchè ‘d sicür ai diol l’è po mai
acsita tanto brüt come i ia fa.
Ognuno ha il proprio giorno per morire:
e non c’e mai riparo in questa vita,
ché non si può resistere al destino.
E cosa serve mai tirarsi il collo,
e sol per noi, se è già fissata ormai
per tutti sulla terra l’ora sua.

Perché di certo il diavolo non è
poi tanto brutto come lo si fa
.
Sembrerebbe quasi il preludio a un finale patetico se non ci fosse il seguito amaro dell’arrivo degli sbirri accorsi alle grida di Lanciagnocco morente: la disperata Baldovina non regge allo strazio e muore di dolore alla vista del figlio avvinto con trecento soghe, dato che anche ad uno di quelli ha forato l’inguine e pure ad un altro ha mozzato il braccio mancino. Così è tanto il putiferio in casa di Berto Panada, in quel momento assente, da attirare l’attenzione di Sordello, Senatore di Mantova: tornava da una sua tenuta alla Mottella, per cui, vista la straordinaria forza di quel ragazzino che sapeva difendersi anche con parole assennate, Io porta via con sè al suo Castello di Goito, per istruirlo, poichè era rimasto orfanello in una misera dimora. A questo punto della storia ci vien fatto di constatare che il poeta ci ha presentato subito Baldo nella sua spiccata personalità, in modo da farci annusare in aniticipo ciò che egli arriverà a combinare in seguito da eroe eccezionale. Perchè la sua arte maccheronesca è concepita per far ridere, e perciò bisogna che ce ne spiattelli di cotte e di crude:

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