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1° Convegno dei Missionari italiani nel
mondo
*Il saluto di S.E.
Mons. Giuseppe Betori
*L’intervento
del Sindaco di Roma Veltroni
*Relazione
di Padre Giovanni Graziano Tassello
“Lo Stato italiano ha ritrovato forti
interessi per le diaspore italiane nel mondo. Anche il versante pastorale deve
poter scoprire questa positività. Esso è stato sempre una presenza decisiva tra
gli emigrati, magari poco appariscente, ma sempre concretamente vicina a ogni
persona”
Il saluto di S.E. Mons. Giuseppe
Betori
Onorevole Ministro, Signor Sindaco,
Eccellenze Ambasciatori e Signori Consoli generali,
Eccellenze reverendissime,
Carissimi sacerdoti e missionari in emigrazione
Reverende suore e laici impegnati accanto agli italiani nel mondo,
è bello vederci riuniti in questo complesso monumentale e scorgere in molti tra
i presenti il volto del grande lavoro pastorale e sociale, che ogni giorno, da
oltre un secolo e mezzo, viene assicurato alle comunità italiane sparse nei
cinque continenti. Saluto ciascuno di voi e, nelle vostre persone, sento
di poter salutare le comunità italiane da cui provenite e che vi sono affidate.
Sono per lo più antiche comunità, ma non sono comunità vecchie: vengono
continuamente arricchite da nuove generazioni, sia pure in numeri e forme
diverse dal passato. Anche per questo chiedono di essere oggi sempre più
considerate come una risorsa piuttosto che come un problema. Il fenomeno
dell’emigrazione italiana ha toccato moltissimo le diocesi e le parrocchie
italiane. Nei tragici momenti delle partenze in massa, in particolare alla fine
del XIX secolo, si giunse a coinvolgere circa la metà della popolazione
italiana. Fin da allora i pastori delle Chiese italiane furono presenti
con la loro opera. Di fronte a un fenomeno così nuovo, essi reagirono, nel
timore delle conseguenze negative che l’emigrazione poteva generare nella vita
religiosa e morale della gente affidata alla cura pastorale. Lo Spirito Santo
suscitò figure capaci di leggere i segni dei tempi e di interpretarli in modo
creativo. Fra queste anche due vescovi italiani: il Beato Giovanni Battista
Scalabrini e Mons. Geremia Bonomelli. Essi, più di altri, ebbero lo sguardo
profetico e l’energia pastorale per rivolgere una specifica, amorevole
attenzione a quell’immensa popolazione che lasciava l’Italia per cercare
altrove prospettive migliori di vita. In quei decenni non esisteva ancora una
Conferenza episcopale nazionale che potesse coordinare lo sforzo delle singole
comunità. La Santa Sede e la persona stessa dei Papi furono il punto di
riferimento, capace di pronunciamenti illuminanti e di decisive esortazioni
all’impegno. Molti sacerdoti diocesani partirono, per assistere e condividere
la fatica umana del migrare. Diverse famiglie religiose non restarono
insensibili e svolsero un lavoro straordinario, per assicurare assistenza
pastorale e religiosa alle famiglie italiane all’estero. Voglio qui soprattutto
ricordare le famiglie scalabriniane, che coltivarono il proprio carisma di
servizio ai migranti costruendo una presenza specifica, fatta di assistenza
pastorale, studio e formazione.
Fin dal 1914 le “Giornate mondiali dei migranti” portarono annualmente un
messaggio forte per mobilitare cocienze e risorse. Poi, nel 1952, la
Costituzione apostolica “Exul famiglia” di Pio XII offrì una prima riflessione
organica e indicazioni fondative dell’impegno pastorale della Chiesa per i
migranti, che trovò poi ulteriori approfondimenti nel Concilio Vaticano Il, da
cui scaturì il motu proprio “Pastoralis migratorum cura” di Paolo VI nel 1969,
fino all’ultima istruzione “Erga migrantes caritas Christi” dello scorso anno.
