URANIO IMPOVERITO: UN CASO VERAMENTE "SCOTTANTE"
di Rocco Antonio DE LUMÈ


In questi ultimi tempi si è fatto un gran parlare della questione "uranio impoverito": la notizia dei decessi di alcuni militari che avevano preso parte alle Peace Support Operations (operazioni di sostegno per il mantenimento della pace) nell'area balcanica ha avuto una vasta eco - grazie ad un "considerevole" interessamento dei mass-media - presso l'intera opinione pubblica del Globo.
Le molte voci incontrollate (susseguitesi in maniera veramente abnorme) e, soprattutto, la morte ravvicinata di due militari italiani ammalati di leucemia, hanno fatto puntare il dito contro l'uranio depleto (DU) impiegato dagli aerei (controcarro) dell'Alleanza Atlantica sia in Bosnia (1994-1995) che nel Kosovo (1999). Addirittura, si è messa in discussione la stessa struttura della NATO, colpevole - secondo alcuni - di aver colpevolmente taciuto in merito all'effettiva pericolosità dei proiettili usati in occasione delle campagne aeree svoltesi durante le operazioni nei Balcani. 
In realtà, i prodromi di quello che è diventato, ormai, un vero e proprio "giallo" internazionale si erano già avvisati qualche anno fa, da quando - cioè - negli Stati Uniti è scoppiata una violenta polemica relativa all'impiego del "DU" durante l' Operazione Desert Storm nel 1991.
Da più parti si discute molto dei numerosi soldati ricoverati con sintomi leucemici, ma - al momento - non esistono dati ufficiali anzi, non esistono dati, ma solo dei "si dice" (se si escludono i casi provati relativi alla morte dei due militari che avevano operato in Bosnia tra la fine del 1998 e l'inizio del 1999): si sono fatte, in poche parole, solo congetture.
Altra cosa è, ad onor del vero, dimostrare scientificamente il rapporto di causa-effetto tra le due situazioni! 
Lungi da me un qualsivoglia tentativo di propendere per l'una o l'altra soluzione (semplicemente, auspico che si possa presto addivenire ad un chiarimento certo e definitivo in merito a questa problematica), mi limiterò a fare una mera descrizione dei "dati scientifici" e, pertanto, incontrovertibili in nostro possesso fino ad oggi.
Tutto il resto, potrà essere dettato dall'intelligenza e dal buon senso dei lettori che, di conseguenza, saranno liberi di fare le loro personali considerazioni e trarre, se si sentono di farlo, le loro legittime conclusioni.

Caratteristiche dell'uranio impoverito
L'uranio è un metallo pesante che si trova in piccole quantità in rocce, suolo, aria, acqua e cibi. Nella sua forma naturale, è costituito da 3 isotopi, con una netta prevalenza dell'isotopo 238. Tutti gli isotopi dell'uranio sono radioattivi e decadono emettendo una particella a in altri isotopi, ancora radioattivi. A causa della sua grande vita media (4.468x109 anni), l' U238 ha un'attività molto bassa; per utilizzarlo nei reattori nucleari o nelle armi nucleari, è necessario arricchire l'uranio naturale con gli isotopi fissili U235 e U234. Il materiale che ne deriva è noto come uranio arricchito e la sua concentrazione di U235 in peso varia tra il 2% ed il 90%. Il materiale di scarto di questo processo è noto come uranio impoverito (DU) e contiene meno dello 0.7% di U235. Per le applicazioni militari, viene utilizzato DU contenente lo 0.2% di U235. Il DU è meno radioattivo dell'uranio naturale di circa il 40% e di circa 1 ordine di grandezza meno dell' uranio arricchito.
Con un'attività di soli 14.8 mBq/mg, il DU è classificato nella fascia più bassa di rischio fra gli isotopi radioattivi.
Il DU possiede delle uniche proprietà fisiche quali la densità elevatissima (19 g/cm3, 1.7 volte maggiore della densità del piombo) ed una notevole duttilità; inoltre, l'uranio è piroforico, cioè delle piccole particelle prendono spontaneamente fuoco in aria. 
Grazie a queste proprietà fisiche, viene utilizzato comunemente per applicazioni in medicina (schermi per radiazioni), aviazione (contrappesi e zavorre), mineralogia (apparecchiature per le escavatrici nei pozzi petroliferi), ed applicazioni militari. Il DU, infatti, è particolarmente efficace come corazza o blindatura e garantisce una maggiore penetrazione dei proiettili che sono in grado di perforare le corazze dei mezzi blindati. E' utilizzato nelle Forze armate in USA, Gran Bretagna, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Thailandia, Israele e Francia.
I rischi legati all'utilizzo di DU sono, però, in primo luogo di tipo chimico. Come tutti i metalli pesanti, l'uranio è tossico, e gli organi maggiormente interessati sono i reni. I potenziali effetti nocivi, sia tossici che radioattivi, sono legati alla sua incorporazione all'interno dell'organismo, che può avvenire in 2 modi: per ingestione o per inalazione. Nell'ambito militare, esiste una terza via: l'impatto di un proiettile di DU su di un blindato, o di un proiettile convenzionale su una corazza di DU, producono polveri e aerosol che prendono rapidamente fuoco in aria.

