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LA FIEI AL QUINTO FORUM SOCIALE MONDIALE
DI PORTO ALEGRE
Il V° Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre ha visto la partecipazione di
oltre 100.000 partecipanti provenienti da ogni paese del mondo. Preponderante
la partecipazione dal Brasile, dall’Uruguay, dall’Argentina e dagli altri
paesi dell’America Latina e al suo interno, l’impressionante numero di oriundi
italiani presenti al forum, un dato che si ripete fin dalla prima edizione e
che costituisce un elemento di riflessione molto importante per noi italiani
impegnati sul versante emigrazione ed immigrazione: si può cioè affermare
senza ombra di dubbio, che la cultura politica e civile trasmessa dalle
generazioni di migranti in America Latina ha permeato e continua ad influire
positivamente sull’evoluzione dei principali paesi di questo continente e ciò
costituisce un elemento da tener ben presente nella valutazione italiana sul
loro futuro e su come l’azione delle nostre forze sociali e politiche di
progresso deve ad essi rapportarsi, anche nella prospettiva del voto
all’estero.
Altro dato importante la preminente partecipazione dei giovani al forum:
soltanto nell’”acampamento”, il grande campeggio sulle rive del fiume Guaìba,
erano presenti oltre 30.000 giovani.
La partecipazione italiana, molto al di sotto delle precedenti edizioni, si è
situata sui 400 partecipanti registrati (solo al 12° posto tra le delegazioni
nazionali). La delegazione della CGIL e delle strutture associative ad essa
legate era di circa 50 persone. Molte le iniziative realizzate: 600
incontri/dibattiti/seminari realizzati ogni giorno, per un totale di oltre
3.500 occasioni di discussione e partecipazione.
Le iniziative realizzate dalle strutture della CGIL, dello SPI, dell’INCA,
hanno visto la partecipazione di diverse centinaia di persone.
Tra le più riuscite, l’iniziativa della FIEI, della FILEF e dell’Ist. F.
Santi, svoltasi domenica 30 gennaio, con circa 100 partecipanti provenienti da
Italia, Spagna, Francia, Svizzera, Germania, USA, Brasile, Argentina, Uruguay,
Venezuela, Cile, Equador, sul tema “Globalizzazione, Guerra, Migrazioni -
Organizzazione e lotte per i diritti dei migranti nel mondo”, in
rappresentanza di organizzazioni come: FIEI, FILEF, F.Santi, CGIL, PROSVIL,
INCA-CGIL, PIT-CNT Uruguay, LHD-France, Associacion Migrantes - Equador,
Attac-France, Acli Veneto, Scuola Italiana di Belo Horizonte, CAAELII-USA,
Circolo Berlinguer - Buenos Aires, Selvas.ORG, TerreMadri.it, NOI DONNE,
AIAPAS-DED Brasil, ECAP-Zurigo, Comitee pro Amnistia –Seattle USA, UNHCR
Brasil, Lombardi nel Mondo, Commissione Pastorale della Terra- Brasil,
Coordinamento gruppi di giustizia sociale, Rayos de sol, ACMOS-Mais,
Pontificia Università Cattolica S.P., FAPA-POA RS.
Al seminario, presieduto da Rino Giuliani e Rodolfo Ricci, sono intervenuti
tra gli altri, Alejandro Francomano, Guglielmo Bozzolini, Lorenzo Murgia, Nino
Galante, Italo Stellon, Marco Venturini, Andrea Amaro, Miguel Eredia, Gabriel
Puricelli, Andrea Lanzi, Eduardo Lobo, Daniele Marconcini, Jorge
Quiroga, Dale Asis.
