UN RICORDO DI PELLALOCO
di Franco Turrina
Pellaloco, la cui economia era basata su una "ricca" agricoltura che ruotava attorno ad un unico
fulcro " La Corte", con un unico padrone; il barone Franchetti .
La sua conformazione: grande quadrilatero circondato da un fossato che a noi ragazzini sembrava invalicabile,
un pesante portone sul ponte di ingresso, chiuso la notte.
Dava un senso di castello medievale.
Il lato ovest del quadrilatero era la parte nobile, abitato dal fattore, il castaldo,
i magazzini del grano e due botteghe artigiane: un fabbro maniscalco ed un falegname, necessarie alla
manutenzione degli attrezzi e per la ferratura dei cavalli.
Il lato sud della Corte era abitato da alcune famiglie di salariati: Capo vaccaro,
capo cavallante, capo bovaro, nonchè dal granarista (responsabile magazziniere)
e dal responsabile delle acque, "el risar", figura di rilievo in quel contesto.
Le stalle ed i magazzini dei foraggi erano disposti sugli altri due lati.
L’area centrale del grande cortile era occupata da una aia immensa, (così sembrava ai nostri occhi di
ragazzini).
Prima della diffusa meccanizzazione, cioè negli anni 40/50 (ma certamente era la stessa cosa anche nei secoli
scorsi) –La Corte occupava 70/80 braccianti ed altrettante donne (mondine) nei mesi estivi.
Le produzioni più importanti erano: riso e latte. In quegli anni Pellaloco produceva 5/6 mila quintali di
riso anno.
La raccolta del riso avveniva tutta manualmente. Un centinaio di donne erano impiegate in ottobre alla
mietitura, (le stesse che nei mesi di maggio-giugno avevano fatto la monda del riso).
Poichè i carri non potevano essere impiegati per il trasporto dei covoni, dato che il terreno impregnato d’acqua
li avrebbe bloccati, tutte le operazioni di trasporto avvenivano su acqua mediante barche.
Gli appezzamenti di terreno che costituivano la grande azienda, erano attraversati da una fitta rete di canali
comunicanti, dotati di chiuse, onde consentire il passaggio di pesanti barconi per il trasporto dei covoni di
riso.
Gli addetti a questo lavoro erano chiamati "borcellini", conducevano una barca ciascuno e lavoravano
in coppia, poiché il carico delle barche sul campo poteva essere effettuato soltanto mediante barelle portate
a braccia in due . In autunno si formavano le coppie, normalmente un giovane novellino ed un uomo esperto.
Le barche,12/14,venivano condotte fino ai punti più vicini al carico, fissate alle sponde con funi e
picchetti. I borcellini mediante una barella, effettuavano il carico vero e proprio. Quasi tutti lavoravano
scalzi, affondando nel fango fino alle caviglie.
A carico ultimato, iniziavano il viaggio di ritorno alla Corte qualche volta distante 2/3 Km. Il convoglio era
accompagnato sempre dal responsabile alla acque che provvedeva a chiudere ed aprire le chiuse predisposte a
consentire il galleggiamento ed il superamento dei dislivelli.
Quando le barche arrivavano alla Corte per l’attracco in "borcelera", per noi ragazzini era festa,
vedere i nostri padri a compiere un lavoro inconsueto, spingere la barca con un remo di fondo e qualche volta
consentirci di salire su questo lento ed inusuale mezzo di trasporto.
Le barche venivano legate ad appositi anelli fissati sul " molo", la borcelera, e scaricate sull’aia,
che in quel tratto arrivava fino alla sponda del canale.
I borcellini facevano due viaggi al giorno. La trebbiatura sull’aia proseguiva fino a notte.
Pellaloco, (La Corte) dava anche altri prodotti: latte, semi di pregio, animale ecc.
Durante la guerra 40/45 si coltivava il ricino per l’olio lubrificante, fagioli ed altri semi più piccoli
di un pisello che noi si chiamava (impropriamente) caffè – non ho mai saputo cosa fosse ma penso si
trattasse di una specie di lenticchia africana.
Sempre in quegli anni la Corte vendeva all’esercito italiano alcune decine di puledri e muli per gli alpini.
Qualche cenno storico:
La strada provinciale MN-VR che passa sopra il cavalcavia e che si immette sulla strada proveniente da
Roverbella per Mozzecane, è stata costruita nel 1935.
