PELLALOCO anni 1940
di Franco Turrina 

 

Le memorie che intendo fissare, si riferiscono ad un contesto di dimensioni estremamente ridotte, Pellaloco.
Il nostro paese infatti non contava più di 400 anime, quindi i miei ricordi non potranno interessare che qualche decina di sopravissuti e forse pochi nipoti che si possono sentire "toccati dal richiamo delle radici". La nostra piccola comunità, il suo tessuto sociale, i comuni problemi, le comuni miserie ci univano parecchio e, senza fare della facile retorica affermerei che ci sentivamo molto vicini e solidali. Tutto ciò non veniva dal fatto che fossimo "più buoni" di oggi, no , era la realtà nella quale tutti vivevamo che c'imponeva una dimensione di poco superiore ad un villaggio tribale, quindi con interessi comuni.
Struttura
Il baricentro del paese era rappresentato dalla Corte grande con tutte le sue realtà operative che erano agricole. Un'agricoltura ancora non meccanizzata, ma intensiva ed organizzata in senso moderno. Il paese, allora come oggi era costituito da tanti altri agglomerati con i loro nomi storici:
Malvezzo - Scole vecie - Nogare - Pioppa - Ghetto - Cason - Pila - Pavesa - Casalino 
Cave - Colonne .
I nomi stessi di questi piccoli gruppo di case, spesso una singola costruzione, derivavano da lontane reminescenze storiche. 
La Chiesa
Pellaloco ha una piccola Chiesa, situata all'ingresso del paese, in una biforcazione della strada che arriva da Castiglione. La Chiesa e dedicata a S.Rocco, patrono che è festeggiato il 16 agosto.
Oltre alla festa del patrono, è tradizione consolidata la dedizione popolare a S.Rita. Infatti ogni anno il 22 maggio, il rito serale  della benedizione e distribuzione delle rose dedicato alla santa, richiama parecchi fedeli dai paesi limitrofi.
Famiglie
Le famiglie che in quegli anni abitavano il nostro paese erano le seguenti:
Andreani
Andreoli 
Bagnoli 
Barlottini
Caccia 
Campara
Campagnola
Cassamani 
Castellini
Camurri
Chiavegato
Cossa
Costa
Corghi 
Cordioli
Dara 
Dalle Carbonare
Dal Dosso
Del Monte
Fagionato
Farinelli
Fiorini
Formentini
Fossa
Galvani
Giacomazzi
Gibertoni
Gobbi
Grigoli 
Guaita
Lanza Madella
Magalini
Marconcini 
Mion
Mistura 
Montagnoli
Monfardini 
Moretti 
Murari
Nadalini
Nosè
Olivieri
Osti 
Parolini 
Pasocco
Perina 
Perfranceschi
Ridolfi 
Rizzotti
Rossetti
Sartori
Segàla
Stevanoni
Storari
Tabarelli 
Taietti 
Trotta 
Turina
Turrina
Vignola 
Vestena
Zampieri
Zamperini
Zontella
E' possibile che qualche cognome mi sia sfuggito o che qualcun altro contenga errori (dovuti anche all'uso, molto in voga allora, di impiegare soprannomi).
Strade
Le strade di allora, sono quelle d'oggi. In quell'epoca le nostre strade erano tutte bianche di polvere d'estate e dissestate e piene di fango durante l'inverno.
La manutenzione delle strade era assicurata da uno "stradino". Durante i mesi invernali il Comune provvedeva a far stendere lungo tutto il percorso delle strade, uno strato di ghiaia che copriva la parte centrale della strada stessa. Nel tempo, le pesanti ruote ferrate dei carri schiacciavano e riducevano in polvere, le piogge poi, avrebbero amalgamato e reso il piano stradale convesso ed abbastanza liscio. 
Va ricordato che in quel tempo, per gli spostamenti locali e per recarsi al lavoro erano impiegate con frequenza le famose "cavedagne", strade di campagna in terra battuta.