Molto ampio e ricco il dibattito che ha consentito di conoscere la situazione
dei cittadini migranti nei diversi paesi e in particolare:
a)- la tendenza restrittiva di molte legislazioni nazionali, i rischi di
xenofobia e razzismo,
b)- le indispensabili misure di accoglienza e di integrazione rispettosa delle
identità culturali a cui debbono rispondere i paesi di immigrazione in un
contesto caratterizzato dalla strutturalità dei fenomeno migratori attuali,
c)- la necessità della costruzione di reti internazionali di organizzazioni
che si battono per i diritti dei migranti, di cui FIEI si farà tra gli altri,
promotrice nei prossimi mesi,
d)- l’inserimento dei migranti quale parte attiva e protagonista dei programmi
di cooperazione internazionale tra paesi del nord e del sud del mondo.
La Fiei produrrà una documentazione del seminario di Porto Alegre, che
introduce elementi di conoscenza e di prospettiva particolarmente innovativi e
importanti anche per la considerazione delle questione legate alla presenza
dei 4 milioni di italiani all’estero e delle decine di milioni di oriundi.
Di seguito presentiamo una sintesi della relazione introduttiva al
dibattito del seminario, svolta da Rodolfo Ricci, segretario generale della
FIEI.
Seminario della FIEI (Federazione Italiana
Emigrazione Immigrazione)
sul tema Globalizzazione, Guerra, Migrazioni:
Organizzazione e lotte per i diritti dei cittadini migranti nel mondo
Sintesi della relazione introduttiva
di Rodolfo Ricci
(Porto Alegre, 30 Gennaio 2005) - Secondo il rapporto dell’OIL (Ufficio
internazionale del Lavoro), pubblicato nel maggio del 2004, quasi la metà dei
migranti e dei rifugiati nel mondo –cioè circa 86 milioni di adulti, a fronte
di un totale di ca. 175 milioni-, è economicamente attiva, impiegata o
impegnata in attività remunerative.
Il rapporto rileva che nei prossimi dieci anni, il numero dei migranti
internazionali in cerca di un’occupazione e di migliori condizioni di vita
crescerà rapidamente a causa del fallimento della globalizzazione nel fornire
lavori ed opportunità economiche.
“Se si guarda all’economia globale dal punto di vista della gente, il suo più
grande fallimento consiste nellìincapacità di creare lavoro sufficiente nei
luoghi in cui le persone vivono”, ha dichiarat il Direttore Generale dell’ILO,
Juan Somavia. “Dobbiamo trovare il modo per creare lavori dignitosi per quel
vasto flusso di migranti, attraverso azioni e politiche multilaterali”.
Secondo il rapporto, il numero di migranti è aumentato di circa 6 milioni
all’anno nel corso degli anni ’90. Se i 175 milioni di migranti internazionali
registrati nel 2000 formassero una singola entità politica, essi
rappresenterebbero il quinto paese più popoloso del mondo.
“Towards a fair deal for migrant workers in the global economy,”[1][1][1]rileva
che “un numero crescente di paesi è attualmente interessato dal fenomeno
migratorio, siano essi di origine, di destinazione o transito, oppure tutto
questo simultaneamente”, e aggiunge che ciò richiede l’adozione di un
approccio multilaterale da parte di tutti gli Stati coinvolti piuttosto che
risposte unilaterali.
Il Rapporto indicava che l’approccio multilaterale è necessario per migliorare
la gestione della migrazione, “una questione cruciale dei nostri tempi”.
Il Rapporto evidenzia che:
· Le conseguenze economiche dell’immigrazione nei paesi di
destinazione sono in larga parte positive. I nuovi arrivati contribuiscono al
rinnovamento della popolazione e stimolano la crescita senza inflazione, come
avevano già rilevato negli anni ’70 due grandi studiosi delle migrazioni come
Manlio Rossi Doria o come Paolo Cinanni, grande dirigente della FILEF, la cui
rilettura andrebbe a tutti consigliata.
· All’indomani della seconda guerra mondiale, i lavoratori migranti
hanno contribuito alla crescita dell’Europa per oltre 30 anni. In Asia
occidentale e orientale, dagli anni ’70 i lavoratori migranti hanno
contribuito alla trasformazione delle città in metropoli moderne.
