Lombardi nel mondo

Scritti

Laura,
una piccola storia 
 di Maria Laura Chiarini

 

 

Maria Laura Chiarini, nata a Montichiari (Provincia di Brescia), emigrata da bambina con la sua famiglia nella città di Córdoba in Argentina.

Nel mese di Febbraio ci imbarcammo dall’Italia verso l’Argentina. La nave si chiamava “Ana C” ed il viaggio durò circa 25 giorni, a bordo c’erano molti bambini di tutte le età.  Ai miei occhi la nave appariva immensa e maestosa, la gente salutava, piangendo e abbracciandosi !!!  Ricordo come stringevo la mano di mia madre in quegli attimi, avevo molta paura mentre salivo la rampa di accesso al bastimento… Credo che anche gli altri bambini provassero lo stesso sgomento, un misto di confusione e di paura, non capivamo nulla.  Eravamo partiti mia madre, i miei tre fratelli ed io che ero la più piccola della famiglia. In pochi giorni ci abituammo alla routine di bordo, tutto era tranquillo, ma allo stesso tempo pieno di novità, stupita guardavo quell’enorme quantità d’acqua che mi circondava e quando alzavo la testa verso il cielo un altro immenso mare si apriva ai miei occhi, avevo la sensazione di essere seduta in mezzo ad una sfera blu che girava e girava senza fermarsi, questo mi faceva venire una specie di mal di mare, mi sentivo galleggiare, ma era uno stato in cui mi piaceva rimanere.  Tutte le mattine percorrevo la coperta con entusiasmo, c’erano gruppi di bambini che facevano giochi e gare, guidati da un prete, un parroco che faceva l’organizzatore…  Sembravano felici… Sembrava fosse una lunga e bella vacanza. La sera chiedevo mia madre che mi prendesse in braccio per vedere il mare che diventava blu scuro con dei riflessi dorati.  Ricordo anche con che stupore guardavo i pesci balzare fuori l’acqua, mentre inseguivano la nave sembrava avessero le ali, si libravano nell’aria e ripiombavano nell’acqua, la luce del sole rifletteva sui loro dorsi rendendoli iridescenti… sembrava danzassero per noi, era un spettacolo bellissimo e affascinante  !!!  Ci sono stati anche momenti difficili, tesi, che sono rimasti nella mia memoria, come quelle esercitazioni di sicurezza che si facevano nell’eventualità di un naufragio.  La gente diventava nervosa, i bambini piangevano e non volevano mettere il salvagente, le sirene squillavano senza sosta e la gente correva da un lato all’altro, rubandosi i giubbotti salvagente….  Abbiamo avuto anche delle forti tempeste, le onde sbattevano con impeto sul bastimento e lo scuotevano forte causando angoscia e nausea, specialmente ai bambini, fortunatamente poi ritornavano la quiete e la normalità.  Ero una bambina che osservava molto e vedevo che gli adulti avevano sempre i volti tesi, silenziosi ed erano spesso tristi. I miei fratelli maggiori (12, 11 e 9 anni) facevano spesso monellerie come quella di tentare di pescare con una pantofola allacciata ad un filo, buttandola nel mare una volta e un’altra ancora, mia madre ne aveva comprato un paio ad ognuno, ma non eravamo neppure a metà del viaggio che non ne avevamo più neppure una, erano finite tutte nel mare. Quanti ricordi mi vengono in mente di quei giorni di navigazione… Belli, intensi e indimenticabili momenti. Il primo maggio siamo arrivati al porto di Buenos Aires.  Tutto era confusione, emozione e giubilo, molte persone sostavano sul molo agitando fazzoletti e cappelli, muovendo le braccia per salutare i loro parenti, dalla coperta li vedevo molto piccoli e non riuscivo a distinguere ne mio padre ne mio fratello maggiore che già da un anno e mezzo abitavano in Argentina. Quell’incontro fu molto commovente, un misto di baci, abbracci, sorrisi e lacrime, mi strinsero tra le braccia e giocammo finché non mi addormentai.  