Una di queste "strade" sentieri, consentiva di andare alla frazione Fienili, costeggiando la Fossa, passando dalla Pavesa. Un'altra, partiva del Ghetto, toccava la Pila ed arrivava fin quasi sotto le mura del castello di Castiglione. La classica cavedagna circondava un vasto appezzamento di terreno,il "Camandon" ed arrivava alle Colombare. Durante l'estate questi percorsi erano frequentati, oltre che dalle decine di mondine e braccianti, anche da innumerevoli carri trainati da cavalli o buoi che portavano prodotti ai fienili o ai magazzini della Corte
Canali
Correvano paralleli alle cavedagne, gonfi d'acqua durante l'estate.( Questi canali erano ricchi di pesce e di rane, nostri alimenti quasi quotidiani.). 
Diventavano efficienti vie di trasporto mediante barche, durante la raccolta del riso in autunno. Infatti, i terreni a risaia non avrebbero consentito il carico dei covoni sui carri, i mezzi e gli animali da traino sarebbero sprofondati nel fango. Ecco allora che questo reticolo di canali diffusi su tutto il territorio, diventavano facili  e comode vie di traffico. A quello scopo era mantenuta un efficace struttura di chiuse atte a consentire il 
superamento dei dislivelli del terreno.
Specializzazioni - mestieri
Ovviamente la stragrande maggioranza degli abitanti erano contadini ( dediti al lavoro della terra). Tuttavia esistevano anche in agricoltura alcune specializzazioni e conseguenti diversi rapporti di lavoro e di stipendio.
- Salariati vaccari : specialisti nell'allevamento delle mucche, manutenzione e mungitura, cura dei vitelli da latte. Quasi sempre alcuni di loro sapevano anche curare mucche ammalate e seguire i parti, in sostituzione del veterinario. Il loro lavoro era estremamente impegnativo, per 360 giorni l'anno, feste comprese. Dalle prime ore della giornata ( tre di notte) : pulizia della stalla, mungitura ed alimentazione mucche e vitelli. Alle sei del mattino doveva partire il carro con e bidoni del latte per il caseificio. Gli stessi lavori si ripetevano alle due del pomeriggio, per garantire la seconda spedizione del latte che avveniva alle sei di sera. Ovviamente se qualche mucca non stava bene o se era vicina la data del parto, il capo vaccaro doveva stare di guardia ed assistere per ogni evenienza.
La stalla aveva già allora una concezione moderna. Ogni mucca era dotata della propria targa riportante: nome, età, stato di gravidanza e data possibile del parto.
Sul pavimento, all'interno della stalla correva un binario, guida per carrelli che portavano il letame all'esterno, fino alla concimaia. Le mucche erano accompagnate ad abbeverare alla "bocara", due volte il giorno. Non erano impiegate per lavori pesanti (compito dei buoi e dei cavalli), ma selezionate ed accudite per la produzione di latte e vitelli. 
I salariati vaccari in quegli anni erano: Taietti, Andreoli, Gobbi, Murari, Guaita, Giacomazzi.
- Salariati cavallanti, Addetti alla cura dei cavalli da tiro. Le loro mansioni avevano uguale responsabilità anche se meno impegnative di quelle dei vaccari. Gli orari erano meno severi, non avendo il gravoso compito della mungitura. I cavallanti in quegli anni erano: Gibertoni, Moretti
- Salariati bovari, il loro compito era la cura dei buoi e dei vitelli svezzati Addetti: Fiorini,  Zamperini, Montagnoli, Bagnoli.
- Risar, (specialista della risaia e responsabile dei canali e regolazione acque)   Zontella Francesco.
- Granarista, responsabile essiccatoio e cereali.  Zontella Riccardo
- Maniscalco e fabbro manutenzione attrezzi. Galvani
- Falegname, manutenzione carri  Tabarelli
- Sellaio, addetto alla riparazione e costruzione di selle,collane e finimenti per i cavalli, Vignola
- Pescador, ( responsabili allevamento pesce che si effettuava nei canali e nella risaia), Mondatori, Madella, Bragansa
Tutti gli anni i pescatori costruivano una baracca di paglia in un punto strategico della risaia, dalla quale meglio controllare le reti dei vivai ed intimorire eventuali intenzionati al furto di pesci. 
- Meloner ( specialista coltivazione angurie e meloni) Tabarelli . Tutti gli anni costruiva la  sua baracca nelle vicinanze di una strada. La baracca di canne, era dotata di un ampia veranda protetta dell'ombra di zucche rampicanti sotto la quale, tavoloni e panche predisposte, consentivano il consumo sul posto di angurie da parte di clienti di passaggio  La melonera, ovviamente si trasformava in punto di incontro e facile richiamo per tanti ragazzi del paese.