· I paesi di origine sperimentano il fenomeno della “fuga di
cervelli” di migranti qualificati. Quasi 400.000 scienziati e ingegneri
provenienti dai paesi in via di sviluppo lavorano nei settori della ricerca e
sviluppo nei paesi industrializzati.
· Secondo i dati della Banca Mondiale, i migranti hanno inviato nei
loro paesi, nel 2002, rimesse per un ammontare di circa 80 miliardi di dollari
l’anno, che ha costituito per i paesi in via di sviluppo la seconda fonte più
grande di entrate dall’estero. Nel 2003 questa cifra è divenuta la principale
fonte di entrate (135 miliardi di dollari). Considerando anche le rimesse
effettuate per via informale, cioè non registrabili dalle banche centrali, si
stima che questa cifra si situi attualmente tra i 150 e i 200 miliardi di
dollari, cioè quasi il doppio degli I.D.E..
· Le donne costituiscono il 49 per cento del totale dei migranti
internazionali. Esse rappresentano sempre di più la prima fonte di reddito per
le loro famiglie.
· Tra il 10 e il 15 per cento di migranti è in una situazione
irregolare, un fenomeno non circoscritto ai soli paesi sviluppati. “La portata
dei flussi di lavoratori irregolari indica chiaramente che la domanda di
lavoratori migranti regolari non coincide con l’offerta”.
Il Rapporto fa notare che le condizioni di lavoro per una gran parte di
migranti sono caratterizzate dall’abuso e lo sfruttamento; in qualche caso
assumono la forma del lavoro forzato e troppo spesso vengono negati i diritti
sindacali o addirittura si registrano atteggiamenti di discriminazione e
xenofobia.
I lavoratori migranti in situazione irregolare affrontano “gravi rischi per i
loro diritti umani e le libertà fondamentali quando vengono reclutati o
impiegati al di fuori della legalità.”
La migrazione costituisce “una delle sfide politiche più complesse per i
governi”.
Il Rapporto si appella ai delegati tripartiti degli Stati membri per
considerare l’adozione di un programma di azione dettagliato “per migliorare
le condizioni dei lavoratori migranti e promuovere forme di migrazione più
ordinate.”
Il Rapporto spiega che le differenze economiche, politiche e demografiche tra
i paesi nonché la carenza di occupazione e lavoro dignitoso, sicurezza
economica e libertà personale “aiutano a spiegare in larga parte le ragioni
della migrazione internazionale contemporanea”.
“I costi sociali della migrazione per lavoro in termini di separazione dalle
famiglie e dalle comunità sono, senza dubbio, più rilevanti dei costi
economici”. Il rapporto rileva che alcuni paesi di origine pare abbiano
sviluppato “una cultura dell’emigrazione”.
Inoltre, ci sono “profonde conseguenze per i paesi di destinazione”, ma c’è
anche un problema di percezione rispetto all’impatto della migrazione. Il
Rapporto menziona studi realizzati sia nei paesi dell’Europa occidentale che
negli Stati Uniti che indicano cambiamenti minimi dei salari causati
dall’immigrazione, con alcune indicazioni secondo cui i salari dei lavoratori
più qualificati aumentano nei periodi di forte immigrazione.
Nel contempo, le modifiche sociali inerenti all’accoglienza di immigrati di
origine etnica differenti sono diventati oggetto di dibattito pubblico, “in
particolare laddove non si adottano efficaci politiche d’integrazione, la
migrazione è talvolta causa di tensioni sociali”.
La questione della migrazione è oggi ai primi posti nell’agenda
internazionale. Il recente rapporto della Commissione mondiale sulla
dimensione sociale della globalizzazione[2][2][2]pone la migrazione in cima
tra le sue raccomandazioni e la Commissione Globale sulla migrazione
internazionale ha iniziato a preparare raccomandazioni per il Segretario
generale delle Nazioni Unite e altri stakeholder. Nel 2006, il Dialogo ad Alto
Livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sarà impegnato sulla
questione della migrazione e sviluppo.
