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Il mensile della Farnesina
"In rete con l'Italia"
intervista Elio Carozza, Segretario generale del CGIE, sul futuro
dell'importante organismo che dirige
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Elio Carozza il nuovo Segretario Generale del CGIE è stato eletto il 6 dicembre
al secondo scrutinio con 49 voti, superando l'altro candidato, Franco
Santellocco, che ha ottenuto 31 preferenze (in totale hanno votato 86
Consiglieri, in 7 si sono astenuti e 6 sono state le schede bianche). Alla
guida del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero Carozza succede a Franco
Narducci, dimessosi in seguito alla sua elezione a Deputato nella
Circoscrizione Estero (ripartizione Europa). Emigrato in Belgio nel 1979,
Carozza lavora al Parlamento Europeo ed è il Segretario della Federazione dei
Democratici di Sinistra del Belgio.
“In rete con l'Italia” lo ha intervistato.
Quali sono le priorità che darà al suo mandato di Segretario Generale del
CGIE?
Credo che il primo impegno sia quello di contribuire a che il CGIE svolga
pienamente la funzione che la Legge istitutiva gli assegna. Si tratta
essenzialmente di garantire ai nostri connazionali all'estero la tutela dei
diritti, il mantenimento dell'identità culturale e linguistica, la piena
integrazione e la partecipazione nei Paesi di residenza, la formazione
scolastica e professionale, l'informazione. Inoltre dobbiamo lavorare per
rafforzare il collegamento delle nostre comunità con la vita politica,
culturale, economica e sociale dell'Italia. Non è poco e non è facile. E
tuttavia credo che il nostro obiettivo debba essere ancora più ambizioso. Io
penso che il CGIE debba fare un salto di qualità riuscendo a fare della
politica per gli italiani all'estero una parte integrante della politica
internazionale del Paese. Milioni di italiani che vivono nel Mondo sono un
patrimonio e una risorsa per l'Italia.
Un patrimonio di esperienze, di intelligenze, di conoscenze nei diversi campi
della vita sociale, politica, economica e culturale. Una chance mai
riconosciuta fino in fondo. L'Italia e il Governo di centrosinistra, invece,
devono esserne convinti davvero e operare per valorizzare e far emergere
concretamente questa immensa opportunità, come fino a oggi non è stato fatto. È
determinante creare le condizioni per stabilire un nuovo e proficuo rapporto
con le giovani generazioni di italiani e di oriundi che vivono nel mondo. Nel
corso del mio mandato, il CGIE dovrà impegnare molte energie affinché, non solo
venga convocata la prima Conferenza Nazionale dei Giovani Italiani all'Estero,
ma che a essa si arrivi con una preparazione e una partecipazione molto ampia.
L'attenzione e l'azione del Consiglio Generale devono incentrarsi sul raccordo
con i COMITES e con la diffusa rete associativa italiana nel mondo e,
soprattutto, il CGIE deve saper interloquire con tutte le Istituzioni dello
Stato ai diversi livelli: centrale, regionale, provinciale e comunale.
Si parla tanto di rinnovare il CGIE, soprattutto dopo le elezioni dei 18
parlamentari nella Circoscrizione Estero. Qual è il suo punto di vista?
Con l'avvenuta elezione dei 18 parlamentari della Circoscrizione Estero si è
aperto un ampio e acceso dibattito non solo sul ruolo e le funzioni del CGIE,
ma anche sulla opportunità di mantenere in vita un tale Organismo. Un dibattito
che giudico in ogni caso positivo dal momento che è stato lo strumento di un
rinnovato interesse del mondo associativo, dei COMITES, del Parlamento e dello
stesso Consiglio Generale, nei confronti del tema della rappresentanza degli
italiani nel mondo. Voglio dire però che peccherebbe di superficialità e
approssimazione chi pensasse che i nostri 18 parlamentari possano da soli farsi
carico della responsabilità di rappresentare in maniera adeguata milioni di
cittadini che vivono in un territorio sconfinato. Per svolgere questo compito
occorre dedizione, presenza in Parlamento, studio, supporti adeguati e intense
relazioni con le varie Istituzioni. In questo contesto va affrontata con
urgenza la riforma del CGIE. Una riforma capace di dare voce e farsi specchio
di un concetto plurale e differenziato di rappresentanza, che guardi al futuro,
che sappia coinvolgere i giovani e le donne, che sappia cogliere e soddisfare
la domanda di un nuovo rapporto tra gli italiani all'estero e tutto il “Sistema
Italia”. Un CGIE più legato al territorio, alle specificità delle nostre
comunità nei diversi Paesi e Continenti, raccordato con i COMITES e
l'associazionismo italiano.
