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NATA EMIGRANTE
IL PAPÀ
E' andato via lasciando alle spalle una brandina in un cucinotto ricavato da uno spazio del
terrazzo. Case popolari. Mussolini le aveva poi fatte le case popolari.
Mia nonna c'é andata cosí a malincuore in quella casa! Aveva dovuto lasciare le stanze adibite al custode dei musei capitolini con i parchi
circostanti dove questo spirito ribelle aveva dato libero arbitrio alla sua fantasia: come quella del bisnonno che
s'inventó il carro per il trasporto delle pesanti sculture. L'aveva anche brevettato! Invece il nonno non volle sapere di casa e
bottega. Desiderava un'altra libertá e il prezzo da pagare era la casa
popolare. Le serate, anche quelle invernali, questo ragazzo le trascorreva per
strada. Si affacciava alla pubertá quando decise di non proseguire gli studi e iniziare
a...lavorare. Vendeva le sigarette a Ponte Garibaldi. Poi,la Fiat. E di lí una nave per 15 lunghi giorni alla scoperta di un mondo che non volle mandar giú se non con tanto
miele. Ci furono poi dei bandi per emigrare in Nord America, ma oramai...In queste terre esuberanti di vegetazione e caos aveva conosciuto una dolce fanciulla
dell'Emilia di cui si era innamorato convinto. A dire il vero il tutto inizió per una scommessa ed un
cane. Nel giro di 5 mesi erano felicemente sposati. Ma la nostalgia della terra natia e degli affetti primari non poteva cedere di fronte a tanto mare e tanto
spazio. La prima ad ammalarsi in questo posto fu la mamma, prima di epatite e poi di quella che in Brasile denominano tanto
saggiamente"saudade". Un malessere misto di malinconia,
tristezza, disagio, dolore tenue e continuo che logora i luoghi piú
intimi. Cosí mio padre decise di intervenire spedendo lei ed il suo malessere al suo luogo
d'origine. Dopo un anno di permanenza mia madre costató che la sua vita era inziata da capo in un altro posto e che lí doveva
proseguire. Senza dubbi né rimpianti fece ritorno. Io e mio fratello eravamo tenere creature di prima
infanzia. Ma la nostalgia oramai aveva preso piede e divenne una malattia cronica che a tratti poteva manifestarsi
appieno. Con un breve corso antecedente la sua partenza mio padre diede inizio a
quest'avventura. Prima come dipendente, poi ...poi fu la volta del camion. Acquistó un camion in societá con il compare per effettuare trasporti per conto
proprio. Di cosa si trattasse fare il trasportatore in queste pianure deserte di anime e parole lo seppe soltanto strada
facendo. I chilometri in terribile solitudine, le brande sdrucite, i giornali da porvi
sopra, perché preferibili alle improvvise lenzuola, le tazze sporche.
Papá era capace di tener duro e faceva 1000 km in una sola tirata.
Arrivare a casa era giungere in luogo sicuro e...soprattutto pulito.
Capirai,cosí timoroso com'é del sudiciume! Certe volte cerco soltanto di immaginare...Perché tante volte
all'emigrato capita che debba sopportare soltanto la sua nostalgia,
perché il resto é tutto fatto: le strade, il comune, la chiesa, l'ospedale.
Ma altre volte capita che oltre ad emigrare si debba comporre tutto sin
dall'inizio come un
rompicapo. E non é facile. Generazioni indurite da una guerra e poco
pane. I miei sono stati fortunati perché sono riusciti sempre a mangiare e a
vestirsi. E cosí non é mancata loro la forza di andare avanti, di farsi strada,
a mattoncino, a sudore, a forza di timore, a forza di sopportare anche
l'amara delusione di deporre le fantasie di un
rientro, perché oramai come si fa, si ricomincia da capo? dopo tanta
fatica? Noi comunque frequentavamo le scuole italiane perché in fin dei conti non si sa
mai. In casa era assolutamente proibito proferire parola che non fosse in altra lingua se non la materna ...e la paterna.
Finita in breve tempo l'esperienza del camion, si diede di nuovo al lavoro per cui era stato
chiamato:tecnico. Un lavoro che non é riuscito neanche questo a mandar giú.
Eppure ci fu amore e tenacia in questa sua lotta contro questi sentimenti di
rifiuto. Non ci é mai mancato nulla ed il Bambín Gesú é sempre arrivato in piena salute
Ricordo ancora un Natale in cui l'abbondanza non risiedeva fissa e mia madre diede a mio padre
l'incombenza di colmare un pochino lo spazio sottostante l'albero. Ero piccola ma riuscí a percepire le loro
preoccupazioni. Fu l'anno del cicciobello e la sua culla. Poi non ricordo aver desiderato altre
bambole. Di quest'epoca i sacrifici per l'acquisto di un appartamentino che dovettero rivendere poco
dopo. Le telefonate per i servizi che mio padre prestava, potevano arrivare a qualunque
ora, anche della notte. Non c'era molta quiete. C'era lavoro. E per loro erano
conquiste. Non soltanto per loro. Queste sono le radici di una piccola azienda che oggi é nelle mani del mio caro
fratellino. Di quest'epoca un imprevisto:la nascita di un essere speciale: mia
sorella. Credo che questo rappresentó per loro una risposta definitiva riguardo quei desideri rintanati oramai e ispessiti dalla polvere del tram tram che trascorreva imperterrito e fissava altre mete.
