AUTORE: Raffaela Delmonte 

Testo

Il meglio dei due

Il Colore del mare, lo scricchiolio della sabbia, la sagoma delle isole in lontananza, tutto sembra uguale, ma sospeso in una dimensione diversa, quasi irreale. 
Cammino aspettando che scenda la sera. Anche se non posso vederlo so che alle mie spalle il sole si sta tuffando nel turbolento Mare di Tasmania perché, alte nel cielo, alcune nuvole si sono tinte già di rosa. Ora la luce è poca, l'acqua meno increspata dal vento. Tutto intorno si placa e diventa più silenzioso. 
Anche questo sembra uguale. 
Mi allontano in direzione della macchina e mentre salgo gli scalini mi volto a guardare ancora il mare del golfo di Hauraki che ha testimoniato le molte regate della recente Coppa America.
Una nave che prima si confondeva con il conico vulcano dell'isola Rangitoto, ora si staglia chiaramente, illuminata dalle molte luci e sospesa nel buio senza luna.
Qualcosa sembra diverso.
Il tratto di strada che mi riporta a casa è breve, ma questa volta decido di allungare passando per una piccola baia, un poco scostata dalla strada principale. Di giorno, o nelle notti di luna, si vede chiaramente il faraglione che la chiude da un lato, a muta e certo inutile protezione, in questo largo e riparato golfo.
Ma questa sera il faraglione non e' visibile, anche se a poche decine di metri dalla spiaggia, proprio qui a fianco della strada. 
Scendo dalla macchina per vedere se, abituandomi al buio, posso distinguere il Tor come viene chiamato questo luogo sacro ai Maori. Aspiro profondamente l'aria. 
Qualcosa e' certamente diverso. Non sento il profumo del mare. 
Sarà per via della profondità e della vastità dell'Oceano Pacifico, rispetto al poco profondo e chiuso bacino del Mediterraneo, ma questa sera la nostalgia di "casa" si fa sentire, evocata dalla fresca aria scipita del Pacifico del Sud.
Mi immagino di trasmettere questa emozione agli amici che mi aspettano a cena.
Come posso esprimere in questa lingua così tecnica e asciutta "assenza di odore di mare". Se traduco letteralmente sembra che qualcosa di spaventoso sia accaduto al mare: prima c'era adesso non c'è più. Mi immagino i loro volti perplessi, smarriti, alla ricerca dei pezzi mancanti del puzzle, come suggerisce il termine che userebbero per esprimere la loro espressione: puzzled.
Forse hanno adattato le emozioni ai termini disponibili nella loro lingua. Così sei puzzled, quando sei smarrito e nella tua mente non c'è un immagine compiuta di qualcosa di vissuto, ma mille pezzi di un puzzle cui manchi l'immagine ricostruita.
Mentre sei wander, che significa sia domandarsi sia camminare senza meta, quando sai che da qualche parte nella tua memoria c'è qualcosa di simile e devi solo passarne in rassegna l'elenco per ritrovarlo.
Anche nell'esprime la nostalgia qualcosa e' diverso.
Possibile che sia così complicato comunicare in modo diretto e immediato. Io dico solo: "non c'e' profumo di mare", e loro sanno già che sono andata sulla spiaggia al tramonto; la brezza marina era calata e il mare era liscio come l'olio, come peraltro negli ultimi tre giorni, da quando nessuna mareggiata aveva portato a riva alghe e detriti…
Almeno una volta a tutti noi Italiani è capitato di passeggiare sulla spiaggia la sera e ci portiamo dentro un'emozione che è difficile chiamare immagine, perché è più che altro buio, magari punteggiato di luci della passeggiata lungomare. Non possiamo descrivere I colori, ne I contorni precisi ma possiamo ricordare I profumi e a questi associamo emozioni che poi traduciamo in parole.
Semplice?! Si, ma solo se parliamo tra noi. Quando cerchiamo di tradurlo diventa complesso e lungo. Dobbiamo trovare le parole adatte, spesso intere frasi. Poi a volte dobbiamo spiegare come usiamo quella parola in quel particolare contesto. 
Ecco che cosa è diverso. 
Le parole italiane tradotte in lingua straniera mancano di emozione. Rosso mi vibra di tramonto, di luce, di aroma di vino novello. Red non ha dimensioni esotiche ne' erotiche. Red light è solo il semaforo che in modo imperativo impone di fermarsi.
Frizzante è l'aria del mattino in campagna, ma certo non è fizzy che si dice di una bibita gasata o di una persona esuberante. 
Così, una bellissima giornata di sole con gli uccellini che cinguettano, il ronzio di una mosca intrappolata al di qua del vetro e fuori, in lontananza, il rumore di un elicottero, rievocano la calura d'estate; e già sembra di sentire le grida gioiose dei bambini che giocano sulla spiaggia in riva al mare, e di tanto in tanto lo sciacquio delle piccole onde si fa più rumoroso e siamo certi che là fuori una barca è passata. Sembra percettibile anche l'odore della crema solare e se passi la lingua sulle labbra puoi sentirne ancora il sale.
Gorgeous, bellissimo, e' un termine che uso frequentemente perché da solo è superlativo, senza dover usare il prefisso most: il più, uguale per ogni parola, appiattente. 
Most beautiful, il più bello, a rigore grammaticale andrebbe usato solo una volta. Se è il più bello certo non c'è ne sono molti altri. Allora una bellissima giornata, seppure non l'unica è, per me gorgeous, con la voluttuosità tipica delle parole con molte vocali in fila, che obbliga anche i più riservati inglesi ad allargare la bocca. Forse per questo non e' molto usato. E comunque è una parola mutuata dal francese. Già questo la rende oltraggiosa, almeno per quanti lo sanno.
Ma c'e' qualcos'altro di diverso.
Qui in Nuova Zelanda una bellissima giornata di sole è, prima di tutto, temperata dal perenne vento, quindi certo mai afosa. Ma soprattutto è un pericolo per i molti incendi che minacciano le vaste foreste della costa e un terrore a causa del buco dell'ozono. Così l'elicottero in lontananza, che nella mia infanzia sulle spiagge di Forte di Forte dei Marmi o della Riviera Romagnola lanciava dall'alto caramelle e palloncini, qui è messaggero di sventura per chiunque non sia ricoperto dalla testa ai piedi di spessa crema solare. I bambini invece, normalmente nudi e scalzi durante tutto l'inverno, si vestono di lunghe tutine di materiale sintetico e cappelli a lunga tesa, stile legionario.
E l'acqua del mare, certo immacolatamente pulita, è refreshing, rinfrescante. Ma solo per i nativi. Per noi mediterranei rinfrescante è il bagno in mare che ci da sollievo dopo esserci rosolati al sole. L'acqua qui è così fredda che al primo impatto toglie il respiro.
A me piuttosto evoca i tuffi estivi nelle pozze del Torrente Roffel a Macugnaga!

