autore:  DENISE MARIA BORTOLASSI

Testo

Più una storia perduta

Io mi chiamo Denise Maria Bortolassi, 37 anni, figlia di genitori veneti emigrati in Brasile. Se potessi, lasciavo tutto per visitare il Veneto, cercare e conoscere i luoghi dove abitarono i miei "nonni" e ricostruire la storia della mia famiglia.

Sono nata a Erechim, nello Stato del Rio Grande do Sul, a sud del Brasile. Una città con quasi 90 mila abitanti, formata principalmente da discendenti europei, circa 60%.
Erechim viene definita la "capitale della amicizia", stupisce per gli edifici moderni dalle audaci architetture, mescolate con lo stile francese "Art Decô", ma anche per avere ancora lo spirito di città piccola da interiore, dove tutte le persone si conoscono e si salutano. 
La mia infanzia e la giovinezza non sono state diverse da quelle di tanti altri: la prima, fatta di spensieratezza e di giochi con i miei tre fratelli; la seconda caratterizzata da tante giornate passate sui libri fino alla laurea in Pedagogia e nel lavoro. Si, perché qui in Brasile i giovani più poveri bisognano lavorare per pagare lo studio.
Nella mia famiglia, nonostante il cognome faccia ben intendere le radici italiane, si è sempre parlato il portoghese. Non ricordo di aver mai sentito mamma e papà - anche loro nati in terra brasiliana - parlare nella lingua dei loro genitori, neppure per ricordare un tempo che si fu. Solo a volte "per confidarsi qualcosa che magari noi bambini non dovevamo sentire". Come se l'italianità dei Bertolazzi-Rigo del Brasile se ne fosse andata per sempre, cancellata nel giro di un secolo dai ritmi cantilenanti del parlato quotidiano e dalle tradizioni gaúchas dei balli di capannoni (Centro di Tradizioni Gauche-CTG). 
Nata e cresciuta con la cultura brasiliana nel sangue sono tuttora accompagnata da una massima che ho ascoltato un giorno: "per essere ricordati dovremmo almeno piantare un albero, o fare un figlio o scrivere un libro". 
Poi successe qualcosa. Ho cominciato a non sentirmi più appagata dai traguardi raggiunti e le parole mi tornavano spesso a mente, suggerendomi il seguente quesito: "come potrò essere ricordata se neppure io so chi sono e da dove vengo?".
Mancava, infatti, un pezzo fondamentale al mio puzzle, perché fino allora nè io, nè i miei genitori, sapevamo quali fossero la lingua e la cultura dei primi Bertolazzi che sbarcarono in Brasile. Curioso che nessuno conoscesse almeno un po' di storia della famiglia. Io chiedevo spesso a mio padre di ricordare vicende e personaggi, ma tutto faceva parte di quel passato, ormai sepolto, fatto di miseria e di stenti vissuti dai loro nonni, emigranti come tanti altri.
Se almeno sapessi come se scrive il cognome certo! Ognuno dei fratelli del mio padre ha un cognome diverso, con qualche sbaglio. Volevo tanto sapere cos'è successo quando sono stati registrati qui in Brasile! Non sappiamo quale scritta è quella corretta, ma poco tempo fa abbiamo incontrato un documento molto antico, dove c'era scritto dietro "Bertolazzi". 
Diedi così una svolta alla mia vita. Ho cominciato a ricercare nella speranza di trovare quel "tassello" che mancava.
Non avevo mete particolari. Accompagnata a volte da famigliari, ho visitato i parenti, scritto e spedito tante lettere in Brasile e in Italia, ricevendo però pochissime risposte. Con Internet e la posta elettronica le cose diventarono più facili. L'Italia adesso non'è tanto lontana così! Non potevano essere solo la gente, le città monumentali, il cibo così buono. E di nuovo quella domanda: "ma noi Bertolazzi da dove veniamo?"
Mi ricordo che, quando ero piccola, mio papà Giuseppe diceva così: "mio padre ha detto che forse siamo venuti da Mantova o da Cremona." E io domandava: "Ma chi ha detto, papà?" E lui rispondeva: "Il mio nonno Leandro raccontava al mio padre Affonso, ma lui non si ricordava più dopo di restare malato!" 
Mio papà racconta ancora che erano tre fratelli e quattro sorelle che sbarcarono nel Porto di Rio de Janeiro. I fratelli si disunirono e ogn'uno ha scelto uno stato differente: uno è rimasto nella città Rio de Janeiro, altro si è andato nel stato Minas Gerais e il bisnonno Leandro è venuto a Rio Grande do Sul com le sue sorelle. Mai più si sono visti o parlato! E sembra ancora che un fratello è restato in Italia. 
