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Il sì di Montecitorio una pagina di storia che appartiene a
tutti noi. Consenso quasi unanime alla proposta di An. Le Foibe, una memoria,
Casini: "Un atto di riconciliazione nazionale, di verità e giustizia"
Il 10 febbraio sarà il "Giorno del ricordo" in memoria delle vittime delle foibe e degli esuli istriano-dalmati, fuggiti dalle loro case dopo la
cessione di Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia in seguito la sconfitta dell´Italia nella seconda guerra mondiale.
Con 502 sì, 15 no, 4 astenuti, contro hanno votato solo Pdci e Prc, l´aula di Montecitorio ha dato ieri via libera alla proposta di
An che concede un riconoscimento onorifico ai congiunti degli infoibati.
«Un atto di riconciliazione nazionale, di verità e di giustizia», ha commentato il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Il
provvedimento passa ora al Senato per l´approvazione definitiva.
La legge, a parte una targa onorifica in acciaio brunito e smalto, con la scritta "la
Repubblica italiana ricorda" da consegnare ai congiunti degli infoibati, considera il 10 febbraio «solennità civile» e «giorno del
ricordo» per «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, l´esodo dalle loro terre degli
istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e la più complessa
vicenda del confine orientale». Quel giorno saranno previste «iniziative per diffondere la conoscenza dei
tragici eventi»: convegni, incontri, dibattiti. Iniziative dirette anche «a
valorizzare il patrimonio culturale degli italiani dell´Istria, di Fiume e delle coste dalmate». Infine, sono riconosciuti il museo triestino della
civiltà istriana-fiumana-dalmata e l´archivio storico di Fiume con sede a Roma, attraverso un finanziamento di 100 mila euro all´istituto regionale
per la cultura istriana, fiumana e dalmata e di 100 mila euro alla società di studi fiumani.
An esulta. «Da oggi il ricordo di quelle tragedie non sarà più un fatto privato delle
associazioni degli esuli, ma sarà patrimonio di tutta la nazione e dovere delle istituzioni», sottolinea soddisfatto Roberto
Menia, il deputato triestino che ha proposto e difeso la legge votata ieri. Il
governo, assente Gianfranco Fini, era rappresentato nell´aula di Monecitorio da Mirko Tremaglia. «Da oggi inizia la grande pacificazione
nazionale», ha scandito il ministro, spostandosi per prendere la parola fra
i banchi del suo partito. «La storia non deve essere strumentalizzata dalla
politica», ha proseguito Tremaglia, citando Cesare Pavese. Il ministro ha molto apprezzato anche l´intervento del segretario Ds Piero Fassino, al
quale è andato a stringere la mano, insieme a quella di Luciano Violante, al termine delle votazioni.
«È tempo di dire che quella pagina di storia appartiene a tutti noi», aveva
detto nel suo intervento Fassino: «Nessuno che non sia fazioso può ignorare
l´aggressione e le angherie fasciste nei confronti della Jugoslavia, ma questo non può giustificare né le foibe né la vergogna
dell´esodo».
Missoni: io, esule di Zara, applaudo l'Europa che abbatte i muri.
L'Adriatico che ci divise può tornare a unirci
«Per la verità, l?ultima volta che ci sono stato non l?ho visto, il
muretto, mi pare ci fosse pure una rete e del filo spinato in cima, no? Beh, comunque spero che ora ci mettano delle belle panchine, di
traverso, così la gente se pol sentarse coi fioi e i can , girare lo sguardo a destra
e sinistra e guardare la stessa città, era ora, almeno loro che possono...». Quando parla di Gorizia, Ottavio Missoni non riesce a
nascondere un?ombra di rimpianto, sarà che nella tragedia comune - i
profughi, le foibe - sono rimasti dei muri che non ci si può neppure
prendere la soddisfazione di tirar giù a picconate, come il 30 aprile farà
(simbolicamente) il presidente della Ue Romano Prodi accompagnato probabilmente da Ciampi e dal collega sloveno Drnosvek. Stamattina i due
sindaci, quello di Gorizia e il collega di Nova Gorica, si esibiranno in un prologo con martello
pneumatico. E son soddisfazioni, «mi sembra davvero una bella cosa, un inizio di
integrazione, l?Europa va sfumando i confini e mi pare che le cose, lentamente, stiano cambiando in meglio, perché abbattere quelle tracce non
significa cancellare la memoria, in passato ci hanno provato ma non si può».