Alla luce di questi dati e delle conclusioni del raporto dell’OIL si possono
proporre alcune ipotesi di riflessione:
a)- le migrazioni sono un dato strutturale e tendenziale del contesto
mondiale.
b)- la vera prospettiva che ci sta di fronte è quella di società
interculturali per le quali è fondamentale attrezzarci rapidamente in termini
di corretta accoglienza e di positiva integrazione.
La natura e l’entità del fenomeno migratorio mostrano che le nostre società
sono costitutivamente dinamiche; la mobilità sociale a livello nazionale e
mondiale sono un effetto dei processi economici e caratterizzano in forma
minore o maggiore ogni società.
Ciò vuol dire che i migranti non sono più solo “gli altri”; migranti siamo
sempre di più “noi” e sempre più lo saranno, probabilmente le nuove
generazioni, i nostri figli, le nostre figlie.
Si può dire che precarizzazione nell’ambito dei rapporti di lavoro, delle
relazioni sociali, delle ragioni di scambio tra paesi ed aree, delle relazioni
culturali e quindi nell’identità dei paesi e dei popoli, sono tutti
epifenomeni del generale sommovimento che chiamiamo “globalizzazione”.
Dentro questo generale processo di mobilità e di accentuazione della
dinamicità sociale ed economica tra aree territoriali, rimane stabile, anzi si
irrigidisce, la dimensione di potere del grande capitale finanziario e della
egemonia della sua ideologia neoliberale; nella infernale mobilità di tutto
ciò che ci circonda, solo le 500 famiglie più ricche detengono un capitale
equivalente a quello dei 2,6 miliardi di persone più povere. Le 7.000 persone
più ricche arrivano a possedere quasi la metà della ricchezza mondiale.
Ciò riperpetua “l’antico”, ma permanente rapporto tra struttura e
sovrastruttura, con i suoi corollari di inquinamento della riflessione
politica, sociale e culturale, di alienazione delle coscienze attraverso un
uso spregiudicato e criminale dei media, teso a scatenare, nel nostro caso,
conflitti e tensioni tra classi subalterne nazionali e stranieri migranti.
Nell’esempio più “elevato” di mistificazione, alla globalizzazione neoliberale
viene fatta coincidere la libertà, mentre nel rapporto con la mobilità
migrante e con la diversità delle identità culturali e religiose, si incitano
i demoni dell’intolleranza e del razzismo, giustificati da un’improbabile e
contraddittorio, quanto impudritito “spirito nazionale”.
A fronte dei sommovimenti che stanno avvenendo, non è possibile continuare a
posizionare la nostra riflessione sulle categorie interpretative tipiche dello
stato nazionale. Oppure, per dirla diversamente, non possiamo adottare una
prospettiva univoca, quella, per quanto ci riguarda, dei paesi che sono meta
dei flussi migratori, paesi, come l’Italia, ove il dibattito politico si è
incentrato, negli ultimi 15 anni, sulla questione della regolazione dei flussi
in termini di contenimento, restrizione e sicurezza.
Dal momento che abbiamo accettato la libera circolazione delle merci e dei
capitali come dato positivo, pur nelle sue contraddizioni, dovremmo accettare,
pur nella sua insita complessità, la libera circolazione delle persone.
L’antinomia è cioè questa:
1)- o un sistema aperto a tutti i livelli
2)- o un sistema chiuso a tutti i livelli
Oggi ci troviamo dentro un sistema aperto per i capitali, parzialmente aperto
per le merci e tendenzialmente chiuso per le persone. In realtà le persone si
muovono comunque, però senza diritti. E in questo dato c’è tutta l’ipocrisia
di questo modello di globalizzazione.
In questo forum si discute di un mondo possibile che coniughi libertà e
identità, valori universali e diversità culturali, etniche e di genere;
accesso alle risorse per tutti, mantenimento delle identità e specificità dei
soggetti e dei territori, ecc., ecc.
Dentro questa complessità, quali possono essere i punti discriminanti per
un’azione sociale e politica a favore dei migranti ?
