Notiziario n°46
dell
'Associazione Mantovani nel Mondo n°16 del 14/02/2000

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SOMMARIO notizie principali:

     
Brasile : dilaga l'Italia mania da telenovela     Tradizioni:l'ultimo buriel
Forum Italo-latinoamericano: sviluppo e piccola impresa comunicato stampa
Filippine:Graziato il killer di padre Favali . Testimonianze e fatti Marcia della pace a Mantova
Incontro con l'alpinista De Stefani   La storia della "GAZZETTA"
Emigra a Sydney e trova una miniera d'oro Alla ricerca della tomba del duca Guglielmo
 

APPELLO PER UNA DONAZIONE DI MIDOLLO  
Stiamo cercando un donatore di midollo, gruppo sanguigno B positivo, che sia cosi' altruista da accettare i rischi che un  trapianto comporta.  Se c'e' qualcuno che vuole salvare una vita, per favore scriva a questo indirizzo: jbiast@on-luebeck.de e gli verranno fornite  informazioni piu precise dai genitori della ragazza  ammalata.  GRAZIE!


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Brasile, dilaga l’Italia-mania da telenovela
La nuova passione, che nasce da una saga familiare di emigranti, contagia linguaggio e abitudini.
I nostri consolati a caccia di documenti di bisnonni

