autore:  Luigi Rossi 

Testo

IL GRANDE RITORNO E LA GLORIA 

- C'è chi nasce, vive e muore mangiando terra.- 
Così disse il notaro vedendoli partire anche quella primavera. 
A Verona gli stagionali venivano caricati su un lunghissimo treno. Muratori e manovali, spaccapietre, falegnami e minatori, carrettieri e sterratori, fornaciari, operaie e operai, contadini, carbonai e taglialegna, balie e puttane. Costretti a stare in piedi o seduti sul proprio bagaglio in quella ch'era la quarta classe. Risalivano la valle dell'Adige, senza degnare d'uno sguardo i monti innevati. Quel treno caricava disperati d'ogni età provenienti dal Bellunese, dalle valli del Nordest, da Cremona e dal mantovano. Tanti si portavano, in un borsone a tracolla, un sacchetto di farina gialla con cazzuola, frettazzo, martello e pialla. La Santina, con Girolamo in braccio, era circondata dai suoi fornaciari che la chiamavano parona. E la donna n'era orgogliosa. Aveva partorito Girolamo, in un giorno del luglio del 1895. La donna s'era liberata sotto la tettoia, dov'era la paglia sulla quale dormiva la squadra di fornaciari. 
Fornaciara come gli altri e cuoca per tutto il gruppo: l'onore d'essere la donna di Silvano M. la ripagava delle quindici-diciotto ore al giorno a rompersi la schiena. 
Paròn M. era uno di Ostiglia. Lui cercava disperati pronti a morire a marzo per risuscitare a ottobre, fatigando quindici ore al giorno e sparagnando sul mangiare e sul letto. 
Sotto il carnevale, il M. batteva le osterie di quelle lande innebbiate alla ricerca di chi non aveva né campo né speranza. Gli bastava una dozzina di miserabili. A fine marzo ripassava a prenderli e iniziava la marcia verso l'Allemagna. 
Lui e la squadra si sarebbero slombati da uno scuro all'altro e dalla primavera all'autunno, maledicendo pioggia vento e sole. E i sindacalisti. Vere bestie che giravano per la Baviera e la Germania e ti avvelenavano i dipendenti. Erano un cancro. Ad ascoltarli si doveva lavorare otto-nove ore al giorno. Si doveva mangiare carne e pane. Si doveva riposare su un letto. Disporre d'un centro dove poter leggere e svolgere vita comune. Si doveva boicottare chi ti pagava meno del giusto. Lottare per avere qualche garanzia in caso di malattia e per quando s'invecchia. 
Il M., bestemmiando, diceva di conoscere questa genìa. Gli scioperi, aggiungeva, erano solo rovina e disoccupazione. 
- State a casa voi, e per meno ne assumo altri venti!- gli ricordava. 
Girolamo mangiò argilla e respirò il fumo della fornace sin dalla nascita. A un certo punto della sua vita ricorderà, con uno strano piacere, gli inverni dei campi ghiacciati e gli alberi imbrinati sull'argine del grande fiume. Con lui c'erano i figli di mezzadri e fittavoli. Superavano fossi, prendevano passeri e coglionavano il Bartolomeo e la Sandrina che, zoccoli e calze grosse, andavano a scuola. Suo padre gli diceva che, lui, non ci aveva bisogno d'andarci, ch'era tempo perso. Più utile tagliare legna. 
Girolamo girò attorno alla fornace sino ai sette-otto anni, divertendosi con l'impasto argilloso. L'infornadore, che non aveva tempo da perdere, urlava alla Santina di portarsi via quell'impiastro. E la donna lo riportava verso i tre impastadori, intenti a pestare la terra con i piedi, inumidita di continuo, dove anche ci pisciavano e sputavano, perché legava meglio, assicuravano. 
Due giovani muli portavano l'argilla con la carriola dalla cava all'impasto. Nella cava ci lavoravano in tre. Altri due muli trasportavano la massa argillosa amalgamata verso il tavolo dove il M. la pressava con rabbia nelle forme. Altri due giovani, forse di dodici-tredici anni, portavano i mattoni umidi al casone, dove si sarebbero seccati. Poi correvano dall'infornadore che smadonnava di nuovo perché bisognava trasportare quelli cotti dietro la baracca. Così tutti i dì, sino a che le foglie dei boschi intorno arrossavano come la bragia. 

