María Cristina Larice de Roura

Scritti

  POLENTA ALLE LAGRIME
POESÍA & CUCINA
A donna Albertina Sassi, la mia cara nonna

Come non indagare nelle mie radici. Attraverso la linfa ancestrale mi arriva il suo canto e la sua lotta, il suo dolore e la sua gioia. I profumi della sua cucina. I rumori della sua casa piena di figli. Se mi sembra che la possa vedere indaffarata con la pentola e il mestolo di legno servendo i suoi bimbi la polenta con il sugo, il risotto con la carne, tutti giovedi o la tipica spaghettata, la domenica.
Donna Albertina Sassi, la mia cara donna, nacque a Gravedona e con la meravigliosa vista sul lago di Como e con un immenso mare nella sue pupille, arrivó in Argentina, alla fine del secolo XIX, con i suoi genitori: Donna María Stella e don Giuseppe Sassi ed i suoi fratelli Isidoro e Enrico. La famiglia si sistemó a San Luis.

“María e Giuseppe vanno in Argentina
vanno con la speranza della prole unita
futuro di grano, di pampa e di venti
onice sulle colline, attrae da lontano
Partono per San Luis e il grande marmista
di pane e di figli scolpisce i suoi sogni”

C’era bisogno di mano di opera sul marmo e sull’onice. Lavoro que seppero perfezionare i suoi figli.
Si sposó giovasissima con un elegante piemontese in gamba, Giovanni Albino Larice. Ebbero 9 figli, 7 maschi: Alberto,Rufino, José, Antonio, Arturo-mio padre-Carlos y Enrique (quest’ultimo é l’unico che vive ed é il mio secondo padre) e due femmine: Cristina e Lidia.
Alla tavola, lunga cinque metri dove si condivideva lo scarso pane, il “mate” con delle frittelle, le chiacchire, le notizie che portavano i viaggiatori, si sommarono i mezzi fratelli di mia nonna. Sua madre, vedova, sposo don Umberto Parnissari, il padrone de la marmiera. Da questi unione nacquero tre femmine e quattro maschi. Verso il 1920 la tavola riuniva 9 figli e 7 piccoli zii. E la polenta si fece piú abbondante, ci si aggiunse carne tritrata e sugo. Si adottó l’imbroglio, il bollito e roba rifatta per la cena.
Mentre i piú anziani parlavano dellÍtalia abbandonata, della sofferenzea nel vedere le famiglie divise, di essere aperti e solidare in questa terra vergine, il bimbi scorrazzavano e portavano dei nuovi amichetti che sempre si sommavano alla divisione del cibo, erano gli “impindiche” parola che si trasmise in famiglia “aggiunti”, quelli che mangiano pur non essendo invitati, quelli che arrivano all’ora di mangiare.

“Mi padre poeta puntano, delle ali irrequiete
porta a Mar del Plata tutta la sua bohemien
e nell’angolo arabo, lo straniero birichino,
amó mia madre con prestanza e poesía.”

“Sono se sono
sono i miei poemi
Uccello che non si stanca di attraversare i mari...
Sono la voce di quelle donne arabi
frenata da un velo sulla gola
e la speranza che mia nonna “gringa”
aveva nel suo sguardo.”
 

Quanti sacrifici. Quante ore senza dormire. Quanta solitudine ebbe nel suo petto. Credo che nelle mie poesie abbia colto un sentire che mi trascenda. Un sentire di famiglia antico e memore di donne che navigano nei nostri geni e sí riflettono nelle mie poesie. In “La olla” dico
 

“Ricettacolo che ti vedo verde
dipingo nei rombi
e fiori strísce,
nella tua specchiata fronte...
Rotonditá alata
che cuoci anime
non ti disturbano il caldo,
né gli inverni rigidi o cotti...
Rotondita coperta e fondo
ti reggo delle arecchie
a volte
ti vedo bella
altre
ti odio.”
 