Gli anni successivi furono molto duri, mancavano i cugini, i zii, la casa, l’aria, l’inverno, l’estate, il posto… Tutto si vedeva e si sentiva diverso. Anche i miei genitori si comportavano in maniera diversa, lavoravano dalla mattina alla notte, conversavano poco con noi e fra di loro, avevo la sensazione fossero sempre arrabbiati… Si doveva “Fare l’America”, dicevano. Ricordo le notti, quando andavamo a letto, mia madre ci portava qualche frutta o qualche dolce affinché ci addormentassimo contenti, ci dava un bacio e sempre, in quel momento, avrei voluto domandarle quando saremmo tornati a casa, ma la domanda rimaneva nel mio cuore e nei miei pensieri, non ho mai avuto il coraggio di porgliela vedendo il suo volto così stanco e triste e così mi addormentavo. Mio padre costruì la nostra prima casa nel quartiere Ameghino Sur nella città di Córdoba. In quel posto c’erano poche case ed eravamo molto isolati, sia l’energia elettrica che i trasporti passavano molto lontani, l’acqua si doveva prelevare da un serbatoio distante qualche isolato, non era facile adeguarsi a tutte queste cose così diverse.  Spesso c’erano tempeste di vento, che sollevavano molta terra e grosse erbe secche che volavano nell’aria assomigliando a grandi palle da calcio. Le notte erano molto buie e si vedevano brillare soltanto le stelle. I miei genitori ci avevano regalato una cavalla ed un puledro perché ci divertissimo e fossimo più felici e così passavano le giornate. I miei fratelli maggiori si ingegnarono per costruire una radio galena, questo ci entusiasmò tutti dato che ci prestavano le cuffie un po’ per uno e contribuì a sviluppare la nostra immaginazione e l’ingegno, ci permise di avere tutti i giorni qualcosa di diverso da fare e aggiunse delle nuove aspettative. Il passare del tempo può tutto…. Il luogo si popolò, traslocammo nel quartiere vicino, dove c’era una scuola comunale frequentata da molti bambini stranieri.  Ricordo gli insegnanti come se fosse oggi, avevano tanta pazienza e amore !! Si impegnavano ad insegnarci lo spagnolo, a contare, con molta cura, aiutandoci a fare i compiti ed anche portandoci nelle loro case la sera. I miei insegnanti furono veramente ammirevoli !!! Avevo imparato a parlare lo spagnolo, avevo già amici e amiche, arrivò l’adolescenza e con sacrificio studiavo la notte e lavoravo il giorno, dovevamo dare tutti una mano ai nostri genitori perché avevano tentato un nuovo affare: un pastificio. Si chiamava “La Lombarda”.  Collaboravamo per quello che potevamo, io avevo 15 anni circa, ero ancora un po’ bambina ma lavoravamo come gli adulti 10, 12 ore al giorno. Arrivò la gioventù, i fidanzati, i balli e ci eravamo abituati a vivere qui con gioia.  Più tardi ho formato la mia famiglia, ho avuto due figli e la grande responsabilità del duro lavoro che ci fa lottare per la vita e per essere migliori ogni giorno… in questa lotta mi sono quasi dimenticata della mia Patria lontana.. Solo quando sono diventata nonna per la prima volta, come un flash, mi sono chiesta quanto tempo fosse trascorso da quando ero piccola, là in Italia,...molto... Con i ricordi è comparsa la nostalgia che si è insinuata come un vermicello penetrando nel mio cuore… Fu così che si concretizzò il desiderio di entrare in contatto con gente con le mie stesse origini. Mi sono accostata a loro timidamente e ho cominciato piano piano a parlare la mia lingua. Lo facevo male, ma non importava, stavo imparando.  Volevo sentirmi un po’ più vicina all’Italia… Leggevo riviste italiane, ascoltavo la RAI, andavo alle cene delle diverse collettività italiane e partecipavo a tutte le attività in relazione con gli italiani… Questo mi faceva stare molto bene.  