Ogni sera 50 milioni di persone guardano alla tv «Terra Nostra». Ed è boom nelle richieste di doppio passaporto L’ultima moda è la pizzeria Persino McDonald’s ha lanciato i panini McBuono e McBello RIO DE JANEIRO . Se vi capita in questo periodo di fare un viaggio in Brasile e un parcheggiatore di San Paolo vi aiuta a sistemare la macchina al grido di «va bene così», una commessa di Rio vi accoglie come «bambino mio» mentre a Recife, Fortaleza o Bahia siete circondati di «è vero», «ecco» o magari «benedetto» non c'è da preoccuparsi, non è una presa in giro. Forse siete stati riconosciuti dalla Lacoste o dalle Timberland. Di sicuro siete circondati da un popolo che vi ama. È che milioni di brasiliani, da tre mesi, hanno iniziato a usare espressioni in italiano, e sempre le stesse, in ogni frangente della vita quotidiana. Potenza della tv e, naturalmente, della telenovela della rete Globo alle otto di sera, la messa laica del grande Paese sudamericano. La moda dell'Italia contagia la lingua, lo shopping, la cultura e la gastronomia e, soprattutto, sta dando una spinta a un fenomeno che dura da qualche anno: la corsa dei brasiliani di origine italiana a conquistare, costi quel che costi, il passaporto della patria dei loro nonni. La «novela delle otto» si chiama Terra Nostra e racconta la saga dell'emigrazione italiana alla fine del secolo scorso. È la più costosa produzione mai lanciata dalla rete Globo e ha conquistato uno share del 60 per cento, il che significa che 50 milioni di brasiliani, sei sere su sette, da metà settembre a chissà quando, saranno immersi nell'Italia e nella lingua italiana. Difficile trovare al mondo un fenomeno mediatico di queste dimensioni. «Ho inventato una parlata che ho sentito da bambino, nella provincia di San Paolo, in mezzo ai figli degli emigrati — spiega l'autore Benedito Ruy Barbosa, il più famoso creatore di fiction del Paese —. Abbiamo studiato a lungo gli accenti regionali, perché alcuni protagonisti vengono dal Nord e altri dal Sud e gli attori sono stati a scuola per due mesi. Avrei voluto mandare in onda le prime tre puntate in italiano con i sottotitoli (quelle che raccontano l'arrivo in nave da Genova a Santos, ndr), ma la Globo non ha voluto. E poi devo tenere conto che il 35 per cento dei miei telespettatori sono analfabeti». E così la bellissima Giuliana (l'attrice Ana Paula Arosio, nonni brianzoli) parla una specie di portoghese lombardo, il suo fidanzato Matteo è vagamente più siciliano. Funziona, pare. Il risultato, anche per un orecchio italiano, non è stucchevole e la ricostruzione storica ha quasi sempre la meglio sugli stereotipi e sui mandolini, ovviamente presenti nella storia, insieme alla colonna sonora di classici della canzone napoletana. Quanto al marketing che sta dietro l'operazione Terra Nostra, non poteva esserci momento migliore. «Un ristorante su due che apre in Brasile è italiano ricorda Luciano Pessina, titolare dell'Osteria dell'Angolo a Ipanema . L'ultima moda è la pizzeria, intesa come locale dove si mangia solo pizza, che qui non esisteva». McDonald's offre due panini che si chiamano McBuono e McBello, mozzarella, pomodoro e origano. Impossibile aprire un negozio alla moda, senza un nome adeguato. In italiano, anche se c'entra poco con la merce in vendita. Nella telenovela, i nostri connazionali sono tutti buoni, onesti, gran lavoratori e belli. Un modo per toccare le corde dell'orgoglio di 23 milioni di brasiliani, tanti sono quelli che hanno almeno un bisnonno italiano e che rientrano nei parametri dell'«oriundo». Eduardo Martinelli, ex agente immobiliare a Rio, origini lucchesi, non ha aspettato la novela per inventarsi un business interessante: scova in Italia i documenti degli antenati per i brasiliani che vogliono chiedere il passaporto italiano. Poiché, secondo la legge, è sufficiente rintracciare un solo bisnonno, il potenziale di mercato è enorme. «È la globalizzazione- spiega -Molti sognano un documento che consenta di lavorare liberamente nell'Unione Europea, soprattutto nei periodi di crisi economica. Ma c'è anche un fattore affettivo». Martinelli chiede 1.000 dollari (circa due milioni di lire), tariffa che sale se l'avo è nato prima del 1871. «Sì, perché in quel caso il documento devo trovarlo nelle parrocchie italiane, che sono molte di più dei Comuni». Ottenuto il prezioso pezzo di carta e ricostruito l'albero familiare, il candidato deve prepararsi a una lunga attesa. Il solo Stato di San Paolo, per esempio, ha 5 milioni e mezzo di oriundi italiani, la più grande comunità del mondo. «Noi sbrighiamo tu tte le pratiche che ci arrivano e facciamo 12.000 nuovi cittadini all'anno spiega il viceconsole Carlo Schillaci . Ma fuori, nei patronati, nelle associazioni che offrono la consulenza ai richiedenti, l'arretrato è mostruoso». In realtà, alle prese con una legge dalle maglie larghe, le autorità italiane cercano di fare filtro. «È solo la difficoltà a rintracciare i documenti a calmierare la richiesta», dice Arduino Monti, presidente dell'associazione italiani a Rio de Janeiro. «Anch'io ho già fatto domanda — dice la Arosio —. In questo periodo, tutto l'orgoglio italiano con il quale sono cresciuta in casa è ancora più forte». Matrimoni di interesse? Luis Caversan, bisnonni veneti, caporedattore della Folha di San Paolo, aveva fatto un voto prima di presentare le pratica ed è volato a Firenze. «Non me la sentivo di diventare italiano senza biascicare una parola. Ho preso tre mesi di aspettativa dal giornale e sto facendo un corso di lingua intensivo».
Rocco Cotroneo   Corriere della Sera giovedi' 10 febbraio 2000

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Emigra a Sidney e trova una miniera d'oro
Aveva lasciato il mantovano nel 1961, adesso commercia topazi con l'Asia
di Francesca Paci

