Patrizia Marcheselli

Scritti

La finestra

Un altro giorno trascorso tra le macchine assordanti nella fabbrica di calze, vibrazioni ovunque, odore di caffè dalle macchinette distributrici di gastrite e la capo reparto che ogni cinque minuti ripeteva la stessa solfa, la produzione doveva arrivare a 12000. 
Un altro giorno passato a sbirciare, tra una calza stirata e l'altra, quello squarcio di cielo che insolente si specchiava nel doppio vetro. Perché avevano messo così in alto quella finestra? Non poteva contemplarla come voleva o lasciare che l'immaginazione saltasse fuori da quello stabilimento bunker. Vestaglia rosa per le donne, carta da zucchero per gli uomini, nera per i meccanici che ogni cambio di bobina bestemmiavano, mentre con la coda dell'occhio guardavano quella delle tette grandi sulla macchina otto, che sempre lasciava aperta la vestaglia e si faceva toccare da Nico, il capo meccanico.
Me lo diceva ogni giorno: " Non ce la faccio più a stare qua dentro … mi manca l´aria >> e ogni giorno lo stesso sguardo mentre timbrava il cartellino, tutti i giorni quegli occhi spalancati, pieni di quel cielo che cercava in segreto, implorandone un segno, una possibilità di volo, fuori della fabbrica, dove la gente vive, dove la gente può parlare, studia e sogna, dove esistono paesi in cui la nebbia è sconosciuta e l'inverno è una primavera, e sempre quello sguardo che setacciava, tagliava e picchiava le pareti rimbalzando sui visi smorti e rassegnati delle operaie indaffarate. Prima o poi arriverà, ripeteva in continuazione, prima o poi arriverà un segno e così saprò cosa dovrò fare in questa vita.
Pochi anni, solo 21, di cui 6 lavorando come operaia, poche possibilità, sposarsi forse, troppa voglia di lasciare il paese con le sue conosciute vie che si strozzano nella piazza, vicoli ingombrati da trattori e rimorchi con odore a letame e fieno, muffa e umidità. 
Eppure non odiava il paese o la campagna, era il tempo passato chiusa tra quelle mura che la soffocava, a volte chiedeva il cambio per andare in bagno anche tre volte e la capo reparto urlava: " Ancora? Ci sei andata due ore fa?". Ma lei non rispondeva, scendeva dalla sedia come un razzo e mentre raggiungeva il bagno aveva già tirato fuori le sigarette e l´accendino, entrava di corsa come disperata, con un salto in piedi sul lavandino apriva la finestrella e respirava quello squarcio di cielo, soddisfatta, fumando di fretta tre boccate e via di nuovo in reparto, contando le ore, i minuti e i secondi.
Tutti in quella zona lavoravano in fabbrica o per lo meno quelli che non avevano un titolo di studio e potevano scegliere, ci aveva provato anche lei: cameriera, lavapiatti, barista, ma lo stipendio non bastava mai. Aveva provato anche un corso di corrispondenza, segretaria in poche lezioni, ma i turni in fabbrica erano così massacranti da non riuscire a studiare, si domandava spesso come potevano farcela quelle con marito e figli.
Stava con un tipo da anni, come tutte del resto, anche lui lavorava in fabbrica, metalmeccanico, lui voleva sposarla e lei non gli aveva mai dato una risposta. I giorni stabiliti per vedersi erano gli stessi di tutti: martedì e giovedì e se il sabato non c'erano gli straordinari, il venerdì si andava in discoteca a ballare e bere con altre coppie, che parlavano delle nozze e delle bomboniere, parlavano di soldi e portavano in ogni luogo la fabbrica con i suoi rumori e quando cominciavano con i loro discorsi, lei si rifugiava in pista a ballare, cantando a squarciagola canzoni in altre lingue che non conosceva, inventando parole che poi cercava nelle riviste di sua sorella che ne pubblicavano i testi.
Mina, le avevano dato questo nome perché sua madre conosceva a memoria ogni canzone della cantante italiana, alla sorella minore le era toccato Iva, per l´altra cantante, la Zanicchi.