Non crede che ci sia bisogno di una maggiore cooperazione tra le Istituzioni
per supportare le comunità di italiani all'estero?
Ne sono pienamente convinto. Ho avuto la fortuna, nel precedente CGIE, di
assumere la responsabilità di Presidente della Commissione tematica
Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE. Posso dirle che si è lavorato molto in
questi anni per trovare le sinergie con e tra tutte le Istituzioni dello Stato.
Credo che con la perseveranza e la buona volontà e grazie al lavoro svolto
soprattutto nella preparazione delle prime due Assemblee della Conferenza
Permanente tra Stato - Regioni - Province Autonome e CGIE, oggi ci siano le
condizioni per un costruttivo dialogo e si manifestino le disponibilità tanto
sotto il profilo organizzativo e legislativo che nella ricerca di interventi
coordinati e di cooperazione. Il rapporto tra comunità degli italiani
all'estero e Istituzioni è determinante. Vanno, dunque, concretizzate le
indicazioni della seconda assemblea della Conferenza permanente tra
Stato-Regioni- Province Autonome e CGIE. La presenza delle Istituzioni e del
CGIE in seno alla Cabina di Regia rappresenta la garanzia per rafforzare e
continuare a sviluppare una cooperazione significativa e vera. Entro il 2007 si
terranno i primi due seminari dedicati alla riforma dello Stato e
all'internazionalizzazione.
Si dice che la nuova emigrazione ha dei tratti molto diversi dalla
precedente. Che cosa ne pensa?
Gli italiani che oggi cercano lavoro in altri Paesi non hanno quasi nulla in
comune con coloro che lasciarono l'Italia nel primo dopoguerra e fino alla fine
degli anni '70. Oggi siamo di fronte a situazioni e scelte di carattere
individuale. Sottolineo scelta e non obbligo. Non assistiamo più a esodi o
emigrazioni di massa. Se si esclude buona parte dell'emigrazione del Sud
Italia, spesso ancora determinata dal bisogno, per il resto parliamo di “fuga
di cervelli”, o comunque di professionisti, ricercatori, operai specializzati
che seguono per un certo tempo le imprese italiane che operano nel Mondo. Molti
giovani si formano o completano la loro formazione in altri Paesi, in
particolare negli Stati membri dell'Unione Europea. Se questa oggi è la nuova
emigrazione appare chiaro che nulla ha a che vedere con l'emigrazione del
dopoguerra. Forse possiamo già considerare che la permanenza fuori dall'Italia
di questi nuovi migranti, sarà temporanea: naturalmente se sapremo creare le
condizioni per rendere, non solo possibile, ma anche desiderabile
professionalmente il rientro. Sono tra coloro che considerano questa nuova
emigrazione una ricchezza importante quanto l'emigrazione tradizionale. Una
ricchezza diversa. Cittadini che torneranno in Italia con un bagaglio di
esperienze e conoscenze che saranno messe a disposizione del mondo produttivo,
economico sociale e culturale. Tuttavia anche questa nuova emigrazione pone
questioni e problematiche nuove, esigenze diverse, alle quali bisognerà trovare
risposte efficaci. Pone questioni legate ai servizi, alla tutela dei diritti
sociali e politici, alla scolarizzazione e alla formazione dei figli, alla
cultura italiana e all'informazione. Pone esigenze legate a un permanente e
costante legame con la vita quotidiana italiana.
