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SPUNTI DI
RIFLESSIONE PER UNA BUONA POLITICA MIGRATORIA: ROMA\ aise\ - Offrire spunti di riflessione e tutta
l’esperienza dell’associazionismo italiano all’estero perché l’Italia riesca
a mettere in atto buone politiche migratorie. Questo l’obiettivo del
convegno promosso dall’Unaie su "Cittadinanza, integrazione e politiche
migratorie" aperto questa mattina a Palazzo Marini da Franco Narducci,
deputato del Pd eletto in Europa, che dell’Unione Nazionale Associazioni
Immigrati ed Emigrati è il presidente. Una sala gremita di rappresentanti
delle Istituzioni, ambasciatori di Paesi esteri in Italia, membri
dell’associazionismo italiano all’estero, deputati e senatori, tra cui Fabio
Porta e Laura Garavini, hanno seguito gli interventi introduttivi del
convegno che proseguirà fino ad oggi pomeriggio. Molti i messaggi giunti
agli organizzatori del convegno, tra cui quello del presidente della Camera
Fini, letti questa mattina da Gennaro Maria Amoruso, segretario nazionale
dell’Unaie, che ha quindi dato la parola prima a Narducci e poi a Rocco
Buttiglione, vice presidente della Camera. "CITTADINANZA, INTEGRAZIONE E POLITICHE MIGRATORIE":
ROMA\ aise\ - "Desidero innanzitutto far giungere ai partecipanti al convegno organizzato dall’Unaie il mio caloroso saluto e il mio apprezzamento per l’importante iniziativa. La capacità di governare i complessi mutamenti legati ai fenomeni migratori che attraversano il pianeta e, in particolare, il continente europeo è una sfida con la quale la politica, le istituzioni e la società hanno l’esigenza e il dovere di misurarsi". Inizia così il messaggio che il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha inviato in occasione di "Cittadinanza, integrazione e politiche migratorie", convegno di studi promosso dall’Unaie, sotto l’Alto Patrocinio della Camera del Deputati, aperto questa mattina a Palazzo Marini da Franco Narducci, deputato del Pd eletto in Europa, che dell’Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati è il presidente . "L’obiettivo che ciascuno Stato dovrebbe perseguire – scrive ancora Fini – è quello di un principio di cittadinanza, arricchita dall’apporto di differenti culture che si riconoscono in una intima adesione ai valori della libertà e della dignità del’uomo e in un condiviso senso di appartenenza civica, responsabile ed attiva". "Tale obiettivo – si legge ancora nel messaggio – richiede, da parte di tutte le Istituzioni e di tutta la società civile, un approccio sempre più consapevole, maturato attraverso il dialogo e la conoscenza tra diverse culture e condotto tramite un’opera di educazione civile che si declina sui valori della democrazia, della legalità e dell’eguaglianza dei diritti. A tutti i partecipanti al convegno – conclude Fini – invio il mio più sentito augurio di buone lavoro". Assente per i numerosi impegni del Cgie questa settimana, anche il Segretario Generale, Elio Carozza, ha inviato un messaggio di saluto. "Il Cgie – si legge nel messaggio – ha le sue fondamenta proprio nell’anima associativa; con essa ha saputo interpretare non solo le esigenze e le aspirazioni degli italiani nel mondo, ma ha saputo coglierne tutte le evoluzioni, la crescita e i cambiamenti che via via si manifestano tra i nostri connazionali che vivono nel mondo. Il ruolo che ha assunto e che assume ancora oggi la realtà associativa è stato ed è determinante sotto ogni aspetto: ha contribuito e contribuisce a valorizzare le nostre comunità. Sono certo che la le conclusioni dei vostri lavori contribuiranno alla discussione su politiche giuste e a trovare percorsi più idonei per gestire le migrazioni. La storia della nostra emigrazione, le esperienze vissute da milioni di persone