Un articolo scritto da Ezio Maranesi, già
pubblicato su una rivista locale in Brasile, che traccia un quadro realistico
sullo stato delle Associazioni Italiane in quel Paese, ma che ben si adatta
alla maggioranza dell'Associazionismo sia in Italia che fuori.
Associazionismo e italianitá
di Ezio Maranesi
Amore é "corrispondenza di amorosi sensi". Lo disse tempo fa uno che se ne intendeva. Il sentimento deve essere reciproco, corrisposto, altrimenti non é amore. É attrazione,
più o meno tenera, tormentosa o morbosa, é passione, é desiderio, é sentimento di
solidarietà, e ancora ardente aspirazione o forte interesse. Amore non corrisposto é masochismo.
Noi, collettività italiana all'estero, possiamo dire di "amare" la nostra Patria? La Patria ci "ama"?
Non dobbiamo annaspare molto per darci una prima risposta. Basta presenziare ad una
riunione delle associazioni regionali italiane che Comites o Console periodicamente
promuovono. É il nostro "muro del lamento". Mi arrischio a riassumere: Stato e Regioni spendono poco e male per i loro "figli" emigrati; i suddetti figli poco partecipano e detestano dare il loro tempo e il loro obolo per la gloria della associazione; l'organico del Consolato é da sempre insufficiente per rispondere efficacemente alle legittime aspettative di tali figli; solo ora, dopo decenni di attesa frustrata, ci é stato dato il voto. Naturalmente non é tutto. A denti stretti si ammette che la Patria ci ha dimenticati, non percependo quanto é grande il nostro amore, quanto soffriamo per
l'Azzurro, quanto gioiamo per la Ferrari.
Controlliamo le emozioni e analizziamo con freddezza alcuni lati di questa crisi amorosa. Prima considerazione, parafrasando Kennedy: non chiediamoci che cosa l'Italia possa fare per noi, chiediamoci piuttosto cosa possiamo fare noi per l'Italia. Seconda considerazione, citando una circostanza personale. Qualche tempo fa, prima che l'aereo di quel folle svizzero lo centrasse in pieno, salii al 280 piano del Pirellone dove un alto dirigente della Regione mi disse, con estrema gentilezza ma altrettanta fermezza e un poco di imbarazzo, che l'assistenza alle
comunità lombarde all'estero non é preoccupazione prioritaria della Amministrazione Regionale. Non é una
novità e non c'é, a mio giudizio, ragione per esserne indignati. Pragmaticamente: interessi e soldi sono direzionati normalmente laddove ci si aspetta un ritorno, qualunque esso sia. Il milione di oriundi lombardi che vive in Brasile cosa
può "ritornare" alla sua Regione? Non i voti, che saranno motivati da altre logiche. In fondo, guardando bene dentro di noi, neppure "amore". Ci compiacciamo certamente di essere lombardi; siamo considerati gente solida e attiva. E certamente qualcosa ci é rimasto nel cuore: il paesello, al quale
però non ci lega amore bensì rimpianto della giovinezza che là abbiamo vissuto o il sogno di una stagione che non abbiamo vissuto e vorremmo vivere.
Vivono nel mondo 60 milioni di oriundi italiani: un'altra Italia. Tra essi, 4 milioni hanno la cittadinanza italiana. In Brasile, su 23 milioni di oriundi, 300.000 sono cittadini italiani. La cittadinanza comporta, ovviamente, l'essere titolari di diritti e di doveri . Verso gli oriundi non cittadini, l'Italia non ha doveri;
può nutrire simpatia, riconoscenza e speciale attenzione facendoli oggetto di azioni di marketing affettuoso e interessato. La diaspora italica infatti, nel suo complesso, é considerata un asset perché ha punti di forza poderosi: ha propensione a comprare il made in Italy e ad essa appartiene una agguerrita business community che molto
può fare per favorire l'internazionalizzazione della economia italiana. Della diaspora poi si occupano, guadagnandosi da vivere, vari italiani d'Italia che amano venire a visitarci.
Sembrano punti di forza decisivi ma sono invece carte che non si possono giocare: il cuore della diaspora infatti non sciopera ed é sempre disponibile a collaborare.