- Trattoristi. La Corte di Pellaloco era già dotata di moderni mezzi: trattori e macchine agricole del tempo. Gli specialisti in questo settore erano : Marconcini e Chiavegato
Nelle serate d'autunno si sentiva fino a notte fonda il ritmo di questi grossi motori che alla luce di fari elettrici aravano e preparavano il terreno per le semine. 
- Braccianti Erano tutti i dipendenti della Corte che non avessero mansioni da salariati  e svolgevano i lavori che si rendevano necessari nelle varie stagioni.
Venivano pagati ad ore di lavoro effettivamente eseguite e nel caso di maltempo tornavano a casa. Ognuno si arrangiava come poteva, chi andava a legna, chi tentava di prendere qualche pesce nei fossi, chi eseguiva lavoretti di ripiego nella stalla o nell'orto, pochi all'osteria.
- Mondine, a Pellaloco trovavano lavoro come mondine, un centinaio di donne nei mesi estivi. Molte di queste donne arrivavano dai paesi vicini, da Malavicina in prevalenza.
La monda ed il trapianto del riso durava un paio di mesi ma il lavoro era tanto anche in altre occupazioni: raccolta fieno, mietitura e trebbiatura grano, zappatura barbabietole e fagioli, raccolta granoturco. Ultimo lavoro della stagione era la mietitura e raccolta riso.
Se la stagione non era favorevole, la campagna del riso si protraeva fino a S.Martino (11 novembre).
L'essicatoio era in funzione giorno e notte.
Durante gli anni di guerra, quando la manodopera maschile era venuta meno per i tanti giovani a militare, le donne sostituivano in molte attività, il lavoro abitualmente svolto dagli uomini.
Castaldo e coordinatore era Osti ( una famiglia di veneziani arrivati a Pellaloco ). Considerati i tempi, era una persona abbastanza comprensiva.
Guardia campestre Il vecchio Corghi, aveva un portamento altero e poco confidenziale,  incuteva sempre timore a noi ragazzi.
- Affittuario titolare dall'azienda; Fossa ( cinquantenne non sposato, viveva solo, con qualche personale di servizio,  nella parte nobile della Corte)
- Sacerdote. Il prete di Pellaloco in quegli anni, era Don Rodolfo Ridolfi, viveva con la vecchia madre ed una zia.
- Sacrestano,(el campanar) era Rodolfo Rossetti, sempre allegro, specie se aveva bevuto un bicchiere.
Feste
Il 16 agosto, giorno del santo patrono S.Rocco, veniva considerata festa grande.
Le funzioni religiose e la processione pomeridiana per le strade del paese attiravano i parrocchiani che indossavano gli abiti migliori.
Quasi tutti gli anni in quella data si invocava la pioggia, (anche se a Pellaloco per la verità l'abbondanza d'acqua mitigava i danni dei lunghi periodi di siccità. 
Era l'occasione per sfoggiare qualche vestitino nuovo o un paio di scarpette bianche di tela che, quando sporche ( cioè quasi subito), le nostre madri pennellavano con un impasto di gesso ed acqua. (biacca). In quella occasione arrivavano in paese alcuni venditori ambulanti che piazzavano le loro  bancherelle protette da qualche ombra avara. 
Esponevano i loro prodotti che attiravano l'attenzione e la gola di noi ragazzi. Un particolare richiamo veniva dal profumo dolciastro dello zucchero filato (tira-mola) e dei croccanti di mandorle. L'ambulante, si destreggiava attorno alle sue pentole fumanti e manovrava con esperienza i morbidi impasti appesi ad un gancio metallico.
Noi, assistevamo a tutte le operazioni incuriositi e coinvolti.
Qualche anno arrivava anche una giostrina sgangherata ed un tiro a segno. I ragazzi più grandi si atteggiavano e tiratori e facevano l'occhiolino all'inserviente.
Tabatelli, "el meloner" si era industriato a vendere anche granite, con una specie di pialla tritava del ghiaccio, lo metteva in un bicchiere e vi aggiungeva dei liquori colorati a scelta: granatina, tamarindo, menta.
Non badavamo molto allora alle mosche che, a nuvoli ronzavano attorno alle bottiglie e sulle angurie.
