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STORIE DEL PO

La professoressa LIDIA BEDUSCHI di Mantova ha curato la recente realizzazione del volume "STORIE DEL PO" edito dalla COOP consumatori nordest.
Queste "storie" sono state raccolte attraverso le straordinarie testimonianze di personaggi che, avendo trascorso la propria esistenza sulla sponda del nostro fiume, hanno potuto fornire all'autrice un racconto inedito per quanto attiene la storia infinita del nostro Po.
Le dodici facciate del libro dedicate alla sponda sermidese, riportano testualmente la conversazione offerta dal nostro massimo rappresentante: Lino Gavazzoni dal suo Barachin; in rigoroso dialetto.
Abbiamo fatto pervenire i nostri complimenti alla professoressa Beduschi che, nell'occasione, ha concesso a Sermidiana la possibilità di attingere qualche "storia" da offrire ai nostri lettori.
Usufruendo di questa concessione, vorremmo segnalare il gustoso racconto dedicato a
BRAGHIN e la CELESTA
La storia si sviluppa a Sustinente. Isola di Rodi.
Braghin e Celesta, marito e moglie, vivono sull'isola in una casetta con animali domestici, da pignatta e da lavoro. Tra questi, un asinello utilizzato per le operazioni agricole. Per la spesa, la messa e l'incontro con gli amici e conoscenti, i nostri eroi attraversano quasi quotidianamente il fiume con una barca. Autunno 1974. Una delle ben note maledette piene del Po. L'acqua sommerge l'isola. La casetta di Braghin e la Celesta viene coinvolta lentamente fino al primo piano costringendo gli sventurati al trasferimento possibile di roba e animali, asino compreso, nel granaio. Tutti i tentativi di Celesta di strappare Braghin dal granaio risultano inutili e quindi, con una barca, raggiunge la riva, da sola.
Questo, in sunto, la prima parte della "storia".
La conclusione, la offriamo ai lettori tra virgolette.
"I soldati volevano portarlo via per sistemarlo al sicuro in paese ma chi avrebbe badato alle bestie! Poi, aggiunse la scriteriata, Braghin era furbo: lui, non si sarebbe lasciato prendere. Intanto, dal fiume che ribolliva, sentimmo il sordo rumore di un motoscafo che ritornava dall'isola: era un mezzo anfibio che avanzava a fatica tagliando in diagonale la corrente. Notai che lasciava dietro di sé una scia di fumo ed un sentore di bruciato si mischiava agli umidi odori della boschina. Attraccò con difficoltà e i soldati scesero imprecando: la missione era fallita. Alle persone che si erano radunate accanto a loro spiegarono che avevano legato il mezzo anfibio al comignolo della casa e mentre un soldato stava al timone, gli altri erano entrati dal finestrino del granaio per convincere Braghin a mettersi in salvo seguendoli. Appena ebbe la conferma che l'asino non avrebbe potuto seguirlo, si ammutinò: o tutti e due o nessuno, fu il suo ultimatum. Mentre all'interno del granaio si svolgevano queste trattative, all'esterno si verificava un incidente: la forza della corrente obbligava il motoscafo, che si trovava in posizione contraria, ad aumentare sempre più i giri del motore, il quale, ad un certo punto, cominciò a fondere. Di fronte alla scelta di convincere Braghin a lasciare l'asino o salire sul motoscafo prima che bruciasse, ovviamente, i soldati, scelsero quest'ultima. In quel paesaggio scheletrico la celesta sogghignava: Braghin ce l'aveva fatta! Credo che ormai, oltre che un salvataggio, si stesse disputando una sfida. Tra Braghin e l'esercito.
Toccò, allora, all'elicottero di entrare in azione. Il pilota, dopo aver fatto dei giri concentrici, si abbassò lentamente, facendo attenzione affinché le pale non urtassero i rami dei pioppi. Dalla cabina fu calata una scaletta di corda e, con un megafono il secondo pilota incitava il naufrago ad uscire dal granaio e di aggrapparsi alla scaletta: ma di Braghin neanche l'ombra. Non contai quanti giri avesse fatto l'elicottero sopra la casa, tutti a vuoto naturalmente, mentre la Celesta, guardandosi intorno mormorava: 'stat lì Braghin, con al tu asnìn!'
Cominciava a farsi buio, l'acqua ruggiva rabbiosa e l'esercito desistette, per quella sera, dal salvataggio. I pochi curiosi rimasti sull'argine se ne stavano andando, ridendo e commentando ad alta voce: Braghin, quel pomeriggio, aveva esorcizzato l'atavica paura della piena.
Anch'io decisi di tornare a casa: chissà mia madre come avrebbe accolto il mio impermeabile e i miei mocassini inzaccherati.
Mi chinai per salutare la Celesta. Lei, guardinga, con un cenno del capo mi indicò qualche cosa posata fra l'erba bagnata dell'argine. Era uno sportino, il suo sportino di 'carèsa' intrecciata. Dentro, mi disse a bassa voce, c'era la cena di Braghin. 'quando tutta questa gente se ne sarà andata, lui, prenderà la barca, che è legata al comignolo, e verrà a prendere da mangiare'.
'Anzi' aggiunse sogghignando, 'l'è mei c'ad vaghi via anca ti: chisà che fam al g'avrà cal povr'om' "


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