Come Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, mi piace
ricordare come i vescovi italiani, fin dall’inizio della loro esperienza di
collaborazione pastorale si occuparono di migrazioni, in particolare con
l’istituzione nel 1965 dell’UCEI, e poi con la creazione della Commissione
Episcopale per le Migrazioni che pubblicò il suo primo documento nel 1971. Nel
1987, la CEI ha poi dato vita alla Fondazione Migrantes, dotandosi così, a
livello nazionale, di una struttura adeguata al monitoraggio del fenomeno della
mobilità umana, alla sensibilizzazione di una pastorale specifica per i
migranti e al coordinamento delle diverse iniziative e servizi necessari al
supporto ditale opera pastorale. Voglio qui ringraziare quanti vi hanno operato
e vi oprano, cercando di tessere legami e di proporre cammini di formazione e
di impegno pastorale. Tramite queste strutture si è cercato di offrire un
sostegno e un’organica visione alle di’erse iniziative pastorali a favore dei
nostri migranti, cercando anche di accompagnarle nei dovuti cambiamenti. Oggi
gli operatori italiani che assicurano la cura pastorale alle comunità italiane
all’estero, sono sempre più coinvolti in un servizio offerto a tutti i
battezzati che vivono sul territorio delle chiese locali. La loro cultura
italiana intrisa di ricca tradizione cristiana li rende testimoni di umanità e
costruttori di relazioni e comunione. Seppure la realtà migratoria chieda oggi
particolare attenzione al nuovo fenomeno della immigrazione nel nostro Paese,
ciò non deve generare una ingiustificata disattenzione e disaffezione nei
confronti degli italiani nel mondo. Ogni tendenza in tale direzione va subito
corretta, per continuare ad esercitare il dovuto servizio della fede e della
promozione umana per questi nostri fratelli, fedeli e concittadini. Le comunità
italiane all’estero chiedono: nuove attenzioni per gli anziani della prima
generazione poco inseriti nelle società di accoglienza; generosità missionaria
per una nuova evangelizzazione che coinvolga le nuove generazioni, spesso
contagiate da un clima di indifferenza religiosa e da un’identità culturale
divenuta incerta; la possibilità di ricevere la formazione religiosa e i
sacramenti nella propria lingua materna, quando è necessario.
Nuove problematiche del fenomeno migratorio, divenuto strutturale in tutta
Europa, e le attuali sfide dell’emigrazione italiana con i suoi flussi
migratori non ancora terminati nelle vicende umane di tanti studenti, tecnici e
nuovi poveri, domandano un rinnovato impegno agli operatori pastorali sempre
meno numerosi e sempre più anziani. Questo Convegno internazionale, che la
Fondazione Migrantes ed il Ministero degli Italiani nel Mondo realizzano con la
collaborazione dei Missionari Scalabriniani, rende visibile, in qualche modo,
il lavoro quotidiano, per lo più nascosto, che viene assicurato con fedeltà
alle numerose compagini italiane e, nel tempo stesso, apre tale presenza alle
nuove necessità che il mutare dei tempi richiedono.
Ringrazio quindi sentitamente le autorità civili, e in particolare il Signor
Ministro e i suoi collaboratori, che insieme alla Migrantes e agli
Scalabriniani hanno reso possibile questo nostro incontro. E’ un ritrovarsi per
ridire le motivazioni e le esigenze pastorali attualmente poste dalle comunità
italiane. E’ accettare con gratitudine un riconoscimento che lo Stato italiano
vuoi esprimere pubblicamente. Si evidenzia così anche la consapevolezza che i
missionari che operano nelle diverse diaspore italiane nel mondo vogliono
coltivare una cordiale collaborazione con tutti coloro che si occupano di
rispondere alle esigenze degli italiani, nei vari ambiti dell’amministrazione
pubblica, della rappresentanza, della cultura, del sociale. Il vostro incontro
non mancherà di sollecitare l’attenzione della Chiesa italiana su questo
delicato ambito pastorale; lancerà stimoli perché lo slancio missionario che
vorremmo caratterizzasse le nostre parrocchie non abbia a dimenticare questo
servizio importante da assicurare ai parrocchiani che vivono all’estero. Ne
riceveranno in cambio apertura di orizzonti, che le stimolerà alla cooperazione
con tutte le Chiese nella nuova evangelizzazione dell’Europa e
nell’evangelizzazione di tutti i continenti. Auspico che questo Convegno possa
anche suscitare, sebbene in un tempo di crisi per le vocazioni presbiterali e
religiose, nuove disponibilità per un ministero volto a non far mancare una
pastorale specifica destinata alle comunità di origine italiana. È una
preoccupazione che è risuonata recentemente a Bari, nella riunione del
Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana del 17-20 gennaio
scorso. Lì si è chiesto alle Diocesi italiane di “farsi garanti di preti