Altro giorno di festa collettiva non a carattere religioso era dato dalla "gazaiga", gran pranzo  o cena che si effettuava ultimata la raccolta del riso. Tutti coloro che avevano lavorato in risaia (e non), partecipavano a questo abbondante pranzo gratuito, offerto dal padrone.  Qualcuno portava una fisarmonica, si ballava fino ad ore tarde e si beveva parecchio.
L'osteria
L'osteria, l'unica che esisteva a Pellaloco gestiva anche la vendita di tabacchi e tanti altri prodotti. Era condotta da "Burela", famiglia Perfranceschi. Ottima la cucina che richiamava clienti da altri paesi. La domenica, i locali si riempivano di giocatori di carte, morra e fumo.
Qualche gruppo intonava una canzone in voga, altri richiedevano brani scelti da opere liriche. Un battimano sul finale era un valido incitamento a proseguire e ad ampliare il campo del programma. Molto richiesti ed applauditi erano i fratelli Guerino e Cesare Rizzotti. Questi, frequentando la corale di Malavicina, potevano esibire teoria e conoscenze a noi sconosciute nel campo della lirica. Qualche estraneo si univa ai duetti mentre le bottiglie vuote aumentavano sui tavoli.
La scuola
La nostra scuola era vicina alla chiesa ed era costituita da un unico stanzone dotato di un paio d'armadi polverosi, una stufa in maiolica, una lavagna e una cattedra per la maestra.
Sulle pareti due carte geografiche: l'Italia politica e l'Europa. Un lungo corridoio conduceva in un locale adibito a magazzino legna per il riscaldamento e in un gabinetto sempre puzzolente d'urina e di creolina. Tre file di banchi ospitavano noi scolari, prima e seconda elementare assieme, la terza in orari diversi. Per le classi quarta e quinta bisognava andare a Castiglione (ma i più, si fermavano alla terza) Ogni banco era dotato di calamai fissi per l'inchiostro. Le bambine occupavano i posti nei primi banchi, i maschi dietro, i ripetenti nelle ultime file.
La maestra aveva una lunga canna di bambu che usava per indicare le varie posizioni sulla carta geografica ma, all'occorrenza  era impiegata anche sulle orecchie di ciascuno di noi. In quegli anni era in voga un nuovo giocattolo, la cerbottana, tutti avevamo il nostro pezzo di cannuccia  con la quale soffiavamo chicchi di riso in testa alle bambine che stavano avanti. Qualche volta erano impiegate anche palline di carta assorbente intrise d'inchiostro. I più monelli studiavano continui scherzi alle bambine, scherzi che mettevano a soqquadro l'intera scolaresca, esempio: liberare qualche ranocchio sotto i banchi, oppure mettere di nascosto un chicco di carburo nel calamaio della bambina più timida. Il carburo dopo un po' provocava un'enorme schiuma d'inchiostro che traboccava dal banco. Schiamazzi e schiaffoni concludevano la giornata.
Negli anni 1938-40, il sabato era dedicato agli esercizi fisici, ginnastica e paramilitare. A Pellaloco facevamo due corse attorno alla scuola e poi, dovevamo spaccare la legna per la maestra.
Sempre in quegli anni, aiutati dallo stradino comunale, abbiamo messo a dimora gli alberi d'ippocastano che ancora vivono nel cortile della scuola.
La guerra
Il 10 giugno 1940, in un famoso discorso ed adunata oceanica, Mussolini annunciava che il Paese era entrato in guerra contro la Francia e l'Inghilterra.
Seguirono roboanti messaggi di potenza e considerazioni circa una rapida e sicura Vittoria. Inizialmente il fatto non ebbe dirette ripercussioni nel nostro paese. Qualche mese dopo però, iniziarono i richiami alle armi di parecchie classi, anche lontane dall'età della leva militare. Le famiglie dei richiamati si scambiavano informazioni, rassicurazioni e speranze. Il 1940 si concludeva con qualche scaramuccia sul fronte francese. I giornali radio annunciavano pesanti bombardamenti effettuati dalla nostra gloriosa aviazione, sull'odiata Inghilterra. La pagina illustrata della "Domenica del Corriere rappresentava" Londra in fiamme" sorvolata dagli aerei dell'asse.
