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E se gli Stati uniti avessero ragione?
Politiche di guerra e di pace nella diplomazia statunitense
Milano, 23 Settembre 2006, ore 9.30-12.30,
Associazione culturale punto rosso, via Pepe ang. via Carmagnola,
Milano)
Multilateralismi
Mario Del Pero docente di Storia degli Stati uniti all'Università di
Bologna mario.del pero@unibo.it
Politica estera degli Usa sunti e domande della tavola rotonda
(da Left wing, 31 Luglio 2006)
è stata celebrata la ritrovata volontà di dialogo. Si sono organizzate
importanti iniziative multilaterali. Sono stati espressi apprezzamenti
reciproci per l'abbandono delle rigidità passate. Le velleità carolinge
e anti-statunitensi, in voga nel 2002-04, sembrano ora appartenere a
un'altra epoca. Le visioni allucinate (e allucinogene) dei
neoconservatori fanno oggi sorridere; pochi adepti paiono ancora
prendere sul serio i loro radicali progetti di destrutturazione/riarticolazione
dell'ordine internazionale. L'impegno negoziale e la retorica
multilateralista del segretario di Stato Condoleezza Rice ha negli
ultimi due anni simboleggiato questo nuovo clima e alimentato speranze e
ottimismi. Negli Usa, gli uomini saggi del tradizionale cosmopolitismo
internazionalista e liberale hanno ripreso in mano il timone del
dibattito pubblico, riaffermando la validità di topoi, categorie e
prescrizioni del tradizione multilateralismo postbellico.
Ma la guerra in Libano ha d'improvviso fatto saltare tutte queste
certezze ed illusioni: mettendo a nudo le tante aporie del sistema
internazionale e, ancor più, dei rapporti euro-americani ed evidenziando
l'impatto profondo, e troppo rapidamente dimenticato, dell'11 settembre.
Quest'ultima crisi ha esaltato, una volta di più, una contraddizione di
fondo: il contrasto tra un'interdipendenza globale che lega tutti i
principali soggetti del quadro internazionale e la loro incapacità di
cooperare e di giungere a soluzioni comuni, concordate secondo percorsi
multilaterali. Tutti hanno bisogno di tutti - come abbiamo visto bene a
Roma - ma nessuno riesce però a fare il passo indietro indispensabile a
farne due innanzi.
Questa contraddizione si manifesta in modo emblematico nel Medio
Oriente: locus della crisi attuale, ma soprattutto terreno dove le
aporie si rivelano con chiarezza sconcertante, soprattutto nel
comportamento del soggetto principale, gli Stati Uniti, dal quale
dipende in misura determinante la possibile soluzione della crisi. Qui
gli Usa, e chi ne guida la politica estera, si trovano stretti in una
gabbia che ne limita grandemente le possibilità di azione e
d'iniziativa. Prima ancora di poter agire e proporre una soluzione, Rice
e il dipartimento di Stato si trovano cioè costretti, sul piano esterno
e ancor più su quello interno, a una complessa e paralizzante opera di
mediazione e contrattazione. Devono negoziare con Israele, che a
dispetto di quanto affermato da molti non sta operando per conto degli
Stati Uniti, ma sta creando loro, come già in passato, problemi e
difficoltà di cui Washington farebbe oggi volentieri a meno. Devono
dialogare con gli alleati europei, il cui aiuto nella regione è
riconosciuto come indispensabile, ma dai quali li separa uno iato -
analitico e prescrittivo - che proprio sul Medio Oriente è
particolarmente forte. Devono cercare un qualche coinvolgimento del
mondo arabo - incluso quello della stessa Siria - che la dinamica della
crisi (e le azioni israeliane) rendono invece sempre più improbabile.
Devono fare i conti con il quadro politico interno, in un anno
elettorale nel quale un sostegno non riflessivo e automatico alle
iniziative d'Israele può costare assai caro, con i falchi liberal - che
ormai includono la stessa Hillary Clinton - tra i democratici pronti a
denunciare qualsiasi cedimento e indietreggiamento. Devono infine
mediare con quei pezzi d'amministrazione, neoconservatori e nazionalisti
come Cheney e Rumsfeld, di cui oggi tendiamo a sottovalutare l'influenza
e la rilevanza.