Questa sfida di cercarla in cucina mi accende l’anima. La salsa di pomodoro con aglio, il pesce fritto, le pernici allo scapece, le cipolline sotto aceto, la bagna cauda col cardo, il guazzetto, il “mate” e le frittelle, la pasta fatta in casa, il croccante pane casereccio, arrivarono alla nostra tavola marplatense e la ornarono assieme ai chepi, i meshi e il fatay. Peró vinse la cucina italiana perché la maggior parte dei giorni nostra madre ci preparava le fettine panate con patate fritte, polenta con polpette, pizza, cotolette con cipolline sotto aceto, pernici allo scapece, sorrentini e qualsiasi tipo di pasta. Oltre gli squisiti gelati.
I profumi della terra addolorata. I semi aromatici della sua lingua germinarono nella mia anima ed oggi la cerco nella varietá di cibi e nella scrittura. Le magiche reti della cibernética mi aiutano. Permettono il mio viaggio verso i suoi paesaggi. Verso i paesaggi delle sue giornate. Verso le sue braccia, i suoi racconti, le sue carezze. Viaggio per le strade cronologiche, immaginarie, costruendo una gradevole vicinanza, un rapporto affettivo. Una nuova storia.
La sua famiglia come tante famiglie immigrante soffrí lo sradicamento, ena non racchinsa nel dolore, anzi trasmise le sue abitudini, el carattere passionale e sensibile e assimiló le abitulini di questo paese che con generositá aprí le porte del suo cuore. Cuore che si nutri con le diverse culture e al quale fece piu grande.
La conobbi quando lei aveva 78 anni ed io 13. Si pettinava all’in su. Dalla pelle bianca e occhietti molto vivaci, serbava l’eganza che sempre trasmise ai suoi. Il nostro incontro fu un incontro di emozioni e di sentimenti mancanti. “Non allattai da te...” , dice il mio poema, non allattai dal suo grembo, né dai suoi sorrisi, né dai suoi cibi, né dalle sue lacrime, né dalla sua passione, né dalle sue tristezze. Ma la sento palpitare nel mio sangue. Nei miei torrenti femminili. Nella polenta che con facilitá preparo per i miei cinque figli e quando il bollore mi annuncia il suo punto, la vedo girando e girando col bastoncino. Allora le stesse lacrime con cui acccondila sua polenta cadono sulla mia dándole un tipico sapore di lontanza e solitudine.

 María Cristina Larice de Roura


POLENTA CON LÁGRIMAS
POESÍA & COCINA
A doña Albertina Sassi, mi amada abuela

Cómo no indagar en mis raíces. Por la savia ancestral me llega su canto y su lucha, su dolor y su alegría. Los aromas de su cocina. Los ruidos de su casa llena de hijos. Si me parece que la veo trajinar con la olla y el cucharón de madera sirviendo a sus hambrientos niños la polenta con salsa, el risotto con carne, todos los jueves o la típica tallarinada, los domingos.
Doña Albertina Sassi, mi amada abuela, nació en Gravedona y con la maravillosa vista al lago di Como y un inmenso mar en sus pupilas, llegó a la Argentina, a fines del siglo XIX, con sus padres: doña María Stella y don José Sassi y sus hermanos Isidoro y Enrique. La familia se instaló en San Luis.

“...María y José van para Argentina
van con la esperanza de la prole unida.
Futuro de trigo , de pampa y de viento
ónix en las sierras, atrae de lejos.
Parten a San Luis y el gran marmolero
de pan y de hijos esculpe sus sueños...”