accompagnatori e, se possibile, in numero proporzionale ai battezzati della
propria Regione che vivono all’estero”, ribadendo l’intenzione di incoraggiare
l’invio di sacerdoti al servizio temporaneo di Chiese sorelle in Europa, sia
come opportunità di formazione per il clero diocesano sia al fine di evitare la
chiusura di missioni pastorali in città importanti. Non ci dobbiamo
scoraggiare. Lo Stato italiano ha ritrovato, in questi ultimi tempi, forti
interessi per le diaspore italiane nel mondo; molte iniziative dicono di una
strategia nuova che parla delle migrazioni come di risorse importanti per il
“sistema Italia”. Anche il versante pastorale deve poter scoprire questa
positività. Esso è stato sempre una presenza decisiva tra gli emigrati, magari
poco appariscente, ma sempre concretamente vicina a ogni persona; al suo fianco
soprattutto nelle situazioni di maggiore difficoltà, con la preoccupazione di
non perdere nessuno. Anche nelle nuove condizioni culturali e sociali, dobbiamo
continuare ad offrire un servizio che vada dritto al cuore di ogni impresa
umana: le persone. Abbiamo il compito di ricordare che al centro di ogni
impresa ci sono le persone con i loro diritti e le loro ricchezze umane,
culturali e religiose, insieme al bisogno di comprensione e di perdono. Abbiamo
una vocazione preziosa da esercitare come sacerdoti e operatori pastorali:
rivelare al mondo la presenza di Gesù Cristo nella storia di ogni popolo, e
mettere in contatto con la misericordia di Dio ogni uomo e donna di buona
volontà. In queste convinzioni noi scorgiamo il valore, la risorsa più grande,
oggi come ieri, dei nostri connazionali dispersi nel mondo. E’ un “sistema
Italia” fatto di testimonianza di fede, di valori condivisi, di una cultura
saldamente legata alle radici della fede cristiana. Per queste risorse dobbiamo
continuare a camminare insieme con la nostra gente. E’ quanto vogliamo qui
confermare, ribadendo il meglio del passato e aperti alle necessarie
innovazioni del presente e del futuro.
Auguro a tutti voi una positiva riuscita del Convegno. Sarà il frutto del
contributo di tutti. Lo lasceremo illuminare dalla parola di tanti testimoni e
da quella del Santo Padre. Lo guiderà soprattutto lo Spirito del Signore che
invoco, benedicendo, su tutti noi.
Mons. Giuseppe Betori
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L’intervento del Sindaco di Roma Veltroni
“Queste sono uomini di fede, e dalla fede traggono la
forza per dare amore e moltiplicare la solidarietà. Queste persone sono
italiani. E noi dobbiamo esserne fieri, dobbiamo essere orgogliosi di essere
rappresentati, in tutto il mondo, da volti e voci così”
Signor Ministro, gentili ospiti, è con grande piacere
che questa mattina porto il mio saluto, e quello di tutta la città di Roma, a
questo primo Convegno dedicato ai Missionari Italiani nel mondo.
Hanno fatto davvero bene il Ministero, la Commissione episcopale per le
migrazioni della Cei e la Fondazione Migrantes, insieme ai Padri Scalabriniani,
a volere queste tre giornate di incontro, di riflessione, di scambio e anche di
omaggio, di giusto riconoscimento, all’attività preziosa e impagabile di tanti
missionari italiani che quotidianamente prestano la loro opera in ogni angolo
del pianeta.
E’ una parte d’Italia nel mondo. Ed è una parte tra le più belle, perché del
mondo allevia le sofferenze, lenisce il dolore, alimenta le speranze. Sono
persone come voi, che dove più c’è bisogno lavorano ogni giorno
silenziosamente, ma in profondità, con progetti e azioni concrete, per
contrastare la povertà, la fame, le malattie, i danni provocati dalle guerre.
Non c’è nulla di più coraggioso, nulla di più prezioso.
In tutti i miei viaggi, in Africa come in Sud America, ho avuto modo di vedere
da vicino, di toccare con mano cosa significa, per un piccolo villaggio così
come per gli slums e le bidonvilles di una grande metropoli, avere un punto di
riferimento, avere una missione alla quale rivolgersi. Significa poter disporre
di una medicina, di un’aula di una scuola informale dove imparare a leggere e a
scrivere. Significa per una giovane madre o per un bambino altrimenti
abbandonato a se stesso incontrare una persona amica, un conforto spirituale,
la possibilità di iniziare un cammino verso un futuro diverso e migliore.
Degli angeli caduti in Terra: mi è già successo di pensare in questo modo a
tanti missionari, ai sacerdoti, alle suore, ai volontari cattolici e laici che
ogni giorno, in terre bellissime e durissime, si spendono per gli altri,
aiutando chi ha bisogno, rendendo concreti i valori dell’altruismo, della
solidarietà, della fratellanza, dei diritti umani. Davvero non saprei come
altro definire, se non come dei veri e propri angeli, persone così.
