RIDIAMO
CON MERLIN COCAI
Testo e disegni di Romano
Marradi -copyrigth-
Scriveremo
delle vicende, molte e strabilianti davvero, del Baldo,
eroicomico:
tanto valente che lo stesso autore ce lo presenta così:
"Poichè, a
sentirne solo il nome fiero
e conoscendo la sua fama altera ,
la Terra trema e per l'immensa fifa
l'inferno pure se la caga addosso...
Ch'i è propria robe
'd pensargh a sora, diciamocelo
subito nel nostro dialetto mantovano: cioè sono cose da ben
meditare , se vogliamo tener viva la nostra Mantova moderna
confrontandola con la loquela dei nostri trisavoli antichi.
Anche perchè è un caso straordinario che un tale confronto tra
il linguaggio del passato con la dizione schietta del giorno
d'oggi sia favorito dall'opera poetica di quel celeberrimo poeta
Teofilo Folengo vissuto cinque secoli fa e nato a Cipada, la
piccola borgata, ancora così chiamata , al di là del Lago di
Sotto di fronte a Pietole, la famosa Andes patria del sommo
Virgilio al tempo delle glorie di Roma.
Poichè il poeta cipadense, da "mantovano schietto", si
compiacque veramente di servirsi del "suo dialetto" per
farci intendere i costumi del popolo d'allora i pensieri
effervescenti e gli avvenimenti "piuchefantastici" dei
quali costello i suoi scritti satirici.
Sì, perchè quelle terminologie nostrane gli risultarono di
certo ineguagliabili, per la loro forza espressiva.
Che poi la conferma della sua " mantovanità" profonda
Teofilo Folengo ce l'ha stigmatizzata in anteprima con
l'ideazione del suo pseudonimo curioso: Merlin Cocai, quasi a
confermare il suo piacere a una degustazione particolare anche di
vini pregiati, se proprio quel "cocai"
significa appunto tappo della bottiglia,
in dialetto mantovano.
Così la nostra città turrita , forte
nel mezzo del pantano, come Dante l'ha
contraddistinta avendone intuita la padronanza dei costumi e
determinata dalle parole che Merlin Cocai utilizzò quasi per una
beffa vicendevole con l'antica lingua latina.
E come fantasioso era un tal nome significativo, così pure
risulta strabiliante davvero l'idea di mettersi a cantare
satiricamente la storia di un certo Baldo, un eroe immaginario
che il poeta brioso volle far nascere proprio in una grandiosa
città, la sua Cipada natia .
Perciò d'ora innanzi, di pagina in pagina potrete seguire
l'evolversi delle avventure piacevolissime da cui ricavare la
bellezza della parlata mantovana.
E per quest'oggi diamo corso al ricordo ..d'on bon
odor ad cosina nostrana.
Per sviluppre una tale fantasia occorreva al nostro Cocai
l'aiuto di ben altre dive più scaltre di quelle mitologiche del
dio Apollo. E perciò egli inventò le nuove muse
grassae ninfhaesquae colantes, cioè le Müse
grase e le ninfe sbrodolone
del suo nuovo Olimpo,presentato con una nuova terminologia
maccheronizzata dell'antica lingua latina ; e le ideò tali
affinchè fossero pronte a servirlo con manicaretti speciali,
dato che stavano su un monte fortunato intende a preparare senza
sosta ricette favolose di cucina : per la qual cosa egli si
compiace di riferircele proprio coi termini dialettali del suo
tempo: "gnoccos" per i gnoch, "fritolas"
per le fritele, "foiadis" per
le foiade, "lasagnis" per le
lasagne, "menestram" per al
minestron; né manca poi di indicarci gli ingredienti
più importanti dell'arte culinaria nostrana: "botiri"
per al boter e "formaium "
per al formai cioè burro e
formaggio.percui ci assicura di tutto ciò:
Credete a me... lo giuro...e una bugia
non posso dir per tutto l'oro al mondo:
di là profondi fiumi di buon brodo
al basso si riversano, colmando
un lago di minestre e un mar di sugo;
si scorgono girare mille chiatte
di pastafrolla, e barche e pur vascelli
da cui le Muse gettan lacci e reti
a maglie di salsicce, con busecche
cucite di vitello, ripescando
frittelle, gnocchi e grosse tomacelle.
E' subito
evidente che il tutto si sviluppa presso le acque dei laghi di
Mantova, dove quelle Muse cuciniere"rigolant", dal
gergo dialettale rigolar, cioè fanno
rotolare gli gnocchi giù per le pendici di una montagna di
formaggio, che prima "tridant gratarolibus usque
foratis", vale a dire le trida con
grataröle ben sbüsade, ossia tritano con grattuge
di latta ben bucate, usate nei tempi andati tanto che quelli
diventano grossi come na ca', come una
casa.
La mantovanità dell'arte maccheronica di Teofilo Folengo ci
viene confermata proprio dall'autore stesso con l'assicurarci che
quando racconta glielo stanno squadernando le sue Müse
predilette, Gosa, Stria, Pedrala e
Togna, Comina e Mafelina ed
ancora Lipa e Bertuccia ;
e si esprime con grande entusiasmo, perchè la trama viene
estratta niente meno che dagli annali della Città di Cipada :
ché è questa la fonte prima da cui l'autore ricava i
riferimenti dialettali mantovani che sostengono il suo testo
maccheronico.
E noi ce ne compiaciamo particolarmente nel seguire il racconto
grandioso di
Baldovina principesa..e 'l meco soo.
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