Appunti di viaggio di un giornalista RAI  al seguito del presidente Ciampi
Argentina, seconda Italia
Dall' Inviato speciale del Tg2
Luciano Ghelfi


Ci sono 14 Ghelfi nell'elenco telefonico di Buenos Aires, addirittura 21 in quello di Rosario. A Mantova, mia città d'origine, ce ne sono una decina soltanto. Si tratta di un dato molto personale e assolutamente parziale, ma forse è l'immagine più rappresentativa, per quanto mi riguarda, dell'altra Italia che ho scoperto in Argentina e della cui esistenza avevo appena una debole percezione.
Nonostante in Argentina siano presenti quasi tutti i cognomi italiani immaginari e possibili, indice di tanti legami e parentele con chi è rimasto nelle terre d'origine, nella madrepatria parlare delle nostre comunità all'estero non fa notizia, non merita grandi spazi sui giornali e neppure muove troppo interesse da parte del mondo politico. Non si spiegherebbe altrimenti l'arenarsi nel marasma degli ultimi giorni della legislatura della legge che doveva dare pratica attuazione alla riforma costituzionale che ha introdotto il diritto di voto degli italiani all'estero. 
Sulla questione in Argentina l'interesse è alto, e del resto non potrebbe essere altrimenti, con quasi seicentomila passaporti italiani in circolazione e la prospettiva, prima o poi, di eleggere un senatore e due deputati da spedire a Montecitorio e Palazzo Madama. Il presidente Ciampi si è prodigato nello spiegare che comprendeva il senso di delusione, ma che un risultato storico era comunque già stato raggiunto, con l'iscrizione di un nuovo diritto nella nostra carta fondamentale, quello che gli italiani all'estero hanno ad essere rappresentati nel parlamento nazionale. 
Ma parlando con la gente di Buenos Aires e di Rosario l'impressione che si ricava è che il diritto di voto sia visto dai più come una sorta di simbolo del legame con la patria lontana, e non tanto come una battaglia da ultima spiaggia. Ci sono, infatti, altre cose meno politiche e più pratiche in cima alle priorità della comunità italiana d'Argentina. Le richieste più pressanti al governo di Roma sono di un sostegno materiale.
Ti spiegano che l'inflazione galoppante degli anni Ottanta è stata debellata grazie a drastiche misure economiche, prima fra tutti la parità del cambio fra il peso ed il dollaro, imposta da un ministro d'origini italiane, Domingo Cavallo. A quella parità l'economia argentina si è però impiccata, e l'inflazione ha lasciato il campo alla recessione, ad una crisi che ha colpito soprattutto la piccola borghesia, una stagnazione dell'economia che impedisce di risanare i conti dello Stato. E così si parla di nuove misure ancora più drastiche, che lo stesso Cavallo, richiamato precipitosamente in servizio, dovrà imporre al paese. 
L'immagine della recessione sono due anziani, un uomo ed una donna, che davanti al teatro Coliseo distribuiscono per un dollaro (o per un peso, tanto non c'è differenza) una specie di coccarde fatte infilzando in uno spillo tre pezzettini di stoffa bianca, rossa e verde. La crisi economica non risparmia nessuno, ed ha messo in ginocchio molti anche nella comunità italiana. Naturale allora che il pensiero corra a quella patria lontana che viene vista come ricca ed avara di supporti. 
Con compostezza, ma anche con chiarezza lapidaria, i rappresentanti della comunità italiana rappresentano al presidente Ciampi la necessità di fare qualcosa per chi si trova in condizioni d'indigenza, specie per gli anziani. La madrepatria fa ben poco, anzi gli Ospedali Italiani, figli delle società di mutuo soccorso del secolo scorso, sono stati praticamente privatizzati. Di conseguenza oggi bisogna pagare le prestazioni e molti non se lo possono permettere. Con in più la rabbia di sapere che si tratta dei nosocomi più attrezzati del paese, come viene orgogliosamente mostrato al Capo dello Stato durante la visita, tanto a Buenos Aires, quanto a Rosario.