Persone che non temono di rischiare in prima persona: di essere rapiti, di
essere uccisi. Vorrei ricordare due di loro, che nell’anno che si è appena
concluso hanno pagato così la loro straordinaria generosità. Vorrei ricordare
padre Luciano Fulvi, missionario comboniano, e padre Faustino Gazziero, dei
Servi di Maria. L’uno ha perso la vita in Uganda, l’altro in Cile. Entrambi
uccisi mentre erano impegnati a portare solidarietà e aiuto concreto in terre e
a popolazioni che amavano.
Vorrei ricordare Padre Prosperino, che ho avuto la fortuna di conoscere, in
Mozambico, dove aveva creato dal nulla una realtà incredibile di più di
duecento cooperative agricole, che oggi danno lavoro a circa settemila persone.
L’ultima volta che lo vidi fu lo scorso luglio. Era contento, perché i quattro
pozzi che avevamo inaugurato, appena arrivati da Roma, significavano acqua e
speranza per migliaia di abitanti di Marracuene, sobborgo di Maputo. Era già
malato, ma non lo dava a vedere, animato com’era da un’energia che gli veniva
dalla volontà di continuare a fare quello che aveva sempre fatto: spendere
tutto se stesso per gli altri, per i più sfortunati, per i più poveri.
Queste persone, Padre Prosperino e gli altri, erano uomini di fede, e dalla
fede traevano la forza per dare amore e moltiplicare la solidarietà. Queste
persone erano degli italiani. E noi dobbiamo esserne fieri, dobbiamo essere
orgogliosi di essere rappresentati, in tutto il mondo, da volti e voci così.
Abbiamo però anche da riflettere. Dovremmo davvero cambiare priorità e ordine
di grandezze se pensiamo a quante cose qui da noi, nella parte ricca e
fortunata del mondo, si dà importanza eccessiva, e a quante invece non si
presta sufficiente attenzione. Bisognerebbe davvero cambiarla, la gerarchia di
ciò che muove la nostra sensibilità, se pensiamo che italiani così nel nostro
Paese non sono conosciuti quanto meritano, mentre sappiamo tutto di persone e
vicende che hanno meno, molto meno valore.
Una cosa che allora può e deve fare chiunque ne abbia la possibilità,
soprattutto chi ha responsabilità istituzionali e di governo, è sostenere e
accompagnare questo cammino, questo lavoro.
E’ ciò che a Roma stiamo cercando di fare. La grande manifestazione “Italia
Africa” dell’aprile dell’anno scorso ha avuto tra i suoi promotori anche gli
Istituti Missionari Italiani. Insieme ai Padri Salesiani e all’associazione da
loro promossa, il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo), siamo
impegnati, come Comune, a sostenere la popolazione dello Sri Lanka colpita
dallo tsunami del 26 dicembre scorso attraverso la costruzione di un centro
educativo ad Elpitiya, nella zona costiera a sud del Paese. Sempre insieme al
Vis, abbiamo deciso che il Comune si preoccuperà delle spese del viaggio che
porterà sul luogo trenta ragazzi che prenderanno parte al corso di cooperazione
ed educazione interculturale promosso dal Vis stesso.
Grandi ideali, Capacità di Condividere le sorti e il dolore del mondo, e
insieme obiettivi precisi e progetti concreti. Io credo sia così che potremo
vincere la sfida della povertà, della fame, delle guerre, delle disuguaglianze
che spezzano in due il nostro pianeta. E credo sia così che potremo, nel modo
migliore, aiutare chi aiuta, sostenere l’impegno e il sacrificio quotidiano di
questa parte d’Italia nel mondo, dei missionari italiani. Che oggi ringraziamo.
Ai quali oggi diciamo che siamo orgogliosi di loro.
Walter Veltroni/Sindaco di Roma
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Relazione di Padre Giovanni Graziano
Tassello
“Perché parlare di missionari di emigrazione?”
Perché sono persone sconosciute o ignorate. Tante ricerche sull’emigrazione
italiana non conoscono o di proposito ignorano la vitalità che i missionari
hanno saputo infondere nella comunità emigrate. Il compianto Antonio Perotti,
esaminando il volume “Arrivi”, edito da Donzelli con un contributo statale,
afferma che nel libro “la presenza della Chiesa missionaria italiana non trova
che spazi ‘residuali’ (sei pagine). Poca cosa quando si confrontano con le
venticinque pagine riservate alla mafia siciliana e americana e le altre
ventotto pagine riservate agli emigrati italiani ‘brutta gente’ ossia al
razzismo anti-italiano” (A. Perotti, Note di lettura, “Studi Emigrazione”
151(2002), 644-650).