rappresentano l’essenza con cui ci si dovrà confrontare e dalla quale bisogna necessariamente partire. L’Unaie – conclude Carozza – ha tutto il bagaglio di competenze e conoscenze che oggi, attraverso questo convegno, mette a disposizione". Consigliera nazionale e Vice presidente del Consiglio nazionale della Confederazione elvetica, Chiara Simoneschi-Cortesi nel suo messaggio sottolinea che "i nostri Paesi – che oso definire ancora opulenti – sono vieppiù confrontati con una costante pressione migratoria, proveniente da quella parte del mondo afflitta da guerre, miseria e mancanza di prospettive. Le politiche nazionali che regolano le migrazioni – annota la Simoneschi-Cortesi – poco possono fare di fronte a questo fenomeno che è una realtà sempre più dirompente (si veda quanto accade quasi ogni giorno a Lampedusa!), anche perché il divario tra ricchi e poveri è aumentato negli ultimi decenni. È dunque molto importante che ci si interroghi e che si cerchino assieme delle politiche di immigrazione che, basandosi sui principi della Cedu, assicurino delle regole chiare e condivise sia per la prima accoglienza, sia per la procedura d’esame per gli eventuali richiedenti l’asilo politico, sia, infine, per stabilire i criteri per gli stranieri che vivono e lavorano stabilmente sul territorio. Le politiche di integrazione sono una "conditio sine qua non" se si vogliono davvero creare le premesse per una convivenza pacifica tra le varie componenti della società; convivenza che deve essere rispettosa delle minoranze e delle differenze. Con queste considerazioni – conclude – vi auguro una giornata fruttuosa". (aise) QUALE WELFARE PER UN’INTEGRAZIONE IN EUROPA? ROMA\ aise\ - "Quale welfare per un’integrazione in Europa?" A questo interrogativo si è cercato di dare risposta nella prima sessione del convegno "Cittadinanza, integrazione e politiche migratorie" in corso di svolgimento presso la Sala delle Conferenze della Camera dei deputati, promosso dall’Unaie - Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati - in collaborazione con la Fondazione Cassamarca e patrocinato dalla Presidenza della Camera,aperto dal suo presidente on. Franco Narducci. La prima sessione di lavori su "Le politiche dell’integrazione dei migranti nell’esperienza europea" è stata presieduta da Daniele Marconcini, Presidente dei Mantovani nel Mondo Onlus e Vice presidente del’Unaie, ed ha visto gli interventi di Edoardo Ales, preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Cassino, dell’on. Laura Garavini, di Giuseppe Scigliano, docente e Presidente del Comites di Hannover, di Silvia Pieretti, economista a Londra, e di Sandro Cattacin, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Ginevra. Ad aprire la sessione, questa mattina, Edoardo Ales che
ha fatto un resoconto delle politiche adottate dalla CE. Ales si è
soffermato principalmente sul concetto del sistema di welfar europeo:
"Questo è un interrogativo complesso", ha dichiarato, "perchè bisogna capire
se si possa parlare di un modello di welfare unitario nel quadro attuale
dello sviluppo della cosiddetta Europa sociale. È un quadro talvolta
schizofrenico, con poca unità. Dal 2000 ad oggi ci troviamo di fronte ad una
serie di atti istituzionali importanti, dal Consiglio europeo di Lisbona, la
proclamazione della carta dei diritti universali dell’UE a Nizza, fino ad
arrivare alla sottoscrizione del trattato costituzione del 2004 a Roma. Ma
la vicenda sappiamo tutti si è conclusa negativamente con i referendum
francesi ed olandesi che ha determinato uno stop al processo". "Tuttavia",
ha proseguito, "l’Unione Europea ha dimostrato una capacità di reazione con
l’approvazione del trattato di Lisbona nel 2007 che riprende il tema dei