È sempre più difficile tenere stretto il legame con gli oriundi, man mano
che passano gli anni e ormai spesso i giovani non conoscono nemmeno l'italiano.
Cosa si dovrebbe fare secondo lei?
Le nostre comunità hanno finalmente raggiunto in tanti Paesi una piena e
completa integrazione, in particolare le giovani generazioni. Va considerata,
questa, una conquista, una vittoria e in definitiva una meritata ricompensa.
Senza cadere nella retorica, dobbiamo riconoscere con onestà che la nostra
emigrazione è stata sin dall'inizio abbandonata alla sua sorte. Il disimpegno
del nostro Paese è stato quasi totale. L'Italia non si è preoccupata di
accompagnare e di facilitare la graduale integrazione dei nostri emigrati né di
allacciare un rapporto reale e di sostegno. Il legame con il Paese di origine è
stato in gran parte unilaterale. Sono stati gli italiani della prima e seconda
generazione che hanno mantenuto e mantengono un rapporto con l'Italia
attraverso ogni forma di associazionismo. Ci sono ancora oggi nel mondo circa
5.000 Associazioni, che rappresentano un forte patrimonio per le nostre
comunità. Tuttavia anche le Associazioni denunciano sempre maggiori difficoltà
nell'assicurare un rinnovamento e una capacità di interpretare le motivazioni e
l'interesse delle giovani generazioni di origine italiana
verso l'Italia. Attraversiamo una fase molto delicata, potremmo essere vicini a
un punto di non ritorno se non si interviene con politiche volte a valorizzare
e a far emergere il potenziale di conoscenze ed esperienze presenti nelle
nostre comunità, incoraggiando motivazioni e sentimenti trasmessi da una
generazione all'altra. Abbiamo oggi, attraverso la completa rappresentanza, gli
strumenti per percorrere strade nuove, per recuperare in termini attivi un
rapporto costruito su interessi reciproci. Bisogna incominciare da subito con
un forte investimento nella diffusione e l'apprendimento della lingua e della
cultura italiane e con un rilancio delle nostre Associazioni. Bisogna operare
affinché la rete associazionistica, così ramificata nel mondo, possa ritrovare
slancio e funzioni di collegamento con la rappresentanza e con le Istituzioni.
Come giudica l'incontro dei giovani oriundi che si è tenuto in seno al CGIE?
È stato un incontro molto sentito e partecipato, frutto di una buona intuizione
da parte del CGIE. Non era mai successo in questi anni, di trovarsi in una
riunione del CGIE con una significativa presenza di giovani provenienti da
tutto il mondo e sono stati loro, i giovani, i protagonisti e gli attori
dell'incontro. Giovani che hanno completato e acquisito una sicura e piena
integrazione nei Paesi dove sono nati. Sono argentini, brasiliani, canadesi,
australiani, svizzeri e olandesi. Giovani che vivono con distacco le
tradizionali forme di aggregazione degli italiani all'estero. Al tempo stesso,
abbiamo avuto la prova di quanto sia ancora forte il legame con l'Italia e di
quanto sia diverso il rapporto che le giovani generazioni di italiani che
vivono nel mondo hanno con il Paese di origine, rispetto alle prime e seconde
generazioni della nostra emigrazione. Abbiamo riscontrato come sia bastato dare
degli stimoli a chi fino a pochi anni fa non si interessava del nostro Paese,
per suscitare interesse, motivazione, partecipazione e affetto. Questo incontro
è stato il primo passo di un percorso che dovrà concludersi con la prima
Conferenza Nazionale dei Giovani Italiani e di origine italiana nel mondo. Un
percorso articolato, che deve tener conto delle diverse realtà in ogni città,
in ogni Paese e Continente. Un percorso capace di sollecitare interesse e
motivazione di un gran numero di giovani. Dobbiamo avere la consapevolezza che
il futuro del rapporto tra l'Italia e le nostre comunità nel mondo passa da
quanto sapremo tessere legami proprio con i giovani. Sarà un cammino lungo e
non semplice. Per questo è bene metterci subito in marcia
a cura di "In rete con l'Italia"
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