RIDIAMO CON MERLIN COCAI
Accademia Folenghiana di Mantova tel 0376 322303
Testo e disegni di Romano Marradi -copyright-
via Certosini 3 Mantova

Capita raramente che nell’evolversi di un complesso di fatti l’autore tralasci di evidenziare il protagonista principale perché l’efficienza della rappresentazione proprio con ciò si concretizza, nel tener concentrata la mente del lettore sulla centralità delle sequenze. Invece il fantasioso Cocai eccelle in modo inconsueto anche nell’aver saputo creare un personaggio minore tale da imporsi alla nostra attenzione in maniera solida, pur senza essere il vero artefice degli eventi: infatti è Zambello, minorato di mente, che ci affascina ancor più dello scaltro Cingar ideatore di ogni azione perversa. Ed è tanto viva la figura di Zambello da porsi al centro della nostra attenzione accorata, proprio perchè quel pover’uomo è costantemente succube dell’acredine dei compaesani maligni, ad opera dei quali subirà il suo definitivo annientamento. E cominciamo col primo episodio in cui avremo modo di ammirare Cocai nel dimostrarci la forza del suo dialetto di Cipada. Siamo al secondo tiro losco di Cingar che covava sempre un astio formidabile contro Zambello, causa prima della disgrazia di Baldo imprigionato: tanto che pensa di colpire l’avversato citrullo anche nell’unico bene che gli restava, la vacca prosperosa ereditata dal padre Berto Panada, chiamata :

Chiarina

....L’era questa
la pü formosa 'd tüte chialtre vache
ché n’altra mia püsè da celebrar

gh’è sta in dal mond inter, parchè a Cipada
mia poche formaiele l’agh forniva,
che calderon da lat la ricavava
i gioran tüti d’ogni setimana
...Ché era questa:
di tutte l’altre vacche la più bella,
ché un’altra mai da celebrar di più
ci fu nel mondo intero, ché a Cipada
non poche forme dava di formaggio,
che calderon di latte ricavava
i giorni tutti d’ogni settimana.

Cingar o Sadoch ?

