|
DA UNA LETTERA DALL' ONTARIO
Sudbrury 3- 12 - 99
Cara sorela e tuti come state, spero bene come lo è di tuti noi qui. Scusami se non ti ho scritto da tanto tempo, il perche è sono sempre le stesse cose non ce niente di nuovo, almen te ciai i fili che si sposano, invece io fino ora niente, al proposito fami sapere se Vito ha ricevuto quei po di soldi da noi è poco, ma sai anche io sono in pensione e i fili miei non aiutano me io devo aiutare loro. Qui le cose non ce male per me perche la mia paga è sicura ma per i giovani è un po difficile, ce poco lavoro e con piu la vita e molto costosa David da un po di tempo lavora solo un paio di giorni alla setimana e anche lui cia la casa da mantenere.
Abia avuto un bruto estate ma pero un bel autuno, ora fa molto freddo e ce anche un beo po di neve.
Sorela mia ciao
Questa che ho riportato è una lettera di auguri natalizi spedita, dal Canada, a mia madre, da mio zio Franco.
Me la sono ritrovata, non sapendo come ci fosse finita in mezzo - molto tempo dopo - fra le carte che avevo impilato e poi imballato, all'epoca del trasloco da casa nell'imminenza del mio matrimonio.
Scritta nella parte interna di quei bigliettini di auguri ove, all'esterno, nella riproduzione del tipico, rosseggiante, quadretto di maniera con pungitopo e bacche e fiori di stelle di natale, campeggia, stampigliata in doratura la scritta: "MERRY CHRISTMAS".
Mi sarebbe piaciuto passarla allo scanner, questa lettera, per riportare anche la calligrafia in bilico di mio zio, ma lo scanner non ce lo ho, ancora, così ho cercato, fra le molte possibilità, fra i molti caratteri che offre questo mio PC, di avvicinarmi il più possibile a come è.
Ne ho riportato comunque, fedelmente, tutti gli errori grammaticali, sintattici, la mancanza di accenti, di virgole, di doppie, il troncare veneto dell'ultima sillaba.
Pochi mesi dopo quell'invio di auguri natalizi, nella primavera del 2000, mio zio è morto, improvvisamente. Aveva 69 anni, compiuti appena venti giorni prima. Ora è seppellito lì, a Sudbury.
Io, di persona, non lo ho mai incontrato e mia madre non lo ha più visto, tranne che in foto, dall'inverno del '49 quando, per evitare la fame e il servizio militare, si imbarcò - come molti altri italiani prima e dopo di lui - a Venezia, in direzione de L'America, con un contratto di lavoro che lo sbarcò nel nord di quell'immenso continente, dritto dritto dentro ad una miniera di carbone.
In Canada condusse tutto il resto della sua vita: sposò una ragazza del posto ed ebbe tre figli; i miei cugini. Fece la sua gavetta e, gli ultimi anni prima di andare in pensione, svolse la mansione di guardiano, in quella miniera.
In Italia, nel Veneto, nel paesino in provincia di Padova da dove era partito, non ci tornò mai.
I suoi genitori, miei nonni, erano dei mezzadri: due tre ettari di terra dove rompersi la schiena per un po' di polenta qualche litro di vin piçiól
1. Mio zio Franco, a detta di mia madre, era un gran sognatore; gli piaceva tanto andare al cinematografo, quando riusciva a permetterselo; lo colpivano, soprattutto, i film americani: "Casablanca"; "Via col vento"; "La vita è meravigliosa" di Frank Capra... e forse fu proprio la forza di quelle storie, l'ambientazione in cui si svolgevano a insinuarsi nella sua testa come un tarlo, come una malia. Gli stava troppo stretta quella vita di stenti, tanti erano già partiti a cercare fortuna altrove, in quel dopoguerra di fango e macerie; chi poteva immaginare, allora, che sarebbe bastato stringere i denti per poco più di un lustro per ritrovarsi alle sorgenti del boom economico, del miracolo italiano, dei film del neorealismo.
Di lui, a mia nonna, mia madre e alle sue due sorelle, durante quel mezzo secolo e quell'ormai irricomponibile separazione, due volte all'anno arrivavano le scarne notizie - accompagnate spesso da qualche fotografia - di chi ha, ormai, tranciato quasi tutte le radici familiari, di chi, evidentemente, ha sepolto nell'oblio ricordi e nostalgie dei luoghi e delle anime della propria adolescenza.
Sarà stato proprio così? Sarà vero che mai, in quei lunghissimi cinquantun anni mio zio non abbia mai sentito la stretta di una nostalgia nostrana? E in mia madre, nei miei nonni, cosa avrà significato, dentro le melodie e gli inverni del tempo, quella lontananza? Ci avranno pensato spesso a quel figlio, a quel fratello i cui connotati via via si modificavano dentro a quelle foto, fra quelle parole? Avranno imparato, un po' alla volta, a dimenticarlo? Perché non è mai tornato, mi chiedo, almeno per una vacanza, almeno per vedere la propria madre che invecchiava, prima che fosse troppo tardi; perché non è venuto giù almeno per il suo funerale, dieci anni or sono? Solo per pudore di quella miseria che non lo ha abbandonato neanche lì?