È, questa, un'opera di mediazione sfibrante e continua: si gratificano i
partner europei con un vertice internazionale che qualche buontempone
nostrano interpreta come un premio alle iniziative di pace della città
ospitante; si accolgono in parte le richieste britanniche per un cessate
il fuoco "quasi" immediato; si inviano armamenti a Israele, per
accelerare le operazioni e sperare di poterne condizionare le scelte; si
placano i neoconservatori, inscrivendo anche quest'ultima guerra nel
processo di stravolgimento dell'intollerabile status quo mediorientale.
Tutti sembrano trarre almeno un qualche motivo di soddisfazione, e
questo è di per sé un mezzo successo diplomatico. Ma da questa sfibrante
negoziazione multilaterale non sembra emergere una strategia, che non
sia quella del cabotaggio quotidiano e del contenimento della crisi
contingente. Per un'amministrazione che ha adottato e promosso una
politica estera visionaria e radicale, mirante a una palingenesi
dell'ordine internazionale, questa costituisce un'ammissione di
sconfitta non da poco. ?
"Bush ha fallito?"
Democratici e repubblicani alle elezioni di metà mandato
Marco Sioli professore aggregato di Storia dell'America del Nord
all'Università degli studi di Milano
Le basi nel Mediterraneo
Una delle questioni che legano politiche interne e internazionali
riguarda sicuramente il tema delle migrazioni nella loro valenza più
ampia. Le migrazioni nel Mediterraneo vedono i soldati americani in
procinto di lasciare la Sardegna per la Sicilia che si colloca, ancora
una volta, in posizione strategica per le rotte verso il Medio Oriente e
la minaccia terroristica di matrice islamica, o "islamo-fascista" come
ha recentemente chiosato George W. Bush riportando il tema dello scontro
su basi ideologiche. Dove andranno i sommergibili nucleari che
continuano a inquinare le acque dell'isola di S. Stefano. Forse in
Sicilia? Tuttavia uno dei problemi principali per la Sicilia nel corso
di questa estate non è stata tanto l'aumento dei militari americani,
quanto quello dell'immigrazione dall'Africa di centinaia di persone che
hanno attraversato il Mediterraneo. La tragedia dei migranti che si
riversano sulle stesse spiagge, da vivi e da morti, mostrando l'ennesimo
paradosso della contemporaneità che viene riassunto dal quotidiano
argentino La Nación con una breve frase: "C'è chi prende il sole su
spiagge da sogno davanti al mare azzurro. E c'è chi affoga in quelle
stesse acque, senza riuscire a realizzare il sogno di raggiungere
l'Europa". Ma questa, come abbiamo visto, è una contraddizione da cui le
Americhe non possono considerarsi immuni, tuttavia viene evidenziata
come uno dei pericoli cui porre rimedio.
Uomini in mare
Un volume recentemente pubblicato in Italia e intitolato Miami ci ha
portato a riflettere non tanto sulla città della Florida e sulle sue
trasformazioni, quanto sul rapporto stretto tra la politica estera
americana e l'isola di Cuba. Nel volume di Joan Didion si riflette sulla
fuga in barca di Mariel del 1980 che ha portato all'emigrazioni di
125.000 cubani. Tra aprile e settembre 1980, centinaia di barche di
tutti tipi si riversarono in mare trasportando, cariche
all'inverosimile, migliaia di persone che portavano con sé tutti i loro
averi: un vestito e una borsa. Da Miami sino a Key West, i porti della
Florida brulicavano di ogni tipo di imbarcazione - dai pescherecci, ai
motoscafi - affollate di marielitos, come erano soprannominati gli esuli
di Mariel. La loro integrazione nel tessuto sociale americano fu
estremamente difficile: avevano perso tutto e ricominciare da capo, per
chi non aveva dei parenti in Florida, era quasi impossibile. Memore di
ciò il monito di George W. Bush, che ha annunciato che non tollererà più
un'invasione del territorio americano da parte di una nuova ondata di
immigrazione da Cuba, cade in un'America assillata dai continui
attraversamenti dei migranti irregolari della frontiera con il Messico,
un flusso che le nuove migrazioni nel Mediterraneo hanno oscurato nei
media, ma non certo interrotto, rendendo il problema dell'immigrazione
irregolare in Europa e negli Stati Uniti una questione sempre più
drammatica.