Intanto il punto di vista, la prospettiva, deve necessariamente essere
“multilaterale”: ogni volta che pensiamo ai migranti dobbiamo essere in grado
di pensare al suo luogo di origine e al suo punto di arrivo o di transito.
Dobbiamo cioè essere olistici e non riduttivi della condizione del migrante
alla sua condizione nel punto di arrivo: la sua soggettività è duplice, e se
vogliamo comprenderla dobbiamo farci carico della sua prospettiva (che, come
detto può essere anche nostra) e della problematicità e complessità dei
contesti da cui viene, delle ragioni che lo fanno venire, che sono le stesse
ragioni per le quali assistiamo, per es. ad una sostanziale riduzione del
welfare nei nostri paesi, alla precarizzazione delle relazioni sociali, ecc..
Dobbiamo inoltre aver ben presente che se è vero che oltre la metà dei
migranti lavorano stabilmente nei paesi di accoglimento, ciò vuol dire che
esiste un oggettivo fabbisogno dei mercati del lavoro di questi paesi. Cioè, i
sistemi economici dei paesi del nord domandano questa forza lavoro. Serve a
poco sottolineare la diversità dei contesti economici e storici che hanno
accolto i milioni di migranti nel corso del ‘900 e quelli attuali:
l’accoglienza e il soggiorno di imponenti masse di emigranti italiani
costruita sulla contrattualizzazione della forza lavoro da parte di paesi come
la Germania, la Svizzera, il Belgio, la Francia, oppure il Canada o
l’Australia, nel secondo dopoguerra, era la naturale forma di intermediazione
della forza lavoro nell’epoca del fordismo-taylorismo e dei paralleli sistemi
di welfare e di diritto nazionali.
Finita questa fase (già da alcuni decenni), come è possibile richiedere oggi
una regolazione dei flussi di questo tipo, in un contesto che, all’opposto,
formalizza la precarietà (interinale, a progetto, in affitto, ecc.) dei
rapporti di lavoro a partire dai lavoratori autoctoni?
E’ sintomatica la contraddizione emersa in Italia tra Legge 30 (Legge Biagi) e
Legge Bossi-Fini, quanto alla concessione dei permessi di soggiorno legati ai
contratti di lavoro: ai lavoratori migranti non è possibile applicare la Legge
Biagi che contempla rapporti di lavoro a progetto che possono essere di durata
inferiore ad un anno. Non sarà che gli autoctoni sono già più precari dei
migranti ?!
La domanda di forza lavoro dal sud del mondo fa emergere un altro punto
interessante di riflessione: come pagano i paesi ricchi, la disponibilità
gratuita di forza lavoro matura (e cresciuta a spese dei paesi poveri, come
dicevano Rossi Doria e Cinanni) ?
Non la pagano affatto ! Si può dire quindi che si sta strutturando un enorme
“debito umano” -accanto al più noto debito ecologico derivante
dall’espropriazione delle sue risorse-, del nord verso il sud.
L’entità di questo debito andrebbe calcolata, e potrebbe consentire di
chiarire perché debbono essere completamente cancellati i debiti (in termini
di flussi contabili di capitali e di interessi) che il nord ritiene di dover
continuare ad incassare dal sud.
Un altro dato e un’altra riflessione: le rimesse dei migranti nel mondo hanno
raggiunto, come abbiamo visto, la quota di circa 135 miliardi di USD nel 2003;
con le rimesse informali raggiungiamo una quota variabile tra i 150 e i 200
miliardi di USD. (Per inciso, all’interno di questa quota sono comprese anche
le rimesse dei 4 milioni di italiani emigrati, che rimettono annualmente in
Italia circa 5 miliardi di USD; questo dato, da solo -senza citare il famoso
indotto di 120 miliardi dollari prodotti dall’italianità nel mondo a favore
del nostro paese-, rende ridicolo lo stanziamento di qualche decina di milione
di euro a favore degli stessi 4 milioni di italiani, che l’attuale governo ha
ulteriormente ridotto).