Metabolismo dell'uranio
L'uranio ingerito, inalato o presente nei frammenti di proiettile incorporati, può essere solubilizzato dall'organismo e depositarsi in diversi organi; normalmente, esso è distribuito in tutti i tessuti dell'organismo, in quantità comprese fra i 2 ed i 62 mg.
L'uranio inalato e, soprattutto, le particelle di minori dimensioni (<10mm) si depositano nei bronchi e, in particolare, negli alveoli. L'80% dell'uranio depositato viene, però, rimosso dai meccanismi mucociliari dei bronchi e, quindi, ingoiato, passando nel tratto gastrointestinale, da dove viene rapidamente escreto. Circa l'1% dell'uranio inalato finisce nel sistema sanguigno, entrandovi dai polmoni, dai linfonodi o dall'intestino. Per quanto riguarda l'uranio ingerito, una frazione compresa fra 0 e 2.5% viene assorbita dall'intestino, mentre il rimanente viene escreto.
Complessivamente, circa il 90% dell'uranio inalato o ingerito viene escreto con le urine nel giro di tre giorni.
Il tempo di dimezzamento effettivo, ovvero il tempo necessario affinchè la metà della quantità di radionuclide venga eliminata dall'organo, è -quindi- completamente dominato dal tempo di dimezzamento biologico, ed è dell'ordine di un giorno. A causa di questa insufficiente eliminazione, l'analisi della concentrazione di uranio nelle urine costituisce una misura sensibile dell'esposizione al metallo. In condizioni normali, ogni individuo elimina dai 50 ai 500 ng di uranio al giorno attraverso le urine.
L'uranio che non viene escreto si distribuisce in tutti gli altri organi, principalmente nelle ossa, nei reni, nel fegato, nei polmoni, nel grasso e nei muscoli.
Poichè, nel caso militare, sono gli ossidi ad essere inalati, la loro scarsa solubilità ne diminuisce il rischio di tossicità chimica, mentre ne esalta la pericolosità radiologica.


Tossicità chimica
Il principale organo interessato per la tossicità dell'uranio è il rene. Secondo la Health Phisics Society, le dosi soglie di inalazione sono di 8 mg per effetti transienti sul rene e 40 mg per danni permanenti. Questi limiti sono basati principalmente su studi sui lavoratori delle miniere di uranio o su animali, in cui -però- si utilizzavano composti solubili dell'uranio. Nei cani, per esempio, la soglia per l'induzione di blocco renale provocato da un'endovena di uranio è di 10 mg/Kg.
Non esiste alcuno studio epidemiologico sull'uomo in grado di dimostrare effetti tossici degli ossidi di uranio. Si sono verificati, però, un certo numero di incidenti nelle centrali nucleari, a causa dell'esplosione di uranio metallico in aria mentre venivano maneggiati da lavoratori. In questi casi, è possibile avere aerosol con concentrazioni molto alte di uranio (decine di mg/m3 in aria), che sono chiaramente visibili.
Per quanto riguarda i reduci della Guerra del golfo, in nessun caso sono stati riscontrati segnali di disfunzioni renali, nè acuti (durante la guerra) nè cronici (dal follow-up dei reduci che continua ancora ora). Le analisi delle urine danno oggi valori nella norma (come è ovvio, vista la velocità di escrezione dell'uranio), con l'eccezione dei reduci con frammenti di proiettile all'interno del corpo. Poichè il rene è l'organo più sensibile all'uranio, la mancanza di patologie renali suggerisce che i livelli di esposizione caratteristici nel caso militare sia talmente bassi da non risultare tossici. D'altra parte, è molto improbabile che l'esplosione di munizioni al DU possano aver provocato concentrazione di uranio nell'ordine di mg/m3, anche per brevi periodi. All'esterno dei veicoli colpiti, il vento ed il successivo fall-out al suolo disperdono molto rapidamente i fumi di qualsiasi materiale. I vapori possono essere trasportati anche a chilometri di distanza, prima di depositarsi sul terreno, dove il metallo potrebbe entrare nella catena alimentare o inquinare la falda acquifera. In questo caso, potrebbe esservi un pericolo di contaminazione per la popolazione residente in Iraq. 