diritti fondamentali sociali, ivi inclusi gli immigranti". L’Europa
occidentale, ha sottolineato Ales, ha una tradizione "fondata sulla
"collettivizzazione del rischio", la collettività nazionale e sovranazionale
ha come obiettivo fondante quello di non lasciare solo l’individuo di fronte
al rischi ma quello di farsene carico. È un concetto a livello europeo
condiviso pur con dei sistemi nazionali di welfare diversi". Le
politiche d’integrazione comunitarie, ha spiegato, "sono rivolte
principalmente all’occupazione: dal 19997 la UE elabora delle linee guida
sul’occupazione, perché la centralità del lavoro quale condizione necessaria
per l’appartenenza ad una collettività. Oggi si parla di "inclusione
sociale" e la chiave d’accesso all’integrazione è proprio il lavoro". Un
altro aspetto importante per il processo di integrazione, ha concluso il
preside della facoltà di giurisprudenza dell’Università di Cassino, "è
quello della "coesione sociale. Una società coesione socialmente potrebbe
essere la chiave di lettura anche del fenomeno dell’accoglienza del
migrante". A sottolineare l’importanza della conoscenza della lingua del Paese ospitante, anche Giuseppe Scigliano che ha richiamato all’importanza del Piano Nazionale in quanto il frutto di un lavoro che ha visto coinvolti Stato, Regioni, comuni e parti sociali, riuniti tutti intorno allo stesso tavolo con lo stesso obiettivo, l’integrazione e la valorizzazione della diversità. Scigliano si è soffermato sulla condizione degli italiani in Germania che ancora oggi sono tra i più svantaggiati e meno integrati in quanto "il problema della lingua è discriminante, fin dall’asilo. Se un bambino arriva a scuola senza conoscere bene il tedesco ha meno chance. L’integrazione è una questione di pari opportunità e non solo di carità". Ancora oggi, ha riferito il presidente del Comites di Hannover, gli italiani sono quelli con meno qualifiche professionali, siamo terzi dopo i turchi e i greci. In Bassa Sassonia gli italiani sono quelli che ancora hanno meno titoli di studio. Nasce dunque, ha concluso Scigliano, "la necessità espressa anche nel Piano Nazionale di promuovere la partecipazione degli immigrati nella programmazione degli interventi in loco". A portare l’esperienza della Gran Bretagna, Silvia Pieretti, che, dopo aver illustrato i numeri dell’immigrazione, ha messo in evidenza come la politica britannica consideri gli stranieri una risorsa ed un contributo all’economia del Paese. Gli immigrati comunitari costituiscono circa il 50% ed hanno fortemente partecipato anche alla crescita demografica del Regno Unito. L’arrivo dai Paesi dell’Europa dell’Est ha però causato una pressione sui servizi perché si è innescato un meccanismo di competizione con la popolazione residente sui lavori meno qualificati. Oggi per ottenere la cittadinanza inglese sono necessari cinque anni: non è più un diritto acquisito ma è una conquista regolata da precise norme come la buona conoscenza della lingua. "Nel luglio del 2008", ha spiegato in conclusione la Pieretti, "è stata fatta una proposta di legge su Immigrazione e cittadinanza che sostituirà i precedenti 10 Immigration Acts. Si pensa ad un sistema a punti per il controllo della immigrazione assegnati in basa a precisi requisiti, tra cui lingua e qualifiche professionali". Altro Paese d’immigrazione è la Svizzera, che dal 1880 ha accolto soprattutto italiani, che hanno partecipato fortemente alla crescita economica del Paese. Sandro Cattacin, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Ginevra, nel suo intervento ha fatto un rapido excursus storico del fenomeno migratorio, spiegando ai presenti quale è stato il corso politico che ha accompagnato i cambiamenti sociali derivati dall’arrivo di altre culture. Oggi, dal 2000, "sono