|
BUENOS AIRES - Nelle ultime settimane è scoppiata una battaglia, a colpi di
comunicati, che vede affrontarsi due categorie di impiegati delle sedi consolari: quelli di ruolo e quelli a contratto secondo le leggi locali. La
vicenda non è nuova. Si tratta di un nuovo capitolo di una annosa guerra
che ha visto gli uni contro gli altri, nelle sedi diplomatiche e consolari
italiane almeno da quarant’anni. Ogni tanto c’è la scintilla che riaccende
le ostilità.
Su cosa versa la disputa? In parole povere gli impiegati di ruolo, e fondamentalmente i sindacati che li sostengono, dicono che la loro
categoria è speciale in quanto svolge un lavoro specifico e delicato e
quindi, che non è sostituibile. Di fronte c’è la Farnesina, cioè lo Stato
italiano, che riconosce che si tratta di lavori delicati, ma che possono essere svolti da cittadini italiani residenti nei paesi dove hanno sede
ambasciate e consolati e quindi che non c’è bisogno di mandare dall’Italia
persone che hanno la stessa preparazione di quelli che si possono trovare sul posto, per fare certi lavori.
Quale la differenza tra gli uni e gli altri? Il costo. Infatti, per mandare
un impiegato di ruolo all’estero, il Ministero degli Affari Esteri, cioè lo
Stato Italiano, deve pagare non solo lo stipendio stabilito dai contratti di lavoro in Italia, che è generalmente superiore rispetto a quelli in
vigore nella stragrande maggioranza dei paesi del mondo, ad esclusione di alcuni tra i più sviluppati (Stati Uniti, alcuni dell’Ue, Giappone, e pochi
altri). La Farnesina deve pagare anche un plus - come fanno molti altri Paesi - per il fatto che l’impiegato deve vivere
lontano da casa sua. Inoltre deve pagare i costi del trasloco dell’interessato e della sua
famiglia e, in certi casi, anche l’alloggio nel paese dove è inviato in
missione.
Invece gli impiegati assunti sul posto, con contratti secondo le leggi locali, costano molto meno, perché gli stipendi generalmente sono più bassi
di quelli italiani, sono soggetti alle leggi lavorative locali che generalmente sono meno garantiste di quelle italiane e inoltre
ad essi non bisogna pagare dei plus per lavoro fuori sede nè provocano spese di
trasloco o di alloggio. Una soluzione questa certamente più economica, alla
quale fanno ricorso molti paesi che hanno strutture diplomatiche e consolari importanti.
Il nuovo dissidio tra le due categorie è scoppiato quando poche settimane
fa si è saputo che gli oltre trecento impiegati a contratto, assunti due
anni fa per far fronte all'emergenza cittadinanze, hanno contratti che stanno per scadere, dopo successivi rinnovi semestrali.
Due settimane fa durante la Conferenza degli Ambasciatori italiani, il titolare della Farnesina, Franco Frattini, aveva annunciato la
disponibilità del governo a rinnovare tali contratti. Ma i sindacati degli
impiegati del ministero degli Esteri hanno manifestato la loro più assoluta
opposizione a tale rinnovo e quindi la questione è ora sospesa. Una
situazione che richiederà una decisione politica per essere sbloccata e che
dovrà prevedere, da una parte, i costi (ed eventualmente trovare i fondi) e
i tempi per nominare e trasferire all’estero oltre trecento impiegati, con
le rispettive famiglie, per occupare le scrivanie che dovrebbero sloggiare i contrattisti. Oppure rinnovare i contratti, col rischio di aprire una
vertenza con il sindacato.
In mezzo, come sempre, rimarranno gli italiani residenti all’estero, i
fruitori dei servizi consolari, che, nel caso specifico dell’Argentina,
hanno conosciuto molti periodi di disservizio consolare, di lungaggini
burocratiche, di lunghe file al freddo e per lunghe ore. Senza contare le migliaia di domande di riconoscimento della cittadinanza che giacciono
ancora negli scaffali dei consolati in attesa di tempi migliori per essere evase. E per ultimo, ma non meno importante visto che è stato il motivo per
il quale furono assunti molti dei trecento impiegati a contratto locale, subirà un nuovo ritardo l’interminabile aggiornamento
dell’Anagrafe consolare, che in questi ultimi due anni è stato in grn parte bonificato e
reso affidabile. Ma certo, dove è scritto che contano anche gli interessi
degli italiani residenti all’estero?
(Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)
|