Da Franco Turrina

SCRITTI

Il Filò

Forse l'istituzione del Filò è nata con l'uomo. Probabilmente, fin dalla notte dei tempi, gli uomini si riparavano nei lunghi inverni, in un'unica caverna, nella quale dividevano il poco cibo e calore. Questo rapporto si è consolidato nei secoli e nelle campagne ha avuto un'enorme importanza fino alla metà del secolo scorso. Poi, nuove tecnologie, hanno modificato i ritmi ed i costumi di vita tanto da esaurirne la sua funzione ed utilità. 
Oggi le nuove generazioni non lo hanno conosciuto, forse n'avranno sentito parlare dai nonni. 
Cos'era?  Che importanza aveva? Dove si svolgeva?
Il Filò era il modo di vivere il tempo libero, delle comunità contadine. Lo stare assieme aiutava ad avere notizie, informazioni, scambio di esperienze. Era scuola e piacere, era fantasia. Nei Filò sono nati amori e famiglie. I Filò hanno segnato un importante elemento di socializzazione e solidarietà fra gli uomini dei secoli passati.La stagione classica dei Filò era l'inverno. La vita imponeva risparmi anche sul riscaldamento e con il Filò si risparmiava legna da ardere, riunendo più famiglie in una stalla, al tepore umido del calore animale. La data d'inizio di questo rito, era l'undici novembre e si protraeva poi fino ai primi di marzo. I grandi lavori in campagna erano finiti ed iniziavano i primi freddi.
S. Martino 
(11 novembre), la "padrona" della stalla nella quale si sarebbero trascorse le serate d'inverno, invitava il vicinato, le famiglie della "corte," a partecipare alla castagnata nella stalla. Dopo cena, ci trovavamo tutti: donne, uomini e tanti bambini nella parte più asciutta e "nobile" della stalla ospite. Ci sistemavamo su sedili di fortuna: sgabelli o panche apposite, i più fortunati su balle di paglia.Qualcuno si portava la vecchia sedia da casa.
La prima serata era interamente dedicata a mangiare castagne e qualche zucca cotta nella cenere. Si commentava l'arrivo di nuove famiglie, giunte alla Corte con il trasloco. Un tempo, i traslochi nelle campagne, avvenivano solamente per San Martino, tanto che San Martino era sinonimo di trasloco. Fare "San Martino" significava traslocare. Con la zucca e le castagne , il "padrone" offriva una brocca di "graspia" . La "graspia di prima" era molto apprezzata e tutti plaudivano per questo dono.
La graspia 
era una bevanda ricavata dalle graspe dell'uva, (residuo dei grappoli pigiati) che avevano fermentato nel tino assieme al mosto, futuro vino novello. Dopo aver tolto il vino dalle graspe e messo a completare la fermentazione in una botte pulita, le graspe venivano pressate nel torchio per ricavarne "il torchiato", vino asprigno che tanti contadini univano al vino nella botte. Le graspe pressate, erano cariche di tannino e di un aspro odore di vino, recuperate, rimesse nel tino e fatte macerare con alcuni secchi d'acqua. Dopo pochi giorni si poteva spillare dal tino un liquido fresco, rosato, dal sapore di vino annacquato. Quella era la "graspia di prima". Quando poi dal tappo non usciva più nulla, si aggiungeva altra acqua e quello che ne derivava era "graspia di seconda". La bevanda, ovviamente sempre più annacquata allietava le serate dei Filò durante tutto l'inverno.
Nel paese 
si formavano parecchi punti di ritrovo, parecchi Filò ed erano caratterizzati dal numero dei partecipanti e dai personaggi che vi prendevano parte. Qualcuno aveva carattere marcatamente religioso, era proibita la bestemmia e vi si recitava il rosario. Altri, più libertini, diciamo laici, prevedevano storielle, canti e giochi vari. Qualche serata era allietata dalla presenza di una fisarmonica. La domenica ovunque si giocava a tombola. 
I posti 
