L’Addio
di: Daniela Raimondi

La decisione di emigrare fu presa nel novembre del 1951, quando il Po ruppe gli argini ed inondó il Polesine. Il fiume aveva abbattuto i fragili argini che erano crollati timidamente come castelli di sabbia sotto un vomito immenso d’acqua e di fango. Una volta libera, la valanga d’acqua si era precipitata su interi paesi profanando la quiete della notte col suo ruggito spaventoso. Aveva distrutto villaggi e ucciso intere famiglie che non avevano nemmeno avuto il tempo di abbracciarsi o di raccomandarsi a Dio, ma avevano incontrato la morte con un sussulto di spavento e meraviglia che ricordava piú la fine di un sogno che un tragico addio alla vita. L’onda gigantesca aveva travolto tutto quello che aveva trovato al suo passaggio: aveva invaso strade, case e piazze. Aveva coperto gli infiniti campi della Pianura Padana addormentati nelle nebbie dell’autunno. Aveva sradicato con furia impazzita alberi vecchi di secoli, scoperchiato case coloniche, distrutto stalle e fienili, ucciso bestie e cristiani senza un attimo di esitazione o pietá. Nei giorni successivi alla tragedia i corpi delle vittime risalivano a galla in un mare di acqua e di fango; alcuni avevano gli occhi ancora spalancati e l’espressione terrorizzata della pazzia che precede la morte. Salme di bambini nei loro pigiamini a fiori fluttuavano silenziose assieme ai corpi gonfi delle vacche e dei maiali giá in via di decomposizione. Uomini e animali galleggiavano adesso in un cimitero d’acqua densa e grigiastra fra mobili e suppellettili domestiche che, come croci in un cimitero, marcavano la fine di una vita che fino a poche ore prima aveva pulsato con forza ed allegria in quel mondo ormai sterile ed irriconoscibile.La casa dove vivevamo era addossata all’argine del fiume, ma sulla sponda del Mantovano. Fu mia madre la prima a sapere che il destino ci aveva risparmiati. Ascoltó incredula la radio che annunciava la disgrazia e trattenne il respiro. Si sentí invadere di colpo da una gioia indicibile per il semplice fatto di essere ancora viva, ma si vergognó quasi per la propria felicitá e col fiato sospeso si fermó paralizzata nel centro della cucina, mentre una voce impersonale e lontana rivelava la dimensione della tragedia che aveva sconvolto il mondo solo a poche decine di chilometri dalla nostra casa.I giorni che avevano preceduto la catastrofe erano stati caratterizzati da una frenetica attivitá di tutta la famiglia. C’era stato un continuo via vai di mobili e cianfrusaglie che venivano portati in salvo ai piani superiori della casa, per paura di un’ alluvione. Mio padre e mia madre tenevano costantemente la radio accesa ed il Gazzettino Padano dava allarmanti notizie sul livello sempre piú alto delle acque del Po. Tutti si preparavano per il peggio. Come travolti da una febbre, i miei genitori correvano su e giú dalle scale trasportando in salvo alle camere da letto ed al solaio, tavoli, sedie, biciclette, scatoloni pieni di piatti, calendari, caffettiere, colini, grattugge, sacchetti di farina e di riso. La credenza si riveló troppo ingombrante e fu impossibile caricarla su per le strette scale di legno. Dopo infinite discussioni fu legata come un salame con delle funi e finí per essere sollevata verso la salvezza addossata al muro esterno della facciata della casa, con gli uomini che la tiravano su dalle finestre dei piani superiori. Io stavo in cortile e guardavo col naso per aria e la bocca spalancata il vecchio mobile che si arrampicava torpemente, dondolando un poco incerto contro il muro di mattoni rossi. Fu cosí che la vecchia credenza rimase sospesa per quasi due settimane alla facciata del secondo piano. Anche lei sembrava aspettare la catastrofe, coperta da un grande telo di plastica verde e legata ad un’infinitá di corde multicolori.All’epoca avevo sei anni e, circondata da tutta quella confusione, non sapevo bene dove andare. Sembrava fossi di troppo qualsiasi cosa facessi, o in qualsiasi angolo mi mettessi, cosí finivo per passare i lunghi pomeriggi giocando con le bambole nel cortile. Di tanto in tanto vedevo mia madre apparire sulla soglia della cucina. Era tutta rossa in viso, con le calze di lana grige arrotolate attorno alle caviglie ed i capelli le svolazzavano ribelli da tutte le parti. Mio padre lavorava con gli altri uomini del