Non ho mai chiesto niente, in proposito, a mia madre. Non si rigira la lama in una piaga così antica, tenace.
Per me, mio zio, ha rappresentato, da sempre, un vero enigma; un sempre sempre più rado, sempre più a confluire nella dimenticanza della sua stessa esistenza.
Non lo ho mai conosciuto, ho detto, anche se credo di intuire i suoi pensieri, i suoi sentimenti; capire cosa possa provocare, dentro l'anima, uno sradicamento, a quell'età poi, in quei tempi; e credo di intuire anche i sentimenti che hanno covato sotto i seni sempre più flosci di mia madre. In quei casi si lotta, duramente e a lungo con la nostalgia, con essa vi si ingaggia addirittura un duello così feroce da condurre alcune anime alla pazzia o alla convivenza con un dolore che soffonde ad ogni pensiero, ad ogni azione. C'è chi ritorna, per finire i propri anni da dove la sua vita ha avuto inizio, più per assecondare, per soffocare questa malattia, che per un'esigenza vera e propria, e finisce i suoi giorni raccontando, dalla casa di qui, di come c'erano più regole, nella casa di là.
Forse sono i più forti, quelli capaci di dare uno strappo totale allo strappo apertosi lungo il cuore .
Mio zio è morto di infarto.
Ogni tanto, in questi ultimi tempi, mi capita di pensarci un po' più spesso.
Mi ricordo di quella foto che vidi da bambino, di lui sorridente, con un salmone lungo come una gamba e l'azzurro del lago Ontario alle sue spalle.
Alcuni giorni fa, nel mezzo biglietto che era rimasto bianco sotto la sua lettera, ho provato a continuarla in un certo senso, da un altro punto di vista, a modo mio, con una poesia scritta nel dialetto della sua terra d'origine.
Lo ho fatto per lei e per mia nonna; lo ho fatto, soprattutto, per lui.
Còssa dire 'désso, sio, in te 'sto tòco de carta che vansa,
che fasso vansàre pa 'a me vójia de èssare poeta
che pì puisìa de 'sta toa che tuto el maremosso de un oçeano 'a gà straversà
pardesora, da un aparechio ae roe tee man de 'na sorèla
de 'sto dire che pica squasi che un vento de lontanansa
el ghe gapia sufià sora da 'na banda;
'sto dire sensa 'çenti e apostrofe, de paròle dassàde a tre quarti
come che 'a pesasse a dirla fino in fondo 'sta verità
che da 'na bolenga a chealtra de 'sto balón descusìo 'a ve fà de novo fradéli;
i fili che ricorda i fióli vostri padovani, come 'a soréla, che no i xe erori quei,
no cari mii, el xe el cavàre 'e dopie e 'e gi de noantri veneti, de tuti valtri nòni e sii
sparpagnàdi te chei deserti de bubàne sbusàde.
Pà fenìre, sio, grassie
par chel "béo" scarabissià
in fra el fredo e 'a neve.
Traduzione
Cosa aggiungere adesso, zio, in questo pezzo di carta che avanza,
che faccio avanzare per la mia voglia di essere poeta
che più poesia di questa tua missiva che tutta la tempesta di un oceano ha attraversato
sopra, da un aereo ai rovi nelle mani di una sorella
di questo dire che sbanda quasi che un vento di nostalgia
vi abbia soffiato da un lato;
questo dire privo di accenti e apostrofi, di parole lasciate a tre quarti
come se pesasse dirla fino in fondo questa verità
che da una vescica all'altra di questo mondo lacerato vi rende di nuovo fratelli;
i fili che ricordano i fióli vostri padovani, come la soréla, che non sono errori grammaticali
quelli, no cari miei, sono il togliere le doppie e le gi di noi veneti, di tutti voi, nonni e zii
sparpagliati fra i deserti di miraggi bucati.
Per concludere zio,
grazie per quel béo scarabocchiato
fra il freddo e la neve
1 Vino piccolo: era l'unica bevanda alcolica che i contadini di quei tempi potevano permettersi; ricavato da un'ulteriore pigiatura della vinaccia, veniva inoltre allungato con l'acqua per ricavarne qualche litro in più; di colore era rosaceo, di gusto un po' asprigno.
Fabio Franzin
All rights reserved
Mantovaninelmondo© 2003
Si è cercato nella formattazione dei testi di rispettare le
impostazioni dell'autore, non sempre è stato possibile. Le modifiche
apportate riguardano esclusivamente l'aspetto grafico senza alcuna
modifica nei contenuti del testo ( n.d.r.)
liberatiarts©
Mantova Italy |