Ci sembra giunto il tempo di dare visibilità storica a quello che era stato
lasciato ai margini o considerato un inutile pleonasmo, poiché l’impegno e la
creatività dimostrata dai missionari a favore delle comunità costituiscono
parte essenziale di quel cammino che vede le comunità italiane all’estero
trasbordare dalla emergenza che umilia e mortifica alla loro piena accettazione
e valorizzazione.
Si comprende meglio la passione dei missionari per l’emigrato italiano se
analizziamo il contesto e mentalità delle nazioni in cui hanno operato.
Citiamo, come esempio, una citazione di un articolo apparso sul giornale
cattolico “Times-Union” di Jacksonville, Florida il 4.6.1891:
“Soprattutto gli italiani non sono assimilabili, e si dovrebbero adottare
misure per controllare l’invasione degli immigrati da quella nazione... La
nostra nazione deve smettere di essere il ricettacolo di quella che è la più
degradata e criminale popolazione d’Europa. Il mercato del lavoro americano è
più che saturo attraverso l’importazione di manodopera a basso costo. E nostro
dovere come nazione prendere misure per proteggere noi stessi e la nostra
civiltà superiore da ogni troppo pericolosa contaminazione” (mia traduzione
dall’inglese).
Chi sono?
Scalabrini definisce così i missionari di emigrazione:
“Sono anime generose che..., abbandonati agi,onoranze, patria, dolcezze
domestiche e quanto vi è nel mondo di più teneramente caro, volano andanti in
soccorso dei nostri connazionali emigrati al di là dell’oceano. Hanno sentito
il grido di dolore di quei nostri lontani fratelli, e vanno!...(Voce viva, p.
489)
Ispiratori
Grandi uomini della Chiesa, come 5. Vincenzo Pallotti, San Giovanni Bosco, mons
Geremia Bonomelli e il Beato Giovanni Battista Scalabrini, hanno ispirato tante
persone ad aprire gli occhi al fenomeno migratorio e a dedicare la loro vita
alla causa dei fratelli emigrati.
Scalabrini, in una sua conferenza sull’emigrazione, affermava:
“La Chiesa non ha mai dimenticato e non dimenticherà mai la missione che le
venne da Dio affidata di evangelizzare i figli della miseria e del lavoro
[...]. Dov’è il popolo che lavora e che soffre, ivi è la Chiesa” (L’emigrazione
italiana in America 1887).
Quanti sono?
Non possediamo statistiche accurate, che ci permetterebbero di cogliere, almeno
in parte, l’investimento umano che le diocesi e le congregazioni hanno
effettuato a favore delle comunità italiane emigrate all’estero. Da una recente
ricerca condotta in Svizzera dal 1896 al 2003 figurano 595 missionari diocesani
e religiosi che si sono impegnati a favore delle comunità italiane e 954
religiose o signorine appartenenti a Istituti secolari. E i numeri sono per
difetto.
Il loro campo di azione
L’amore dei missionari per i migranti è un amore a tutto campo. All’estero i
missionari non pensano solo a preservare e a custodire la fede - il loro ruolo
specifico. A contatto con lo sfruttamento e la miseria a cui sotto condannati a
vivere gli italiani, i missionari sono spesso gli unici, almeno all’inizio, ad
operare in un deserto fatto di silenzio e di disinteresse. Sempre Scalabrini
poteva affermare:
“Dovunque sorgono chiese, conventi, scuole cristiane, orfanotrofi, ospedali.
L’azione benefica della Croce di Cristo consola gli emigrati e li incoraggia,
mantenendo fermi i loro principii religiosi e preservandoli dai pericoli della
corruzione e dell’apostasia, che a poco a poco li condurrebbero a rinnegare non
solo il cristianesimo, ma ancora i loro doveri verso la patria (Vice viva ,p
428).
Prima e durante la prima guerra mondiale
Analizzando l’emigrazione italiana prima della prima guerra mondiale, quello
che colpisce è soprattutto il fatto che il migrante è lasciato solo. Questo
isolamento sembra rotto solo dagh avvilenti contatti con i mercanti di carne
umana (gli agenti di emigrazione) e dagli sfruttatori che sulle panchine dei
porti di partenza e di arrivo o nei cantieri di alta montagna succhiano le
ultime gocce di sangue a questi operai e alle loro famiglie.
