AUTORE:  Sabina Capozzoli

Testo

Uguali e diversi. Storie di lombardi e italiani all'estero

Era il 14 febbraio del 1957 quando mio padre s'imbarcò sulla Conte Bianca Mano, lasciando proprio il giorno di San Valentino la sua innamorata, i genitori e i fratelli, gli amici e i compaesani: doveva raggiungere in America il primogenito Antonio e la sorella Carolina emigrati qualche anno prima.
Giuseppe, così si chiama mio padre, partì carico di sogni, illusioni e progetti, tutto da costruire perché all'età di quattordici anni i genitori non potevano offrirgli niente di concreto ma solo consigli e raccomandazioni. Come quelle di nonna Angelina, che gli disse prima di partire: "se in America le cose non vanno bene, le porte di casa saranno sempre aperte". Erano le parole di una mamma che voleva incoraggiare suo figlio nell'intraprendere il viaggio: purtroppo era consapevole che quella partenza avrebbe comportato la lontananza dal figlio per molto tempo, forse per tutta la vita.
In realtà Giuseppe non voleva lasciare l'Italia: non gli piaceva l'idea di andare in un continente sconosciuto, dove non solo la lingua gli era estranea ma anche le abitudini e, chissà, forse anche le persone.
Sulla nave scoprì che questi pensieri erano condivisi da tutti i suoi connazionali che emigravano. Alcuni partivano per ambizione, per voglia di fare, di crescere, altri per necessità, ma, per motivi diversi, erano costretti a rinunciare alla vita nella madrepatria. 
Il 9 marzo la nave ancorò a Montevideo.
Quando scese dalla nave mio padre vide Antonio che lo guardava emozionato.
Sicuramente Antonio intravide un uomo nel corpo del suo fratello quattordicenne. 
Da quel giorno i fratelli svolsero diversi lavori, vendendo fiori, frutta, giornali, a volte lavorando una giornata intera per guadagnare un dollaro.
Un giorno mio zio Antonio incontrò una persona che gli offrì di lavorare le proprie terre, un lavoro che, come mio padre, era abituato a fare in Italia.
Giuseppe e Antonio avevano un sogno: fare del loro lavoro una risorsa, sia per loro che per la famiglia in Italia.
Dopo qualche anno di duri sacrifici, di lavoro faticoso, di rinunce a ricreazioni, passeggiate, di risparmio anche davanti alla necessità di acquistare un paio di scarpe, mio padre e mio zio riuscirono a comprare le terre che coltivavano.
Due anni dopo crearono la bottega "Due fratelli", che non tardò di diventare famosa nella zona. Erano tanti quelli che cercavano il vino dei "Due fratelli": sia i locali sia gli emigranti volevano il vino prodotto dagli italiani. A loro giudizio il sapore era ottimo: da veri italiani conoscevano l'arte di fare il vino trasmessa di generazione in generazione.
La bottega funzionava benissimo, i fratelli riuscirono a farsi conoscere non solo nella zona dove abitavano: anche da lontano venivano a chiedere il vino dei due fratelli italiani.
Il tredici maggio era il compleanno di mamma Angelina e, per prima volta in cinque anni, mio padre e zio Antonio la sentirono al telefono. Al paese c'erano pochi telefoni. Nonna Angelina non ha avuto il telefono a casa fino gli anni Ottanta, quindi all'epoca si doveva chiamare a casa di un vicino che avesse il telefono, e questi a sua volta andava a casa di nonna a chiamarla, e aspettavano che la richiamassero.
Erano tante le parole da dirsi ma purtroppo il silenzio e il pianto vincevano: un pianto profondo, enorme come l'oceano che la separava dai figli.
Antonio decise di rientrare in Italia: anche se il negozio andava benissimo non voleva più stare lontano dai genitori.
Mio padre che si era nuovamente fidanzato, decise di restare in Uruguay e continuare il lavoro anziché rientrare in Italia e ricominciare tutto da capo.
Antonio partì e subito dopo papà vendette la bottega: non volle gestire il negozio da solo, non si sentì pronto per una responsabilità del genere.
Iniziò un'altra volta la ricerca di un lavoro, cambiando più di una volta mestiere. Finché una sera Giuseppe trovò un modo per guadagnarsi la vita: suo cognato Valentino si dedicava a lavorare artigianalmente i metalli. Mio padre cercò il modo di imparare questo mestiere dal cognato con la speranza di avviare insieme una piccola azienda.
Fu così che poco dopo iniziarono a lavorare insieme delle cannucce di metallo con le quali si beve una specie di te che si chiama Mate. Il Mate è una zucca vuota e secca nella quale s'inserisce erba secca chiamata Yerba e vi si versa acqua calda: questa bevanda viene succhiata con una cannuccia di metallo chiamata Bombilla. Queste cannuccie realizzate in argento erano diventate la nuova fonte di lavoro di papà che, essendo italiano e non avendo alcuna esperienza di Mate, stava diventando famoso con le cannucce.
Dopo qualche anno papà si mise in proprio: non creava più soltanto le cannucce ma vendeva anche i Mates. Ho sempre ammirato mio padre, il suo spirito intraprendente: non solo se la cavò con le cannuccie e i Mates ma indagò e studiò da solo i manuali per imparare a costruire una spada. Proprio così: le spade che venivano usate dall'esercito, dalla marina o dall'armata. Una volta un signore che lo vide lavorare i metalli gli aveva chiesto se avesse avuto il coraggio di fabbricare spade per l'esercito. Mio padre non si tirò indietro. Fu grazie a questo lavoro che riuscì a mandare noi cinque figli a studiare in una scuola privata dove si imparava la lingua e la cultura italiana.