Papá non amava andare a messa, eppure la domenica sovente mi prendeva per mano e mi ci
portava, perché questi figlioli dovranno pur avere un' educazione
religiosa. La mamma rimaneva a casa a preparare il pranzo, a
riassettare. Queste erano le domeniche in cui non c'era il mare, ma c'erano le giostre il
pomeriggio. Noi figlioli riscuotevamo la domenica i premi della loro lunga settimana di
lavoro. Chissá quale giostra avrebbero desiderato i miei? Mia madre oggi ha poche
richieste, tranne quella di non star da sola. Mio padre invece porta ancora con se quel desiderio di viaggiare che lo manifestó adolescente quando chiese il permesso di andare in marina e gli fu negato da mio
nonno. Ancora oggi lo ricorda. Forse anche per questo s'imbarcó su quella nave tanti anni fa.
LA MAMMA
Mia madre invece credo s'imbarcó perché credette nella prospettiva di una nuova situazione di fronte a ció che stava
vivendo. Lei la sua migrazione la inizió qualche anno prima in
Svizzera. Finita la guerra mia nonna smise di lavorare in fabbrica:
fusoliere per aerei. Quindi andó a finire nella Svizzera tedesca. Poco dopo riuscí a far entrare le sue figliole che peró non furono mai riconosciute come emigranti
legali. Eppure lavoravano
eccome! Qualunque lavoro. Tante ore, tanto freddo nel corpo e nell`anima che decisero di lasciar la nonna che nel frattempo si era
risposata. Era rimasta vedova: mio nonno era morto prigioniero degli inglesi in
Africa. Cosí mia zia sposandosi fece rientro in Italia. Mia madre decise di tentar fortuna
altrove. Non so se questa fu la sua fortuna, ma sicuramente un'altra
occasione. E credo rifarebbe di nuovo questa scelta. Quindi anche lei s'imbarcó su di una nave in terza
classe. Questa volta per lo meno il caldo l'aveva garantito.
In realtá lei partí con la convinzione che il suo viaggio sarebbe durato pochi
mesi. Avrebbe aiutato la zia che nel frattempo aveva aperto un negozio
(parrucchiera). e sarebbe poi rientrata in Italia. Ma pochi mesi dopo conobbe mio padre e sotto la pressione degli zii decisero di affrontare insieme questo lungo tragitto.
Di questi tempi posso raccontare quello che ho racimolato un pó da loro,
un pó da altri testimoni, un pó perché giace in un qualche luogo della memoria
E riesco a capire che c'era tanta fatica e tanto impegno. Tanta forza di andare avanti e di combattere la
stanchezza. Certe volte credo non ci sia stato spazio né tempo per i
sentimenti. Eppure la sottoscritta é stata desiderata e
cercata. C'era...il desiderio di costruire una famiglia, piú che una
coppia, forse per creare quel punto di riferimento smarrito
oltreoceano. E ci sono riusciti.
LA PRIMA INFANZIA
Ma non c'era soltanto fatica. Ci fu,per noi bimbi, un ' infanzia spensierata e
gioiosa, con tanto mare: era sempre un' emozione. Si usava andare al litorale centrale in un club ove i miei zii erano soci e potevamo usufruire degli inviti
predisposti. Era il mare nella sua definizione piú classica: la spiaggia con la sua
sabbia, gli scogli, gli ombrelloni rettangolari uno dietro l'altro disegnando
percorsi, le piscine d'acqua salata e i primi scivoli. Il trampolino di quella piú grande rappresentava una sfida alla paura e mi piaceva affrontarla con quello splash che rassicurava la buona riuscita
del tuffo. Ci fu una vacanza trascorsa in quel luogo. Quell'anno fu concepita la mia cara
sorellina. Tre anni dopo, il terremoto rase al suolo la palazzina che ci aveva
ospitato. Mi dispiacque tanto! Questa zona é oggi resa macerie da un alluvione accaduto qualche anno
fa. Dopo questo fatto non ho piú rivisto il litorale. Mi piaceva, lo sentivo un pó
mio. Ora di mio sento poco.
LA NONNA MATERNA
Per la nascita di mia sorella venne mia nonna dalla Svizzera. Anche lei un viaggio in
nave. Il fatto eclatante fu avere questo personaggio vicino dopo averlo sentito soltanto
nominare. Questo,per lo meno, mi diceva la mia memoria. In realtá l'avevo giá conosciuta e mi é stato subito familiare il dialetto
emiliano. Capivo tutto della nonna, tranne una cosa: perché rimase a fianco di quel marito che non so bene se
l'avesse scelto per rabbia o per
amore. Si ritrovó ad "allevare" un figlio non scelto come tale e, per fare ció,
dovette stare lontano dalle sue figlie: quelle vere! Diceva sempre che codesti sacrifici sarebbero serviti alla sua
vecchiaia. Ed ebbe ragione. Trascorse vent' anni di pensionamento
sereno, se non altro sotto l'aspetto economico. Ma la nonna era oramai divenuta una bestia
selvatica: tanta solitudine, tanto isolamento e poche soddisfazioni
quotidiane. Quando iniziai a capire questo promisi a me stessa che ció non sarebbe accaduto alla sottoscritta.
