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Sono trascorsi 32 anni da quando sono giunto in Australia e, da allora, senza soluzione di
continuità, ho sempre sentito parlare del sacrificio degli immigrati italiani identificati sempre con i cosiddetti capo
famiglia, cioè gli uomini. Devo anche ammettere, senza neanche fare un piccolo esame di coscienza che per molto tempo ho condiviso questo
concetto generalizzato.
Eppure la situazione è diversa. Senza dover appellarsi al femminismo, così come lo intendiamo oggi, occorre operare una rilettura
dell'emigrazione in Australia restituendo alla donna il ruolo effettivo e fondamentale che ha avuto nella nostra vita di emigranti. A convincermi di
questa esigenza è stata una anziana signora italiana attualmente residente in una casa degli anziani di Griffith. Dopo aver scoperto che scrivevo una
nota settimanale su La Fiamma, mi ha chiesto con una punta di ironia: "quante volte ha scritto storie di italiani che nel periodo della seconda
guerra mondiale sono stati internati?" Dopo aver risposto che semmai
queste storie mi era capitato di leggerle, di sentirmele raccontare ma mai di averne scritto, la signora ha replicato:
"perché, allora, non racconta una volta tanto la storia di coloro che in quel periodo non sono stati
internati?" Per un attimo ho pensato che forse l'età, forse una forma di
senilità aveva indotto quella signora a capovolgere il rapporto tra la storia e il
soggetto della stessa. Come facevo a raccontare una storia di coloro che non erano stati internati. Senza internati
- per un momento ho pensato - non c'è storia. Quanto mi sbagliavo! Ecco la sintesi della sua storia che
ci consente di vedere la nostra vicenda dell'emigrazione in una luce
finora rimasta nascosta tra le pieghe di quella lunga linea grigia che è la vicenda umana delle nostre donne.
Non c'è più ironia nel racconto dell'anziana signora. Vi è solo una storia carica di
umanità e, nello stesso tempo di sofferenza che alla fine mi ha lasciato sbigottito per non aver capito, prima di allora, che cavolo
di situazione esistesse in quel periodo.
"Io non sono stata internata nel 1940 quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Anzi
- sorride la donna
mentre sediamo nel giardinetto dell'ospizio - non sapevo neanche che fosse
scoppiata la guerra tra l'Italia e l'Australia. Ero arrivata nell'area
della Riverina all'inizio del 1937. Mio marito mi aveva preceduto cinque
anni prima ed io ero giunta in Australia con tre figli, il più grande del
quale aveva solo sei anni. Non parlavo inglese, non leggevo i giornali, non
c'era nessun mezzo d'informazione. Scoprii che era scoppiata la guerra e
che noi italiani e gli 'altri' australiani eravamo diventati 'nemici',
nel luglio del 1940 quando la polizia venne a casa e si portò via mio
marito.
Avevamo una piccola farm in una zona isolata tra Griffith e Leethon,
un luogo abbandonato da Dio, Tiravamo avanti al male e peggio e,
improvvisamente, mi trovai senza più nulla. I vicini con i quali fino ad
allora avevo avuto un rapporto di buon vicinato diventarono dispettosi,
ostili, cattivi. Non ci portarono più il pane, il latte tanto che fui
costretta ad acquistare una mucca. Dovevo provvedere alla mia famiglia e
pensare a mio marito che era internato. Non sto a raccontare quello che ho
passato: mandare avanti la farm, fare lavori di fatica tanto per gli altri
in modo di avere qualche scellino per acquistare il minimo indispensabile
per il sostentamento dei bambini, imparare quel minimo di inglese per
poter comunicare, correre con mezzi di fortuna fino al campo dove era
detenuto mio marito per le visite mensili, fino a quando non scoprii che
mio marito che mangiava quattro volte al giorno e andava a lavorare fuori
dal campo si era trovato anche una nuova compagna con la quale, dopo la
guerra, mise su famiglia".
Mi guarda come per aspettarsi un commento. Ma io non dico nulla ed
allora la donna conclude scuotendo la testa: "il nome di mio marito viene
ripetuto spesso nelle storie degli internati come di un uomo che ha tanto
sofferto. Avessi sofferto io come soffrìì lui!!". Scuote la testa e si guarda
attorno come a cercare il suo passato.
Ed è stato in quel momento che ho pensato di poter essere io a
raccontare il suo passato, la sua vita, la sua sofferenza, le sue rinunce,
la straordinaria vicenda umana di questa donna e di tantissime altre che
si sono viste porre sempre in seconda linea, mai riconosciute nei loro inconmmensurabili meriti: eroine sconosciute della nostra storia.
Ed è così che nasce il "progetto donna", una raccolta delle memorie
della vita delle donne italiane in Australia e, invito tutte coloro che
pensano di avere qualcosa da riscattare e di raccontare: a parole,
registrato, per iscritto che prendano contatto con me: Pietro Schirru, 458
Old South Head Rd, Rose Bay, NSW 2029. Ogni storia avrà il suo posto in un'antologia che
ristabilirà, una volta per tutte, la verità suo ruolo
delle donne in Australia.
* * * *
Ho gia' affermato con chiarezza la mia intenzione di ricandidarmi per il
Consiglio Generale degli Italiani all'Estero, nelle elezioni che si
svolgeranno il 26 giugno p.v. Se avessi avuto dei dubbi su questa
intenzione, è bastata una nota inviata a tutti i mezzi di informazione da
Enzo Centofanti, collega nel CGIE e come me davanti ad un'altra
consultazione elettorale, che cerca di mettere in dubbio il ruolo dei
Patronati all'estero, per confermare la legittimità della mia candidatura.
Attualmente sono presidente dell'Associazione ITAL-UIL Australia, uno dei
maggiori patronati operanti nel Paese. Centofanti che, sicuramente, sa
poco e nulla sia delle esigenze delle nostre comunità all'estero che della
funzione che in questo contesto hanno i patronati, sostiene che la
funzione di questi organismi dovrebbe essere assunta dai Consolati cui non
meglio identificate regolamentazioni affiderebbero il compito di curare i
problemi previdenziali dei nostri connazionali. Roba dell'altro mondo. I
patronati da oltre cinquant'anni costituiscono la interrelazione più
importante tra la collettività e le istituzioni e quando dico istituzioni
non mi riferisco soltanto ed esclusivamente all'Inps. Sulla base della
loro legge istitutiva i patronati offrono il loro servizio completamente
gratis e a dispetto di quanto afferma Centofanti non ricevono
finanziamenti "pubblici", poiché il finanziamento per tutti i patronati,
compresi quelli che hanno un'ispirazione di centro-destra deriva da una
piccola percentuale dei contributi pagati da tutti i lavoratori italiani.
Il collega Centofanti lamenta che si rischia che anche il prossimo
CGIE risulti avere una maggioranza di centro-sinistra causata appunto dall'influenza dei Patronati. Ebbene, niente di
più logico e di più
giusto. Nelle elezioni per i Comites in Australia, dove a votare erano i
cittadini italiani, tanto per fare un esempio, nel Nuovo Galles del Sud,
figuravano tre candidati che operano nei Patronati: da soli hanno avuto
quasi il 90 per cento dei voti. Lo stesso è avvenuto nel Victoria, nel Sud
Australia e nell'Australia Occidentale. Che c'è di strano se per il CGIE
che è un organismo che deriva proprio dei Comites, i cui componenti sono
chiamati a votarlo, il risultato elettorale corrisponderà a questa
semplice conseguente operazione? É proprio vero, Caro 100fanti (così usa
firmarsi l'amico Enzo), che un bel tacer non fu mai detto.
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