I missionari invece sono disposti a tutto pur di trasformare questo isolamento
in dignità e diritti.
A Genova padre Maldotti combatte contro la malavita locale che sfrutta gli
emigranti in attesa di imbarco. A Ellis Island padre Morelli gestisce la San
Raffaele, consigliando i nuovi arrivati come evitare nuovi sfruttatori. E sulla
tolda di una nave, dove le morti erano un evento ordinario, di fronte ad un
genitore disperato per la morte della moglie che lo lascia con due figlioletti,
un missionario si commuove e promette di fondare un orfanotrofioper prendersi
cura di quegli orfani. E mantiene la promessa.
L’isolamento e lo sfruttamento sono spesso accompagnati dal disprezzo. A New
York i poliziotti di origine irlandese impediscono agli italiani di entrare
nella chiesa grande e li spingono verso il basamento. I missionari insorgono e
costruiscono chiese per gli italiani. A Basilea dove gli italiani in transito
vengono relegati nel posto più nascosto della stazione perché ritenuti indegni
di sedersi in terza classe, i sacerdoti bonomelliani della Missione
istituiscono una mensa e li visitano: e, ovviamente, vengono accusati di
sfruttare la classe operaia.
Dopo il linciaggio di New Orleans, che aveva suscitato la sdegnata reazione
dell’Italia tanto che il governo aveva minacciato di mandare le sue cannoniere
per fare giustizia, p. Gambera consola le famiglie e per sollevarle dalla
umiliazione e dalla disperazione invita le suore di Madre Cabrini per aiutarla
a ricuperare la dignità perduta.
Non è solo un accompagnamento fisico e morale.
E’ anche una volontà di far uscire il migrante dalla indifferenza che lo
circonda. Scalabrini gira per tutta l’Italia per far conoscere la problematica
dell’emigrazione. L’Opera Bonomelli conduce inchieste sulle condizioni dei
lavoratori, adulti e bambini italiani in Europa. E sufficiente ricordare le
condizioni di vita e di lavoro degli immigrati lungo la linea ferrovia del
Sempione per capire come le ferrovie elvetiche, costruite per attirare turisti
ed aumentare il commercio, siano costate sangue agli operai italiani.
Tra le due guerre
Il mito dei missionari alleati con il governo del tempo è duro a morire. Gli
studiosi italiani si sono sbizzarriti scrivendo innumerevoli pagine
sull’argomento. In Europa l’Opera Bonomelli viene sciolta per volere della
Santa Sede per non cedere al ricatto del Governo che intendeva utilizzare le
Missioni come vetrina per la politica dell’Italia all’estero. I missionari
subiscono un duro colpo e si dedicano sempre più alle attività spirituali. I
missionari vivono come tra due fuochi: ricattati dalle istituzioni italiane e
osteggiati dalla forze antigovernative che si rifugiano sempre di più
all’estero. Sotto la guida di mons. Babini direttore di tutti i missionari di
Europa, si moltiplicano le vessazioni, le persecuzioni e le uccisioni di alcuni
suoi missionari, tra cui quella di mons. Tonicella (t7 gennaio 1944), fondatore
nel 1926 de “Il Corriere”. Nell’editoriale del primo numero, Torricella aveva
scritto: L’Eco “diverrà il giornale degli emigrati: non l’eco di lotte, di
insulti, di volgarità, ma l’eco di parole che affratellino”.
A San Paolo, la città sudamericana che si avvia a diventare metropoli, per
opera dei missionari, la parrocchia Nostra Signora della Pace si trasforma in
un’isola di italianità in cui la chiesa, la canonica, le sale parrocchiali
divengono showpieces dell’arte italiana. E interessante - en passant - notare
come questo amore per le radici non abbia impedito alla comunità italiana di
aprire i suoi locali ai nuovi immigrati divenendo oasi di pace per tutti.
Durante la seconda guerra mondiale
In Germania i cappellani del lavoro che avevano seguito gli italiani emigrati
con contratti di lavoro stagionale, divengono gli angeli dei campi di
internamento. Anche in Svizzera, qualche sacerdote, tra cui il gesuita Mario
Slongo, si prodigano per gli internati.
Dopo la seconda guerra
Nel 1946 arrivano in Belgio i primi minatori italiani. P. Giacomo Sartori
inizia una campagna in difesa dei diritti di questi lavoratori. Viene spesso
minacciato, anche da qualche console. Nella tragedia di Marcinelle, come in
altre tragedie minerarie, saranno i missionari a consolare le famiglie delle
vittime e a dare conforto ad una comunità affranta: cosa che tanti scrittori,
tante mostre e tante manifestazioni di parte oggi tralasciano di commentare.