In Novembre le nebbie erano così fitte che il cielo diventava un coperchio grigiastro e come ogni autunno la crisi di Mina diventava insopportabile. Bullo il suo ragazzo, (lo chiamavano così perché da piccolo aveva ingerito un bullone della moto di suo padre e per farlo uscire dal suo stomaco lo avevano purgato per settimane) lo sapeva e con pazienza accompagnava quelle crisi con rassegnazione, aveva smesso di chiedere e di esigere, era abituato ormai, anche se fare quei 13 chilometri per andare a vederla a volte gli pesavano così tanto. 
Non capiva perché Mina volesse studiare visto che anche i dottori erano disoccupati, non capiva perché Mina comprasse a volte libri assurdi e cartine geografiche di altri paesi che collezionava in quel cassetto chiuso a chiave di cui era così gelosa, non capiva perché stava con una così, la amava però era stanco dei suoi sguardi persi, dei suoi discorsi strani su paesi lontani, dove sicuramente si vive da cani, diceva lui, perché qui in Italia abbiamo tutto, diceva lui, non ci manca niente e i loro litigi erano sempre per colpa di questi argomenti, sempre gli stessi. 
La famiglia di Bullo non era mai stata d'accordo con quel fidanzamento non annunciato,  "Non è una ragazza seria"  gli dicevano e giù litigi con la madre per via del matrimonio; che doveva sposarsi, che aveva già 25 anni, il mutuo della casa, i figli, che la mollasse ecc.
La famiglia di Mina aveva smesso ormai di sorprendersi, tutti lavoravano in fabbrica e non avevano tempo di stare dietro a quelle idee strane che a volte erano divertenti, ripetitive altre, ma erano abituati. Qui del resto ci si abitua a tutto, a tutti.
La storia di Mina comincia qui.
La crisi dei calzifici aveva colpito ancora, troppa produzione in circolazione e la cassa integrazione era arrivata in anticipo, 400 operaie a casa fino a Febbraio, però a lei era toccato un cambio di reparto, lavorare in magazzino spedizioni fino a dicembre per smaltire le scorte, così non faceva più i turni ma la giornata di 8 ore. Cosa non da poco, viveva a 25 chilometri di distanza e visto che non c´era la mensa doveva prepararsi il pranzo, ogni sera guidare da sola nella nebbia, cosa che la terrorizzava.
A riceverla in magazzino c'era Sonia, una signora grassa e forte che rideva come un baritono, era simpatica e faceva sempre delle battute che forse neanche lei capiva, le aveva insegnato a guidare il montacarichi e ad imballare le calze nei container diretti all'estero. Mina si sentiva felice in quel reparto, leggere sulle scatole: Spagna, Portogallo, Venezuela, Cile, aveva svegliato un´energia incredibile, nuova. Immaginava quei paesi di cui conosceva le capitali, la densità di popolazione e gli stati confinanti tutto insomma e Sonia rideva come una matta ricordando che se voleva l'avrebbe imballata in una scatola per spedirla via, come se Mina non ci avesse mai pensato, era assurdo ma rompeva la monotonia dei soliti pensieri. Quel venerdì arrivò dalla Spagna un camion con rimorchio e il camionista parlava un italiano quasi perfetto, se non fosse stato per le doppie consonanti che non gli uscivano mai, Mina gli chiese di parlagli in spagnolo e per le tre ore che rimase nel magazzino aspettando che caricassero il suo camion le raccontò un po' la sua storia, Mina memorizzò ogni parola, tono e accento, lui non era spagnolo, era messicano, viveva a Barcellona da 20 anni, Luis Javier Hernández Gómez si chiamava, era nato a San Luis Potosi, Messico, e aveva dei parenti spagnoli che lo avevano accolto e aiutato. 