Di pietre sulla sua famiglia ne sono cadute tante. Un giorno, si è accorto che erano preziose. Lino Pasini, classe 1925, mantovano doc, è un esperto. Se n'è andato trentanove anni fa con un valigione di cartone marrone e torna oggi con una piccola ventiquattr'ore d'affari: commercia topazi con l'Australia. Ma in città si ferma poco, a Sidney l'aspettano la sua famiglia e un paio di miniere. Quando partì da Mantova, nel'61, credeva che al di là dell'oceano l'aspettasse Lamerica. Adesso sa che non c'erano amici, ma almeno ha trovato un tesoro. E' questa la storia che vorrebbe raccontare alla sua città. Gli anni Quaranta sono appena iniziati quando lui, secondo figlio di una numerosa famiglia di Montanara, scopre di essere povero. Suo padre, disoccupato per via della malaria presa bonificando l'agro Pontino, non riesce a trovare le 500 lire dell'affitto: è lo sfratto. Lino deve lavorare, ma la guerra non accetta deroghe e allo scoccare del diciottesimo anno, chiama. Cade il fascismo, cade la resistenza di Salò, cadono subito dopo le speranze di quanti credevano negli alleati e nella resurrezione. Lamerica resta lontana, oltre l'oceano. L'eroe della guardia repubblicana deve pedalare: fa il rappresentante di apparecchi radio girando la provincia in bicicletta. La cosa rende e lui si mette in proprio. Tira su un laboratorio in corso Italia e passa al video. A Mantova, i più anziani se lo ricordano ancora il primo costruttore di televisori della città. Ma non è il momento: Carosello è lontano e il ciclismo raccoglie i suoi fans al bordo delle strade. Gli affari non girano e Lino Pasini, più moglie e tre bambini, cambia canale. Australia 1961, piazza Sordello è una cartolina e i canguri non sono così buoni come sembrano allo zoo. Capita che non sia tutto oro quello che luccica eppure qualche pepita un valore ce l'ha. Lino Pasino vede le prime andando a caccia, per hobby. Poi un vecchietto disneyano gli indica la strada battuta da Paperone e lui trova una miniera di topazi. Ora ne ha due e commercia soprattutto con l'Asia. Anche con l'Italia, ma a Mantova si ferma poco. Il tempo di alzare gli occhi e ripensare a quando cadevano pietre. Una fortuna.

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Il pienone per Fausto De Stefani
Palazzo Te affollatissimo per l'incontro col grande alpinista

Affollatissima, la Sala Polivalente di Palazzo Te che venerdì scorso ha ospitato l'incontro promosso dalla Sezione di Mantova del Cai con il grande alpinista mantovano Fausto De Stefani, una delle sei persone al mondo ad aver scalato tutte le 14 montagne che superano gli ottomila metri. Dopo una breve presentazione del Presidente del Cai, Nello Zaniboni, De Stefani ha mostrato il suo diapofilm "Lungo i sentieri dell'armonia" e, soprattutto, ha commentato direttamente le straordinarie immagini che via via si alternavano sullo schermo riuscendo efficacemente a trasferire al pubblico degli appassionati le sensazioni e le emozioni che lui stesso aveva provato in quei momenti e che continua a provare ogni volta che si reimmerge in quell'ambiente che è il più congeniale alle sue scelte di vita. Fedele al suo impegno nell'illustrazione della natura e nella difesa dell'ambiente, Da Stefani ha mostrato come le bellezze naturali, anche le più straordinarie, siano alla portata di chiunque si proponga di cercarle anche nei luoghi più comuni, a condizione che sappia attendere e sia disposto a rinunciare alla fretta ed alla frenesia di ottenere risultati immediati. Inutile dire che gli applausi ed i commenti hanno dimostrato che le attese degli intervenuti erano state soddisfatte appieno. Il Cai ha in programma altri incontri dei quali uno con l'alpinista Oskar Piazza ("Dalla valle del Sarca all'Himalaya"), un altro con il professor Giorgio Persico sulla flora alpina a quello dedicato al film girato in occasione delle escursioni effettuate nel 1999. Di tutti sarà data comunicazione tempestiva sulla Gazzetta.

