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Stranieri nell'UE
Carta di soggiorno? Liberi di lavorare in tutta
Europa
L'Italia, come altri Paesi Ue, non ha attuato la direttiva
europea sui soggiornanti di lungo periodo.
Ma la sentenza di un giudice potrebbe far lavorare chi ha una carta
rilasciata in un altro paese Ue
Lo scorso novembre un annuncio del vicepresidente della Commissione
europea Franco Frattini ha fatto drizzare le antenne a milioni di
immigrati in Europa: "Nel gennaio 2006 entrerà in vigore una regola che
permetterà ai lavoratori extracomunitari che risiedono da oltre 5 anni
in modo legale in uno stato membro di muoversi liberamente e lavorare in
qualsiasi altro paese Ue".
Quella dichiarazione era troppo ottimista. Le cose sarebbero andate così
solo se tutti i Paesi dell'Unione avessero adeguato le proprie leggi
sull'immigrazione a una direttiva europea (2003/109/CE) dedicata ai
cittadini di Paesi extraue che risiedono regolarmente da diversi anni in
Europa.
Doppio binario
"Secondo la direttiva, i cittadini extracomunitari che soggiornano
regolarmente in un Paese membro da almeno 5 anni, possono richiedere lo
status di "soggiornanti di lungo periodo", venendo per molti versi
equiparati ai cittadini degli altri stati dell'Ue. Tra i benefici
principali ci sono il rilascio di un titolo di soggiorno di lungo
periodo, come la carta di soggiorno, e la possibilità di spostarsi
liberamente, anche per lavorare, in tutti i Paesi dell' Unione" spiega
la dott.ssa Ledia Miraka, esperta in diritto dell'immigrazione.
In realtà, quando a gennaio sono scaduti i termini per dare attuazione
alla direttiva, avevano risposto all'appello solo Austria, Lituania,
Polonia, Slovenia e Slovacchia. E così intanto si viaggia su un doppio
binario: succede ad esempio che chi oggi ha una carta di soggiorno
rilasciata in Italia può andare tranquillamente a lavorare in Austria,
ma il percorso contrario non è così semplice.
L'Italia non ha ancora adeguato la sua normativa alla direttiva europea.
Secondo il Testo unico sull'immigrazione la carta di soggiorno viene
infatti rilasciata solo dopo 6 anni di residenza regolare e chi l'ha
ottenuta in un altro paese Ue può venire in Italia solo per motivi di
turismo. Se vuole lavorare deve comunque tentare la lotteria dei flussi.
Rivolgendosi a un tribunale, è però possibile far applicare anche in
Italia, caso per caso, quanto previsto dalla direttiva europea. Vediamo
come.
In tribunale
"Prendiamo ad esempio un cittadino extraue che ha una carta di soggiorno
rilasciata in Francia e trova in Italia qualcuno pronto ad assumerlo con
tutte le garanzie previste dalla nostra legge per il rilascio di un
permesso per lavoro" ipotizza la dott. ssa Miraka. "Quando chiederà un
permesso per lavoro alla Questura questa glielo negherà perché secondo
la legge italiana deve passare per i flussi. A questo punto il nostro
"soggiornante di lungo periodo" potrà presentare ricorso a un giudice
chiedendo che nel suo caso venga applicata la direttiva europea".
Ogni giudice chiamato a risolvere un conflitto tra una norma nazionale e
una europea è tenuto infatti ad applicare la norma europea, purchè
questa sia chiara e precisa e siano scaduti i termini per la sua
attuazione. "Questi requisiti nella direttiva 2003/109/CE ci sono tutti,
- dice ancora la dott.ssa Miraka - quindi il giudice non potrà che dare
ragione al cittadino extraue, intimando che gli venga rilasciato il
permesso per lavoro".
Il discorso è valido anche per chi, con una carta di soggiorno
rilasciata in Italia, vuole andare a lavorare in un altro dei Paesi che
non hanno dato attuazione alla direttiva. Naturalmente dovrà chiedere un
permesso per lavoro alle autorità competenti in quel Paese e quindi, di
fronte a un rifiuto, rivolgersi a un giudice.
Le controindicazioni? I tempi lunghi e le spese che deve affrontare chi
intraprende un'azione legale. In tanti potrebbero pensare che ne vale la
pena: secondo le stime della Commissione, in Europa ci sono almeno
10milioni di "soggiornanti di lungo periodo"…
Elvio Pasca
Lo studio Ismu: in Italia 3,3 milioni di immigrati
Rappresentano quasi il 6% della popolazione.
Albanesi, romeni e marocchini i più presenti. Cresce l'integrazione
Tre milioni e 300mila: questo il numero degli stranieri, compresi
540mila irregolari, giunti in Italia da Paesi a forte pressione
migratoria.
Lo afferma la fondazione Iniziative e studi sulla multietnicità (Ismu).
Lo studio - contenuto nell'undicesimo rapporto di una delle
organizzazioni che più assiduamente segue le dinamiche del settore -
mette in luce caratteristiche contrastanti. Gli stranieri si stanno
integrando in Italia: comprano sempre più case e il 14% del patrimonio
immobiliare del Paese è di loro proprietà. Ma se quei tre milioni e
300mila immigrati rappresentano il 5,7% della popolazione italiana, gli
stranieri da soli sono praticamente un terzo (il 32,2%) dei carcerati.