Prima il traffico (modestissimo), Mantova Verona, passava dalla vecchia strada Casalino, Pellaloco, Tormine e
Mozzecane.
Il cavalcavia, al Casalino, durante la guerra 44/45 è stato un obiettivo quasi quotidiano per i bombardieri
americani (mai centrato). Un giorno hanno colpito la ferrovia in più punti e tante bombe sono cadute nei
canali circostanti, una di esse ha sollevato un albero che, completo di rami e radici che è caduto sul tetto
del Casalino. Fu per qualche tempo il richiamo dei curiosi.
L’otto dicembre 1944, due aerei americani hanno abbattuto un bimotore tedesco.
Dopo un difficile tentativo di atterraggio, è caduto fra gli alberi a cento metri dalla Pila .ove è nato
Ulderico Corghi.
Noi ragazzi curiosi ed incoscienti, corremmo per vedere da vicino un aereo.
Un mare di fiamme avvolgevano i rottami sparsi nel campo.
Ricordo che alcuni coraggiosi hanno estratto un giovane pilota ancora in vita, non so se sarà vissuto. Per
alcuni giorni noi ragazzi andammo a rovistare fra quello che era rimasto, alla ricerca di qualche cosa di
utilizzabile: Poi i tedeschi si sono portati via le carcasse bruciate. Un orma nera rimase per qualche anno.
Pellaloco aveva i suoi "Centri di vita associativa": La domenica la Chiesa e l’osteria, gli altri
giorni la stalla.
Un simpatico prete "guidava le anime". Dopo le veloci funzioni religiose, ci si rifugiava, in
inverno, nelle affumicate stanze dell’osteria, da Burela, ove stagnava sempre un forte odore di cantina e di
bollito.
Lo stesso oste vendeva anche tutti gli altri prodotti necessari alle esigenze del paese: tabacco, sale,
petrolio per l’illuminazione, zucchero, mortadella, quaderni e pennini per la scuola. Entrando nel locale si
veniva avvolti da tutta una gamma di odori, (profumi) e di impressioni: petrolio, tonno, sottaceti, aringhe.
In estate un ronzio di sottofondo segnalava l’agonia di migliaia di mosche incollate alla carta moschicida.
Ricordo che io ero particolarmente attratto dal profumo della mortadella di Bologna, (ancora oggi mi
coinvolge).
Personaggi. Alcuni personaggi, per doti o per la loro caratteristica, hanno lasciato memoria: Vignola,
"el Baster", un povero artigiano che svolgeva una attività diversa del comune, oggi sarebbe
ricercatissimo. Costruiva e riparava finimenti per cavalli. Faceva la fame assieme alla sua numerosa famiglia.
Il figlio Remo, (testa fuori dal normale), fin da ragazzino andava affrescando vecchie case abbandonate. Si è
costruito da solo un violino e da solo ha imparato a "suonarlo".
Corghi, il guardiano, con il suo portamento altero e silenzioso, il suo eterno berretto con visiera ci
ricordava un personaggio riportato sul nostro Sillabario, ci incuteva paura.
Molin con le sue storielle allegre.
Tabarel "el molona", esperto conoscitore di angurie e di sementi: La sua baracca era il rifugio
estivo per noi ragazzi.
Zontela, "el risar", conosceva il segreto della risaia e delle acque.
Plinio il capo cavallante, era il regista degli accoppiamenti di tutte le cavalle con lo stallone.
Ci minacciava con la frusta quando noi ragazzini volevamo assistere al rito.
Cesare e Guerrino Rizzotti, (i tuoi zii Daniele), erano per noi i "Pavarotti" di un tempo.
Ogni occasione era buona per intonare una romanza e stappare una bottiglia.
Alcune simpatie per Puccini mi derivano da quelle prime, rusticane liriche esperienze.
Ulisse mio padre, l’essere stato in Africa negli anni 1937, lo qualificava conoscitore di mari e di paesi
lontani. Ricordo che i ragazzini miei amici gli chiedevano: come sono i leoni e le scimmie? e i coccodrilli? I
suoi amici invece, volevano essere informati sulle caratteristiche delle donne africane.
Ricordo tanti e tanti altri dei quali mi è rimasto il soprannome. Ricordo tanta nebbia, tanto freddo. Ricordo
con nostalgia il mio paese . Mantova, i portici e P.zza Sordello.
Grazie per l’emozione che mi hai dato.
Loano, 25 settembre 2000
FrancoTurrina@libero.it
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