Adesso resta da sistemare l?Adriatico, sorride il grande stilista di origine dalmata, da anni «sindaco del comune di Zara in esilio». Il sindaco
vero, una decina d?anni fa, protestò piccato per la parola «esilio», «Zadar
è una città aperta nella democratica Croazia». Tre anni fa Zagabria minacciò di ritirare l?ambasciatore quando si seppe che Ciampi avrebbe
consegnato a Missoni la medaglia d?oro al valor militare conferita al gonfalone dell?ultima amministrazione italiana di Zara, nel ?43. Non
avevano capito. «Dalle mie parti ce ne siamo andati in trecentosessantamila, sparsi nel mondo fino all?Australia», sospira
Missoni, «e ormai non c?è più un paese dove tornare, la nostra Zara è solo
un fantasma, un luogo della memoria: a noi il ritorno è negato per sempre, dove torno?». Zara, «la piccola Dresda del Mediterraneo», fu prima rasa al
suolo dai bombardieri angloamericani e poi «liberata» dai partigiani di Tito, «tra il ?43 e il ?44 i bombardamenti distrussero l?intera città, e
poi arrivò la pulizia etnica che fino a non tanto tempo fa non si poteva neppure nominare, le foibe, i trecentosessantamila profughi cacciati e
sparsi nel mondo fino all?Australia».
Il capitano Vittorio Missoni « xera omo de mar » e la madre, Teresa de
Vidovich, contessa di Capocesto e Ragosniza. Ottavio nacque a Ragusa, oggi Dubrovnik, quando i bombardamenti scatenarono il finimondo a Zara lui non
c?era perché spedito in un posticino altrettanto tranquillo: El Alamein, giovane caporale di fanteria infilato in una buca del deserto tra due file
di carri armati. «Ci fecero prigionieri e quando riuscii a rimpatriare, nel
?46, la mia famiglia era già riparata a Trieste». Missoni non ha la logorrea del reduce, dietro il tono vivace di chi ha
passato allegramente gli ottanta con un fisico da olimpionico (campione mondiale studentesco dei 400 nel ?38, finalista ai Giochi dieci anni più
tardi) c?è un uomo che misura le parole con pudore e si prende in giro, « cossa vole che le digha , dico sempre le stesse cose, me par d?essere una
puntina rotta!». Però bisogna sentirlo mentre racconta dell?ultimo Natale a
Zara, nel ?41, delle visite nel dopoguerra in quel luogo che non riconosceva più, «ogni volta è una tristezza... Certo, i tramonti, il mare,
i profumi sono gli stessi e io ci torno ogni anno, d?estate, lungo la costa, però non c?è più la mia gente». Missoni è innamorato di quella
terra, la sua descrizione è un mosaico vario e colorato come i suoi
maglioni, i tramonti della sponda orientale e il sole che s?adagia sull?orizzonte e il soffio della bora, il profumo del mare, del suo mare
lungo i moli e fra le bitte che in Dalmazia chiamano colonne. Missoni sorride quando gli si ricorda Predrag Matvejevic, padre russo e
madre croata, il grande scrittore che ha rintracciato in Mediterraneo il senso di quel mare, dei nostri mari. C?è stato un tempo in cui l?Adriatico
era davvero lo thalassa dei greci, mare nostrum , «per secoli ha unito le due sponde, la pietra d?Istria di Venezia e gli architetti dalmati che
hanno lavorato a Urbino», spiega Missoni, «nel dopoguerra il comunismo e le
ideologie hanno fatto dell?Adriatico un muro, quel mare ci ha diviso come un muro».
Si ritrovano tutti gli anni, gli esuli. Ora che l?ultimo muro fisico crolla, che il Parlamento vota la giornata di ricordo delle foibe e degli
esuli, il senso della memoria è diretto al futuro: «Magari ci vorrà ancora
del tempo, ma l?Europa può aiutarci a stemperare i rancori e chiarire la verità, perché il clima sta cambiando e i confini, il mare, possono tornare
ad unirci».
Gian Guido Vecchi
Testi tratti da il Corriere e Repubblica - 12 febbraio 2004
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