LA SECONDA INFANZIA
Ci fu un altro mare. Si partiva il venerdí sera con il compare dei miei e i suoi rispettivi
figlioli. La "fabbrica dell'acqua", si sa, puó vendere piú del
petrolio. Ecco perché la casa al mare, che all'inizio era roulotte,
divenuta stabile con il prolungamento di una simpatica terrazzina in legno rustico e cassapanche
tuttofare. La casetta venne dopo. Tanti superflui regnarono anche per me un pó di
straforo. Godevo intensamente quello stare all`aria aperta e far tutt' uno col
paesaggio, di quello stare all'intemperie che per me era quasi stato
naturale. E la domenica potevo anche piangere dal dispiacere. Rientrare nei canoni di tutti i giorni e fare i conti con la
quotidianità non era molto gradito. Questi fine settimana a me sembravano settimane
intere. Inevitabile il ricordo di mio padre che dopo sei lunghi giorni di lavoro ci raggiungeva e dormiva su di una delle cassapanche per cedere i letti disponibili a noi
bimbi. Il mondo degli adulti a me pareva allegro, cordiale, armonioso e
spensierato. Ma poi seppi che non era proprio cosí.
L' AZIENDA
Papá ci ha trasmesso quel sano desiderio di intraprendenza. Voleva lavorare per conto proprio e i tentativi furono
svariati. Prima come tecnico in una ditta, poi altri tentativi falliti ed infine come tecnico per conto
proprio. A questo punto si uní anche lo sforzo della mamma che nel frattempo aveva temporeggiato tra la casa, lavoretti saltuari e altre piccole attivitá.
Decisero di unire le loro forze e ció che ognuno di loro poteva dare.
Di mamma ricordo lo spirito del rischio, sempre misurato, ma pur sempre
rischio. Di papá, invece,la gran forza di volontá. E cosí iniziarono una piccola importazione di pezzi di ricambio alla quale seguí quelle delle macchine per caffé.
Data la concorrenza regnante, si erano diretti ad una azienda nascente in Italia che provocó non poche preoccupazioni e
smarrimenti. Ancora oggi sento parlare delle prime dieci macchine che non riuscivano ad ingranare nei
locali, sia perché il voltaggio non corrispondeva, sia perché altri pezzi non funzionavano a
dovere. E ci fu tanta sperimentazione per riuscire ad ottenere il risultato
voluto. I servizi si moltiplicavano senza alcun compenso. Unico
obiettivo: far funzionare queste macchine per poter piazzare nel mercato codesta
marca. Non fu facile; oltre alla disperazione metteva a dura prova la pazienza.
Questa piccola officina dove ebbe inizio l'attivitá dei miei esiste ancora e ci passo
sovente. Non desta piú la meraviglia di una volta, ma rivivo volentieri i bei ricordi del mio primo triciclo e della prima
bicicletta. Rossa, piccina ma esaudiente, mi faceva sentire in cima al mondo e padrona della
via. Ed io volavo, potevo farlo.
PROFUMO DI CASA
Mia madre nel frattempo compiva il lavoro amministrativo di tutta questa
faccenda. Manteneva i contatti, la corrispondenza, le richieste, le
fatture, la dogana, ecc... Decisamente una donna di ampie capacitá,
perché nel frattempo non ci faceva mancare la pasta fatta in casa ed il gioco per le nostre pause pomeridiane una volta terminati i compiti.
Non fu soltanto tenacia, ma anche saggezza. Mi riferisco sempre a lei,
mia madre. Le feste natalizie comprendevano le tradizioni che appartenevano sia ad una che
all'altra regione di
provenienza. Quindi il pesce la vigilia con i tortelli d'erba e il classico brodo per il pranzo di
Natale. A Pasqua,secondo i riti laziali, coratella, abbacchio, salame,
uova e...pizza di Civitavecchia. Guai se dovesse mancare! Sí,
perché la nonna era originaria di questa cittadina di mare. Ma la
mamma, che ci crediate o no, riesce a fare la pizza meglio di qualsiasi pasticciere civitavecchiese e questo non lo dico soltanto io.
Un retaggio dell'infanzia di mio padre: in casa puó mancare tutto tranne il
cibo, in special modo frutta (della quale ne é ghiotto ancora oggi) e
verdura. Per la nonna era legge. Ma la nonna veniva da una famiglia di
mercanti, e per il tempi duri della guerra commerciare con il cibo era commerciare con
l`oro. E questa verdura tanto apprezzata oggi, veniva considerata un boccone amaro per noi bimbi che della guerra sentivamo soltanto
storie, racconti, vissuti di un altro mondo, che ora da adulta ho adottato in modo
naturale. Oggi alla mamma chiedo sovente un buon minestrone.
E quando lo prepara, assaporo le verdure, il basilico, la mia infanzia e la sensazione di casa che sprigiona il profumo.