E cosa ti combina quel mestatore? Saputo che Zambello si sarebbe recato a Mantova appunto per vendere la sua Chiarina, per decisione della moglie Lena all’estremo del bisogno, Cingar pensò di intromettersi come acquirente ma presentandosi sotto il falso aspetto di Sadoch, un noto affarista di città, al fine di mandare ad effetto un imbroglio colossale e far perdere a quell’uomo incauto l’incasso della vendita. Ché in tale losco affare si trova anche avvantaggiato dalla richiesta di pagamento voluta dalla Lena: la quale, non fidandosi assolutamente del marito citrullo, gli aveva ordinato di chiedere soltanto qualcosina in acconto puché gli si firmasse una carta comprovante il contratto stipulato per il pagamento intero, ché poi sarebbe passata lei a riscuotere la differenza il sabato. Fu dunque facile per Cingar consegnare a Zambello quanto da lui richiesto per ordine della Lena:
" S’at vö comprar Chiarina, mi t’la vendi:
fasema 'n bel contrat: voi mia, pr’ades.
tirar chi tüti I besi, ma in credensa
qualcosa sol ch’a t’am darè; ti fam,
però, con le to’ man na ricevüda,
ché sabat po’ gnarà a tirar al sald
la Lena, che la carta l’at darà
che pegn dla vaca avema scritürà.
"Se vuoi comprar Chiarina, te la vendo:
facciamo un bell’affar: non voglio adesso,
tirar qui tutti i soldi ma, in credenza,
qualcosa soI che mi vuoi dare; fammi
però, una ricevuta di tua mano,
ché sabato verrà ~ tirare il saldo
la Lena che la carta ti darà
che a pegno della vacca abbiamo redatto.
E Cingar si premurò di accontentare Zambello alla lettera della onesta richiesta: da un falegname
acquistò una piccola credenza, vi accartocciò dentro qualcosina - in verità.. soltanto tre pescetti di lago - e caricò il tutto sulle spalle di quello scimunito che si avviò verso la sua Cipada tutto felice; e lo era davvero contento, quel povero sciocco, anche se gravato dal peso non lieve della credenza in acconto, proprio per la ricevuta del contratto che teneva stretta tra le dita callose, dove quel finto Sadoch così si era espresso:
Zambel, sà fiöl 'd Panada Berto, 'I vend,
a cl'om ciamà Sadoch, la vaca soa,
e 'l gh’impromet da daragh, sabat dopo,
ben ot fiorin dal Reno: a testimoni
Catoi, Bergnaca, Mengo e 'I pret Giaron;
e in fede scrivi chi 'l me nom, Sadoch.
Zambello, di Panada Berto, vende
la vacca sua all’uom Sadoch chiamato,
e giura dargli, sabato venturo,
fiorini otto del Reno: e testimoni
Catoi, Bergnaca, Mengo e prete Sasso;
e in fede scrivo il nome mio, Sadoch.
Come si intuisce bene, lo scritto fu artefatto con con cordanze sintattiche sbagliate in modo da far risultare proprio Zambello debitore della somma pattuita all’affarista Sadoch. Fu dunque un buon affare per Cingar che ovviamente vendette, e in questo caso sul serio,al vero Sadoch la bella bestia grassa e ne ricavò un cospicuo guadagno, ben meritato, pensava convinto. Il che non fu così per Zambello: perché la Lena capì subito il senso dello scritto, rendendosi ben conto che quel suo brav’uomo aveva perso la vacca e il denaro, e per giunta senza ricordarsi nemmeno chi fosse l’astuto acquirente: e prese a legnate il marito. Ma anche questa volta non mancò l’astuto Cingar, sempre presente al momento giusto, di proteggere Zambello dalle legnate della moglie, proponendo una buona soluzione: sarebbero andati insieme a recuperare la malvenduta Chiarina. E così infatti avvenne, poiché dal vero Sadoch Cingar ottenne la restituzione della bestia mostrando in giro, a tutti i soliti creduloni maligni, la firma sul contratto truffaldino: per cui, a scanso di possibili gravi conseguenze, quel poveraccio credette opportuno lasciar correre il tutto e pagare lo scotto. E Zambello, finalmente soddisfatto, si incamminò verso casa fischiettando e pungolando la sua vacca riavuta. Ma la storia della vacca Chiarina non finisce qui: perché in quello stesso giorno il suo padrone, scemo come non mai prima, resterà vittima di una nuova truffa strabiliante: e per caso non da parte di Cingar, come vedremo, ma di due frati sfratati. Il che ci dimostrerà che Cocai vuole proprio farci capire l’ottusità della povera gente del suo tempo. Abbiamo visto Cingar e Zambello in città a Mantova per ricuperare la vacca Chiarina malamente venduta, ma è bene che si faccia attenzione anche al lungo giro voluto da Cingar per giungere al ghetto, allo scopo di evitare che quel citrullo interessato potesse subodorare l’imbroglio della vendita reale da lui combinata a proprio vantaggio, ammesso che ci arrivasse data la sua dappocaggine congenita. Noi, pronipoti di Cocai, possiamo invece pensare che il vero scopo del nostro poeta sia stato quello di celebrare la sua Mantova d’allora, ricordandone i monumenti e i luoghi più caratteristici: poiché di certo si era accorto che la sua città diletta la stava trattando male davvero con le figure di Gaglioffo Podestà e dei suoi loschi Consiglieri arraffoni. E sentiamo cosa ci tramanda.
Al Singar al tapina e in dl'ingarboi
al cor dle strade, e 'l na misüra sent;
po' vers Sant’Agata l'indrisa i pas
e 'l pasa l’Ospedal, po' 'l Santüari
da San Lionard, che lì 'l s'intanabüsa
in tanti vicoi stret. Po' dopo 'l sfrasa
i mür dle Sör ad Santa Carità
e dopo ancora quei da San Francesco,
la Cesa d’Ognisant; par Breda 'd Mes
al völ andar fin dentar in San March.
Csì va in San Sebastian, po' 'l pasa avanti
in na qual certa part con tanta fanga
ch'i ciama aposta Cantarana; e in fin
a Porta là 'd Tiresia i riva insiem,
ch'la dis Ceres la plebe, quela grosa.
Sò par la Fera i riva fin da Smorbia;
pr'al Pont Arlot i pasa via anca i Fra
dal Carmine: ch'i ha fat on gran bel gir.
Va forte Cingar e nel grande imbroglio
s'immette delle vie, e ne conta cento:
poi drizza per Sant’Agata i suoi passi,
sorpassa l’ospedale e il Santuario
di San Leonardo, ché di lì s’immette
in tanti vicoletti. Poi rasenta
i muri della Santa Carità
e dopo quelli ancor di San Francesco,
la Chiesa d’Ognissanti: e vuole andare
fin a San Marco per la Via di Mezzo.
A San Sebastian giunge e passa avanti
in una certa zona tutta fango
che è detta apposta Cantarana; e in fine
là a Porta di Tiresia insieme arrivan,
che la plebaglia dice di Cerese.
Giù per la Fiera arrivano da Smorbia;
per Ponte Arlot sorpassano anche i Frati
del Carmine, ché han fatto un gran bel giro.

Ora, ad integrazione, è bene accennare che oggi restano ancora integri la Chiesa di San Leonardo, il Tempio di San Francesco e la Chiesa di Ognissanti, e sono ancor vivi i nomi di via Breda di Mezzo, di via Cantarana, della Fiera e di Porta Cerese.

 

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