La creazione del Ministero per gli Italiani all'Estero e la concessione del voto sembrano dimostrare maggiore attenzione dell'Italia verso i suoi cittadini residenti all'estero. Incontri, conferenze, dibattiti sul riscatto di questa
comunità "carente d'affetto " sono frequenti ma, a giudicare dai risultati, inutili. V'é infatti uno scollamento tra la
comunità, la "base" per usare un termine caro ai politici, e coloro che a turno ne parlano. Manca anche
unità d'intenti: c'é chi ci vuole tutti uniti attorno all'ideale d'italianità e c'é chi ci vuole divisi e impegnati attorno a ideali politici. Le cronache di questi eventi, riportate dai giornali in lingua italiana, non mobilitano l'attenzione della
comunità. I messaggi, più o meno interessati, non raggiungono il singolo, giù
distante per natura.
Si potrebbe raggiungere in modo capillare la comunità attraverso le associazioni regionali, se esse disponessero di mezzi adeguati. Ma il collegamento é difficile: da un lato le pubbliche amministrazioni poco attente e sensibili ai problemi dell'emigrato, dall'altro l'emigrato che non si sente
comunità e quindi agisce come individuo. Tutto ciò sembra dato per scontato, sembra essere nell'ordine naturale delle cose.
Senza soldi, le associazioni regionali languono e sopravvivono per la buona volontà
( oppure per la grinta, o l'ambizione, il desiderio di visibilità, l'altruismo, il personalismo, il godimento di qualche piccolo beneficio, ecc. . ) dei loro dirigenti. Naturalmente il dosaggio muta, caso per caso. Ma la crisi, in misura
più o meno grave, é una costante. L'appartenenza, come origine, ad un determinato territorio italico non é comune denominatore sufficiente per "stringerci a coorte" e partire per imprese epiche; tutt'al
più ci incontriamo a cena un paio di volte l'anno e ricordiamo con piacere e nostalgia il villaggio. La condanna viene soprattutto dai giovani: "non vedo perché mi devo associare se non ne ricavo alcun vantaggio". La legge che muove l'uomo: "do ut des". Possiamo capire.
Una associazione può solo prosperare attorno ad una idea molto forte, o attorno ad un rapporto di costo/beneficio equilibrato.
Così prospera il Club Ferrari o il Club Pinheiro. Così languono i circoli regionali e altri club che conosciamo. L'individualismo, miglior
virtù e peggior vizio della gente italica, non aiuta. Si vuole essere protagonisti, anche quando manca una onesta e umile autocritica. Nascono
così le gelosie, le invidie, tutti quei sentimenti poco nobili che non amalgamano, non uniscono, non associano, non fanno vincere, alimentando il disinteresse.
Così la comunità italiana ha perso l'ospedale Umberto Primo e la Dante Alighieri. É mancata coesione, leadership e
volontà per riscattare patrimoni che, per forza di circostanze, si dovette dare in custodia ad altri. La
comunità italiana, la più numerosa di San Paolo, non ha quindi ricuperato i suoi simboli.
Tirando le somme: l'Italia, la Lombardia, le altre Regioni, ecc. non ci devono null'altro che non sia di nostro sacrosanto diritto. Se ci "devono" qualcosa (il voto, la pensione, la cittadinanza, i servizi
consolari) la dobbiamo esigere. Simpatia non ci é dovuta e ci serve poco. Se si aspettano qualcosa da noi, ce la chiedano e ci mettano in condizione di poterla dare. Noi siamo qui perché, in un certo momento della vita, noi (o qualcuno per noi)
ha fatto una scelta. "Amare" il paesello, la terra nostra, la Patria, é bello, nobile e generoso; rincorrere una contropartita e sentirsi delusi e frustrati se contropartita non c'é
é masochismo. Sentiamoci fortunati per la cultura italica che ci é stata data: é una
eredità che non ha eguali.
Un caro amico, svizzero di Chiasso, mi provocava: " Pensa la fortuna che ho avuto; fossi nato dall'altra parte della strada sarei italiano." Non me la sono mai presa; in fondo, senza che vi siano ragioni chiare e logiche, sono lieto di essere nato proprio "dall'altra parte della strada".
Ezio Maranesi
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