LA NONNA PATERNA
Se qualcuno desse a mio padre l' occasione di scegliere dove terminare i suoi
giorni, direbbe senza dubbio Civitavecchia. Per lui il luogo di quelle che un tempo chiamavano
vacanze, ma che oggi non combacierebbe affatto. Un luogo dove prender le distanze da quella casetta tanto stretta che si riempiva facilmente con una sola parola di mia
nonna. Una donna forte d'animo e di carattere, che seppe morire con le medesime virtú.
Avrei voluto averla vicino un pó di piú, soltanto un pó per poter creare un quadro proprio senza altri colori se non quelli piú opportuni ai miei
occhi. Le testimonianze dei figli ne hanno ricreato un altro, ma non scostante da ció che vicini e parenti vedevano in questa personalitá cosí
passionale. E pensare che i suoi bimbi non li baciava per timore a dimostrar loro una certa
fragilitá. Desiderava inculcare forza e coraggio. E cosí fece.
Ma penso sempre a quella carezza che nulla avrebbe potuto sottrarre,
specie a noi nipoti che subimmo in un certo qual modo queste influenze.
Ricordo le sue ultime ore attraverso le parole de mio padre. Gli diceva "vai, che stai a fà quá, tanto io sto
bene". Penso che fosse un suo desiderio non farsi vedere in momenti cosí cruciali in cui la debolezza regna sovrana al di sopra delle nostre
volontá. E la nonna, questa nonna, é rimasta indelebile forse anche per questo.
ALTRI ANNI
Quando seppi della morte di mia nonna non abitavamo piú in un
appartamento, ma in una casa. Una casa in affitto che si riempí di emozioni e
stravolgimenti, di progressi e grandi decisioni. Il rione era lo stesso,
ma fummo noi a cambiare con il passare di quegli anni in quella casa. L'anno in cui ci
trasferimmo, ricordo tornavamo da una lunga vacanza in Italia. Fu lí credo che vidi chiaro il mio amore per il territorio
d'origine dei miei. Fu lí che maturó anche se lo "sposai" qualche anno dopo.
In quella casa vide la luce mio figlio. Anche lui frequentó le scuole
italiane. Anche per lui la lingua materna fu l'italiano. Un legame quello della lingua che va oltre il piatto di
pasta. E forse pur essendo molto giovane mi rendevo questo di questo e non desideravo si perdesse quel filo conduttore che a me aveva tanto dato e
arricchito. Non lo avrei privato di questo. Quel filo fatto di racconti,
di storie, di fotografie nella memoria che ripristinano mondi
collegandoli, quei fili di voce che papá ci faceva sentire soprattutto con le canzoni
romane, gli stornelli. Quel legame con le forme dialettali piú profondo
dell'italiano stesso, che ti da un senso di appartenenza al di lá dei luoghi che frequenti e circostanzialmente abiti.
Da questa casa partí mio fratello alla volta del suo matrimonio. Pochi mesi dopo abitavamo in un altra casa, qualche metro piú in lá.
Questa volta era di proprietá. A due piani, i miei avevano pensato bene di sfruttarla per fare casa e
bottega. E non ebbero torto. Quí riuscirono a riprendersi da ció che malgoverni corruzione e svalutazione avevano
diluito. E quí decisi di partire a riprendermi ció che di natio avevano portato i miei con se e che avevano custodito in un qualche luogo
dell'anima. Da quí partii con quell'anima che era giá mia.
GLI ZII
In quest'angolo di sudamerica non furono soltanto i miei a sbarcare. Di parenti comunque quí avevo ben
poco: una cugina di mia madre e la sorella di mio padre. Anche lei fuggí dalle ristrettezze con la convinzione che altri sarebbero stati i suoi
destini. Fu credo la sua determinazione a far sí che il suo sogno si
avverasse. Tre anni dopo il suo arrivo riuscì a sposare un giovane veneto intraprendente e
tenace. E poté portare a spasso per le strade di Roma il suo primo acquisto che denotava la strada
intrapresa: un auto americana. Ribelle e cocciuta credo soffrisse molto gli stenti e quella che lei chiamava la povertá.
Dicono che il patimento renda egoista l'essere umano.
Forse é vero. Ma l'egoismo non sottrae il patimento. Anzi, credo lo renda evidente in quei momenti in cui ci fermiamo un attimo per respirare di fronte a questa vita che non é fragile come la carta del denaro e neanche forte come le
monete. In fondo,credo ci si ritrovi ció che si é desiderato e cosí Babbo Natale non é poi tanto frutto di una favola.
Per noi bimbi questi zii erano un pó un punto di riferimento. Vedevamo i loro progressi andare ad un'altra
velocitá. E credevamo ci fosse piú di un segreto da carpire. Quando inizió la mia adolescenza cominciai a mettere in discussione anche
questo. Vedevo i miei cugini desiderare in fondo tante cose che noi avevamo e loro
no, come per esempio, un rapporto piú aperto, un`altra libertá d'azione non soggetta a tanti canoni
sociali, anche la bicicletta desideró mio cugino senza averla. Per mia zia avrebbe comportato "una perdita di
tempo". I principi che regnavano in casa di mia zia potevano essere somiglianti a quelli che in casa ci stavano offrendo i
miei, eppure le manifestazioni di questi principi erano assai diverse.