Un muro
Nord e Sud, Occidente e Oriente spesso sono segnati da barriere. La
caduta del muro di Berlino non è stato che un episodio fugace nella
storia delle frontiere nell'epoca contemporanea. Caduto un muro subito
se ne fa subito un altro, anzi due. Uno tra Israele e Palestina, e uno
nelle Americhe che coprirà l'intero confine tra Stati Uniti e Messico
andando ad integrare le recinzioni già presenti che separano le due
nazioni. Quello che il presidente messicano Vincente Fox ha dichiarato
"una vergogna" è stato da pochi giorni votato dal Congresso americano
con una schiacciante maggioranza. Nell'insieme, la nuova legge che ha un
nome chilometrico quanto il confine messicano americano, Border
Protectiomì, Anti-terrorism and Illegal Immigration Control Act, lega la
questione dell'emigrazione al terrorismo, ma la questione in questo caso
è il problema degli ispanici in America.
Il pericolo dell'immigrazione irregolare è balzato ancora una volta in
primo piano con le manifestazioni del Primo Maggio nel 2006. Il May
First, la festa dei lavoratori, ha perso la sua forza ideologica
originata negli Stati Uniti dell'Ottocento e si è trasformata in Labour
Day, festa del lavoro. In questo caso la giornata di lotta viene
riconquistata dai latinos che acquistano una visibilità internazionale.
Ma la politica statunitense non cambia, anzi a difesa del muro si
schierano i minutemen - i cittadini soldati pronti in un minuto della
Rivoluzione americana - che ricompaiono per difendere con le armi il
loro territorio e i loro diritti.
Blacksites
Le tristi immagini dai campi di Guantanamo e Abu Ghraib ci hanno
mostrato esseri umani prostrati e annientati nel fisico e nella mente,
ma tutto ciò veniva giudicato essenziale per garantire alle forze di
sicurezza che gestiscono i prigionieri della "guerra al terrorismo" la
massima libertà e il massimo rendimento. Guantanamo e Abu Ghraib non
sono altro che le punte dell'iceberg di una serie innumerevole di
blacksites in varie località situate nelle aree più impensate, dagli
stessi paesi arabi agli ex paesi del Patto di Varsavia, dove la Cia ha
dislocato centri di detenzione segreta. Il recente riconoscimento di
queste violazioni del diritto internazionale da parte di Bush sono
apparse un ennesimo espediente in vista delle elezioni di metà mandato.
Celebrare l'11 Settembre
Checché ne dicano i giornalisti l'11 Settembre non è stato il primo
attacco all'America e nemmeno il primo attentato terroristico su larga
scala. Il 19 aprile 1995 Timothy McVeigh fece saltare un palazzo
federale a Oklahoma City. Venne processato e poi giustiziato nel 2001
come unico responsabile. Nell'attentato morirono 168 persone - tra cui
diciannove bambini, in quanto all'interno dell'edificio c'era un asilo
nido per i dipendenti governativi - e furono ferite 850 persone.
All'inizio del suo mandato, la volontà di dimenticare il problema del
terrorismo è stata una delle priorità di Bush. Uno dei primi atti
ufficiali della sua amministrazione, nel gennaio 2001, è stato quello di
sopprimere l'ufficio, creato da Bill Clinton, incaricato di coordinare
su scala nazionale l'antiterrorismo presso il Consiglio per la sicurezza
nazionale e affidato a Richard A. Clarke. Il terrorismo rimaneva uno dei
problemi sfuggenti di cui si interessava Clinton, "legato per certi
versi alla globalizzazione". Ora invece la lotta al terrorismo è uno dei
cavalli di battaglia di Bush, e rimane tale dopo le celebrazione del
quinto anniversario del,'11 Settembre. Se si rilegge il discorso di Bush
per l'occasione, tuttavia, si intravede la necessità di tenere alta la
paura intesa come arma politica.