Forse se conoscessi meglio l'inglese riuscirei a farmi capire, o forse il problema è un altro: le parole hanno più di una dimensione, quella concreta, descrittiva e quella evocativa e culturale.

Il divario poi si amplia quando si tratta di sapori e aromi. 
Il profumo del caffè che si sprigiona dalla moka al mattino, così simbolico del nostro "buon risveglio" esiste solo nelle case degli italiani; almeno in quelle che abbiano resistito alla difficoltà di reperire caffè macinato e tostato per l'uso.
Si potrebbe scrivere un trattato sulle personali interpretazioni dell'espresso, uno dei motivi ricorrenti nei racconti delle vacanze degli Italiani all'estero: "l'isola era meravigliosa: mare cristallino, pesci multicolori. Il cibo esotico interessante e abbondante. Peccato però che il caffè facesse proprio schifo!"
Il cappuccino, piacevole intermezzo di lavoro, qui e' stato dichiarato fuori moda. Al bar si beve: mokaccino: caffè e cioccolato o frappuccino: caffè, latte e fragola.
Il profumo delle brioche appena sfornate del "prestinee" sotto casa è nel mio personale elenco delle "cose da non perdere" quando torno a Milano. 
La pasta è anzitutto un elemento di accompagnamento al tradizionale arrosto o un elemento decorativo nella cucina fusion - fusione di ricette di culture diverse.
Il nome stesso di pasta - noodle - indica sia la pasta italiana sia i vermicelli di riso cinesi.
La pizza, sinonimo del "made-in-Italy" nel mondo, non evoca certo le serate con gli amici nella pizzeria con il crepitante forno a legna. Viaggiando attraverso paesi e culture diverse è stata stravolta fino ad essere irriconoscibile: dalle Hawai arriva la versione con prosciutto e ananas, quella locale ha agnello e menta e quella suppos-to-be italiana salame e spaghetti in scatola.

Anche i ritmi e i rituali sono diversi. Di questi mi manca soprattutto l'aperitivo. 
Il prosecchino sorseggiato al tavolino in una pigra mattinata domenicale o il Campari frettolosamente consumato in piedi al Bar sotto l'ufficio, sono frammenti della mia vita Italiana. 
E anche se Luna Rossa ha fatto innamorare del Bel Paese tutti i neozelandesi, il divario culturale resta. 
Prendiamo ad esempio un invito a cena.
Anzitutto nell'invito è implicito che ciascun ospite contribuisca con una pietanza a sua scelta. Il che quantomeno garantisce che si mangerà.
Difficile poi è raccapezzarsi tra le diverse formule di invito: c'è l'afternoon tea, una merenda sostenuta, o supper, una cena leggera, o dinner una cena più formale. La differenza nella realtà è più soggettiva di quanto si pensi, con la conseguenza che ci si può ritrovare a sorseggiare the con pasticcini quando hai portato le lasagne.

Chi, come me, ha scelto di lasciare l'Italia oggi è per lo più motivato dal desiderio di una vita diversa, più semplice. In questo la Nuova Zelanda rappresenta l'eccellenza. In una nazione estesa quanto l'Italia ci sono poco più di 4 milioni di abitanti (e 60 milioni di pecore). Viviamo su due lunghe isole molto lontane dal resto del mondo eppure geograficamente molto simili al nostro Stivale.
Ed e' proprio così che mi sento, sempre in bilico tra quello che c'è di simile e quello che c'è di diverso tra le mie due nature. Quella nativa, latina, passionale esuberante e quella acquisita pseudo Britannica, ordinata e controllata.
Mi piace pensare che come emigrante del nuovo millennio posso permettermi il lusso di avere il meglio delle due. 

Raffaela Delmonte 

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