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Il Venezuela è giunto all’appuntamento del primo
maggio con una delle più gravi crisi economiche, politiche e sociali
della sua storia. La disoccupazione ha raggiunto livelli superiori al 20 per
cento e l’economia informale occupa circa il 55 per cento della forza
lavoro. Tra le ditte, soprattutto quelle piccole e medie, è un’ecatombe.
Nel corso del 2002 più di cinquemila hanno chiuso i battenti. Lo sciopero
generale indetto dall’opposizione nello scorso dicembre ha contribuito ad
accentuare la depressione e attualmente una misura restrittiva
nell’erogazione dei dollari le sta definitivamente strozzando. Da più di
tre mesi nessuna impresa venezuelana, neanche quelle che producono alimenti
o medicine, riceve un solo dollaro. Si prevede che tra pochissime settimane
non ci saranno più latte in polvere nè farina per il pane e sono ormai
moltissimi i farmaci che sono scomparsi dal mercato. Da più di dieci anni
il Venezuela è impantanato in gravi crisi economiche. A poco serve che sia
il quinto produttore di petrolio del mondo, poco lo aiutano le sue immense
risorse minerarie e l’estensione di terra fertile. Governi più o meno
corrotti, più o meno inetti, hanno contribuito ad erodere il benessere dei
venezuelani, ad accrescere le sacche di povertà. Tuonando, con parole di
una violenza premonitrice, contro l’inettitudine e la corruzione dei
passati governi
nelle elezioni del 1998 si è presentato al paese, come un’alternativa
possibile, l’attuale Presidente Hugo Chávez. Lo stesso che nel ’92
aveva capeggiato un colpo di stato per togliere dal potere il Presidente
Carlos Andrés Pérez. Fu quella la prima volta che apparve sugli schermi di
tutto il paese il volto del tenente colonnello che oggi è Presidente della
Repubblica. Il colpo di stato, secondo sue dichiarazioni, era stato
preparato e sognato durante 10 anni. Una volta alla presidenza le speranze
di benessere e pace sociale, di lotta alla corruzione e alla delinquenza, si
sono diluite poco a poco nel corso dei primi due anni di governo. Rare voci,
in quei primi due anni, si levavano per denunciare una pratica politica che
scivolava inesorabilmente verso l’autoritarismo e soprattutto brillava per
incapacità di gestione della cosa pubblica. Irregolarità nella
costituzione di poteri pubblici tanto fondamentali come quelli del “Fiscal
General de la República”, “Contralor”, “Defensor del pueblo”,
giustificati dall’emergenza della transizione, sono passate nonostante le
denunce di
giuristi e tra l’indifferenza generale. Il popolo venezuelano, poco
avvezzo a occuparsi di politica, non ha rinunciato a vacanze né a week end
per andare a votare nelle otto elezioni indette dal governo, convinto che,
superato quel momento di transizione, il paese avrebbe trovato un cammino di
pace e di prosperità. Il risveglio da questo sogno è stato brusco e
doloroso. Una popolazione festaiola e qualunquista ha capito che la sua vita
si stava disgregando e che era necessaria la partecipazione. Il 2002 è
trascorso tra scioperi, serrate, manifestazioni, morti e feriti. Un
tentativo di colpo di stato, avvenuto l’11 aprile del 2002, ha coinvolto
anche un importante gruppo di militari. Ma il governo non ha mai ceduto.
Chávez, uscito di scena per meno di 48 ore, è tornato al potere e, dopo
poco tempo, il suo discorso ha ripreso i toni violenti del passato. Come se
non fosse accaduto nulla. L’11 aprile del 2003 i suoi sostenitori hanno
festeggiato il ritorno del Presidente con una grandissima manifestazione
alla quale hanno partecipato personaggi legati ai movimenti di sinistra più
radicali di tutto il mondo. Primo fra tutti Ramonet, direttore di Le Monde
Diplomatique. C’era anche Hebe Bonafini in rappresentanza delle Madri di
Plaza de Mayo. Una presenza che ha fatto male ai rappresentanti della
sinistra venezuelana che, per un 80 per cento, è schierata
all’opposizione. In quegli stessi giorni rappresentanti storici della
sinistra del paese hanno organizzato un forum per spiegare agli invitati
stranieri la realtà di un governo che, lungi dal poter essere catalogato di
sinistra, sta screditando la vera sinistra e non ha fatto assolutamente
nulla per migliorare le condizioni di vita delle classi più povere. È
riuscito
solamente a creare un nemico e a far sognare la vendetta. Troppo poco per
riempire lo stomaco di una popolazione sempre più affamata, troppo poco per
consolare i familiari delle vittime uccise dalla delinquenza in quella che
è una guerra molto più sanguinaria di tutte le guerre che si combattono
nel continente. Ogni fine settimana il numero dei morti ammazzati in
Venezuela oscilla attorno alle 100 persone. Senza parlare di tutti coloro
che muoiono nelle corsie di ospedali che possono contare solamente sulla
mistica di lavoro di medici mal pagati. Nella zona di Guayana, una delle più
ricche del paese per i giacimenti minerari, la mortalità infantile da 19
per mille è arrivata a 77 per mille. I medici non hanno neanche le
siringhe, le apparecchiature per esami radiologici sono ferme per mancanza
di materiale e lo stesso vale per i laboratori di analisi e tutto il resto.