Di questo ne sono grata. Ho rivisto questi zii l'altro giorno e mi sono apparsi
all'improvviso tutti i motivi per cui ho rifiutato il loro esempio: il loro unico desiderio era di rivalsa socio-economica e per seguire questo criterio hanno messo e mettono tuttora a repentaglio una cosa basilare per questa
vita: i rapporti umani. I loro progressi, quelli economici, erano sotto gli occhi di
tutti. Quelli che tutt'ora hanno i miei un pó meno. Io li ho vissuti. I miei non sono mai riusciti ad andare al Maxim's a
Parigi, ma possiamo parlare dell'omosessualitá senza per questo penalizzare una scelta e presumere
che, come "deviati", debbano per forza sfociare nella criminalitá.
Questa conclusione ho sentito pronunciare dai miei zii. E mi sono chiesta a quale mondo e a quale secolo
appartenessero. Forse sbarcarono con il contingente migratorio di 200 anni fa e oggi vedo solo
fantasmi, chissá!
LA SCUOLA
C'é stata tanta italianitá nella mia infanzia! C'era la scuola "Giacomo
Leopardi", la signora Bodini, la maestra Terlizzi e la direttrice
Marconi. Vedevamo "Canzonissima" in tv ed il "Festival di San
Remo"; arrivavano i dischi del "Festivalbar" e poi c'erano, quando si
poteva, le vacanze in Italia. Ogni giorno rintracciavo un pezzetto di quel filo dal quale non mi sono mai
slegata. La prima comunione alla "Madonna di Pompei" e la colazione della medesima alla "Casa d'
Italia": il tutto organizzato dalla scuola. La prima lingua con la quale ebbi dimestichezza per potermi esprimere fu
l'italiano. La persona predisposta a queste funzioni era una maestra brava non tanto per la sua dedizione quanto per la sua
vocazione. Forse una era implicita nell'altra. La signora Bodini era giá anzianotta allora e quindi presuppongo che oggi non vede piú il
sole. Ma lo vedo io per lei quando sfoglio un atlante: dalla sua preparatoria dovevamo uscire sapendo
leggere, scrivere e riuscire a capire dov'erano i paesi che componevano il mondo con le rispettive
capitali. Riusciva tanto nel suo impegno che poi la prima e la seconda elementare trascorrevano per noi immerse in una noia
insopportabile. Non erano banchi quelli che occupavamo, ma tavoli tondi a 4-5 sedioline
l'uno. Immancabile la mia compagna di destra o di sinistra che regolarmente mi faceva sparire i colori appena acquistati
anch'essi in Italia: Fabbri. Fiolomena riusciva spesso a far fuoriuscire il mio fuoco e la mia furia per ció che consideravo una doppia
ingiustizia: il furto e la menzogna. Finivo per alzare le mani onde far valere i miei diritti e,
conseguenza naturale, in ginocchio rivolta verso la parete. Avevamo ragione entrambre:
io a difendere ció che mi apparteneva e la signora Bodini a voler insegnare noi regole di
convivenza. La scuola non c'é piú. Ora c'é una clinica nel medesimo
spazio. La scuola fu invece trasferita in un bel posto in collina con ampia veduta della cittá.
Ma quí l'italianitá aveva iniziato a smarrirsi. Oggi esiste soltanto il nome ed
é divenuto un istituto scolastico per i figli dei docenti della prima universitá.
SPERANZE VANE
Una volta le vetture facevano epoca. La facevano perché trascorrevano un bel pó di tempo con le stesse vesti prima di cambiare
abito. Oggi vanno ad un'altra velocitá in quanto a tecnologia ed in quanto a
"rivestimenti". Una vettura quindi poteva rappresentare addirittura un periodo
storico, perché ne faceva parte, perché se la portava a spasso questa storia,
divenendo poi indimenticabile. Papá ebbe due vetture storiche:la chevrolet Bel Air del '55 e la Ford Pick up del medesimo
anno. La prima dovette rivenderla quasi subito e la seconda invece avrebbe voluto divenisse sua compagna di
viaggio. L'aveva acquistata (usata) pensando ad un duplice uso: avrebbe potuto lavorarci durante la
settimana, potendo caricare gli attrezzi e gli apparecchi nel vano merce
e, la domenica, avrebbe potuto portare a spasso la famiglia. Noi eravamo piccini e il problema di spazio non si
poneva. Ci andavano anche al cinema: il cineauto tanto in voga, tanto
comodo, tanto pratico. Non capisco per quale motivo dovettero sopprimere questi
luoghi. Un giorno si alzó come tutti gli altri giorni e quando scese si rese conto che la sua auto non era piú lí dove
l'aveva parcheggiata. L'avevano rubata ed in modo irrimediabile. Non riuscí mai a farsene una
ragione. Ancora oggi dopo 40 anni, se capita di trovare una vettura
somigliante, lui si ferma ad adocchiarla, fosse mai che la ritrova.