Credo che lo sradicamento abbia lasciato delle ferite nel mio cuore e nella mia mente che mai avevo voluto vedere e che avevo sempre negato… Prima o poi tutto affiora e quello che è sommerso esce alla luce. In quello stesso periodo i miei genitori e i miei fratelli tornavano per diverse ragioni (lavoro, piacere, ecc) in Italia e cominciai a sognare di poterlo fare pure io, un giorno. Ma si doveva aspettare ancora… o probabilmente non facevo abbastanza per riuscirci. Finalmente arrivò il momento.  Nel 1999 avevo iniziato a studiare Belle Arti, scultura, risparmiando centesimo su centesimo e con lo sprone e l’entusiasmo degli amici che mi sostenevano, entrai in contatto con il Comitato degli Italiani all’Estero di Córdoba. Il 3 agosto 2000 sono partita verso la terra dove ero nata 55 anni prima. Quando sono arrivata ho avuto la sensazione di non essermene mai andata via, mi sono sentita completa, come se in quel posto avessi trovato l’altra metà della mia anima, le strade, il profumo dell’aria, le case... era tutto esattamente come lo ricordavo, la pace che mi invadeva mi ricordava i giorni felici dell’infanzia. Ho visitato Venezia e quel giorno ho toccato il cielo con un dito…. poi Roma, Firenze, il lago di Garda con la sua immensità e altre zone, per me tutte belle e importanti. Tante persone gentili con il loro amore e il loro calore hanno fatto in modo che il mio viaggio fosse indimenticabile! Mia nipote, mia sorella, i miei cugini e cugine, i loro amici e i loro conoscenti mi hanno concesso il loro tempo, mi hanno trasmesso il loro entusiasmo durante tutti i 60 giorni del mio soggiorno. Sono ritornata a Córdoba con il cuore pieno di arte e di forza.  Ho finito il mio corso e oggi dedico qualche ora del giorno a modellare l’argilla come faceva mio padre nella sua giovinezza là in Italia… Ricordo come nel cortile della mia casa, nel suo tempo libero, modellasse... Avevo appena tre anni, mi sporgevo da una finestra della cucina e osservavo come in maniera magica, l’argilla si trasformasse in qualcosa di bello come il volto di sua madre e altre cose.. Quando modello ho la sensazione che lui sia ancora vivo e mi osservi. Un giorno mostrai i miei lavori ad un figlio d’italiani, il Dottor Rodolfo Borghese che mi incoraggiò e comprò alcune delle mie opere, gli sono molto grata per avermi dato fiducia e per avere creduto in me, è grazie a lui che alcuni miei lavori sono esposti nella Scuola Dante Alighieri... Così ho realizzato il sogno di diventare artista. Il mio ritorno anche ha mobilizzato in me il bisogno di cantare perché facendolo rivivo i momenti felici dell’infanzia quando mia madre interpretava pezzi d’opera e noi, seduti vicino il focolare, ci godevamo la sua voce soave nelle notti d’inverno. Un gruppo di amiche del Comitato ha avuto l’idea di allestire un coro e mi hanno invitato a partecipare, mi è sembrato fantastico e così ho iniziato la mia attività corale. Giorno dopo giorno si aggiungevano nuove persone, tutti quanti figli o nipoti d’immigranti o loro stessi provenienti da diverse zone dall’Italia. Così si è formato un gruppo con tante cose in comune, fra queste l’amore per il canto, ma credo che principalmente ci accomuni tutti un forte sentimento, la nostalgia del tempo vissuto là in Italia. Oggi ho 59 anni, due figli, tre nipoti e di tutto cuore ringrazio ai miei genitori che hanno fatto l’impossibile per noi.   L’Argentina mi ha dato tanta felicità quanto la terra natia che mi manca immensamente. Sogno di ritornare in Italia un’altra volta e desidero che anche i miei figli e i miei nipoti possano conoscere quel bel paese.  Ho avuto il coraggio di raccontare in queste poche pagine il lontano tempo vissuto, passato tanto in fretta, perchè per me è sempre presente come si fosse ieri.


Maria Laura Chiarini
mariachiarini5@hotmail.com

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