Alcuni pensieri, nati dalla
condizione del "sentirsi fuori" che è poi l'avventura del vivere...
Da lontano, per condividerli con chi appartiene al mio mondo, quello che ho
momentaneamente lasciato, quello che ho trovato strada facendo...
L'esilio dell'Anima
di Marta Carrer
Che cos’è l’essere straniero se non l’aver
perduto il centro, che cos’è l’essere straniero se non l’abitare costantemente
una periferia che si vuole abbandonare, non per vergogna dell’origine ma per
necessità di fondare qualcosa di stabile, un luogo che permetta di lasciare nel
passato il ricordo dell’incertezza.
Essere straniero è essere gettati alla deriva e costretti a un errare continuo
in cui il valore dell’identità e dell’appartenenza sono sempre messi in gioco.
Siamo tutti figli di Adamo, dice Octavio Paz. Figli di quel primo esiliato.
Come sarebbe la nostra esistenza quotidiana se prendessimo coscienza che questo
permanere, in ultima istanza, non è altro che una definizione immaginaria, in
che modo guarderemmo il mondo se per un istante accettassimo di pensarci quello
che siamo, figli di stranieri ?
Non abitanti del centro ma continui "caminantes" di una infinita
periferia al cui centro arriveremo mai? Il mondo, senza dubbio, sarebbe
visto in un altro modo.
Ogni emigrazione è sinonimo di frattura, di rottura, di miseria.
La lingua tedesca conserva questo significato nella parola auslander, straniero,
nella cui radice vi è la parola elend, miseria. Miseria nell’emigrazione,
miseria dalla quale si fugge.
Essere stranieri è portare con sé questa dimensione, lì ovunque si vada. E
questo al di là del successo o del fallimento del movimento che implica l’andare
da una terra all’altra. Che si trovi a New York o a Buenos Aires, a Londra o a
Caracas, a Madrid o a Roma, che viva in palazzi o alle intemperie, l’immigrante
porta con sé lo stigma del non appartenere pienamente a quel paesaggio. Un
esilio, volontario o forzato, che lo vede ospite in una terra che non conserva
le sue radici, che non racconta l’alba della sua esistenza. Un sentimento chiuso
nella valigia dell’emigrazione che è una storia, mille storie, ognuna con i suoi
colori, con i suoi dolori, con le sue vittorie, con le sue sconfitte.
Ma in questa condizione di “esilio dell’anima” vi è la meravigliosa avventura
dell’apertura al mondo, dell’uscire dal luogo protetto per imbarcarsi verso
nuovi lidi. Una sfida, fatta di rischi, di pericoli ma anche di grandi
possibilità e opportunità.
Ci sono barche che non lasciano il porto, altre navigano nei paraggi, altre
ancora intraprendono viaggi di lunga durata, a volte, viaggi di sola andata. Ma
la barca, di per sé, non è stata fatta per rimanere nel porto, la barca è fatta
per navigare.
Ad ogni uomo il suo destino, ad ogni uomo il suo viaggio. E se la vita è questo
andare, non dovremmo dimenticarci mai questa condizione di straniero che ci
portiamo dentro perché oggi, più che mai, si sta convertendo nel destino del
mondo.
Noi, gli altri: stranieri, in questa terra che fa da palcoscenico al nostro
continuo errare.
Marta Carrer
Mantovaninelmondo©99-2005
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