In Svizzera P. Giovanni Favero è confrontato con un boom migratorio senza
precedenti e riesce ad ammantare di nuove missioni cattoliche italiane la
Confederazione elvetica.
In Argentina numerosi missionari italiani vengono incarcerati durante un
periodo torbido di quella nazione. Come “vendetta” a Buenos Aires costruiscono
il Santuario “Madonna dei Migranti” nel quartiere della Boca con accanto una
scuola professionale, sostenuti in questo dall’ing. Sallustri, successivamente
trucidato dai terroristi.
Negli Stati Uniti dove anche nel secondo dopoguerra si erano diretti moltissimi
emigrati - per i quali le vecchie parrocchie nazionali si stavano con
difficoltà attrezzando per assisterli - rimaneva irrisolto il grave problema
dei ricongiungimenti familiari. P. Cesare Donanzan fonda l’ACIM con lo scopo di
far modificare la legge americana sull’immigrazione. La legge sull’immigrazione
nel 1965 sarà modificata. L’altro notevole risultato sarà quello di aver saputo
convogliare l’interesse degli italo-americani a favore dei nuovi immigrati,
immettendo nella comunità un senso di identità culturale e solidaristica di
matrice italiana che altrimenti si sarebbero sciolti in mille rivoli e
trasformati in mero folklore..
Sempre negli USA, con lo scopo di far riscoprire alla comunità le proprie
radici e ricreare legami più autentici all’interno della comunità, vengono
costruite dai missionari le case d’Italia a Washington e a Los Angeles. Qui ci
si riunisce per apprendere la lingua e la cultura italiana e si programmano
varie attività culturali e sociali. Negli USA si costruiscono anche case e
villaggi per anziani e una casa per il marinaio italiano. In tante parti del
mondo i missionari hanno saputo immettere una forte coscienza civica,
convogliando verso una unica finalità interessi che prima erano di piccolo
cabotaggio. Sono così sorte opere grandiose, come i villaggi e case per anziani
a Parigi, Ginevra, Los Angeles, Washington, Providence, Montevideo, Sydney,
Melbourne, Londra. L’arrivo dei partiti e la politicizzazione dell’emigrazione
organizzata non sono riusciti ad intaccare il patto di comunione che queste
iniziative hanno generato.
I nuovi sbocchi migratori verso il Venezuela, il Canada, l’Australia vedono i
missionari impegnati in prima linea ad offrire ai nuovi arrivati ogni tipo di
assistenza.
Toronto, con le sue innumerevoli parrocchie gestite da sacerdoti italiani, può
considerarsi una delle più grandi diocesi italiane. In Venezuela le scuole
delle Missioni godono di un elevato prestigio.
Ma i missionari non operano solo nelle grandi metropoli: mantengono vivi i
contatti anche con gli italiani che lavorano nelle aree più lontane attraverso
visite, missioni e celebrazioni di feste religiose che diventano anche momenti
di presa di coscienza delle proprie radici per la prima e le successive
emigrazioni. In Australia le missioni predicate regolarmente dai cappuccini e
dagli scalabriniani nelle zone più remote del continente si trasformano in
momenti irrepetibile di aggregazione della comunità. La Festa dei Tre Santi in
Queensland si trasforma in evento nazionale.
I missionari non solo sono vicini fisicamente a quanti sentono la necessità di
avere compagni di viaggio che li proteggano e li guidino. Vi è anche una
attenzione culturale che sfocia nella fondazione di numerosi centri di studio
che si impegnano in un programma a vasto raggio che negli anni ’90 incomincia
ad essere imitato quando esplode la voglia d fondare le cattedre di storia
migratoria e gli editori e le istituzioni si accorgono che esistono sponsor che
- a volte in modo alquanto miope - sono disposti a finanziare.
Negli anni ‘60 in Svizzera le missioni organizzano corsi per muratori,
meccanici e carpentieri, corsi di taglio e cucito, corsi di lingua, facendo da
apripista alle attività assunte poi dai sindacati e dai patronati.
Le verità
-
L’emigrazione italiana, composta inizialmente da
emigranti provenienti da varie regioni di una Italia unita solo sulla carta ma
non nel cuore, ha trovato nelle parrocchie e nelle missioni un genuino luogo
identitario e di superamento dei regionalismo. L’Italia è stata fatta
all’estero!