La somma delle rimesse totali dei migranti nel mondo supera di gran lunga la
cifra degli IDE (investimenti diretti dall’estero) che raggiungono i PVS
(Paesi in via di sviluppo e paesi poveri) ed è quindi la prima fonte di
finanziamento e di sviluppo dei paesi del sud del mondo.
Se consideriamo solo i paesi poveri, la somma delle rimesse dei migranti è
pari a 4 volte gli IDE diretti verso questi paesi.
Alla luce di ciò si può affermare, contrariamente al luogo comune, che nella
situazione presente, maggiore apertura ai flussi migratori equivale a maggiori
opportunità di sviluppo per i paesi poveri e per i PVS. Ciò contrasta
fortemente e rende evidente il carattere ideologico dell’affermazione ipocrita
delle destre –ma che raccoglie assenso anche da settori delle sinistre-,
secondo la quale bisogna ridurre i flussi ed aumentare gli aiuti alla
cooperazione e allo sviluppo.
In realtà si può affermare che solo un combinato positivo di maggiore apertura
ai flussi migratori e maggiori aiuti allo sviluppo e investimenti dall’estero
possono essere in grado di fornire concreto aiuto alla accelerazione dello
sviluppo dei paesi poveri e dei PVS, e quindi, ma solo a medio termine,
influire su una riduzione dei flussi migratori.
E’ pur vero che si tratta anche di indirizzare gli investimenti nei paesi del
sud derivanti dalle rimesse, in modo tale che essi siano efficaci per uno
sviluppo sostenibile socialmente ed ecologicamente e non vero spese
improduttive o verso la rendita di lobby locali; ma questo riguarda anche gli
IDE e gli aiuti allo sviluppo.
In questo senso sono certamente ipotizzabili sistemi di regolazione dei flussi
tra paesi di arrivo e di provenienza che coniughino positivamente attraverso
accordi bilaterli e multilaterali, apertura all’immigrazione e priorità di
investimenti derivanti dalle rimesse, con particolare attenzione a quelli
relativi alla salute, all’educazione, alla sostenibilità ecologica, alla
autosussistenza alimentare, ecc..
In ciò si dovrebbero attivamente impegnare attivamente un governo di sinistra.
Dal canto nostro (dell’Italia, dell’Europa, del cosiddetto nord), non abbiamo
quindi altra strada realistica che quella di attrezzarci con rapidità verso
politiche adeguate di accoglienza e di integrazione rispettosa dell’identità.
Integrazione e rispetto dell’ identità non possono essere scisse; ne
deriverebbe infatti una riduzione delle opportunità per due motivi, che non
sono solo di natura etica o afferenti alla sfera dei diritti:
1)- l’assimilazione che cancella l’identità è il peggior viatico alla
“sicurezza”.
2)- le opportunità derivanti dalla biculturalità dei migranti, costituiscono,
sul piano sociale ed economico una enorme risorsa relazionale, ad ogni
livello, nell’epoca della globalizzazione.
La storia ci dimostra, al di là delle congiunture economiche positive o
negative che attraversano ogni paese, che grandi realtà nazionali come gli
USA, l’Australia, il Canada, il Brasile o l’Argentina, hanno costruito la loro
potenza economica con le migrazioni; gli USA continuano a farlo –senza
riconoscerlo ufficialmente-: si stima infatti che sul territorio USA sono
presenti attualmente dai 10 ai 13 milioni di migranti irregolari occupati nel
mercato del lavoro locale; ambasciate, consolati, forze di polizia conoscono
bene come sono arrivati e dove sono vivono e lavorano questi migranti, sia
negli USA, sia nei paesi europei, ove è anche consistente la presenza di
irregolari, più noti come clandestini.
Tra le grandi opportunità derivanti dal rispetto dell’identità dei migranti e
dalla loro positiva integrazione, ce n’è un'altra degna di riflessione: si può
infatti ipotizzare che da un approccio di questo tipo, si aprano nuove,
insondate possibilità di cooperazione internazionale tra paesi di arrivo e
paesi di origine, nelle quali il ruolo dei migranti sia quello di attori e
protagonisti dei processi e dei progetti di cooperazione.