"Falsi i motivi della Guerra in Iraq"
Ora che anche una Commissione del Congresso ha dichiarato che erano
falsi i motivi che hanno portato gli Stati Uniti in guerra, rimane da
pensare all'abilità dell'uso dei media che hanno venduto quella guerra.
Un'abilità che rimane tale anche nelle elezioni di midterm. Basti
confrontare l'iperattivismo lobbystico di Cheney in giro per il paese
con l'Airforce2 e l'uso della retorica patriottica e religiosa di Bush.
Appaiono così evidenti i problemi dei Democratici che si sono
compromessi appoggiando la guerra in Iraq, in forte crisi di leadership
e ancora privi di forza di mobilitazione. "Bush non è incompetente",
come scrive in un recente articolo ripreso da Internazionale George
Lakoff, autore di Non pensare all'elefante, così come non si può
certamente dire che Bush abbia fallito, come ha recentemente dichiarato
la senatrice Hillary Clinton, bensì ha ottenuto quello che voleva.
Fabrizio Eva ha proposto il seguente contributo.
Arturo Zampaglione, America come crolla un impero, in La repubblica, 2
Agosto 2006.
Per Niall Ferguson, considerato il maggiore storico dell'imperialismo
moderno, la catastrofe libanese è una conferma del ruolo sempre meno
incisivo di Washington nel Medio Oriente e soprattutto del declino della
potenza americana. Che è poi la tesi centrale - provocatoria, ma ben
argomentata - delle 400 pagine del suo libro Colossus. Ascesa e declino
dell'impero americano, appena tradotto dalla Mondadori (pagg. 401, euro
20).
«Rispetto alla guerra arabo-israeliana del 1973» ci spiega Ferguson con
il suo accento britannico , «quando Henry Kissinger era attivissimo e
tutti guardavano alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno meno
credibilità, meno strumenti di pressione sui paesi arabi, meno armi
contro i terroristi, meno soldati da mandare nelle zone calde». Ed è la
dimostrazione di una forza imperiale che perde un'altra occasione
preziosa per mancanza di coraggio e di convinzione. Ferguson se ne
dispiace. Non è così intriso di retorica leninista da considerare
l'imperialismo sempre e comunque un male, un sistema di oppressione e
sfruttamento. Rifiutando l'etichetta di conservatore («Mi considero un
liberale alla Gladstone»), sceglie invece un approccio da studioso: come
è logico aspettarsi da una star della ricerca, che l'università di
Harvard ha appena "strappato" a quella di Oxford e che a 42 anni ha già
pubblicato 12 libri, soprattutto di storia economica e militare, in cui
sfata vecchi miti in nome del "revisionismo". «Di imperi» ricorda «ce ne
sono stati una settantina nella storia dell'umanità. Alcuni brevi, come
quello nazista sopravvissuto appena sei anni; alcuni secolari, come
quello romano che nelle diverse incarnazioni è durato mille anni o
quello ottomano. Alcuni nefasti, come di nuovo quello hitleriano o
quello sovietico; altri sostanzialmente benefici, come quello
britannico». E senza farsi turbare dalle critiche della sinistra europea
o dalle recensioni maliziose d'oltreoceano, a cominciare da quelle del
New York Times, il professore di Harvard afferma che gli imperi liberali
hanno un ruolo importante nel cammino dell'umanità. Gli Stati Uniti sono
un impero (il sessantottesimo della storia secondo i calcoli di Ferguson)
e lo sono sempre stati. Hanno immense ricchezze, una forza militare
senza rivali, una irradiazione culturale planetaria. In teoria
potrebbero esercitare una influenza positiva negli affari del mondo. Ma
quello americano è un colosso molto peculiare: da un lato incapace di
mantenere la pace e l'ordine, la legalità e la stabilità; dall'altro
vittima di un meccanismo quasi freudiano di negazione del suo ruolo. «A
differenza di tutti i precedenti, è un impero che non accetta di essere
tale» spiega Ferguson in Colossus, riportando alcune dichiarazioni di
esponenti politici che a un osservatore estero appaiono paradossali,
persino ipocrite, mentre per la maggioranza dell'opinione pubblica
americana sono quasi una ovvietà. Richard Nixon (nelle sue
memorie): «Gli Stati Uniti sono l'unica grande potenza a non avere un
passato di ambizioni imperialistiche nei confronti dei paesi vicini».