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COMUNICATO STAMPA

FORUM ITALO LATINOAMERICANO SVILUPPO E PICCOLA IMPRESA

Politiche e strumenti per la promozione delle piccole e medie imprese Verona, Fiera di Verona, 31 gennaio -2 febbraio 2000 Le imprese Italiane sono sempre più presenti nel mercati latinoamericani, e in particolare nel Mercosud (mercato che raggruppa Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay). Mercati che, nonostante le recenti crisi finanziarie, hanno oramai Intrapreso un sentiero di crescita economica. A fine 1999 si sono inoltre avviati i negoziati per la creazione dell'area dl libero scambio tra l'Unione Europea e il Mercosud, mentre è stato raggiunto un accordo in tal senso con il Messico e sono previsti accordi specifici per le altre aree latinoamericane. Vi sono quindi i presupposti per un saltò di qualità nei rapporti economici tra imprese italiane e latinoamericane, e in particolare tra piccole e medie imprese e tra distretti industriali e sistemi produttivi locali. In questo contesto, il Presidente del Consiglio dei Ministri, Massimo D’Alema, nel suo intervento nel corso del Vertice Euro-latinoamericano (Rio de Janeiro, giugno 1999). ha segnalato che "l’esperienza italiana offre una serie di strumenti finanziari e metodologie sui sistemi delle PMI che .possono essere particolarmente utili nel caso dei Paesi latinoamericani". Il Presidente D'Alema ha manifestato la sua intenzione di promuovere, insieme alla Banca Interamericana di Sviluppo (BID), un incontro di riflessione con l'obiettivo di articolare proposte concrete in merito. Quest'incontro oggi si materializza nel Forum Italo-Latinoamericano su "Sviluppo e piccola Impresa. Politiche e strumenti per la promozione delle piccole e medie imprese " che terrà luogo a Verona dal 31 gennaio al 2 febbraio 2000. Il Forum é organizzato dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), dall'Istituto Italo Latinoamerlcano (IILA), dall’lstituto per la Cooperazione Economica e i Problemi dello Sviluppo (ICEPS) e dall’lstituto per le relazioni tra l’Italia e i paesi dell’Africa, America Latina e Medio Oriente (IPALMO), con la collaborazione di Mondimpresa. Il Forum ltalo-Latinoamericano conta con il patrocinio, oltre che degli enti promotori: Presidenza del Consiglio dei Ministri e Banca Interamericana di Sviluppo, dei Ministeri, degli Affari Esteri, del Tesoro, dell'industria, del Commercio e dell’Artigìanato e del Ministero del Commercio con l'Estero. L'organizzazione del Forum Italo-Latinoamericano é stata resa possibile grazie ai contributi della Fiera di Verona, della Camera dl Commercio di Verona, della banca Popolare di Verona - Banco San Geminiano e San Prospero, dell'Azienda Generale Servizi Municipalizzati di Verona, dell'Associazione Industriali di Verona, dell'Istituto per il Commercio Estero (ICE), della Società Italiana per le Imprese. all'estero (SlICE). del Medliocredlito Centrale, della Telecom Italia e della Società Giovanni Rana. L'obiettivo del Forum su "Sviluppo e piccola Impresa" è quello di consolidare lI dialogo tra le piccole e medie Imprese italiane e latìnoamericane, tra i distretti industriali e i gruppi di imprese latinoamericane che si stanno rafforzando, tra le istituzioni nazionali e territoriali che interagiscono con le PMI.