Quando entrai nella scuola iniziai a capire le differenze che c'erano tra la cultura che mi trasmetteva mio padre e quella del paese dove abitavo: fin da allora, essendo bambina, non riuscivo a capire perché mio padre era diverso da molti padri dei miei amichetti.
La scuola italiana mi aiutò tantissimo a capire il valore della cultura di papà.
Certo che non tutti i genitori dei bambini che andavano alla scuola italiana erano come mio padre, nel senso che non tutti erano emigranti e facevano mille sacrifici per pagare una scuola privata dove s'insegnavano tre lingue.
Alla scuola mi chiamavano "la figlia del Tano". Vengono chiamati così gli italiani emigranti, Tanos. Quando venivano i miei compagni a casa mangiavano la pasta italiana, le verdure fatte in un modo diverso da come si facevano nel paese e al tavolo c'era il vino, ma il vino che si faceva in casa.
Sono cresciuta convivendo con la tradizione che mi trasmetteva papà e casa mia era un piccolo pezzo di terra italiana dove non solo il mangiare ma anche le regole e la disciplina di casa mia erano quelle di qualunque famiglia italiana "del dopoguerra", o almeno da bambina lo sentivo così. Ricordo che all'età di sei anni avevo preso una mela per mangiarmela ma, dopo aver dato il primo morso, l'ho buttata nella spazzatura. Papà mi guardava e appena mi vide mi prese dall'orecchio mi fece prendere la mela e lavarla e poi mi disse: "in Italia, dopo la guerra a noi ci mancava il cibo e per comprarti la mela ho dovuto lavorare, adesso che l'hai morsa te la devi mangiare". Non dimenticherò mai quel giorno, non solo perchè ho dovuto mangiarmi la mela quando mi faceva male la pancia ma per tutto ciò che quell'episodio mi ha fatto pensare. Era la prima volta che immaginavo come viveva mio padre in Italia.
Erano passati venticinque anni che mio padre mancava dall'Italia quando rivide i suoi genitori e fratelli. 
Non mi ha mai raccontato come è stato l'incontro con la famiglia dopo tanti anni: ricordo che una volta da bambina glielo domandai e non mi disse niente, ma io riuscì a immaginarlo quando gli occhi si riempirono di lacrime, rompendo il silenzio che si era creato dopo la mia domanda.
Credo che lui in quel momento non trovò le parole per farmi capire come possa un padre inviare un figlio nell'altra parte del mondo quando è ancora un bambino e non rivederlo che dopo venticinque anni: non avrei capito cosa può provare una mamma quando rivede un figlio che l'aveva salutata per l'ultima volta da bambino e la rincontra da uomo.
La prima volta che sono andata al paese di mio padre avevo diciotto anni, incredibilmente era tutto identico all'immagine che mi ero creata dai racconti di papà. Le montagne, le case, gli alberi, anche le strade e sopratutto la piazza.
Stando nella piazza ho capito che la vita del paese trascorreva davanti ad essa, come me lo aveva raccontato papà. C'erano delle cose che mi colpivano di mio padre, per esempio il fatto di dare molto valore a tutto ciò che era italiano, fino a farlo essere praticamente un tesoro nella sua immaginazione. Mi accorsi che le cose che erano abituali per i suoi compaesani italiani erano diventate col tempo i grandi amori e le grandi passioni di papà: anche i suoi connazionali in Uruguay condividevano le sue stesse passioni. Il cibo, il vino, il caffè, le montagne, la neve, la musica questi erano i grandi tesori adorati dagli italiani all'estero. Ricordo la prima volta che vidi Raffaella Carrà alla TV: erano gli anni Ottanta e lei insieme al calcio - nel nostro immaginario - rappresentavano l'Italia in quel periodo.
Col tempo capì che gli italiani, quelli che vivevano in Italia, ammiravano altre culture e io non ci potevo credere: da piccola papà mi aveva fatto capire che essere italiano e possedere la cultura italiana era motivo di orgoglio. Iniziava a capire che l'Italia che è fuori dall'Italia è nient'altro che il patrimonio vivo della nazione. 
Anche se mio padre è sempre vissuto guardando verso l'Italia, mai ha preso la decisone di rientrare nel paese definitivamente e questo penso sia stato a causa del negozio che gestiva, tanto che quando le cose andavano bene al negozio ha deciso di importare pasta italiana ed olio di oliva. Importare prodotti italiani per non prenderli dal mercato di consumo.
Intanto manteneva due attività, quella di trent'anni di lavoro con i Mates e questa iniziata da poco che era l'importazione.
Pochi anni fa papà ha avuto un grave danno: il 15 marzo del 2000 il negozio dei Mates si è bruciato completamente. È stato un colpo durissimo per mio padre, ed io ho visto con i miei occhi come in una notte le fiamme si portavano via il lavoro di trent'anni.
Trent'anni di lotta, di sacrifici per costruire un sogno. 
Ancora una volta papà mi ha dimostrato valore e costanza. Ho capito che anche nei momenti più crudeli e brutti della nostra vita si può riprendere il cammino, che sempre dobbiamo aver voglia di costruire un sogno e cercare il modo per realizzarlo. Come il sogno che aveva quando è partito dall'Italia: oggi è un uomo del quale sono molto orgogliosa e fiera.
Perciò ogni volta che mi domandano se mio padre è Tano, sorridente rispondo: "Sì, mio padre è italiano". Perché io e quelli che lo conoscono da vicino sanno che significa. 

Sabina Capozzoli

All rights reserved
Mantovaninelmondo© 2003


Si è cercato nella formattazione dei testi di rispettare le impostazioni dell'autore, non sempre è stato possibile. Le modifiche apportate riguardano esclusivamente l'aspetto grafico senza alcuna modifica nei contenuti del testo ( n.d.r.) 

liberatiarts© Mantova Italy