Papá, chissá cosa avevi deposto in quella vettura! Oggi le vetture sono a
casa, dopo aver passato un processo: due magnifiche miniature americane che ornano una mensola della biblioteca del suo
studio. Accanto alle vetture altre sue passioni, sempre in miniatura: un salvadanaio a mo' di
dollaro, un aeroplano ed un rilievo di uno scorcio della sua Roma (San Pietro sullo sfondo).
NASCERE EMIGRANTE
L'eredità più pressante che ho ricevuto dai miei non è un bene materiale e neanche il sunto dei valori che ci hanno accompagnato strada
facendo. No. Dai miei ho ereditato la condizione dell' emigrante. La
nostalgia, quel vivere sapendo di appartenere altrove, quella mancanza che logora e che sentiamo come un tradimento in più che lacera l'anima,
pensando al domani senza vivere il presente. Quella malinconia che si dilata con il tempo e si ammutolisce soltanto quando le giornate sono
piene. Quella tristezza che lascia spazio alla gioia quando sentiamo vicini i
legami, le presenze, gli odori i sapori e tutto quel cordone ombelicale di una terra che è madre prima ancora della
propria: Roma. La città e le sue mura continuano a parlare, forse con più intensità oggi che non
ieri, quando le conoscevo appena. Una amicizia che non termina questa.
Una metropoli che se da un lato incita all'evasione, dall'altro incute rispetto con i suoi palazzi maestosi e le rovine che gridano di un umano
inquietante. E come non mettere in gioco i sensi, così fondamentali in questa nostra vita
terrena? Ma è difficile capire come attraverso gli occhi si possano provare emozioni e
sentimenti. Ebbene, sì. So molto poco delle religioni orientali, ma se la reincarnazione
esiste, allora possiamo parlare di legami che la vita riaccende. E non si capisce bene se il senso di appartenenza venga dato dal bagaglio di cultura che ci portiamo appresso come uno zainetto,
oppure è implicito in ciò che ci appartiene veramente, perchè nostro,
perchè esule dalla pura ammirazione. E le mura apparentemente mute, i sassi
aridi, i "serci", parlano, mi parlano. Fungono da strana calamita.
Mi sorridono maliziosamente al di sopra degli sguardi altrui e noncuranti dei commenti e dei "ruggiti" che i cittadini mescolano al loro
tempo. "L' Italia è bella!". Ma non sarebbe lei se dovessimo espropiarla da questi marmi e queste
rocce. La natura viene arricchita dai paesaggi che l'uomo ha costruito su di
essa. Li incornicia inesorabilmente. Una piazza senza una fontana ed un immancabile palazzo comunale non sarebbe
tale. La natura collabora in questa opera continua e instancabile, ma da sola nulla
può. Le pinete del Gianicolo nulla avrebbero potuto se il Bernini non avesse agito al di sotto dei suoi occhi con il colonnato di San
Pietro. Preferibile non fare citazioni, altrimenti non basterebbe un testo
voluminoso. Le mura, i serci, i sampietrini, parlano di un uomo e non soltanto di un
uomo. E forse anche questa ricerca ci muove continuamente. E di fronte a questo moto anche il Palazzaccio parla e il monumento di Piazza Venezia si comprende e si
capisce, lontano dalle visioni puriste dei critici d'arte: mestiere questo non sempre
lodevole. Alcuni critici vorrebbero una storia depurata basata sulla
sottrazione. La storia è un'altra cosa. Questa natura mediterranea a tratti quieta e a tratti
bistrattata, restia alla ribellione di fronte al suo torturatore. Questa natura dotata di una forza senza
freni, saggia questa natura mediterranea. Resiste colpi e veleni,
alluvioni, terremoti e attentati, incendi dolosi e frane. Ma è sempre
lì, inamovibile, o quasi. Sempre pronta a farci capire come e dove trascorrono le
stagioni, il tempo: la vita!
EMIGRARE : TEMPO INFINITO?
Sembra sia un luogo comune considerare le terre tropicali sotto un ottica
romantica. Io ci sono nata in queste terre e ci sono vissuta e da quì sono
partita, preda della nostalgia dei luoghi che avevo adottato a suon di
sentimento, li ho fatti miei. L'Italia mi si apriva ai sensi e mi accoglieva come un figliol
prodigo. Mi è capitato di leggere poco fa un tizio che descriveva i paraggi dell'equatore in tono
idilliaco: villaggi di pescatori! Ho risposto come segue.
" Io li vedo e non li sogno questi volti imbruttiti dall'alcol, con lo sguardo arso dal futuro carente di
speranza, con l'inconsapevolezza di ciò che li circonda o forse troppa.
Ti assicuro che non ci sono pescatori in questa città dove tutto è istinto e
caos. E dove la preda può essere chiunque. Dove l' odio cresce e si
inasprisce. Burattini, tutti burattini, dove ciascuno può scrivere il suo
giallo. Dove non sai quando esci al mattino se tornerai a casa o se farai rientro in
tassì, oppure nudo, oppure con l'aiuto di chissà quale angelo custode che ti da un passaggio dopo averti trovato in una strada sterrata al confine di un'altra
regione. Dove la violenza è sempre pronta ad esplodere e non sai mai
quando, ma dove tutti l' attendono. Dove la gente circonda le sue case con inferriate e lamelle taglienti sugli alti muri che bunkerizzano le
abitazioni. Ultima novità: i fili elettrici. E' la fame, dicono. Lo so che non è proprio la
fame, non soltanto quella fame che intendiamo come tale. E' anche sete.