Simile è la situazione per quanto riguarda le scuole italiane: livello ottimo, ma rette onerose per una famiglia normale, e così rischiano di diventare ogni anno di più scuole per soli ricchi. Del resto dall'Italia di soldi ne arrivano pochi. Per di più, mi spiegano, arrivano anche nella maniera sbagliata, perché quando un professore venuto dall'Italia guadagna esattamente dieci volte di più del collega argentino che gli siede accanto, è inevitabile che si vengano a creare fortissime tensioni. Quei professori, per di più, al Ministero degli Esteri che li seleziona e li invia per il mondo costano una fortuna. Con gli stessi soldi, assicurano i diretti interessati, le scuole italiane d'Argentina potrebbero procedere ad un proprio reclutamento autonomo in Italia con sensibilissimi risparmi, destinando il resto dei fondi alla riduzione dei costi e, di conseguenza, delle rette. Se i soldi sono pochi e per di più spesi male, spiegano, la battaglia caldeggiata dalla stesso Presidente Ciampi per la difesa della lingua e della cultura italiana diventa un'autentica lotta contro i mulini a vento. 
Eppure si tratta di una battaglia decisiva per la presenza culturale della lingua di Dante. L'allusione non è casuale, perché fondamentale è il ruolo che giocano le tante sezioni della società Dante Alighieri sparse per l'Argentina. Oggi poi c'è un'arma in più, ed è fornita dalla tecnologia, che ci permette d'informarci in tempo reale: il Corriere della Sera e la Repubblica sono venduti in abbinata con due dei maggiori quotidiani argentini, Internet consente a tutti di rimanere in costante contatto con la realtà italiana anche se i chilometri che separano Roma da Buenos Aires sono più di undicimila. 
Il problema è capire quanto questo interessi realmente a chi a Roma detiene le leve del potere. La vicenda del diritto di voto è emblematica: a parole tutti d'accordo, poi fuggi fuggi generale quando si è trattato di far un po' di posto ai rappresentanti dell'emigrazione italiana in parlamento. Rinunciare a 18 seggi di deputato e di senatore senza aver chiaro chi li sarebbe venuti ad occupare ha spaventato più di una forza politica, tanto a destra quanto a sinistra. Risultato: non se ne è fatto niente.
E di certo non dimostra maggior attenzione il servizio pubblico radiotelevisivo che, attraverso RAI International, fornisce dell'Italia un'immagine distorta e francamente insufficiente. Fra l'altro, tante sono le lamentele verso un canale che dovrebbe essere tutto orientato alle esigenze dei residenti all'estero, ma propone poche cose realmente interessanti oltre ai telegiornali, al calcio della domenica e, una volta l'anno, Sanremo. Qui addirittura gli italiani all'estero (proprio quelli di Buenos Aires) stavolta sono stati maltrattati in diretta da un presentatore che forse non si rendeva conto chi fossero i suoi interlocutori, ma in compenso si è meritato il rimbrotto aspro e sincero della signora Franca Ciampi.
E' un'amnesia colpevole quella che una terra di emigranti come l'Italia dimostra verso chi ha cercato fortuna in terra straniera, e talvolta non l'ha neppure trovata. Ma questi milioni di persone non si meritano tutto questo. Con quasi assoluta certezza bisogna ammettere che c'è più attaccamento alla patria qui, in Argentina, piuttosto che all'ombra del Cupolone, della Madonnina o del Vesuvio. E lo hanno dimostrato al Presidente Ciampi gli oltre 5000 italiani e figli d'italiani che lo hanno accolto sulla spianata del monumento alla Bandiera, a Rosario. Un'adunata all'aperto dal colpo d'occhio impressionante, più del doppio della gente che stipava il teatro Coliseo.
Ho visto gente commossa, giovani ed anziani, fiera di sventolare quel tricolore che in patria ormai viene esibito solo allo stadio, perché in altri contesti viene considerato anacronistico. Il Capo dello Stato ha parlato dell'emozione più forte provata nei suoi due anni di presidenza. Noi giornalisti che lo seguiamo spesso possiamo confermarlo: si tratta del raduno più imponente che abbia mai accolto Ciampi, in Italia o all'estero. Ed essere a così tanta distanza dalla Penisola ne moltiplica all'infinito il valore. Ma in Italia questo sembra interessare a troppo poche persone.

Quel che in Italia non sanno degli italiani d'Uruguay

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