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Marcia per la pace, 700 in centro
Un incontro tra tutte le religioni per la decima edizione
Caporello: bisogna attivare le risorse in cambio di progetti
di Simone Zacchi

Dolori, delusioni e paure, ma anche desideri, fantasie e azioni: da lì deve iniziare la pace per i quasi 700 partecipanti alla X Marcia per la Pace di ieri pomeriggio. Se lo sono sentiti ripetere anche da un monaco buddista zen della comunità di Parma, che in samuè scuro ha invitato a ricercare la verità per risvegliarsi dai sogni nascosti; e ribadire da mons. Caporello. "Dobbiamo ripartire dall'interiorità, con occhi e cuore aperto. E a chi ci chiede -ha continuato il vescovo parafrasando il brano del Vangelo di ieri -'Cosa c'entra Buddha, Maometto, Baha'u'llaho Cristo con noi?' non rispondiamo nemmeno. Sappiamo però che solo se ci apriamo a un unico Dio potremo essere in pace, come un'unica famiglia". Era quanto aveva appena auspicato il rappresentante Baha'i invitando a "condividere i principi di tutte le religioni, perché l'umanità sia un unico popolo". Ma la Marcia, si sarebbe avviata verso il castello, fuori dalle mura della città. "La pace dobbiamo andare a chiamarla fuori" ha spiegato don Grandi, della Pastorale Giovanile. "Oltre le appartenenze e le comunità" chiedeva poco prima il pastore Grimaldi, della chiesa valdese-evangelica: "essere profetici oggi significa essere critici. E coerenti con ciò che si dice e professa, anche stando qui oggi". Ancora Caporello: "Come possiamo marciare per la pace e poi non muovere niente? La Cei ci propone un progetto per cancellare il debito estero di due paesi dei più poveri. Non si tratta di metter mano al portafogli, ma di interessarsi a questi paesi e capire cosa succede. Attivare risorse e corresponsabilità non per far elemosina ma in cambio di progetti". Sono state le parole di Gandhi, ucciso proprio 52 anni fa, a riassumere il senso della Marcia: "Cerchiamo il Regno di Dio e la sua giustizia e sforziamoci di purificare il nostro cuore, prima di cercarvi il posto per il maestro della nostra religione: allora tutti i maestri vi troveranno il loro". Striscioni e cartelli del Coordinamento per la Pace ricordavano la Cecenia in guerra, la contropulizia etnica in Kossovo, il debito che uccide: negazione dei vincoli col Padre e coi fratelli, idolatria delle scelte economicistiche, nelle parole della Caritas davanti al cortile della Cavallerizza. "Per i 41 paesi più poveri ormai è solo questione di volontà politica: ragazzi, chiedete che a scuola se ne parli!". Poi è stata la volta di piazza Broletto a riempirsi, e degli Obiettori Caritas a ricordare la vergogna di oltre trecentomila minori cui gli adulti fanno combattere le loro guerre. Infine piazza Mantegna, coinvolta dai trascinanti gospel del coro baha'i e dai ritmi rock di canti cristiani arrangiati con batteria e chitarre elettriche, dopo le preghiere delle diverse religioni (anche il Mantra, che concludeva quella buddista).

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S.Barbara: riparte la ricerca della tomba di Guglielmo.
I lavori per battere l'umidità scioglieranno l'enigma sulla sepoltura misteriosa?