Sete di un mondo diverso. Uno scrittore locale già sei anni fa tentò di fare uno studio sociologico su queste
popolazioni. Diceva che forse il tutto si poteva spiegare con una teoria che denominò "del
campeggio". Coloro che conquistarono queste terre, vi giunsero con la sola intenzione di posteggiare la loro vita a tempo
determinato. Prendere ciò di cui credevano aver bisogno per poi abbandonarle lasciando soltanto melma e
sporcizia. E' così da cinquecento anni e oggi è solo discarica,
credimi! Popoli arroganti? Li vedi camminare rassegnati senza essere
protagonisti. Basti vedere le file interminabili che religiosamente fanno per prendere un
mezzo. Il capo è tendenzialmente chino. Nessuna traccia di ribellione,
tranne piccole tracce di aggressività urbana. Quella che tutti conosciamo, d'altronde.
Le donne poi...Anche loro con il loro ruolo che non cedono, perchè ignare di ciò che c'è
oltre. Mi riferisco oltre al loro essere oggetto sempre e comunque.
Agghindate a festa. Quale rispetto? Quale considerazione? Come fiori strappati dalla pianta e finchè
sbocciano, fioriscono, profumano, possono permanere. Terminate le
funzioni, terminate le stagioni. Di colpo divengono nonne senza quiete nè
riposo. Le chiamano "mamama". Allevano la prole delle figlie-madri senza scelta che senza scelta devono lavorar sodo per sostenere un'intera famiglia che all'improvviso si
ritrovano. Si gioca: cavalli, lotteria. Ogni dieci metri. Convinti che un giorno faranno la
schedina. Destano pietà. Qualcun altro gioca col destino. Non è
facile. Quando non è il gioco è l'alcol. Il fine settimana ci si sveglia quel pò che basta per
arrivare alla sera dopo e la domenica i soldi sono terminati, molte volte senza riuscire a dare un contributo al
supermercato. Ma la prospettiva dov'è? Coloro che abitano nelle
favelas (una grande maggioranza) hanno una filosofia particolare. Molti di loro scommettono sulla propria
pelle, nella convinzione che tanto non dureranno molto in quel contesto;
con la spavalderia di chi è convinto di non aver nulla da perdere e nulla da
guadagnare. E giorno dopo giorno è il destino che decide. Abito in questo periodo in una città
sconvolgente, dove lo squallore umano è troppo vivido. Non che le metropoli non l'abbiano questa
caratteristica, ma quà sicuramente è più intensa. Una città svuotata di ogni senso e ogni ritmo e dove gli esseri si muovono come automi in un film di fantascienza cercando costantemente di sfuggire a qualunque
pericolo: da una rapina ad uno scippo, da un sequestro lampo ad una pallottola
volante. Sì,perchè quì gli spari sono suoni che compongono il panorama fonetico del
territorio, e quando li sento, mi dico che non voglio rassegnarmi ad udire questi
suoni. Allora sogno ad occhi aperti con le campagne umbre o con le rive
sarde. Mi sento in prestito in questo posto, come se dovessi compiere qualche passo
indietro, come al gioco dell' oca, per ricomporre questo puzzle che mi sono intestardita di sfare per
rifare. Questo periodo ha certamente un senso che non ho svelato.
La fine non c'è ma si vede, come nei campi di mais. Anche il clima si capovolge in quest'emisfero;
quando è asciutto il venticello si fa sentire e la terra inaridisce. Ho tanta voglia di quella romanità che ho posteggiato chissà
dove! Dei mici cari che popolano le rovine ed i quartieri! In queste latitudini il gatto è considerato un animale da strada di poco
conto. Il cane, invece, è visto sotto la veste delle sue funzioni di sicurezza più che di
compagnia. Infatti, non è difficile trovarli rintanati in pochi metri nelle
case, costretti a "fare la guardia"; non vanno a spasso e capiamo che esistono perchè si istaurano volentieri cori di botta e
risposta. Gente strana che non riconosco, anche se ho fatto qualche tentativo di
accostamento. Gente cordiale, anche se adesso è triste e preoccupata per il proprio destino che non intravede da nessuna
finestra. Il "grande castello" è serrato dalle menti ottuse che lo
governano. Dal davanzale antistante la finestra vedo le orchidee:
fioriscono diverse volte all' anno; sembra vogliano appartenere ad un altro
mondo. C'è odor di verde fuori e riesce a penetrare perchè il passaggio delle vetture lo
consente: loro sono finalmente parcheggiate".