paese e riempiva sacchi di sabbia che addossavano uno sopra l’altro nei punti piú vulnerabili dell’argine, ma che si sarebbero rivelati completamente inutili nel caso di un’alluvione. Quando il peggio fu passato e fu chiaro che la sorte ci aveva risparmiati, mia madre pregó per i morti e pianse per quelli vivi lasciati nel lutto e nella disperazione. La credenza fu fatta scendere al piano terra e riprese il suo solito posto nella grande cucina che ricominció a riempirsi a poco a poco di mobili e cianfrusaglie. Mia madre si preparava a vivere di nuovo nella normalitá, ma mio padre sembrava un’altro. Girava e rigirava fra le camere della casa, borbottando frasi incomprensibili, imprecando o scuotendo la testa in segno di sconfitta. Poi un mezzogiorno, seduto a tavola per il pranzo, posó con puntiglio la forchetta sul tavolo, guardó mia madre con due occhi pieni di risoluzione e disse aspro: "Carmen, prepara tutto perché noi di qui ce ne andiamo. Sono stufo di questa miseria, della nebbia che dura sei mesi d’inverno e delle estati passate con l’angoscia di una tempestata che rovini il raccolto. Sono stufo di questa maledetta terra, di questo maledetto fiume che prima o poi ci sotterrerá a tutti. Oggi scrivo a Decimo: che ci trovi una camera in affitto, perché prima di Natale noi si parte, e per sempre."Partirono invece a marzo, ma fu davvero per sempre. Io facevo la prima elementare e decisero di farmi stare con nonna Maria fino alla fine dell’anno scolastico. Mio padre e mia madre lasciarono invece il paese un mattino soleggiato e freddo, che giá non era inverno, ma ancora non era primavera.Il camion era fermo davanti alla porta d’entrata. I mobili erano giá stati caricati ed ora si stavano riempiendo gli spazi vuoti con scatoloni pieni di biancheria e pentole. Mia madre non voleva saperne di andare via. Si immaginava il piccolo paese della Svizzera che ci aspettava come un angolo sperduto dall’altra parte del mondo, pieno di facce sconosciute ed ostili, dove nessuno parlava l’italiano - figuriamoci poi il dialetto; dove non avrebbero capito il suo modo di essere, di vivere, di sentire. Aveva cercato di dissuadere mio padre da quel folle intento di emigrare, ma si era arresa davanti al suo cocciuto mutismo. Lui aveva deciso, e non c’era più niente da fare. Aveva cosí impacchettato la sua dote e tutto il suo mondo fra lacrime di stizza e sconforto, ed ora si sentiva impotente e disperata davanti a quel camion che inghiottiva uno ad uno pezzi della sua vita e pigiava negli angoli tutte le care memorie del suo passato, per portarli a quel paese che nella sua fantasia giá paragonava all’inferno. Si mise a piangere, trattenendo a malapena l’urlo di dolore che sentiva salirle dallo stomaco e che le usci invece attraverso i denti stretti e le mascelle contratte come un sibilo altissimo e incolore che spaventò l’autista. Poi, come impazzita, si gettò nel camion ed iniziò a scaricare freneticamente tutti i pacchi che il marito aveva appena sistemati. Mio padre caricava, e lei tirava giù di nuovo, con ostinazione, in una tragica battaglia che rasentava il ridicolo. Il povero autista assisteva inerte, senza sapere bene se ridere o intervenire per fermare quella scena assurda. Mia madre continuava a scaricare pacchi, ostinata, ignara delle imprecazioni di rabbia che lui le dirigeva. Continuava imperterrita e gridava:"Io lassù non ci vengo!!! Io in fabbrica non ci vado!!! Voglio morire qui, dove sono nata, tirando su bietole!!! Perché, che c’é di male a tirar su bietole? Ho i miei morti qui vicino. E mia madre? Dimmi Giulio, ci pensi tu a mia madre? E chi va a portarle i fiori se me ne vado? Chi va a pulirle la tomba a mia madre?"A queste parole la rabbia di mio padre sembrò placarsi. Le si avvicinò, l’abbracciò e le sussurrò piano qualcosa nell’orecchio che io non riuscii ad afferrare. Vidi mia madre singhiozzare, ma ormai l’impeto di ribellione l’aveva abbandonata. Lui la prese sotto il braccio e lei lo seguí docilmente verso l’orto dietro la casa. Rimasi per qualche minuto sola con l’autista. Li sentivo discutere in lontananza mentre me ne stavo seduta su uno sgabello, abbracciata alla mia bambola. Fissavo il camionista che con una mano fumava nervosamente una sigaretta e con l’altra si grattava la testa, preoccupato per quel ritardo. Ci furono pochi