A vederlì così, impilati nella penombra, sembrano libri bassi e larghi. Precisamente antichi. In verità sono enormi mattonelle in cotto che i muratori da qualche giorno stanno cavando: lo smantellamento del pavimento della basilica di Santa Barbara è la prima fase della guerra contro l'umidità. Nel sottosuolo del tempio cinquecentesco verranno distribuiti materiali isolanti e sistemato il riscaldamento. Poi il pavimento sarà ricollocato, tale e quale. Questa operazione tecnologica potrebbe riservare sorprese storiche, come il rinvenimento di tombe dei canonici e degli abati-vescovi. E perché no, si potrebbe mettere in conto la scoperta del sepolcro del duca Guglielmo Gonzaga, anche lui sparito nell'oltretomba.
Questa attesa - che pencola tra il macabro e il surreale - non è collegata al recente ritrovamento del cranio dell'ultimo duca Ferdinando Carlo il "fellone", che il principe Gianfrancesco Gonzaga di Vescovato intende donare alla città perchè possa "riposare" nella reggia. L'enigma sulle ossa di Guglielmo il gobbo rappresenta un'altra storia, è datato e appassiona maggiormente: il duca musicista si fece seppellire nella basilica sua creatura nel 1587. Mai, sino a oggi, storici, archeologi, occasionali Indiana Jones, sono riusciti a individuare il luogo della tumulazione, avvenuta in agosto, all'alba, ai piedi dell'altare (insistono le cronache). L'architetto Giovanni Mori - direttore dei lavori - non si lascia catturare dall'esca della tomba ducale. Illustra gli strati, indica le fasi di intervento e soltanto in appendice dice che, sì, un qualche incontro scavando potrebbe avvenire. Di che genere? L'architetto parla di probabilità, di incontri ipotizzabili, con le sepolture dei canonici o degli abati-vescovi, perché la basilica è stata abbazia con privilegi, liturgia e gerarchia proprî, una diocesi senza territorio. E il sepolcro di Guglielmo? L'architetto Mori giustamente sottolinea che l'intervento è finalizzato all'isolamento del pavimento. Ma aggiunge che la sovrintendenza archeologica ha chiesto al cantiere di contattarla non appena dovessero apparire tracce di murature, lastre tombali, oppure ossa. L'architetto Mori ricorda che il pavimento che sta per essere smantellato (600 metri quadrati) risale al 1835 come segnalato da una mattonella firmata "Antonio Galli malnatese". Quindi, sotto un basso strato di sabbia e ghiaia sempre ottocentesco, potrebbe trovarsi (i dubbi sono parecchi) la pavimentazione del 1571 che lo stesso Guglielmo fece stendere sulla originale di circa 10 anni prima e più in basso di 21 centimetri. La posa dei materiali isolanti permetterà una ricognizione palmo a palmo del sottosuolo della basilica. Le ricostruizioni più accreditate vogliono la tomba di Guglielmo nei pressi dello scalone curvilineo che porta al presbiterio e che tanto ricorda l'impresa gonzaghesca del Monte Olimpo. Altre ipotesi - più raffinate - indicano proprio dentro lo scalone, che da solo è un monumento, il sepolcro del duca. E (tralasciando la possibilità di antiche profanazioni) se la tumulazione dovesse invece trovarsi sotto l'altare del vano ellittico della cripta? La ricerca sarebbe fuori traccia, perché la cripta non è nel piano dei lavori. La tomba di Guglielmo allora tornerebbe tra le suggestioni

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Tradizioni: Sant'Antonio abate oggi accende l'ultimo "burièl "
E' festa per le tradizioni rurali padane
di Giancarlo Gozzi