stati fatti dei Programmi nazionali contro il razzismo, a favore dell’integrazione, che nascono dall’idea che questi devono toccare tutti i settori amministrativi". Infatti, negli anni ’90 sono nati slogan come "Zurigo la città che vivo" o più semplicemente "Ginevra città aperta" a testimonianza della volontà che "dobbiamo integrare, non espellere", come aveva affermato il cancelliere federale Fed Furgler negli anni ’70. Infine, ha concluso Cattacin, "in città come Basilea o Zurigo, sono nati i primi gruppi di lavoro, anche scientifici, con l’obiettivo di analizzare le necessità del territorio legate al fenomeno migratorio". (federica cerino\aise) ASSOCIAZIONI E OPERATORI SOCIALI PROTAGONISTI AL
CONVEGNO UNAIE ROMA\ aise\ - Che la nostra lunga esperienza di Paese d’emigrazione possa essere un valido insegnamento per affrontare il nuovo destino dell’Italia quale Paese d’immigrazione è oggi cosa nota, detta e ridetta. Ma da qui ad applicare valori e principi maturati sulla pelle di milioni di famiglie, la strada è ancora lunga. Come emerso nella terza sessione del convegno "Cittadinanza, integrazione e politiche migratorie", promosso dall’Unaie, l’Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati, ed aperto questa mattina a Palazzo Marini dal suo presidente, l’on. Franco Narducci (Pd) (vedi aise del 26 settembre 2008 h.12.04). Sessione che, moderata da Domenico Azzia, membro del consiglio direttivo dell’Unaie oltre che presidente di Sicilia Mondo, consigliere del Cgie e membro del CdP della Fusie, ha visto i contributi dell’associazionismo e degli operatori sociali. "L’Italia, Paese tradizionalmente d’accoglienza, vive oggi una fase di regressione", ha detto Azzia, prima di introdurre i relatori. Poi ha accolto con un "caloroso" benvenuto Franco Pittau, direttore del Dossier statistico sull’immigrazione della Caritas-Migrantes, il quale è andato dritto al punto. "L’immigrazione è la risorsa che la storia ci sta dando" in un momento in cui "l’Italia è in crisi". E, "se vogliamo uscire da questa fase di secca, dobbiamo lavorare con gli immigrati", che sono dei "buoni partner", perché giungono in Italia spesso con "titoli di studio più alti dei nostri" e con la "disponibilità ad inserirsi laddove ci sono dei vuoti". Per Pittau "sarebbe un giochetto dimostrare tutto ciò attraverso i numeri e le statistiche", se non dovesse bastare già la nostra esperienza d’emigrazione. Gli immigrati in Italia sono oggi "circa 4 milioni", tanti quanti sono gli italiani all’estero, ha ricordato il direttore del Dossier Caritas-Migrantes, che, presente alla riunione delle Missioni Cattoliche in Europa, tenutasi nei giorni scorsi a Lione, ha potuto lì toccare con mano quanto l’esperienza migratoria porti "all’apertura", cambiando non solo i Paesi di accoglienza, ma soprattutto le "persone". Che senso hanno, allora, si è chiesto Pittau, "il sospetto ed il mero pregiudizio verso gli immigrati", se questi sono anche portatori di "una grande ricchezza culturale"? Quella stessa ricchezza che, "in un mondo globalizzato com’è quello attuale, ci consente di essere in rete" e, dunque, più forti. "Non ci abbiamo creduto con i nostri emigrati", ha osservato amaramente Pittau, "e non ci crediamo oggi con gli immigrati". È invece in questa direzione che non solo gli operatori sociali e la società civile, ma anche lo Stato deve muoversi, perché "se pensiamo di governare l’immigrazione con il Pacchetto Sicurezza ci illudiamo", ha aggiunto Pittau con una ben poco velata critica al governo. "Espulsione" e "carcere" non solo le "parole-chiave" per risolvere il problema. Al contrario la parola-chiave è "integrazione". Tutti dobbiamo comprendere che "gli immigrati sono persone che vogliono camminare con noi in questa