Nel 1941 dovevamo "spezzare le reni alla Grecia". Fu la prima disfatta!
Poi venne la Jugoslavia, l'Africa e la Russia con tutte le loro tragedie.
Qualche militare tornava in licenza e raccontava una realtà ben diversa da quella che c'era data dai bollettini ufficiali. Freddo, congelamenti, muli che morivano di fame, mancanza di vestiti adeguati, disorganizzazione nei comandi e diffusa la pratica degli imboscati. Chi poteva e chi aveva qualche santo protettore, faceva di tutto per tenere lontano i propri figli dai fronti. Presero piede le raccomandazioni e le corruzioni.
Crollava miseramente il mito dell'invincibilità delle nostre gloriose Forze Armate.
Pellaloco aveva pagato il tributo a quella guerra con due giovani non più tornati dal fronte russo: Bruno Dal Dosso e Agostino Cassamani.
Gli anni 1944 -45 furono i più brutti. Tutti i giorni gli aerei americani gettavano bombe sul cavalcavia della ferrovia al Casalino,che per la verità non venne mai colpito!
La gente era terrorizzata e stanca. I fascisti ed i tedeschi sempre più nervosi e cattivi.
Qualcuno di nascosto ascoltava radio Londra o Mosca. Il tam- tam del passaparola diffondeva fra la gente informazioni e notizie che i pochi giornali censurati dai fascisti non davano. Chi tornava dal fronte dell'Est raccontava raccapriccianti realtà. Già si parlava sottovoce di lager in Germania ed in Polonia. Moltissimi giovani renitenti alla leva, si nascondevano come potevano e spesso mettevano a repentaglio le famiglie. Tutta questa massa di giovani sbandati, a Pellaloco ( ma credo anche altrove), si autodefiniva "l'armata lepre".  L'otto dicembre 1944 (festa della Madonna), era nevicato, faceva freddo ma un limpido sole illuminava tutta la nostra campagna. Subito dopo la Messa tarda, sentimmo nell'aria un crepitio di mitraglia; tre aerei si davano battaglia, alti nel cielo uno di questi, il più pesante iniziò a perdere fumo e fiamme mentre scivolava sempre più basso. . Abbattè alcuni alberi e si schiantò al suolo ad un centinaio di metri dalla Pila: era un bimotore tedesco, gli altri due, caccia inglesi, fecero qualche giro sulla zona, poi sparirono all'orizzonte. Tutto il paese accorse a vedere da vicino quella tragedia che si stava consumando in un mare di fiamme.
Qualche ardimentoso riuscì ad estrarre un giovane pilota tedesco ancora in vita ma gravemente ferito. Dopo qualche ora la zona era presidiata dai tedeschi che ripulirono in poco tempo ogni traccia. Dopo qualche mese un fatto analogo si ripetè, in quel caso di dimensioni maggiori, terrificanti, Era il 14 febbraio 1945 (San Valentino), centinaia di aerei quel giorno bombardarono pesantemente Verona, i tedeschi rispondevano con un intenso sbarramento di contraerea, ad un tratto, nel cielo, sopra di noi, si vide chiaramente un aereo staccarsi dalla formazione e cadere a vite, accompagnato da un urlo disperato di motori in fiamme. Era un quadrimotore americano, carico di bombe e di uomini che cadde alle Sei Vie. Dopo qualche mese finalmente la guerra era finita. Era il 25 aprile, e questa è storia ufficiale.
Era finito un incubo, il buio, la paura. Anche a Pellaloco si festeggiava quel liberatorio avvenimento.  Sull'aia, all'osteria,nelle strade si ballava alla luce dei fari di mezzi militari.
Imparavamo nuovi ritmi e venivamo a contatto con gente diversa che si esprimeva con una nuova lingua vedemmo per la prima volta da vicino uomini di colore. E già allora si intuiva che il trattamento era diverso, anche se indossavano la stessa divisa.
La ricostruzione e le nuove prospettive videro negli anni seguenti una lenta ed inesorabile fuga dalle campagne. Tutto cambiava, nuove professioni, nuovi sbocchi.
Era iniziata una nuova era. Anche a Pellaloco si modificavano come altrove i rapporti umani che per secoli avevano guidato e regolato lo scandire dei ritmi della vita al suono lento delle nostre campane.

Loano 2002 
Franco.turrina@libero.it
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