Sandy Berger (ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bill Clinton):
«Siamo la prima potenza globale della storia a non essere una potenza
imperiale». George W. Bush: «L'America non è mai stata un impero. Siamo
forse l'unica grande potenza della storia che ha avuto la possibilità di
diventarlo ma l'ha rifiutata, anteponendo la grandezza alla potenza e la
giustizia alla gloria». In generale i democratici hanno sempre rifiutato
e denunciato le tentazioni di "presidenza imperiale", mentre i
republicani hanno insistito sulla "diversità" del potere americano. Ma
queste sfumature ideologiche non cambiano l'essenza della "negazione",
né incidono sulla radiografia dell'impero tentata da Niall Ferguson . Di
sicuro - dice - gli Stati Uniti faticano più di altri poteri egemonici
della storia nell'imporre la loro volontà fuori dai confini nazionali.
Perché? Come si spiega che i risultati positivi nella esportazione del
loro "modello" siano molto più rari dei fallimenti? Lo storico
britannico individua "sette fasi" che hanno sempre caratterizzato
l'impegno imperialistico di Washington:
1) un sorprendente successo iniziale delle operazioni militari;
2) una interpretazione fasulla degli stati d'animo delle popolazioni
locali;
3) una strategia di guerra limitata e di escalation graduale delle forze;
4) un improvviso cambiamento di umori nell'opinione pubblica americana in
conflitti che si protraggono nel tempo e si rivelano più difficili delle
previsioni;
5) una introduzione prematura di istituzioni democratiche;
6) una crescente priorità di esigenze economiche interne;
7) l'abbandono definitivo.
Basta ripercorrere le vicende del Vietnam per trovare una conferma
puntuale delle "sette fasi". Basta pensare all'Iraq per rendersi conto
della fulminea disaffezione degli americani e di come la "settima fase",
cioè il ritiro, sia ormai vicina. Certo, esistono anche esempi in
controtendenza, cioè casi in cui la Casa Bianca ha esercitato un
"imperialismo liberale" con effetti costruttivi: dalla ricostruzione del
Giappone, alla caduta del muro di Berlino, agli interventi in Bosnia e
Kosovo. Ma il bilancio complessivo è tutt'altro che lusinghiero e
suggerisce a Ferguson di scavare più a fondo. In Colossus vengono
illustrate tre ragioni - "tre deficit" - per l'inefficienza
imperialistica degli Stati Uniti. Innanzitutto c'è un "deficit
economico", legato non tanto alle eccessive ambizioni militaristiche (di
cui invece aveva parlato un altro studioso del declino americano, Paul
Kennedy dell'università di Yale), quanto a problemi interni: cioè alle
tendenze iperconsumistiche e alle contraddizioni della social security
che hanno trasformato l'America nel principale paese debitore a livello
mondiale. Poi c'è il "deficit delle risorse umane": gli americani non
vanno volentieri all'estero né per combattere né per gestire gli affari,
come invece facevano i loro precursori britannici. Infine c'è
quello che Ferguson definisce il "deficit dell'attenzione", che è il più
grave dei tre, connaturato al sistema politico americano (elezioni ogni
due anni, tra presidenziali e rinnovi di midterm) e che si traduce nella
impossibilità di mantenere nel tempo gli impegni all'estero, specie se
diventano gravosi per l'economia, pericolosi sotto il profilo militare e
sgraditi all'opinione pubblica. Nella attuale crisi medio-orientale
Ferguson ritrova tutti gli elementi della sua analisi. In teoria
l'impero americano avrebbe un interesse vitale nell'imporsi nella
regione, sia per obiettivi economici (le riserve petrolifere), che per
motivi di sicurezza (è una fucina del terrorismo). Ma gli Stati Uniti
non sono più in grado di esercitare pienamente il loro potere imperiale.