avventura". A noi, ha concluso Pittau, il compito di "offrir loro le condizioni ottimali per l’inserimento sociale e l’integrazione". È quello che sta tentando di fare il ministero dell’Interno, ha assicurato il prefetto Mario Ciclosi, prendendo la parola subito dopo per "dimostrare" che il Viminale non interviene solo attuando una "politica dell’ordine e della sicurezza pubblica", bensì cercando anche di "definire adeguate politiche di accoglienza", che peraltro si inquadrino in una "ottica europea". Ma il suo intervento non ha convinto del tutto la platea e i relatori che sono seguiti. Il problema, secondo Ciclosi, sta in una serie di "criticità" nel definire lo stato del fenomeno migratorio in Italia - evidenti se si comparano i 170mila ingressi stabiliti dal Decreto Flussi 2008 e le 740mila domande pervenute -, criticità che rendono poi difficile la determinazione delle politiche da attuare. Per questo, ha riferito il prefetto, sono sorti i "consigli territoriali" e si sta realizzando una "rete" che funga da "infrastruttura comune" alle Amministrazioni pubbliche, locali e centrali, per comprende, attraverso il "confronto", quali siano le migliori strategie di intervento. Ma serve anche la "collaborazione degli immigrati", ha aggiunto, così come quella del mondo economico, dei Paesi d’emigrazione e, non ultimo, dell’associazionismo, in Italia e all’estero. Nonostante questi "sforzi", per il presidente delle Acli, Andrea Olivero, quanto fatto sinora dal ministero "è del tutto insufficiente". L’Italia non è ancora in grado di "governare il fenomeno migratorio" ed ha accumulato un grave "deficit politico e di programma", specie se si pensa agli altri Paesi europei (vedi aise del 26 settembre 2008 h.15.20). Ancora "prevale la paura dell’altro rispetto alle grandi chance che l’immigrazione può offrire al nostro Paese", che pure, ha sottolineato Olivero, può affrontare la questione "con l’occhio privilegiato degli italiani all’estero". Per il presidente delle Acli non si tratta di adottare un "approccio buonista o populista", che a nulla serve, quanto piuttosto di individuare una "strategia complessiva" tanto sulle politiche di ingresso quanto su quelle di integrazione. Perché poi, se non si è capaci di regolare gli ingressi e tanto meno di garantire a chi ne ha diritto il mantenimento della legalità, "è difficile pretendere il rispetto della legge". E qui Olivero si è riferito alle lungaggini cui è sottoposto chi chiede il rinnovo del permesso di soggiorno, che viene poi spesso concesso dopo un intero anno passato nell’illegalità. E che dire delle "decine di migliaia di persone con importanti titoli di studio", che vengono accolte nel nostro Paese ma "non sono inserite in professionalità loro confacenti"? Per il presidente delle Acli si è fatto "molto poco" anche per le "politiche scolastiche" e questo nonostante la nostra emigrazione ci abbia ben insegnato che "le scuole sono il primo luogo in cui i migranti sentono di essere integrati". Quella della cittadinanza è poi "una delle partite più complesse": per Olivero proseguire nella tradizione dello "ius sanguinis" non vuol dire necessariamente "chiudersi" all’ipotesi di considerare "cittadini quanti vivono o sono nati nel nostro Paese". Il rischio, ha concluso, è quello di ritrovarci in un "Paese di paglia, cioé di senza diritti". Non è stato convinto dalle parole del prefetto Ciclosi, neanche l’on. Luigi Bobba, già presidente delle Acli ed oggi vice presidente della Commissione Lavoro della Camera. "Il lavoro è la via privilegiata per l’integrazione sociale" e "la storia dell’emigrazione ci dice che questa è la verità", ha esordito. Oggi siamo di fronte ad una "evidente contraddizione tra il bisogno di manodopera, da un lato, e la procedura