-
Il migrante sfruttato, osteggiato e relegato ai margini, ha
trovato nelle missioni una casa lontano da casa dove si è sentito non mero
oggetto di produzione ma persona da valorizzare. La centralità della persona è
sempre stata un principio basilare dell’attività dei missionari e tutte le
strutture - volute di proposito dignitose - sono state poste a servizio della
persona.
-
Il missionario si è opposto a forme esplicite o subdole di
omologazione e di assimilazione. Di fatto è iniziato nelle missioni un cammino
intercomunitario sfociato nella comunione delle diversità.
-
Forse il contributo più originale - grazie soprattutto alla
visione del Beato Scalabrini - che i missionari hanno saputo dato è l’ottica
con cui essi hanno interpretato l’emigrazione: una visione ripresa, ma in
termini riduttivi, negli anni ‘90. Al di là delle drammaticità e delle
ingiustizie, il missionario ha creduto nel migrante come risorsa e come dono.
Questo investire speranza negli “ultimi” ha portato frutti abbondanti. Nel solo
campo ecclesiastico si contano a centinaia i vescovi, le religiose, i sacerdoti
di origine italiana nel mondo.
-
I missionari sono stati i difensori dei diritti dei
migranti. E’ sufficiente ricordare l’appoggio incondizianato delle testate
giornalistiche delle Missione al diritto dell’esercizio di voto.
-
La difesa della lingua e della cultura italiana
Ciò è avvenuto non certo per motivi nazionalistici poiché la chiesa è per
natura sua universale, ma per il ruolo che la lingua e la cultura giocano nella
preservazione della fede. Attraverso l’utilizzo della lingua italiana nella
liturgia, nel canto, nel teatro, nella predicazione e nelle conferenze, le MCI
e le parrocchie nazionali hanno diffuso la lingua e la cultura italiane,
soprattutto presso quel “pubblico” di solito snobbato dai grandi eventi
culturali organizzati dalle istituzioni. Lo stesso dicasi delle scuole materne
ed elementari e dei corsi. Purtroppo i tagli dei fondi agli asili e alle scuole
delle MCI e il disinteresse istituzionale faranno morire un bacino di
potenziali utenti. La lingua italiana l’estero corre il rischio di diventare
soltanto lingua di cultura da commemorare e non da celebrare.
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Comunità aperte
Strutture pastorali specifiche non sfociano, tuttavia, nella creazione di
comunità chiuse. I missionari hanno puntato sulla cultura, che è essenzialmente
relazione: il rispetto pieno per ogni cultura significa apertura vicendevole.
Dai rapporti di forza, si passa alla forza dei rapporti. E’ meraviglioso
osservare come numerose comunità italiane sia aprano agli immigrati più recenti
e più bisognosi.
Le accuse e gli errori
Siamo spesso, in passato, caduti nella trappola dell’antagonismo: ma stiamo
cercando vie di dialogo con tutti, nel rispetto del pluralismo. Dobbiamo però
anche far notare come i nuovi organismi consultivi e le associazioni legate
idealmente ai partiti non dimostrino un eccessivo interesse nel dialogo con le
missioni.
A volte abbiamo dato prova di una certa autosufficienza, generata anche dal
grande amore che la maggior parte delle comunità italiana all’estero nutre nei
nostri confronti.
A volte è stato difficile per noi dialogare con le istituzioni socio-politiche.
Le difficoltà sono aumentate quanto abbiamo dovuto interagire con alcuni
rappresentanti di istituzioni succubi di ideologismi che li portavano a non
aiutare/finanziariamente o a ignorare l’attività svolta dalle missioni.
Conclusione
Siamo qui per celebrare una storia spesso ignorata. I missionari per gli
emigrati italiani sono stati dei protagonisti e, spesso, degli anticipatori.
Siamo qui per celebrare una testimonianza di dedizione e di lungimiranza che
ora chiediamo riversata sugli immigrati e sui rifugiati che giungono in Italia.
La storia dei missionari italiani - e di tanti volontari che fanno sì che nel
mondo la solidarietà parli italiano - sarebbe svilita se l’Italia non adottasse
il loro esempio e la loro visione. I missionari impegnati in ambito migratorio
sono, infatti, per natura costruttori di ponti e non di frontiere: ponti
attraverso cui passano ideali di solidarietà e di rispetto reciproco.
Ecco perché i missionari che lavorano in ambito migratorio - protagonisti,
anche se silenziosi, del presente migratorio, sono costruttori di futuro.
Padre Giovanni Graziano Tassello/CSERPE - Basel
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