Ho avuto agio di affermare un'identità sotto un cielo che quando luccica non ha
nuvole. Il suo colore è intenso e non ha dubbi: azzurro! Roma. Eppure sono tornata nella città che mi ha visto
nascere. Credo a prendere qualche pezzo di quel puzzle che compone la
vita. Ad un amico che chiedeva riguardo l'ambiente, gli odori e le persone che vedo ogni
giorno, ho risposto così:
"Mi rendo conto che la percezione passa per il filtro dell' esperienza in
atto. Me lo avessero chiesto vent'anni fa, avrei dato una descrizione ben diversa da quella che do
ora. Ma anche il paese è cambiato. Il degrado ha lavorato parecchio per
modificare (o deformare) questo ambiente. Poi c'è l'ambiente vicino e quello
lontano. Il primo è l'immediato, ciò che ti circonda: la casa, le
piante, la strada, ciò che l'occhio nudo riesce ad avvicinare. Ci si deve munire di fantasia per riuscire a scostare il verde rigoglioso che in alcuni angoli stona con le
favelas, le strade malandate, l'immondizia. Per recarmi al lavoro prendo una tangenziale sottostante la quale ci
"abitano persone". Sì,virgolettate, queste parole, perchè potrebbero anche essere
eufemismi. Non ci abitano, ma si rintanano e non sono proprio persone,
ma sembrano residui deambulanti di anime che oramai non sanno più cos'è la
pena. Attraversano la tangenziale quale fosse una strada di campagna e sostano sotto questi pezzi di cartone in riva ad un fiume maleodorante quanto la coscienza di chi l'ha fatto diventare
tale. E finiscono per somigliare ai ratti che passeggiano lungo queste
rive. Finito questo tratto, proseguendo la tangenziale, si intravedono le sedi di importanti aziende.
Si entra nell' area di due municipi appartenenti a questa città, ma in realtà sembrano in
prestito. Strade e piazze arredate, una polizia che funziona, gli uffici comunali che espletano pratiche senza
tangenti. E le persone non somigliano più a ratti, ma a persone. Lo
sfondo: una meravigliosa montagna. Ma lei tace, non parla. Tutta verde.
Sempre verde. Ci si va su questa montagna a praticare lo jogging. C'è chi semplicemente
sale. E ci sono diverse tappe. Ora hanno rifatto l'impianto con una stupenda
funivia. Io non ci salgo da un bel pò. L'ultima volta mi ci ha portato mio fratello e abbiamo fatto una bella
grigliata. Ci sono molti posti che non ho più visto. Forse il timore di un'amara
delusione. Ogni tanto ci pensa lui, mio fratello, a farmi ricredere su tante
cose. Due settimane fa mi ha portato a Los Roques. E' un arcipelago
stupendo. Ma ci si arriva soltanto con aerei di piccola portata. Grazie a Dio! Altrimenti a quest'ora poteva somigliare al fiume prima
citato. Di questi luoghi mi sentivo padrona (nel buon senso della
parola). Ma ora li sento lontani. Contribuisce in modo inesorabile la delinquenza e l'impunità che la fanno da
padroni (loro sì)." Un' altra missiva per un altro amico che mi chiedeva una descrizione di questa capitale: "Questa città comprende molte
caratteristiche, sia come popolazione, che come usi e costumi, la parte più
popolare (intendo come abitanti) è tendenzialmente centrosudamericana.
Da non sottovalutare comunque i miscugli di razze che hanno deteminato dei "prodotti"
sorprendenti. In questo ultimo secolo gli europei hanno avuto modo di modificarne
fattezze, ma la razza afro-indigena riesce a prevalere. Spostandoci, i risultati di questo girovagare umano sono allettanti e anche
entusiasmanti, soprattutto nella popolazione di sesso femminile. Questa città,
infatti, viene definita come la 'città delle belle donne'. Le
abitudini, invece, oserei dire che sono ancora più bastarde (nel buon senso di questo
termine). Sebbene è vero che sottogiace la cultura creatasi al tempo della conquista per certi aspetti quindi
provinciale, per altri avrebbe pretese più ampie. A questo panorama si aggiunge una notevole influenza nordamericana,
ragione per cui le hamburger sono entrate prepotenti, togliendo spazio a tradizioni ben più
valevoli. Una città disordinata, piena di contrasti come del resto le altre città
sudamericane, che quarant'anni fa avrebbe meritato considerazioni riguardo un certo
progresso, che però non è avvenuto, anzi. Sbiadita e squallida è la città che oggi si presenta davanti ad un occhio che avrebbe creduto in tutt'
altro, ma che i politici così hanno voluto pur non sapendolo. Una città che credeva di aver salva la sua
montagna. Due anni fa anche lei si è arresa di fronte all'alluvione ed è venuta
giù, inginocchiandosi di fronte a tanta superbia e cretineria. Chissà che il suo sacrificio serva a qualcosa."
Le descrizioni potrebbero proseguire. Vorrei prendere in prestito le parole di Nelofer Pazira
("Viaggio a Kandahar"), non tanto per le similitudini dei contesti,
quanto per quella tra sensazioni e visioni. Forse riassumono la conclusione a cui è giunta un'anima dopo questi
percorsi: "Ero venuta in un luogo che non era più casa, in una città che non era più
mia... Lasciavo nuovamente Kabul, avendo rivissuto i ricordi e le emozioni di un mondo
diverso. Ero giunta in un paese cambiato senza rendermi conto di quanto fossi cambiata io."
E' andato via lasciando... ed ora è rientrato. Lo sto facendo anch' io.
Sabar
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