vessatoria per inserire in modo legale gli immigrati nel mondo del lavoro, dall’altro". Dunque "ciò che avviene è il contrario di ciò che è scritto sulla carta della nostra Amministrazione". Una soluzione, per Bobba, oltre al riconoscimento del diritto di voto, potrebbe essere quella di "introdurre, anche per decreto, il permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro": si tratta di una "norma semplice" che consentirebbe di aggirare il problema della illegalità in un determinato periodo. A sostegno della sua proposta, il deputato del Pd ha sottolineato "l’influenza positiva che ha sull’economia italiana il successo imprenditoriale degli immigrati" con "100mila aziende" ed un "fatturato pari a +344%". E spesso sono proprio queste le aziende da cui proviene una maggior richiesta di lavoro. Come insegna anche l’esperienza dei nostri connazionali nel mondo, che ovunque hanno aperto attività "grazie al loro genio e alla loro capacità impenditoriale", "il lavoro è la via provilegiata per l’integrazione, perché così si dimostrano le proprie capacità, si instaurano rapporti sociali e si sperimentano diritti e doveri". Diritti e doveri che sono poi "l’ossatura, il cemento di una comunità e della sua coesione sociale". Tale ossatura rischia però di essere incrinata dalla "burocrazia inefficiente" che "può divenire causa di illegalità" quando un immigrato "resta senza permesso di soggiorno perché quello che sta rinnovando è già scaduto prima del rilascio". E così perde il posto ed è costretto a lavorare "in nero con stipendi più bassi" e "perfino iscrivere o mantenere i figli a scuola diventa difficile nei comuni a tolleranza zero". Per Rino Giuliani, coordinatore della Consulta Nazionale dell’Emigrazione, è "un disastro che colpisce l'immigrazione in regola e sul quale il ministero dell’Interno tace". Mentre in Europa si va avanti, in Italia "i governi che si sono succeduti hanno mostrato una incredibile inadeguatezza" nell’affrontare tale problema, al punto che oggi "non si percepisce quale sia il ruolo stabile che l’Italia vuole affidare all’immigrazione", che spesso diviene "capro espiatorio per problemi sociali irrisolti". Eppure, non è lontano il ricordo della "criminalizzazione" cui furono soggetti molti italiani emigrati all’estero alla ricerca di una "rassicurante integrazione". Ma l’affondo di Giuliani è andato oltre: "il razzismo è venuto a galla e prospera in Italia dopo una gestazione molto assistita". Le condizioni "per venir fuori dall’impasse" sono chiare: occorre seguire la "strada maestra dei diritti e dei doveri di chi vive e lavora all’interno di una comunità" tramite il diritto al voto amministrativo. C’è l’urgenza di creare un’Italia "che viva in modo equilibrato, non ansiogeno, il passaggio ad una società dai diversi apporti culturali", mentre, ha aggiunto Giuliani, gli ultimi provvedimenti del governo sembrano "ispirati" ad una logica di "esclusione" e "repressione". Ciò che serve è invece l’integrazione, ha affermato il coordinatore della Cne, attraverso una "giustizia sociale" che garantisca "scuola, casa, ricongiungimento familiare, sanità e previdenza". Ma soprattutto, ha ribadito Giuliani, "il diritto di voto che deve diventare un architrave di questa nuova cittadinanza". Infine, "regolarizzazione e integrazione" sono i "due volti di una stessa medaglia", gli "strumenti veri di governo positivo dell’immigrazione ed anche i più efficaci per prevenire e reprimere soggetti e comportamenti criminali". L’auspicio di Giuliani è che "cambino le medicine somministrate, ma", ha concluso, "se queste restano le stesse, forse sarebbe meglio cambiare i medici". Un ultimo intervento ha arricchito il dibattito odierno a Palazzo Marini. Quello di Leonardo Becchetti, presidente