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Premio Giacomo Matteotti 2008 a Luigi Rossi giornalista e storico dei Mantovani nel Mondo Il
Premio Giacomo Matteotti, giunto alla quarta edizione, anche quest'anno
ha premiato opere che mettono in luce gli i Il Premio, istituito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM 4 marzo 2005, n. 72), è suddiviso in varie sezioni: saggistica, opere letterarie e teatrali, tesi di laurea. Inoltre, con la legge 255 del 2004, il Parlamento italiano ha avviato concrete iniziative per valorizzare l'eredità culturale di Giacomo Matteotti e per mantenerne vivi gli ideali e le idee. Un Premio che si stacca nettamente dalla galassia degli altri premi letterari italiani. I premi per il 2008 sono stati consegnati dal Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Mauro Masi.
I premiati sono: «Questo romanzo, perché di romanzo si tratta per la cura della scrittura, per la forte empatia dell'autore con i molti personaggi che vi si mostrano, per la complessità delle vicende narrate, è nato da una folta documentazione. Ed è la storia, una delle tante, ma esemplare e coinvolgente, dell'emigrazione italiana in America. Vi sono colti i diversi linguaggi, quelli contadini e quelli operai dell'inizio del nostro Novecento, e soprattutto vi sono raccontate le difficili e amare verità di una moltitudine di poveri che affrontano privazioni insopportabili ed estremi pericoli in vista di un'esistenza più degna di essere vissuta».
Luigi Rossi, da anni collaboratore dell'Associazione Mantovani nel
Mondo, storico della presenza italiana nel mondo e scrittore, ha
scelto quali personaggi per le sue opere gli emigrati italiani. Con
'Monongah!' ha raccontato la comunità di minatori italiani,
lo sradicamento, le paure, i sogni, le illusioni e la cruda realtà
che nel dicembre del 1907 visse la più dirompente e dimenticata
tragedia mineraria. Un'emigrazione della prima generazione, che
proveniva da ogni regione italiana e con personaggi che appaiono in
tutta la loro combattività e da cui nasceranno i testimoni di una
nuova e complessa italianità, aperta alle realtà del Nuovo Mondo.
John Fante, Pascal d'Angelo, Giuseppe Cautela, Jo Pagano, Angelo P.
Bertocci, Hilda Perini, Pietro di Donato, Constantine Panunzio solo
per citarne alcuni. Una generazione che s'impossessa della lingua
e della cultura del Paese ospitante diventando memoria, coscienza e
parte attiva dello sviluppo culturale, economico e civile del Paese
che ne accettò i padri come stranieri.
Monongah: l'emigrazione sepolta di Luigi Rossi uno breve stralcio del racconto e la copertina del libro
... scesi le colline mentre il sole sorgeva. Nella borsa tenevo
una focaccia preparata da mia madre. La nebbia si diradava, quasi
fosse un leggero velame su quel mare di sasso. Potevi, voltandoti,
osservare
le ferite della terra tra il brillamento delle giovani foglie. Dio
maledica queste colline, dissi a voce alta, senza fermarmi. Questa
è la mia terra, pensai, Quella che mi vide nascere è lontana e
irraggiungibile. Ora parlo e scrivo un‘altra lingua. Ci sono luoghi
che sono semplicemente luoghi, posti che non valgono un‘occhiata e
che non fermano il tuo passo. Altri, invece, sono infiniti e
generano sogni, monti e mari. Altri ancora, pur nella loro povertà,
sono degni dei nostri focolari, gioie e dolori. Qui è la mia terra,
perché qui sono il dolore, le illusioni e le lagrime e la mia carne
ne ingrassa le zolle e ciba alberi cespugli erbe. Poco dopo aver
ripreso il cammino, sulla strada solitaria e polverosa che da
Miranga mena a Fairmont, m‘imbattei in un interminabile corteo di
uomini e donne e bambini il cui capo era circondato da una corona di
luce. Si trattò, certamente, d‘un fatto oltranaturale le cui cause
sono da ricercarsi negli avvenimenti degli ultimi mesi, nella
solitudine del luogo e nella mia anima ferita.
Quell‘incolonnamento era diretto a Monongah e quella gente procedeva
sorridente e leggera, alcuni vestiti di bianche tuniche, altri di
sacco e molti con l‘ingenua nudità dei bambini. Parte di quei volti
m‘erano familiari. Credetti di riconoscere San Giovanni Apostolo,
San Marco Evangelista, Santa Lucia, Sant‘Ambrogio, San Valentino…, i
loro visi li avevo visti ritratti in statue e dipinti. Mi sembrò di
riconoscere Santa Eleonora, San Giuseppe, San Simplicio,
Sant‘Anselmo e Santa Zita. E molti altri ancora. Continuavo a
procedere verso Fairmont e il corteo proseguiva per Miranga.
Guardavo, incredulo, quelle persone e figure. Sicuramente vivevo una
visione o un sogno, era impossibile che santi e sante e angeli e
arcangeli fossero scesi nel West Virginia e stessero marciando verso
Miranga. I loro piedi non alzavano polvere. Le loro parole e canti
non erano per i miei orecchi che recepivano solamente il rumorio del
vento e dei torrenti. Ecco Santa Rita, Sant‘Eliseo e l‘Arcangelo
Gabriele. Santa Brigida e il profeta Elia. Santo Stefano e Santa
Faustina. Provai a sorriderle e la Santa ricambiò. Alzai una mano, e
la Santa fece altrettanto, continuando a seguire la legione di santi
e sante e angeli e arcangeli.
Guardando con più attenzione, notai in quel gruppo di eletti della
fede, delle figure scure, madide di sudore, con le carni straziate,
cotte dal sole o ricoperte di polvere di carbone. Alcuni avevano il
corpo mutilato da orrende ferite. Uomini donne bambini. Essi
proseguivano, senza toccare terra, sospinti da una forza ch‘era
celeste. E, attorno, gli stavano angeli e cherubini, beati e santi.
Chi siete?, mi uscì di bocca. Uno di quelli, fermandosi,
mi parlò. Siamo chi ha perso la vita sul lavoro, come dicono, mi
disse. E perché non avete l‘aureola?, insistetti. Quella
non è importante. Ma stai sicuro che l‘avremo, non appena il nostro
corpo sarà polvere, ribattè quell‘anima. E dove siete diretti?,
chiesi ancora. A Muh-nahn-guh, mi rispose quel martire, A noi si
uniranno quelli di San Giovanni, con i figli e gli amici. Francesco
Abruzzino. Toni, Gianni e Saverio Basile. Pepe e Serafino Belcastro.
Antonio e Rosario Bitonti. Giovanni Bornasso. Pippo Ferrari. Gallo
Salvatore. Raffaè Girimonte. Francesco Guarascio. Francesco e
Giovanni Iaconis. Pasquà La Vigna. Giobatta Leonetti. Salvo Lopez.
Salvo Marra. Nanni Oliverio. Tommaso Perri. Savè Pignanelli. Pietro
Provenzale. Gigi Scalise. Tonio Silletta. Gennaro Urso. Tonino
Veglia. Leonardo Veltri. Crocefisso e Raffaele. E gli abruzzesi, i
molisani e i napoletani. I friulani, i piemontesi e i siciliani. I
polacchi e i tedeschi. I greci e gli americani. Sono tanti, m‘hanno
detto, e aspettano da prima di Natale. E poi dove andrete?,
chiesi di nuovo. Dove andremo? In nessun luogo. Non abbiamo
bisogno d‘andare più in nessun luogo. Dove siamo noi, il tempo non
ha né inizio, né fine. E più non moriremo...
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