Le donne occupavano posto a cerchio attorno ad una lampada abbassata dal soffitto, per consentire di sferruzzare a maglia o fare ricamo. In qualche stalla la lampada era elettrica, in tante altre, la luce era data da una lampada a petrolio, il cui costo era suddiviso tra tutte le partecipanti. Le più anziane scambiavano esperienze e consigli, mentre tenevano d'occhio la figlia maggiore che già attirava l'attenzione dei ragazzotti. Questi, cercavano di spingersi negli angoli più remoti e bui. Gli uomini, seduti in disparte parlavano di raccolti e progetti, qualcuno fumava la pipa mentre altri raccomandavano prudenza con i fiammiferi.
Noi ragazzi, stretti attorno al contastorie imploravamo il racconto di quella "famosa storia" che ci aveva promesso e che ogni sera ci lasciava in sospeso per la sera dopo.
La neve.
Arrivava la neve e copriva ogni cosa, un tempo era diversa anche la neve. Qualche giorno prima del suo arrivo, si sentiva nell'aria una sensazione ... "odore di neve". Le strade sepolte erano silenziose e deserte, ci consentivano un giorno di inaspettata vacanza dalla scuola, (con nostro gran dispiacere). Poi, uno spazzaneve rudimentale, trainato da cavalli, tracciava un passaggio ed era finita la vacanza. I passeri volavano impazziti vicini alle case ed ai fienili. Noi ragazzi intenti a nascondere piccole trappole ed a fare a palle di neve.
In quei giorni, le stalle erano affollate anche durante il giorno. Gli uomini legavano scope di saggina, riparavano attrezzi o sgranavano pannocchie da semina.
Santa Lucia
Quante storie e fantasie hanno alimentato i sogni di noi ragazzi dell'epoca. La nonna ci raccontava che bisognava lasciare una tazza di crusca sul davanzale della finestra affinché la Santa potesse prendere per il suo somarello, quando a mezzanotte sarebbe passata per lasciare i giocattoli e i doni. Al mattino ci alzavamo prestissimo per venire in possesso dei nostri regali che Santa Lucia ci aveva depositato. Ricordo un torroncino, due mandarini ed un arancio, qualche volta trovavamo un cavallino di cartapesta ed una trombetta! Quanto eravamo felici con queste poche e povere cose!
Natale
Il Natale era sempre preceduto dall'arrivo imprevisto delle compagnie di "cantastorie". Passavano di stalla in stalla a far visita a tutti i Filò dei paesi. Intonavano antiche nenie, accompagnati da qualche strumento e da una "stella cometa", una lampada mascherata da cartoni e fissata alla cima di un lungo palo. Al termine della filastrocca cantata e degli auguri fatti alla stalla ed al Filò, raccoglievano doni per la cena di Natale. Tutto il periodo delle vacanze natalizie, aveva un alone di festa e di mistero particolare. Lo scampanio festoso dei campanili vicini e lontani, i profumi insoliti di cucina e di incenso, mettevano gioia, serenità e sicurezza. In quei giorni nei filò non si lavorava, si elencavano i cibi, si davano ricette e si giocava a tombola. La sera dell'Epifania, nel cortile, lontano dai fienili e dai pagliai, veniva acceso un grosso falò - " el buriel".
Giorni prima si preparava una catasta di sterpi secchi e all'imbrunire veniva acceso un grosso fuoco. Le fiamme volavano alte nel cielo. L'altezza e la quantità delle scintille che ne scaturivano, erano di buon auspicio per i futuri raccolti.
Sant'Antonio
La giornata del santo protettore degli animali (17 gennaio), era particolarmente sentita. Una benedizione dedicata agli animali, portata direttamente dal Parroco in tutte le stalle. Quel giorno buoi e cavalli non lavoravano, era dato loro il fieno migliore. 
Il Filò si esauriva.
A fine febbraio le giornate si allungavano, la neve se n'era andata ed in campagna iniziavano i primi lavori. Il freddo era meno pungente e qualcuno disertava gli appuntamenti serali. Ai primi di marzo andavamo tutti: donne e bambini a rastrellare e a raccogliere i sassi nei prati del contadino che ci aveva ospitati, a compensare del lungo inverno trascorso nel tepore della sua stalla. 

Franco Turrina. (Roverbella MN- Loano )

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