A mezzodì la Santina urlava. La brodaglia che aveva preparato veniva ingurgitata in un baleno. Altre volte si riscaldava della polenta e i fornaciari l'addentavano con del formaggio. Un sorso d'acqua fresca e si riprendeva a lavorare fino a quando ci si vedeva. Anche la cena era una miseria. Si divoravano i resti del mezzodì. Altrimenti comparivano le solite grosse fette di salame grasso e pezzi di pane nero. 
Poi ci si buttava sulla paglia dimenticandosi delle croste d'argilla che ricoprivano gambe e braccia. 
Poi un altro giorno e un altro ancora. E mai una domenica di mezzo. 
Poi un anno, un altro anno e un altro ancora. Chi nasce fornaciaro muore fornaciaro. 
Non aveva detto, il barone Thyssen: 
Cosa saremmo senza questi pezzenti d'oltralpe che leccano i nostri piatti? 

L'agosto del 1914 sorprese il M. con la sua squadra nella cava d'argilla in località 
an der Linden 
. Il 2 di quel mese vennero le guardie municipali con tre soldati armati e chiesero del principale. Notificarono all'ostigliese che la fornace doveva venir chiusa e i fornaciari ritornarsene in Italia. L'imprenditore sapeva quel che stava succedendo in Europa e non gli rimase che rispondere con un amaro Sofort, meine Herren. 
Appena le guardie voltarono le spalle, abbrancò un'asta di ferro e menò fendenti sui mattoni. Dei mattoni non rimase che un ammasso sul quale il fornaciaro orinò. Urlò che in quella terra non c'avrebbe lasciato niente. 
Dopo lo sfogo si voltò verso i fornaciari e gli disse di prepararsi. Che si andava a casa. E di soldi non ce n'erano. 
- Questa è la nostra Sarajevo. - disse a tutti.- Neanche la crosta del pane, ci resta.- E, per la prima volta, diede ragione a quel sindacalista che in una birreria avvisò manovali e fornaciari che la pace stava finendo. Aveva detto che la buttava in guerra. Raccontò delle armi che si producevano nella Ruhr e in Alsazia. Volevano sapere quanti milioni di marchi avevano racimolato i Krupp nel 1913? Quanti ne bastava per comprarsi l'Italia. 
- Mentre voi infornavate mattoni, altri fondevano cannoni notte e giorno. 
- concluse il sindacalista. 