Messico, era un paese così lontano, la cartina geografica che aveva era piccola però completa: Messico, capitale Città del Messico, paesi confinanti, al Nord gli Stati Uniti, al Sud Guatemala e Belize, clima tropicale, la nebbia sicuramente non esisteva, le coltivazioni principali erano il granoturco, caffè, canna da zucchero. Aveva letto qualcosa a riguardo, la Rai una volta aveva trasmesso un documentario sui problemi dell'inquinamento nella capitale. Non parlava d'altro, non pensava, ad altro, a volte cercava di dire in spagnolo frasi che nessuno capiva. Bullo gli aveva chiesto di sposarlo per l´ultima volta e che si sarebbero rivisti solo dopo una risposta definitiva. Mina per molte settimane entrò in un mutismo assoluto. Sognava il Messico, se accendeva la TV vedeva documentari che stranamente parlavano del Messico, le riviste offrivano viaggi in Messico, la radio divulgava notizie di un cantante messicano giovanissimo e dei successi raccolti in Europa. Dormiva poco mangiava meno, era dimagrita molto, la famiglia si era preoccupata e aveva telefonato a Bullo che spiegò la situazione, qualcosa andava storto, il dottore aveva detto che era un po' di esaurimento, che una cura di vitamine le avrebbe giovato. 
Arrivarono le vacanze di Natale e il 21 dicembre chiamò a Bullo dicendo che voleva parlare con lui: "Andiamo in Messico?" gli aveva detto e lui che aspettava una risposta non una domanda, decise di chiudere quella storia durata tanti anni. Mina senza dire nulla in casa, fece il passaporto, si licenziò dalla fabbrica tra le grida assordanti del padre che le chiedeva che cosa avrebbe fatto dopo, che era una benedizione avere un lavoro, aspettò la liquidazione e con un biglietto aereo aperto un anno, diede la notizia della sua partenza tra grida e pianti dei genitori. Iva sapeva tutto, lo aveva sempre saputo che prima o poi Mina se ne sarebbe andata, che la camera da letto sarebbe stata tutta sua, meno il cassetto chiuso a chiave con le cartine geografiche di tutto il mondo, lo sapeva e come grande amica che era di sua sorella, aveva vuotato il suo conto corrente bancario e gli aveva dato i suoi risparmi, Mina gli regalò la chiave del cassetto: "Adesso è tuo a me non serve più !". Aveva cambiato i soldi in travel, comprato uno zaino, un quaderno e un dizionario italiano spagnolo, poche cose, pochi indumenti e il 3 marzo l'avevano accompagnata all'aeroporto, c'erano tutti meno Bullo che si era già messo insieme ad una ragazza del suo paese e si mormorava che si sarebbero sposati a maggio, tutti del resto da queste parti si sposano a maggio. Raccomandazioni, un'immagine di Sant'Antonio, parole dette e altre taciute, tanta paura e un sorriso che nessuno aveva mai visto, una sicurezza troppo forte da rompere e Iva gli aveva detto solo di mandarle cartoline, perché le cartine geografiche non le piacevano. La mamma l'aveva abbracciata così forte che per un momento Mina dubitò di prendere il treno, era molto legata a lei, nessuna lacrima, solo un bacio così lungo che il calore di quelle labbra tardò mesi a scomparire da quelle guance scarne. " Magari ci sono dischi di Mina anche la …" gli aveva sussurrato all'orecchio ridendo, mentre il padre le dava raccomandazioni su dove nascondere i travel, di non fidarsi degli uomini e di stare attenta a non rimanere incinta, che avrebbero aspettato sue notizie, che era un'incosciente e che l'amava anche se questo lo gridò a se stesso.
Un mese dopo la prima cartolina per Iva diceva: " Qui il cielo è così alto … baci Mina". Durante un anno la famiglia ricevette cartoline da ogni parte del Messico e del Guatemala, una volta al mese telefonava a casa, solo per cinque minuti, raccontando i posti che visitava e come stava. Mina stava bene, molto bene.
Durante alcuni anni, come pendolare, sei mesi in Italia lavorando sul lago di Garda come cameriera, poi ripartiva per il Messico e durante il resto dell'anno viveva con amici messicani nella capitale o al sud del paese lavorando in spiaggia come barista o dando lezioni d'italiano, guadagnava poco ma per lei era sufficiente. 
Ce l´aveva fatta ad uscire dalla finestra.

Patrizia Marcheselli 

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