A Guasdualito, zona di frontiera, passaggio di guerriglieri e paramilitari,
si può contrattare un sicario per 10 dollari. La vita si svaluta giorno
dopo giorno. La parola diritti umani non ha alcun significato. Non esistono
diritti umani per nessuno, né per il cittadino comune che rischia di
restare ucciso da un delinquente affamato, né per i carcerati che
nell’inferno delle galere, muoiono per rese di conti, per fame, per
malattie infettive e sono sottoposti ad ogni tipo di vessazione da chi li
dovrebbe proteggere. La giustizia è lenta e costosa. La corruzione impazza
senza freni. Sui mezzi di comunicazione si moltiplicano le denunce.
Inutilmente. Nell’aria si respira una forte depressione e sembra che il
cittadino comune abbia perso la capacità della sorpresa,
dell’indignazione.
In un panorama così buio l’unica speranza di soluzione pacifica ed
elettorale è il referendum revocatorio previsto dalla Costituzione e che
dovrebbe essere indetto a partire dal 19 agosto, giorno in cui si compie la
metà del mandato presidenziale. Un preaccordo concertato nel tavolo di
negoziazione presieduto dal Segretario generale dell’OSA César Gaviria,
è stato rifiutato all’ultimo momento dalle forze del governo per ordine
del Presidente Chávez e del partito MVR da lui fondato. Ma il referendum è
previsto dalla costituzione e il governo può solo allontanarlo nel tempo.
Per prepararsi meglio. E già si incominciano a denunciare brogli
elettorali. Il registro elettorale apparentemente si sta arricchendo di
stranieri (ecuadoriani, colombiani, cinesi) che il governo starebbe
“importando” per assicurarsi una maggioranza di voti. I partiti cercano
di ricostituirsi e di crearsi una credibilità che permetta loro di
riprendere le redini di un’opposizione demoralizzata e sempre più
arrabbiata. Rabbia e disperazione che potrebbero esplodere in manifestazioni
violente. Il futuro è molto ince rto e intanto il Venezuela è in agonia.
Il mondo non può restare indifferente. Le forze democratiche di sinistra
non possono far finta di non sapere. Oggi più che mai è importante la
presenza del mondo e in particolare dell’Europa per evitare altra
violenza, altro sangue in Venezuela e aiutare le forze democratiche
Si è svolta alcuni giorni fa a Roma un incontro tra il Presidente dell'AMM
Daniele Marconcini e la giornalista Marisa Bafile,vicedirettore della Voce
d'Italia,un quotidiano in lingua italiana che si rivolge alla numerosa
comunità italiana in Venezuela.Un incontro dove vi è stata una concorde analisi della situazione in quel paese,vicino ad una deriva antidemocratica
che bisogna assolutamente fermare.
Nel corso del colloquio Marconcini, in qualità di rappresentante del Consiglio Regionale Lombardo nella Consulta dell'Emigrazione ha assicurato
il massimo impegno per portare all'attenzione delle istituzioni lombarde una vicenda come quella Venezuela, in cui la comunità italiana sta vivendo
una gravissima situazione di disagio.
Tale impegno era già stato assunto dalla comunità lombarda in Sud America
attraverso i suoi rappresentanti,durante il Corso di Volontariato per dirigenti lombardi all'estero,svoltosi lo scorso febbraio a Mantova,
in rappresentanza dei lombardi di Argentina, Uruguay, Brasile e Costarica.
Marconcini ha espresso alla Bafile la possibilità di una visita dell'AMM in
Venezuela per visitare la comunità lombarda, acquisendone richieste e bisogni,chiedendole allo stesso tempo di segnalargli attività di sostegno
socio-assistenziali a cui poter dare un contributo fattivo. Vi è infatti una preoccupante mancanza di comunicazioni e di notizie sulla
situazione dei Lombardi in Venezuela
A tal fine l'AMM lancia un appello sia ai singoli cittadini che alle organizzazioni lombarde di contattare Mantovani ne mondo sia attraverso il
sito Internet, e sia scrivendo all'email info@mantovaninelmondo.org
Dichiarazione di MARISA BAFILE
Tra i Paesi dell'America Latina colpiti dalla drammatica crisi economica degli ultimi anni il Venezuela è sicuramente tra quelli che presentano
maggiori difficoltà ad avviare una fattiva ripresa. Le cause di questa
stagnazione vanno cercate nella profonda crisi istituzionale che ha colpito il Paese e che, a differenza di altri n grave difficoltà come ad esempio
l'Argentina, non è ancora stata risolta attraverso canali democratici. A
tutt'oggi la forte contrapposizione - con morti, incidenti e prevaricazioni dei diritti umani - tra le forze di governo ed un composito schieramento di
partiti politici, rappresentanze sindacali e movimenti spontanei della società civile sta paralizzando il Paese. In questo contesto,
con il
rischio incombente di una svolta autoritaria, la nostra comunità -
fortemente integrata e radicata sul territorio Ma duramente colpita dalla crisi economica - sta cercando in tutti i modi di evitare l'instaurazione
di una deriva violenta ed antidemocratica. Per comprendere meglio questa complessa situazione abbiamo rivolto alcune domande a Marisa Bafile,
vicedirettore della "Voce d'Italia" di Caracas.