del comitato etico di Banca Etica, che abbiamo voluto riservare in chiusura, perché rappresenta un esempio concreto e assolutamente positivo di azione. "Tra gli economisti vi è un consenso unanime verso l’immigrazione", considerata come "una risorse per colmare gli squilibri tra nord e sud del mondo", ha esordito. Certo, non si può non considerare il lato umano e "doloroso" della vicenda, ma il fenomeno migratorio "colma i vuoti di mercato" nei Paesi di accoglienza e, allo stesso tempo, "riversa le rimesse nei Paesi d’origine", lavorando così in una "ottica del riequilibrio". Il problema italiano, secondo Becchetti, sta piuttosto nella "schizofrenia" di alcune forze politiche che "cavalcano la paura del nuovo" trasformando l’immigrato in un "capro espiatorio". Si tratta di un "problema culturale" che si allarga alla società civile e persino alla stampa, ha rilevato Becchetti, che, da buon economista, ha spiegato: "un motivo razionale per la paura dello straniero c’è" e sta nel fatto che "in un periodo di stagnazione", qual è quello che sta vivendo il nostro Paese, "la torta non cresce" e "l’insider – l’italiano – teme che l’arrivo dell’outsider – l’immigrato – possa sottrargli una fetta della sua torta". Ma questa convinzione è profondamente sbagliata, perché invece "la presenza di outsider aumenta la ricchezza". È per questo che le banche cosiddette "sociali" come Banca Etica hanno scelto già da tempo di puntare sul microcredito rivolto agli immigrati. "L’accesso al credito per aprire un’attività imprenditoriale è uno dei servizi che garantisce l’integrazione e la partecipazione", ha spiegato Becchetti. Eppure le grosse banche che inseguono i "criteri dell’utile" non lo applicano perché produce "bassi rendimenti". Nonostante ciò, ha continuato il presidente del comitato etico, "una nuova economia sta nascendo": grazie alle banche sociali e alle associazioni di immigrati è stato messo in moto un "circolo virtuoso" costituito da "rimesse e microfinanza" – quest’ultima raggiunge 400 milioni di famiglie nel mondo – ed è questa "la direzione verso cui dobbiamo andare". Perché "gli spiriti sociali sono più forti degli spiriti animali" e, ha concluso Becchetti, se non si punta sulla "cultura del dono e della gratuità", il rischio è quello di erodere la società intera. (raffaella aronica\aise) "QUALI POLITICHE PER L’INTEGRAZIONE IN ITALIA?" ROMA \aise\ - L’integrazione lavorativa, scolastica e sociale degli immigrati che vivono in Italia, sono stati i temi dell’ultima sessione di lavori del convegno di studi "Cittadinanza, integrazione e politiche migratorie", che si è tenuto oggi, 26 settembre, a Roma nella Sala delle Conferenze della Camera dei deputati. L’iniziativa è stata promossa dall’Unaie - Unione Nazionale Associazioni Immigrati ed Emigrati -, presieduta da Franco Narducci (vedi AISE del 26 settembre h. 12.04), deputato del Pd eletto in Europa, in collaborazione con la Fondazione Cassamarca e patrocinata dalla Presidenza della Camera.Il tema "Quali politiche per l’integrazione in Italia?" (vedi AISE del 26 settembre h. 18.30) è stato introdotto dal vice presidente dell’Unaie, senatore Aldo Degaudenz, moderatore di questa terza ed ultima parte. "La lotta al lavoro nero è necessaria per combattere
l’immigrazione illegale" ha detto nel suo intervento il direttore della
Rappresentanza della Commissione Europea in Italia, Pier Virgilio Dastoli,
che ha aggiunto "gli Stati dell’Ue (vedi AISE del 26 settembre h. 15.20)
dovrebbero investire di più sulle tematiche dell’educazione, salute e della
casa. Gli immigrati dovrebbero usufruire degli stessi diritti di cui
usufruiscono i cittadini comunitari in merito al diritto della Salute".
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