Irradiazione interna
Il rischio legato all'inalazione di radionuclidi è quello del cancro. L'uranio insolubile depositato nei bronchi emette particelle a che colpiscono le cellule basali. 
Come per tutti i casi di contaminazione interna, la dose equivalente legata all'inalazione di uranio è proporzionale alla sua attività, nonchè all'energia ed al fattore di qualità delle particelle emesse. Per costituire un rischio radiologico, le quantità di uranio inalate dovrebbero essere talmente elevate da provocare danni acuti al rene (e tale effetto non è mai stato osservato) Peraltro, come notato in precedenza, appare improbabile che nello scenario bellico si siano sviluppati fumi con concentrazioni di uranio dell'ordine dei mg/m3 e va tenuto presente che anche 10mg/m3 di DU corrispondono a circa 150 Bq/m3, un'attività comune in molte abitazioni in Italia a causa del radon e, comunque, inferiore alla soglia di attenzione di 200Bq/m3.
L'inalazione di DU appare, quindi, un rischio minimo per i soldati, ma la situazione potrebbe essere diversa nel caso della popolazione. L'uranio lasciato sul campo di battaglia viene lentamente trasportato dal vento e respirato, ed il fall-out può contaminare le falde acquifere ed entrare nella catena alimentare. Benchè tale contaminazione comporterebbe concentrazioni di uranio molto basse (ben al di sotto di ogni effetto somatico), non tutto appare chiarito sugli effetti stocastici dell'uranio inalato o ingerito. L'esposizione della popolazione, inclusi i bambini, è sicuramente diversa da quella dei lavoratori delle centrali nucleari, dei minatori e degli stessi soldati. Sotto questo punto di vista, gli effetti genetici sono quelli che destano maggiore preoccupazione. Benchè si sia visto che l'attività del DU è molto bassa, la maggior parte degli studi sul metabolismo riguardano composti solubili dell'uranio, laddove nello scenario della guerra si inalano principalmente ossidi insolubili, meno tossici dal punto di vista chimico, ma con tempi di permanenza più lunghi nei schermata tenuta a contatto con la pelle, il rateo di dose equivalente alla pelle è di circa 1.4 mSv/giorno per grammo di DU. La dose agli organi interni è, ovviamente, minore.
La dose esterna prodotta dal DU è stata accuratamente misurata nei carri armati Abrahms M1 impiegati nella Guerra del Golfo. Questi carri hanno una corazza in DU e trasportano proiettili di DU. Essi rappresentano, quindi, il punto di massima esposizione a radiazione esterna da DU per i soldati durante la guerra. 
Il pericolo maggiore per l'irradiazione esterna è, però, quello di contaminazione ambientale, vale a dire per le popolazioni residenti dell'Iraq o, adesso, del Kosovo. Fonti irachene hanno denunciato un'elevata incidenza di leucemia nei bambini, malformazioni genetiche ed anemie nella popolazione di Bassora. Tali effetti sono stati attribuiti proprio al DU lasciato in Iraq. La prima informazione necessaria è quella della quantità di DU che è attualmente depositata in Iraq. Un rapporto riservato dell' Agenzia Atomica Inglese - resa nota da fonti giornalistiche - parla di 14.000 proiettili utilizzati durante la Guerra del 1991. Secondo fonti irachene, sarebbero stati invece sparati circa 940.000 proiettili al DU. Assumendo questa ipotesi più pessimistica e considerando che ogni proiettile pesa circa 300 grammi, nell'area bellica (compresa tra il Kuwait, l'Arabia Saudita e l'Iraq meridionale) vi sarebbero ora 300 tonnellate di DU. Considerando l'attività del DU ed il fattore di conversione per la dose equivalente nel caso di irradiazione esterna, se ne deduce che, se supponiamo di raccogliere queste 300 tonnellate in unico punto e di avvicinarci ad esso, il rateo di dose alla pelle sarebbe di circa 300 mSv/min. Una permanenza di circa 15 minuti risulterebbe, quindi, letale per l'ipotetico osservatore. Naturalmente, qui si è fatta l'ipotesi assurda di concentrare tutto l'uranio in un unico punto e di porlo a contatto con il corpo. La situazione reale è quella di un grosso numero di proiettili di 300 grammi, disseminati in un'area enorme, per lo più desertica.
Considerando le stime di rischio di cancro da radiazione, un soggetto adulto dovrebbe tenere addosso il proiettile per oltre un anno, per vedere la sua probabilità di avere una leucemia aumentare dell'1%. Ovviamente, il discorso potrebbe essere diverso se i proiettili fossero disseminati in zone altamente abitate, provocando un'esposizione cronica continua, in particolare ai bambini, ed anche rischi più elevati di ingestione o inalazione di uranio ossidato. Purtroppo, notizie precise sulla situazione nell'Iraq meridionale non sono disponibili.