Nel nostro Paese la problematica venezuelana viene seguita dai mass media
con scarsa costanza ed attenzione. Lei che vive in prima persona questa difficile realtà sociale ed economica ci può spiegare le ragioni e le
dinamiche di questa crisi istituzionale senza precedenti?
Attualmente il Venezuela sta vivendo un momento difficilissimo e molto pericoloso per la sua democrazia e la sua stabilità. Vi è infatti una larga
parte della popolazione che, come previsto dalla Costituzione, vorrebbe indire un referendum per revocare il mandato del Presidente della
Repubblica. A questo scopo erano infatti state raccolte, con una procedura
molto rigida e complessa, le firme necessarie. Quando però la
sottoscrizione è giunta al Consiglio nazionale elettorale - un organo
collegiale formato da tre membri filogovernativi e da due esponenti vicini all'opposizione - per ottenere il definitivo via libera, circa la meta
delle firme sono state inviate ad un'ulteriore verifica. Un complesso controllo che, a causa della ristrettezza dei tempi a disposizione, o
porterà all'annullamento del referendum, o farà slittare la consultazione
oltre il limite del 19 agosto. Dopo quella data si entrerebbe infatti
nell'ultimo biennio del mandato presidenziale che comporta, in caso di
destituzione della massima carica dello Stato, la salita al potere del vice Presidente. Un avvicendamento ai vertici istituzionali che non cambierebbe
quindi nulla.
Ma come si sta comportando e quali iniziative ha intrapreso la nostra
collettività in questo difficile ed imprevisto frangente?
La comunità sta vivendo questa difficile situazione in prima linea. A
seguito di questa drammatica crisi la nostra collettività in Venezuela è
maturata ed ha preso coscienza del proprio attaccamento al Paese d'accoglienza. Se in precedenza si poteva pensare che, davanti ad una crisi
del genere, la comunità italiana avrebbe fatto le valige, oggi appare
invece più che evidente la volontà dei nostri connazionali di lottare fino
in fondo per la democrazia del proprio Paese d'adozione. Una decisione, quest'ultima, che i nostri
connazionali hanno pagato con un morto, vari arresti e l'imprigionamento di un ragazzo di soli 14 anni. Ma in questo
contesto la comunità italiana è stata duramente colpita anche dalla crisi
economica che ha fatto letteralmente fallire tante piccole e medie imprese
artigiane impegnate prevalentemente nel settore calzaturiero. Una situazione molto grave che ha fatto cadere nell'indigenza i nostri
imprenditori ed i tanti italiani che lavorano per loro.
Negli ultimi mesi l'Argentina, il Paese dell'America Latina che è stato
quasi spazzato via da una drammatica crisi economica, sta mostrando dei confortanti segnali di ripresa. Questa lenta inversione di tendenza si sta
evidenziando anche nel sistema economico venezuelano?
Il problema del Venezuela non è solo economico. Esiste infatti una
questione politica che, con il passare del tempo, ha trascinato verso il basso l'economia. Quindi se non si supererà il problema politico che ha
scatenato la crisi, nemmeno quello economico potrà essere risolto. E'
comunque ovvio che questa difficile situazione, pur avendo il Venezuela ottime possibilità di ripresa, è cosi profondamente radicata nel Paese che
non potrà essere superata dall'oggi al domani.
Mancano ormai pochi giorni allo scadere dei termini per l'invio ai
consolati del voto per corrispondenza che rinnoverà i Comites. Tenendo
conto della grave situazione interna del Venezuela quali sono i rischi e le incognite di questa vigilia elettorale?
Parlare del rinnovo dei Comites in questo difficile momento del Venezuela,
significa non avere rispetto per la nostra collettività e non tenere in
alcun conto la gravissima situazione che stiamo vivendo. E' infatti impensabile che in questo momento gli italiani del Venezuela possano avere
la serenità di pensiero ed anche le possibilità minime di movimento,
necessarie all'espletamento di una seria e credibile elezione. Noi, come giornale "La Voce d'Italia", stiamo da tempo chiedendo che le elezioni per
il Venezuela, considerata la gravità del momento, siano posticipate ad
altra data. Altrimenti, vista la situazione di emergenza, accadrà che
saranno elette, con una manciata di voti, persone che dovrebbero rappresentarci ma che in realtà non rappresentano nessuno. Se volessimo
effettivamente offrire alla comunità italiana l'opportunità di eleggere un
Comites sostenuto da un'adeguata maggioranza, dovremmo consentire alla nostra collettività di votare in un contesto di maggiore serenità.
intervista di Goffredo Morgia-Inform
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