Attraverso l’investimento oculato sulla risorsa immigrazione in termini di
formazione culturale e tecnologica, e il successivo coinvolgimento attivo dei
migranti nella cooperazione con i loro paesi di origine, può essere pagato,
almeno in parte, quell’enorme debito umano che i paesi ricchi contraggono con
i paesi di emigrazione.
Politiche attive di inserimento sociale, scolastico, lavorativo, di assistenza
sanitaria, ecc., concessione dei diritti civili e di partecipazione nei tempi
più brevi possibili (3 anni di residenza per il voto amministrativo, come tra
l’altro suggerito dalla risoluzione n. 136 del 15.01.2003 approvata a
Strasburgo dal Parlamento Europeo, e 5 anni per la concessione della
cittadinanza), costituiscono quindi l’unico approccio realistico da perseguire
per la soluzione della complessità dei problemi posti dalle migrazioni
internazionali.
Altri punti fondamentali sono quello della concessione automatica della
cittadinanza per chi nasce sul territorio italiano, e il riconoscimento del
diritto di ricongiungimento familiare.
Quanto ai minori non accompagnati, il cui fenomeno è in rapida crescita, ai
profughi ed ai rifugiati, l’apertura su tali questioni dovrebbe essere se
possibile ancora maggiore: non è solo una questione di civiltà, il che sarebbe
già sufficiente; le responsabilità dei paesi ricchi (che sono anche i paesi
produttori ed esportatori armi), nello scatenamento o nella mancata
regolazione dei conflitti, come anche, appunto, della vendita di armi, è
enorme come è enorme il debito contratto verso le aree di conflitto e di chi
da tali aree è costretto a fuggire.
Vorrei terminare con un’ultima considerazione: ciò che qui rivendichiamo non è
cosa nuova o assunta ideologicamente o che fa riferimento ad un astratto
seppur validissimo sistema di valori; sono le stesse, pressoché identiche
considerazioni e rivendicazioni che nel corso del ‘900 e a tutt’oggi portiamo
avanti in ogni paesi in cui sono residenti i nostri connazionali emigrati.
Ricorderete i dati forniti all’inizio di questa relazione: di quei 175 milioni
di migranti oggi presenti nel mondo, oltre 4 milioni sono italiani. Essi
corrispondono al 2,7 % di tutti i migranti.
Dal 1875 al 1975 sono emigrate dall’Italia oltre 28 milioni di persone. Essi
hanno conosciuto la drammaticità e la durezza dell’esperienza migratoria; e la
hanno conosciuta anche le loro famiglie rimaste in Italia e le loro regioni
che si sono viste spopolare.
Questi migranti hanno fatto la fortuna e costruito lo sviluppo di tanti grandi
paesi.
Oggi in Italia si ragiona su come recuperare, al meglio, le opportunità
derivanti da questa presenza nel mondo dei 4 milioni di italiani e degli oltre
60 milioni di oriundi.
Sappiamo che fino ai primi anni ’80 del ‘900, la nostra bilancia dei pagamenti
con l’estero raggiungeva o si avvicinava al pareggio grazie alle rimesse dei
migranti italiani.
E’ a partire da questa storia che ci siamo sentiti autorizzati o se volete ci
siamo arrischiati in queste considerazioni e in queste ipotesi che come FIEI
intendiamo portando avanti in collaborazione con le organizzazioni di migranti
e di quelle che operano a loro favore in tanti paesi del mondo.
[1] Towards a Fair Deal for Migrant Workers in the Global Economy,
International Labour Office, Geneva, ISBN
92-2-113043-6http://www.ilo.org/public/english/standards/relm/ilc/ilc92/pdf/rep-vi.pdf
[2] A Fair Globalization: Creating Opportunities for All, World Commission on
the Social Dimension of Globalization, International Labour Office, Geneva,
004, ISBN 92-2-115426-2. See
www.ilo.org/wcsdg
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