Prima dell'imbrunire erano sulla strada che porta a Monaco. Avevano deciso di marciare tutta la notte e d'arrivare al confine quanto prima. Vento teso e un cielo che si preparava a caricarsi d'un blu cobalto. Prima della mezzanotte erano alcune centinaia. Sbucavano da ogni sentiero. In silenzio. Perché si torna in silenzio quando non s'ha un soldo in tasca. Bestemmiavano, perché ad emigrare s'impara a bestemmiare e non s'ha più rispetto né per il re né per dio. Camminarono tutta la notte e la fila s'ingrossò sempre più. Una stagione maledetta. 
La folla passò Monaco di Baviera, diretta a Sud. Già molto prima della città c'erano le guardie a impedire che solo si sostasse. Ai lati della strada bambini e curiosi che urlavano 
Itaker! Itaker nach Hause! 
Che era come urlare 
Vattene a casa tua straccione d'uno straniero. Oppure gli ridevano dietro Divoratori di polenta! 
Quanti giorni ci vogliono da Gersthofen al Brennero? Il M. non se lo chiese neppure una volta. Si fermò solo per urlare che prima s'arrivava al Brennero e a Verona, meglio era. Perché quella era una polveriera. E sarebbe deflagrata, proprio come un forno malfatto. 
Salirono i monti. Con loro migliaia e migliaia di proletari d'ogni età. Da lontano, sembravano formicole in marcia. C'erano vecchi e bambini, tutta manodopera a costo quasi nullo. E tantissime donne, alcune con i figlioletti piccoli. Una allattava la sua creatura seduta sulla spalla d'un ponte. 
Al Brennero trovarono la folla di chi s'era messo in marcia prima di loro. Sui monti, in quei giorni, si distribuivano duecentomila-trecentomila emigranti italiani che rientravano in Patria in piena estate! 
Porco mondo! 
urlò il M. arrivato lassù. Non c'era nulla da mangiare. Chi era stato mandato per assisterli non aveva che qualche coperta e un po' di latte. Gli ostigliesi rimasero insieme, maledicendo tutta quella strada da fare a piedi, giù fino a Mantova. 
Arrivarono a Ostiglia ch'erano scalzi. Per la strada avevano mangiato more, bevuto del vino che gli avevano offerto, con pane e formaggio. E tutti gli chiedevano di quella disfatta. Perché era una disfatta: gli emigranti ritornavano senza un guadagno. 
Arrivò novembre nella Bassa. Il M. ripeteva alla Santina che l'unica novità era la guerra. E che anche il Girolamo sarebbe partito. 
La primavera del 1915 Girolamo ricevette, per la prima volta in vita sua, una lettera. Si presentò a Mantova, il 23 d'aprile, dove lo fecero soldato. 
A novembre lo mandarono sull'Isonzo e fu tra quelli che entrarono vittoriosi a Gorizia. Quel giorno prese una sbornia gigantesca. Rimase per due giorni stordito su un letto della caserma a risentire gli scoppi e le luci della battaglia. Gli urli e il tonfo di chi veniva colpito. Poi iniziò un maledetto inverno, dove rimpianse i giorni dell'argilla. 
Dopo la ronda, infangato d'un fango marcio, restava in silenzio. Ben presto capì d'essere nato per star sempre in trincea. In quell'inverno si scavarono decine di chilometri di trincee e buche o tane, dove ci rimanevi per del bel tempo. A spiare il nemico, a mangiare terra e succhiare la neve. Non era come alla cava, dove la terra era calda e plastica, s'imbeveva e prendeva forma eterna nel calore del forno. Le trincee erano una tomba a cielo aperto. 
L'inverno del 1916 fu un inverno tremendo. Girolamo rimase giorni e notti in trincea, immobile, le orecchie tese. 
Gli Austriaci sono vicini, gli dicevano. 
In un salto ci possono essere addosso con i gas e i lanciafiamme. 
Venne una neve che attutì ogni rumore e rimarginò le ferite della terra. Una terra molto diversa dall'argilla che ti lasciava le mani e i piedi indorati, quasi miracolo d'incarnamento. 
- Tempo di castagnaccio .- gli disse il camerata tossendo. E lui gli rispose che desiderava del vino rosso caldo, con zucchero dentro e chiodi di garofano. 
Videro un segnale salire verso il cielo annuvolato. Guardarono avanti. Ci fu uno sparo e quello gli cadde di fianco, con un buco enorme sulla spalla. Nel fango, a bocca in giù. Girolamo impaurì. 
Il secondo sparo arrivò mentre il giovane tremava di paura. Girolamo si trovò inginocchiato nel fango, l'elmetto volato poco lontano e il fucile ormai inutile. Si guardò intorno e vide gli altri scappare. Si chiese perché. Mitragliavano. Erano mille mitraglie. Il sangue gli usciva dalla gola squarciata. Gli bagnava il petto, filtrando tra la maglia sudicia e il pastrano inzuppato. 
Non mitragliavano più. Ci fu un attimo di silenzio prima che la terra fosse sommersa dal rumore di milioni di scarponi chiodati di soldati che si riversavano verso la trincea. La terra tremò, brillò più volte al fuoco e venne incisa dai lampi. Un vento improvviso devastò ciò che rimaneva di quel luogo. 
Girolamo guardò verso il cielo. Attese che precipitassero in quel buco. 
Lo uccisero così, il 24 ottobre del 1917. 

- Onore a chi ha onorato il Comune di Ostiglia. - Questo disse il sindaco alla Santina per quel figlio morto in guerra. 

Luigi Rossi 

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