Frammenti interni
I frammenti interni di DU, così come le ferite contaminate con polveri di DU, rappresentano un problema del tutto nuovo rispetto a quello della inalazione/ingestione di uranio, ampiamente studiato in letteratura. Soprattutto dal punto di vista del rischio da radiazione, il caso dei frammenti interni è molto diverso da quello precedente e si avvicina, in qualche modo, alla brachiterapia. In questo caso, il rischio è legato alle particelle a, ma -contrariamente a quanto avviene nel caso dell'inalazione o dell'ingestione- le masse sono considerevoli e il DU non viene rapidamente espulso dall'organismo. Poiché le particelle a emesse hanno un range di soli 28mm in tessuto, solo una piccolissima porzione di tessuto attorno al frammento viene esposta.
Gli unici studi disponibili sono quelli relativi ai reduci della Guerra del Golfo e, in particolare, ai soldati coinvolti in incidenti di "fuoco amico", ovvero erroneamente colpiti dai loro stessi commilitoni. Durante l'Operazione Desert Storm, 13 soldati sono rimasti uccisi a causa del "fuoco amico" e molti di più feriti. Il numero esatto non è noto, ma in almeno 22 casi sono stati registrati radiograficamente dei frammenti di DU all'interno del corpo dopo l'incidente. 
Gli effetti biologici e fisiologici di questi frammenti non sono chiari. Uno studio congiunto dell'AFRRI (Armed Forces Radiobiology Research Institute), dell 'ITRI (Inhalation Toxicology Research Institute) e dell'Università del New Mexico è stato finanziato dal governo federale per studiare questo nuovo fenomeno. La ricerca è attualmente in corso. Risultati preliminari sono stati comunicati in ratti nei quali sono stati impiantati frammenti di DU di peso e posizione differente. Si è osservato un aumento della concentrazione di uranio nel rene, nelle urine e nelle ossa, ma non è stata riportata nefrotossicità. Sorprendentemente, un'elevata concentrazione di uranio è stata misurata anche nell'ippocampo, benché non sia stata osservata neurotossicità.
I partecipanti al programma del Baltimore Medical Center hanno diversi problemi di salute, la maggior parte dei quali legata alle ferite riportate durante la guerra. Tuttavia, non sono stati riscontrati nè sintomi legati all'esposizione a radiazione ionizzante, né alterazioni nelle funzioni renali. I test psicologici previsti dal programma riguardano l'attenzione, la memoria e la capacità di risolvere i problemi. Nel suo insieme, il gruppo di reduci ha riportato risultati normali in questi test psicologici. Confrontando questo dato con quelli ottenuti nei ratti all'AFRRI, si ha un'indicazione per un potenziale effetto dell'uranio a livello neurocognitivo, che rimane da investigare.


Mantovaninelmondo 2001
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