Gli albanesi rimangono la comunità più numerosa (con un totale tra
regolari e irregolari di 459mila persone), seguiti dai romeni (437mila)
e dai marocchini (408mila). Molto staccate le altre nazionalità: 180mila
gli ucraini, 169mila i cinesi, 110mila i filippini e tunisini.
"La questione forse più eclatante - commenta Gian Carlo Blangiardo,
docente di Demografia all'Università Bicocca di Milano e curatore
scientifico del rapporto Ismu - è che il numero di stranieri in Italia
si è raddoppiato negli ultimi tre anni. Non sappiamo se il trend
proseguirà con tale forza, ma se così fosse l'Istat ha già calcolato che
nel 2050 gli stranieri sarebbero più degli italiani. E' chiaro che a
tali numeri ingestibili non arriveremo mai, ma attualmente la pressione
migratoria rimane molto forte".
L'analisi dell'Ismu sugli immigrati presenti in Italia - che si basa
sull'incrocio dei dati dell'anagrafe e di altre fonti ufficiali con
quelli di un campione rappresentativo di 30mila stranieri - a proposito
delle grandi aree di provenienza evidenzia la netta superiorità degli
est-europei che, con 1,5 milioni di unità, rappresentano il 46% del
totale. Circa 600mila sono i nordafricani e gli asiatici, mentre sono la
metà gli 'altri africani' e i latinoamericani. Tanti i giovani: nel
biennio 2003-2005 sono aumentati di 80mila unità all'anno, per arrivare
a superare, a gennaio 2005, le 502mila presenze. I titolari
extracomunitari di imprese, al 30 settembre 2005, sono quasi 200mila,
poco meno del 6% del totale, la maggior parte occupata nel settore delle
costruzioni.
Nell'arco degli ultimi cinque anni, anche grazie alla crescente
disponibilità delle banche a concedere mutui agli immigrati, l'acquisto
di case è più che quadruplicato. L'accesso alla casa di proprietà sembra
consolidarsi, tanto da giustificare la comparsa di agenzie immobiliari 'specializzate',
gestite da stranieri che si rivolgono ai propri connazionali. Sempre più
importanti anche le rimesse di valuta verso i Paesi d'origine: tra il
2000 e il 2004 l'Ufficio italiano cambi segnala una crescita da 749
milioni di euro fino a quota due miliardi. In base a uno studio della
Banca mondiale, nel 2005 l'Italia è al settimo posto della lista dei
Paesi industrializzati interessati dal mercato delle rimesse.
Intanto l'incremento di studenti stranieri si è velocizzato soprattutto
con i processi di regolarizzazione degli stranieri e dei
ricongiungimenti: secondo l'Ismu nello scorso anno scolastico erano
361mila gli allievi extracomunitari. L'Albania, il Marocco, la Romania,
la Cina e la ex-Jugoslavia (le cinque nazionalità prevalenti negli
ultimi anni) raggiungono insieme il 51% del totale di alunni con
cittadinanza non italiana. La criminalità. A giugno 2005 i detenuti
stranieri In Italia sono il 32,2% dell'intera popolazione carceraria:
19mila su 59mila. Gli stranieri denunciati per cui è iniziata l'azione
penale, stando agli ultimi dati disponibili, aggiornati al 2003, sono
116.392 su 536.237 denunciati complessivamente in Italia: si tratta del
21,7% del totale (dato che, considerando solo il Nord, sale al 30%). E'
il livello più alto mai registrato, superiore di quasi tre punti
percentuali a quello del 2002, che si fermava al 19%.
Ma gli sbarchi di immigrati sulle nostre coste sarebbero in diminuzione.
Secondo il rapporto, nel 2001 le persone sbarcate e intercettate erano
state 20.143, nel 2004 solo 13.635. Sono cambiati anche i luoghi di
approdo: nel 2001 le persone arrivate in Puglia e in Calabria sono state
rispettivamente il 42% e il 30% del totale. Ma ora gli sbarchi di cui si
ha notizia avvengono quasi esclusivamente in Sicilia: nel 2004 il 99,7%
dei clandestini intercettati sono sbarcati sulle coste dell'isola,
contro il 27,3% del 2001.
"Gli immigrati in Italia sono un fenomeno strutturale che deve essere
affrontato senza paure - commenta Vincenzo Cesareo, segretario generale
della fondazione Ismu - e che deve uscire dalla logica dell'emergenza,
tanto dal punto di vista legislativo, quanto da quello sociale. E'
necessario avviare un dibattito, anche a livello internazionale, sui
modelli di integrazione: quelli finora adottati, infatti, hanno fallito.
Anche perché le migrazioni contemporanee - conclude Cesareo - tendono ad
assumere sempre più la configurazione della diaspora, con una comunità
transnazionale, etnica o culturale che si costituisce in seguito alla
dispersione di un popolo, costretto per qualche ragione ad allontanarsi
da una patria nella quale i suoi membri continuano comunque a
identificarsi".
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