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Riceviamo  da Bettina y Mariela Favero, e pubblichiamo con piacere questa breve storia  
 

Arrivò a Buenos Aires. "Una storia.... mille storie"

Questa é, brevemente, la storia di un italiano che come tanti e dopo anni di lavoro e di sacrificio, decise di cambiare vita, di migliorare la sua posizione o forse di allontanarsi dalla fame e dalla povertà. Sicuramente non era il suo desiderio lasciare il paese, la famiglia e gli amici ma non c'era un'altra uscita. 
Leggendo questo brano si può fare un rapporto con le storie di tantissimi italiani che un giorno del secolo scorso, o di  cinquant'anni fa, sono venuti a Mar del Plata. 
Ma loro sapevano come era questa città? Come si viveva? Sicuramente avevano uno zio o un cugino che aveva iniziato questa avventura un po' più prima e, attraverso le lettere, avevano qualche indizio sulla realtà che li aspettava. 
Sono convinta che la storia personale é unica ma a volte puó assomigliare a tante altre nelle quali i protagonisti non hanno la coscienza di questa somiglianza. La storia che conosco é quella del mio bisnonno. Un uomo che purtroppo non ho potuto conoscere ma che attraverso i racconti di mio nonno ho potuto sapere com'é stata la sua vita. Non voglio dire che con una singola vicenda si possa  illustrare la storia dell'emigrazione italiana verso Mar del Plata ma, tantissimi sono gli aspetti "comuni" a tante altre storie di italiani. 
Giuseppe é nato a Casacorba (Treviso) nel 1871. Un piccolo paese nella regione Veneto, vicino a Albaredo ed a Venezia . Non sapeva scrivere ma diceva che poteva leggere, almeno il giornale. Dopo aver lavorato come contadino ed anche aver fatto il servizio militare come "bersagliere", il nostro protagonista decise di cambiare vita. Non guadagnava molti soldi, gli stipendi erano bassissimi e la povertà era presente tutti i giorni. Con questa realtà, un giorno dell'anno 1898, Giuseppe si imbarcò su di una nave nel porto di Genova con destinazione "Argentina". Sicuramente lui non sapeva come sarebbe andata questa sfida ma era pieno di speranza e con tale sentimento si superano ostacoli e si gira il mondo.
Arrivò a Buenos Aires e senza fermarsi nemmeno un giorno in quella "metropoli" quasi europea prese il treno diretto a Mar del Plata. Una città molto diversa dall'attuale, con un centro pieno di palazzi proprietà dell'aristocrazia, con molto movimento d'estate e una vita tranquilla in inverno. In quel momento c'erano tantissimi italiani che arrivavano in città, chiamati dai parenti o da amici. Ma Giuseppe non restò nella città e si recò in campagna, nella zona di Chapadmalal dove c'era una cava di calce, e sarà da quel posto che ebbe inizio questa storia. 
I primi anni lavorava tutto il giorno così da poter risparmiare, poi iniziò un altro lavoro ma sempre in relazione con le costruzioni: prese in affitto alcuni terreni per allestire una piccola impresa che costruiva "mattoni". In alcuni anni, acquistò altre terre e consolidò la sua ditta. Contemporaneamente aveva contratto  matrimonio con Stella, (nata a Albaredo e con un'altra storia da raccontare) e con la nascita di tre figli: Angel, Antonio e Marina, dei quali il primo é mio nonno.
Dopo anni di lavoro continuo e di sacrificio, Giuseppe ha visto crescere la sua famiglia, sposare i suoi figli ed anche nascere i nipoti ma, quando poteva finalmente avere una vita tranquilla, muore. Non so se lui avrebbe voluto ritornare al suo paese ma sono convinta che amava molto la sua terra perché ha trasmesso a mio nonno ed anche al mio papà tantissime cose che oggi, dopo cent'anni dal suo arrivo, posso raccontarvi. Mi piacerebbe sapere di più ma almeno conosco alcune parole in dialetto veneto che, dopo aver ascoltato tantissime volte, restano nella testa ma anche nel cuore. A tutto ciò si possono aggiungere le storie e le tradizioni di una zona molto bella dell'Italia che ne mio nonno e neanche il mio papà hanno potuto conoscere ma che amano come se fosse propria. È questa la ragione per la quale io posso scrivere e sentire tutto questo.
Questo é un piccolo omaggio a tutti quelli che sono venuti con la speranza di costruire una vita migliore, senza fame e dolore, e che sono riusciti a farlo trasmettendo attraverso i propri discendenti l'amore per l'Italia.

 di Bettina Favero favero@statics.com.ar
(Approccio all'insegnamento)

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