Oggi ricorre la festa di Sant'Antonio abate. L'eremita egiziaco della Tebaide dei primi secoli rappresenta ancora per la gente della campagna un riferimento importante, quale protettore degli animali e delle corti rurali, polo invernale di tante tradizioni. In parecchi centri torneranno nel pomeriggio e in serata a riaccendersi i falò, ovvero i purificatori "buriei" di cui Giancarlo Gozzi propone questa lettura simbologica e antropologica. È significativo come nel mondo popolare della bassa padana alcune feste invernali - Capodanno, Epifania, Sant'Antonio abate - siano accompagnate dalla presenza di falò. Il fuoco andrebbe inteso come elemento purificatore dell'anno nuovo: il Frazer ne sottolinea l'azione catartica sia in senso positivo in quanto col suo calore fecondante attiva la vegetazione, sia in senso negativo in quanto annienta gli influssi funesti che si esercitano sui frutti della terra e degli alberi. Il Mannhart vede invece in queste usanze contadine residui di cerimonie rituali legate al culto solare. Il Battaglia nel 1949 formulava una nuova tesi: gli agricoltori primitivi, per preparare il suolo alla cultura, diradavano il terreno boscoso abbattendo gli alberi che poi venivano bruciati sul posto. Per liberare i campi dalle erbacce, prima delle semine, queste venivano date alle fiamme e le ceneri, lasciate sul terreno, servivano da fertilizzante.L'esperienza dimostrava che le colture crescevano meglio e l'accensione dei grandi falò divenne una delle manifestazioni più importanti tra i riti agrari anticipanti la primavera. La nostra curiosità cade ora sul nome con cui vengono indicati nelle varie regioni questi fuochi propiziatori. A Badia Polesine i falò, fatti con canne secche e rami di albero, si chiamano "brunei": sul fuoco i contadini arrostiscono chicchi di grano (ciopete), fave e dolciumi (crostoli e fritole). Nelle campagne intorno a Rovigo il fuoco si chiama "Brugnelo" e attorno ad esso si canta: "Brugnelo, Brugnelo, a ogni vaca un vedelo, a ogni dona un putelo, a ogni vigna un mastelo!". Dunque un falò augurale anche nel propiziare un buon raccolto d'uva, proprio come succede a Roncoferraro, nel Mantovano, quando all'Epifania nelle cascine grandi falò (buriel) di fascine e di canne di granoturco servono per auspicare una buona vendemmia. "Ogni falia un grap", grida infatti la gente, un grappolo d'uva per ogni scintilla sprigionata, e insiste con l'esclamazione: "Carga! carga!". In tutti i casi al fuoco ci si rivolgeva un tempo come ad una persona, chiamandolo a seconda dei luoghi: brunelo, bugnelo, brugnelo, boielo, buriel, büriel. Nomi aventi indubbiamente di comune antica radice come lascia capire il Van Gennep (1947) che ha studiato queste costumanze in vari dipartimenti francesi. Nella Champagne i fuochi si chiamano: bûres, buires, bouires, bules. Ad arricchire di mistero il primo periodo invernale concorreva anticamente la comune credenza che alla vigilia di certe feste gli animali di stalla si parlassero. A seconda delle zone padane, questo fenomeno accadeva o la notte di Natale, o per San Bovo (2 gennaio) o per Sant'Antonio (17 gennaio). In queste occasioni, ai bovari era imposto di ben governare la stalla, di servire alle bestie (ai buoi, agli asini e alle pecore che a Natale avevano assistito Gesù nella nascita) lauta porzione di fieno e sale, di non disturbarle o innervosirle. Si dice di qualche bovaro che, avendo voluto imprudentemente ascoltare gli arcani colloqui tra gli animali, sia morto improvvisamente dopo aver ricevuto dagli stessi questa triste sentenza: "Ti bö da föra e ti bö da man cosa farem dman? Portarema a sotrar al vilan!" (il bö da föra era il bue che nell'aratura camminava nel solco e il bö da man era quello che camminava sopra il solco fungendo da guida).

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La storia della Gazzetta di Mantova

