AUTORE:  Giovanni Buzi

Testo

Prime ore a Bruxelles.

La città appare all'improvviso. Un'infinita distesa biancastra al di là delle nuvole. L'aereo vira e plana verso il basso. Nello spazio dell'oblò il sole, un disco pallido, sobbalza. Il clic della cintura di sicurezza e la sensazione di precipitare, con un vuoto allo stomaco. Uno stridio sull'asfalto, un rombo e il grigio della pista d'atterraggio. 
Attendo la valigia e penso, "ma che ci faccio qui?". Eppure lo sapevo, dovevo presentarmi per quel lavoro. Un annuncio letto su un giornale a Roma due mesi prima. Avevo inviato il curriculum e una lettera di motivazione, come la chiamano. Ma che motivo avevo io di lasciare l'Italia, la mia bella Roma? Senza contare la famiglia. Mia moglie, sul momento, non ci aveva creduto. "Ci lasci, così?", aveva detto con Gloria in braccio. Gloria è nostra figlia. Due anni. E due grandi occhi spalancati che dicevano: "Papà, davvero ci lasci?" "Ma non lascio nessuno!", avevo replicato, quasi urlato. "Devo trovare un lavoro o no? O dobbiamo ancora andare avanti col tuo stipenduccio e l'elemosina dei tuoi cari, carissimi genitori?". Per poco Viola, mia moglie, non si mise a piangere. Si girò di spalle e disse: "Fa un po' come ti pare". 
"Non ti preoccupare, tanto mica vanno a prendere me. Non lo leggeranno nemmeno il mio super curriculum". 
E invece, l'avevano letto. E non solo letto, ma m'avevano anche accordato un colloquio e, quasi non ci credevo, pagato il biglietto d'aereo. L'albergo no, quello era a spese mie.
Arriva la valigia. Di plastica dura, color arancio, nuova nuova. L'avevo comprata per l'occasione. 
"Ma proprio di quel colore dovevi prenderla?", fu l'unico commento di mia moglie. 
Salgo sul treno che porta in città, poi la metro. Avevo la mappa di Bruxelles con tre cerchi rossi. Uno attorno al nome della strada in cui si trovava l'alberguccio che avevo già prenotato, il secondo sulla metro corrispondente e l'ultimo, il più grosso, catturava il viale della sede centrale della Ditta Spirits & Company.
 "Che nome..., m'ero detto, e pensare che è una ditta di trasporti". Il sole tramontava quando uscii dalla metro. La città era tutta d'argento. Aveva appena smesso di piovere, dal cielo veniva una luminosità strana, un chiarore astratto. La strada, gli alberi, le facciate dei palazzi, tutto sembrava trasparente. La materia s'era fatta fine e traslucida come le palpebre d'un uccello appena nato. In quella luce, le persone davano l'impressione di galleggiare leggere, quasi non toccare terra. 
Trovo l'albergo. Un vecchio edificio di tre piani. Bianco. Bianco sporco. Il portone è chiuso. Suono al campanello. Un click metallico e la porta s'apre. "Perché non lasciarla aperta, mi dico. Neanche hanno chiesto chi era. Bah, paese che vai...". La hall è interamente in marmo bianco. Doveva esser stato un hotel di lusso, una volta. Al centro, un ascensore preso in una griglia nera in ferro battuto. L'abitacolo è tappezzato di velluto verde sbiadito. Si mette in marcia traballando. Un grande specchio qua e là arrugginito. 
Neanche 35 anni e già ho i capelli grigi sulle tempie. Arrivo all'ultimo piano, là dove, chissà perché, si trovava la reception. La stanza è piccola, ma a prima vista, pulita. A al muro, vecchie stampe color seppia in cornici di legno scuro. Vado al bagno, poi mi butto sul letto e m'addormento. Vestito, con tutte le scarpe. Un sonno senza storia, senza sogni. 
Quando mi sveglio, è già scuro. Guardo attraverso i vetri della finestra. Cade una pioggia leggera, quasi invisibile; vedo aprirsi cerchi sulle pozzanghere. Non ho fame. Mi spoglio, una doccia e ritorno a dormire. 
Mi sveglio alle sette. Il cielo è grigio. Ci devono essere chilometri di nuvole su questa città; la luce riesce a malapena a trapelare. Tutto resta in uno stato di sonnolenza, d'opacità senza nome. 
Gli edifici, le pietre, l'asfalto, le auto, la gente, tutto sembra essere modellato in pasta di vetro smeriglio, un chicco di grandine e tutto si frantumerebbe in mille pezzi. L'appuntamento è alle nove. Mi rado con cura. Mi vesto. Non è difficile trovare il boulevard dove si trova l'edificio della ditta, al numero 139.
I palazzi, gli alberi, le auto, tutto è coperto da una pellicola lucente. Su una placca d'ottone: "Spirits & Company". 
Prendo un bel respiro e spingo la porta di cristallo. 

Giovanni Buzi

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