«Il futuro dell'Iraq - dice lo storico, che all'inizio aveva appoggiato
l'invasione di Bush, salvo poi prendere le distanze dal presidente - non
è più nelle mani della Casa Bianca, ma dipende dai politici di Bagdad.
Se il Pentagono lascia le truppe, continuerà a essere nel mirino degli
insorti; se le ritira, scoppierà una guerra civile. Io comunque sono
pessimista: penso proprio che ci sarà una guerra civile, che potrebbe
anche estendersi, finendo magari per coinvolgere l'Iran e l'Arabia
Saudita». Secondo Ferguson, la colpa del "fiasco" iracheno, così come
del conflitto tra Israele e Hezbollah, va ricercata nella traballante
identità dell'impero americano. Bush appare poco credibile se le sue
guerre sono affidate ad aerei-robot e sistemi hi-tech, e non alla
presenza di robusti contingenti sul fronte. Il potere degli Stati Uniti
è sempre più debole, intermittente ed effimero, con conseguenze sui
negoziati diplomatici. L'America sembra insomma un colosso, non come
quello di Rodi, che ha ispirato il titolo del libro, ma con i piedi
d'argilla. E fin quando non sorgerà un altro impero della storia,
avverte lo storico britannico, questa situazione presenta pericoli per
tutti.
DOMANDE CHE VERRANNO POSTE AI RELATORI DA ALFREDO SOMOZA
1) Dal dopo guerra, le motivazioni per una presenza statunitense nel
mondo sono mutate:
- deterrenza del "blocco comunista"
- prevenzione del narcotraffico
- lotta al terrorismo
Anche le migrazioni potranno costituire un "alibi" valido per nuove
politiche interventiste?
2) La moltiplicazioni dei "buchi neri" nei quali condurre interrogatori
(sotto tortura o no) e confinare detenuti senza accuse, processi né
diritti si configura come una condizione strutturale nella cosiddetta
"lotta al terrorismo" oppure è da considerarsi una fase transitoria
legata all'amministrazione Bush?
3) I democratici, passati dal sostegno all'impresa bellica di Bush alle
critiche più o meno aperte, hanno una formulazione di come vorrebbero
condurre loro il seguito dei conflitti in corso, dei quali è difficile
immaginare un disimpegno degli Usa anche in caso di sconfitta dei
repubblicani?
4) Quali lezioni hanno tratto gli Stati uniti dalla sconfitta, sul
campo, delle ipotesi di politica estera unilaterali?
5) La classe dirigente statunitense è in grado ancora di "fare politica"
senza ricorrere obbligatoriamente alla scorciatoia bellica?
6) Dalla crisi del Libano, al momento, emergono diversi sconfitti e
vincitori, ma le Nazioni Unite, ripescate in extremis come ambito di
mediazione tra le parti, sono ancora in grado di diventare il luogo
della costruzione di una futura politica multilaterale?
7) Gli Stati Uniti, l'"impero che non si percepisce come tale", hanno
oggi un ruolo "stabilizzatore" o "destabilizzatore" dello scenario
mondiale? Senza di loro, quale scenario?
8) Negli Stati Uniti, la Cina e l'India vengono percepite come un
pericolo (commerciale, militare) oppure come un potenziale complemento
negli equilibri mondiali futuri?
9) L'Europa, da vassallo nel dopoguerra a partner commerciale e militare
di prim'ordine, è qualcosa di più, nella visione statunitense, di un
"baluardo di occidente" e un alleato quasi sempre sicuro?
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