Nostro bisnonno è morto con circa 96 anni e forse l'unica storia che sappiamo di lui è una che rivela il suo carattere razzista. Mio papà sempre racconta che il bisnonno se ne stava sempre in sua sedia, nella zona frontale dalla casa, a fumare una sigaretta fatta di paglia di mais, e a guardare chi passava sulla strada. Quando uno arrivava vicino a casa, lui gridava a chiamare il mio padre: "Bigin! Chi è quello che parla con il tuo padre?". "Non lo so, nonno! È un uomo nero!", rispondeva il mio padre. "Ma se è un nero, manda andar via!", gridava lui. 
Sento dolore e volontà di piangere quando mio papà racconta che ha patito la fame quando piccolo, perché sua madre è morta quando lui aveva soltanto tre anni di età e suo padre a restato senza volontà di vivere: beveva molto vino e non lavorava più. A volte, l'unica cosa che avevano da mangiare era la polenta che sua sorella più grande faceva, ma non bastava. Allora, con i suoi fratelli, salivano negli alberi di arancia per ammazzare la fame. Mio padre non conosceva scarpe e sempre andava a scuola a piedi nudi sulla neve. Quando ha guadagnato le prime scarpe aveva 14 anni già, ma racconta, con lacrime negli occhi, che non riusciva a camminare.
Il nonno Alfonso è morto ancora giovane a causa di un cancro di pelle nella sua faccia. Il medico era l'ultima persona che voleva vedere davanti a lui! Credeva essere bisogno sopportare il dolore che sentiva per purificare la sua anima e così potere "entrare nel cielo".
Un giorno mio padre ha detto così: "Il mio nonno Leandro era un inventore! Ha creato un "foratoio" per fare buco nel legno. Noi lo chiamavamo di "Fre-fre", perché era così il rumore che faceva". Questa storia mi ha fatto pensare che quasi tutti i discendenti d'italiani erano inventori! Perché, quando arrivarono qui, in mezzo alla selva brasiliana, non avevano niente e bisognavano creare tutto per sopravvivere!
Quando io guardo la mia madre posso vedere anche il suo passato, la sua origine, perché la sua storia è raccontata nei libri della famiglia Rigo. Ma quando guardo il mio padre mi sento perduta, perchè non riesco a immaginare dove comincia la sua storia. E altra volta mi viene la stessa domanda: "da dove veniamo?" 
Nel 1998, quando lavoravo in un giornale locale (Diário da Manhã) ho cominciato a frequentare dei corsi di italiano, che mi aiutarono nelle ricerche. Così sono restata apasionata alla lingua e cultura italiane.
L'anno scorso ho deciso di fare la cittadinanza, ma con il cognome della mia mamma - Rigo - sognando qualche giorno partire e passare qualche mese in Italia, conoscendo meglio gli italiani, ma con gli occhi rivolti anche al passato, ai miei antenati. Emozionata per le storie e per scoperte fatte nei cammini percorsi fino ancora.
Durante i miei studi sulla cultura italiana ho imparato, per esempio, che sedere tutti insieme a tavola è un rito. E ho anche pensato a chi, invece, fu costretto persino a mangiare bucce di banane per sopravvivere! 
Ho poi scoperto che per i veneti la famiglia è il valore più importante. Ma ciò che più mi è colpito è stato il grande sentimento religioso dei veneti, comune non solo nella mia famiglia ma in tutti coloro che vennero in Brasile. Partecipando alle processioni religiose mi commuovevo sempre perché sentivo di rivivere le stesse loro emozioni di partecipazione fraterna a un rito cristiano. 
Nel mio viaggio sognato voglio visitare tutti i luoghi da cui partirono i miei antenati e ricercare il "mio" passato. Ogni volta che immagino mi commuovo perché mi pare di essere già stata in quei luoghi. Che sia una questione di memoria genetica? 
Ma un giorno vado finalmente realizzare questo sogno, e la nostalgia che provo per il Veneto mi riporterà sicuramente in questa terra che ora considero anche mia". E così potrò ricostruire la storia perduta!


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