Se necesitaba mano de obra en el mármol y el ónix. Trabajo que supieron perfeccionar sus hijos
Se casó muy joven, con el apuesto piamontés Giovanni Albino Larice. Tuvieron 9 hijos, 7 varones: Alberto, Rufino, José, Antonio, Arturo-mi padre-, Carlos y Enrique ( este último es el único vivo y es mi segundo padre ) y dos mujeres: Cristina y Lidia.
A la mesa de cinco metros donde se compartía el poco pan, el mate con tortas fritas, las charlas, las noticias que traían los viajantes, se sumaron los medio hermanos de mi abuela. Su madre viuda se casa con don Humberto Parnissari, el dueño de la marmolería. De este unión nacen tres mujeres y 4 varones. Para 1920 la gran mesa reunía a 9 hijos y 7 pequeños tíos. Y la polenta se hizo más abundante, se le agregó carne picada a la salsa, Se adoptó la chanfaina, el puchero y la ropa vieja para la cena.
Mientras los mayores hablaban de la Italia abandonada, del sufrimiento de ver partida las familias, de ser abiertos y solidarios en esta tierra virgen, los niños correteaban y traían nuevos amigos que siempre se sumaban al reparto de comida, eran los “impindiche”, término que se transmitió en la familia y en la traducción casera sería, más o menos como los agregados, los que comen de arriba, los que llegan a la hora de comer.

“Mi padre poeta puntano, de alas inquietas
trae a Mar del Plata toda su bohemia
y en la esquina árabe, el gringo travieso
amó a mi madre con prestancia y verso.”

“ Soy si soy
soy mis poemas
ave que no se cansa de cruzar los mares...
...Soy voz de aquellas mujeres árabes
frenada por un velo en la garganta
la esperanza que mi abuela gringa
tenía en su mirada.”
Cuántos sacrificio. Cuántas horas sin dormir . Cuánta soledad abrigó su pecho. Creo que en mis poemas he atrapado un sentir que me trasciende. Un sentir familiar, antiguo y memorioso de mujeres navega en nuestros genes y se reflejan en mis poemas. En “La Olla”, digo

“...recipiente que te veo verde
pinto lunares rombos
y flores rayas
en tu espejina frente...
Redondez alada
que cueces almas...
no te perturban los calores
ni los inviernos crudos o cocidos...
Redondez-tapa-fondo
te aso de las asas
a veces
te veo hermosa
otras /
te odio.”

Este desafío de buscarla en la cocina me enciende el ánimo. La salsa de tomate con ajo, el pescado frito, las perdices en escabeche, las cebollitas en vinagre, la baña cauda con cardo, la chanfaina, el mate y las tortas fritas, las pastas amasadas, el crocante pan casero, llegaron a nuestra mesa marplatense y la engalanó junto con los queppes, los meshe y el fatay . Pero ganó la cocina italiana porque la mayoría de los días nuestra madre nos preparaba; milanesas con papas fritas, polenta con albóndigas, pizza, chuletas con cebollitas al vinagre, perdices en escabeche, sorrentinos y todo tipo de pasta. Además el exquisito helado.
Los aromas de su tierra dolorida. Las semillas perfumadas de su idioma germinaron en mi alma y hoy la busco en la variedad de comidas y en la escritura. Las mágicas redes cibernética me ayudan. Posibilitan mi viaje hacia sus paisajes. Hacia el paisaje de sus días. Voy hacia su brazos, sus cuentos, sus caricias. Viajo por rutas cronológicas, imaginarias, construyendo un agradable. acercamiento, una relación afectiva. Una nueva historia.
Su familia como muchas familias inmigrante sufrió el desarraigo pero no se encerró en el dolor por lo contrario transmitió sus costumbres , su carácter pasional y sensible. Y asimiló las costumbres de este país que generosamente les abría las puertas de su corazón. Corazón que se nutrió de las diversas cultura y al que engrandecieron.
La conocí cuando ella tenía 78 años y yo 13. Peinaba un rodete. De blanquísima piel y ojitos muy vivaces, conservaba la elegancia, que siempre transmitió a los suyos. Nuestro encuentro fue un choque de emociones y de sentimientos ausentes. “No mamé de ti...” dice mi poema, no mamé de su regazo, de sus risa, de sus alimentos , de sus lágrimas ni de su pasión, ni de sus tristezas. Pero la siento latir en mi sangre. En mis torrentes femeninos. En la polenta que fácilmente preparo para mis cinco hijos y cuando los borbotones me anuncian su punto, la veo revolviendo y revolviendo con el palo. Entonces las mismas lágrimas con que condimentó su polenta caen sobre la mía dándole un típico sabor a lejanía y a soledad.

María Cristina Larice de Roura





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