attimi di silenzio, poi i miei genitori tornarono. Mia madre era adesso calma, ma il viso era ancora cupo, segnato dalla sconfitta. Non c’era piú rabbia nei suoi occhi, ma rassegnazione. In meno di un’ora tutto era pronto e il camionista si congedó dai miei genitori. Lo zio Decimo lo aspettava al nuovo indirizzo in Svizzera. La mattina seguente mio padre e mia madre mi accompagnarono dalla nonna con la valigia dei miei vestiti, mezza vuota. Mia madre mi bació, raccomandandosi affinché facessi la brava e mi comportassi bene con la nonna. Ripeteva che presto sarebbe venuta a prendermi e mi avrebbe portato una bambola grande con i capelli biondi, tutta nuova. Mi baciarono e se ne andarono con passo incerto verso la vespa, cercando di nascondere la commozione. Eravamo sullo stradone dell’argine, io stavo zitta zitta e stringevo la mano alla nonna. Li guardammo partire sulla vespa mentre sollevavano una nuvola di polvere sulla strada bianca e ghiaiosa."Torniamo presto, Norma. Ti giuro che torniamo prestissimo. Fai la brava, fai la bravaaaa……!!"urlava mia madre seduta di traverso sul sedile posteriore della vespa, allacciata alla vita di mio padre. La ricordo come fosse adesso: indossava un impermeabile grigio ed aveva un foulard leggero a fiori rosa allacciato sotto il mento, che le incorniciava i ricci della permanente ed il viso pallido. Era il mio foulard preferito, con cui avevo giocato tante volte avvolgendoci dentro le mie bambole. Com’era bella la mia mamma! Il rossetto appena messo risplendeva nel sole pallido di quel mattino con la stessa tonalitá della seta leggera che le volava intorno al viso. Se ne andava peró, lasciandomi dietro su quello stradone. Diceva che sarebbe venuta a prendermi, ma io non sapevo se crederle. Si allontanava dalla mia vita mandandomi baci con la mano: li schioccava fragorosamente con le dita sulle labbra e li faceva volare nella mia direzione, ma sembrava che si perdessero nell’aria confondendosi con il polverone della strada, senza che potessero raggiungermi. I suoi baci mi tradivano, come mi tradiva lei, come mi tradiva mio padre. Li guardavo sparire all’orizzonte, e pensavo sarebbe stato per sempre. Rimasi immobile sulla strada ormai silenziosa. Respiravo tristezza. La nonna cercava di rassicurarmi ma io rimanevo muta, senza sapere se avrei potuto continuare a vivere. Non piansi peró, nemmeno una lacrima. "Quella sera mangiai la zuppa, poi riempii coscienziosa due pagine del mio quaderno con le lettere dell’alfabeto e per finire mi misi il pigiama. Inginocchiata accanto al letto recitai con la nonna l’Angelo Custode, come tutte le sere. Alla parola "Amen", la nonna proseguí la preghiera:"e proteggi Signore tutti i miei cari, la mia mamma e il mio papá, e fá che trovino presto un lavoro e una casa con una cameretta tutta per me".Mi guardó con fare interrogativo, aspettandosi che ripetessi quelle parole dopo di lei. Invece io mi nascosi sotto le coperte, con la scusa che avevo troppo sonno e girai la faccia verso il muro. Lei non insistette. Sentii il suo sguardo su di me: uno sguardo pesante, carico di tristezza. Mi bació sui capelli e se ne andó, chiudendo la porta dietro di sé. Il buio invase brutalmente la stanza: mi entró fino al cuore. Mi sentii precipitare di colpo in una spaventosa vertigine di solitudine. Sprofondavo in un abisso di silenzio che mi si stringeva addosso soffocandomi il respiro e che non aveva fine. Sentii freddo, ma non sulla pelle. Lo sentivo nascere da dentro, dalle ossa. Ero sola, immensamente sola. Mi raggomitolai nelle lenzuola e abbracciai le mie ginocchia facendomi piú piccola. Sentii gli occhi riempirsi di lacrime ma le cacciai indietro con cocciutaggine, quasi con sfida. Il mattino seguente mi svegliai di botto, sbarrando gli occhi sul soffitto. Dopo pochi secondi la realtá degli eventi mi colpí forte come un pugno nello stomaco. Sentii la pioggia battere ostinata sui vetri della finestra, sulla ghiaia della strada, sul mondo intero. Chiusi gli occhi, cercando di aggrapparmi di nuovo al sogno che avevo appena abbandonato. "Mamma…." sussurrai piano, quasi con vergogna. La pioggia continuava a cadere con un tichettio eterno e malinconico: pensai sarebbe continuata per sempre.

Mantovani nel Mondo
Daniela Raimondi Copyright ©1999

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