di Mario Cattafesta*

IL PRIMO numero della "Gazzetta di Mantova" - il quotidiano più antico d'Italia e indubbiamente tra i più antichi del mondo - fu stampato nel 1664 ad opera di Federico, Pietro e Guglielmo Osanna stampatori ufficiali di corte. Si chiamava però "Aviso". Le sorti del ducato erano rette, in quel momento, da Carlo II di Gonzaga Nevers.La "Gazzetta di Mantova" non parlava dei fatti "politici" della corte. Ma dava largo spazio agli avvenimenti militari ed è tuttora preziosa fonte d'informazionne per le guerre di successione, che spesso integra, o addirittura corregge, i riepiloghi libreschi di quegli eventi. Ma pure argomenti di notizie le solennità religiose, le visite di principi e di alte personalità e altri fatti che riguardavano i notabili del ducato.Fino a qualche anno fa si riteneva che la "Gazzetta" fosse stata stampata per la prima volta nel gennaio del 1670 perché il più antico esemplare della raccolta, custodito nella Biblioteca comunale di Mantova, è datato ottobre 1670. Ma un documento d'archivio, scoperto dall'ex direttore del giornale, Giuseppe Amadei, ha consentito di retrodatare di almeno sei anni la nascita del giornale al 1664.
Il periodico mantovano - che inizialmente era definito "Foglio di notizie su Mantova", o anche "Foglietti", o "Avisi" - tra il 1741 e il 1759 assunse la denominazione di "Ragguagli universali d'Europa e d'altri luoghi". Così dava notizia, l'8 febbraio 1793, dell'esecuzione capitale di Luigi XVI a Parigi: "Ci troviamo nella dolorosa circostanza di annunziare il più tristo avvenimento, l'attentato il più orribile nella persona di Luigi XVI. Dopo l'ingiusta, irregolare e incompetente sentenza della Convenzione, si fissò il tempo dell'esecuzione nel giorno 27 (gennaio), ch'ebbe luogo alla mattina alle ore 10, nella piazza della rivoluzione, a lato del piedistallo su cui, quattro mesi sono, esisteva la statua del suo avo. Tetro silenzio...Luigi ha dimostrato la maggior fermezza".Il 3 gennaio 1857 apparve la testata "Gazzetta di Mantova", che però aveva già avuto una prima consacrazione in supplemento del 12 agosto 1705, apparso con il titolo "Supplimento della Gazzetta di Mantova".Il passaggio dei Gonzaga agli Asburgo (1707) avvenne in modo indolore. Il nuovo governo austriaco non interferiva nell'attività del giornale. Il foglio mantovano fu diretto prima da Alberto Pazzoni, poi (1737) da Giuseppe Ferrari, a cui successe (1781) il figlio Salvatore. Qualche blanda sterzata in senso filogiacobino, con l'arrivo dei Francesi a Mantova.Il giornale di Mantova, dopo essere uscito periodicamente ma non a scadenze fisse, diventò ufficialmente bisettimanale dal 1807, anno in cui assunse stabilmente la testata "Gazzetta di Mantova". Dopo la caduta di Napoleone, il giornale ovviamente abbandona l'atteggiamento filofrancese e diventa blandamente austriacante, con accenni di aspirazione all'italianità durante le guerre di indipendenza. Negli anni di Belfiore la Gazzetta interpretò il desiderio di indipendenza e l'orgoglio italiano, ma con prudenza perché la censura era severissima. Solo nel 1866 Mantova diventerà italiana. Il giornale tenne una linea di equilibrato liberalismo progressista. Anche perché ebbe direttori di eccezionale spessore culturale e umano, come Alessandro Luzio (periodo 1882-1893), grande storico, e come Salvatore Cognetti De Martiis. Ma nel 1920 il giornale fu chiuso e costretto ad assumere una veste prima nazionalista, poi fascista cambiando anche testata.Nel 1945 la "Gazzetta" potè rinascere col suo volto libero, prima come organo del Cln, poi col suo antico glorioso nome. La società editrice era la la CITEM, Cooperativa industriale editrice mantovana. Nel 1981 la cooperativa cedette la testata alla Arnoldo Mondadori Editore rimanendo come società stampatrice. Il giornale divenne un tabloid e fondò nuove testate: Gazzetta di Modena, Gazzetta di Carpi, Gazzetta di Reggio e la Nuova Ferrara. Nel 1989 la società e la Gazzetta passò alla Finegil del Gruppo l'Espresso che avviò un rinnovamento del giornale sia nei contenuti che sotto il profilo tecnologico.La Gazzetta di Mantova dei nostri giorni è diventata uno dei quotidiani locali più moderni.

E nel dicembre 1998 l'edizione elettronica su Internet, lo conferma.

* Il prof. Cattafesta, giornalista e collaboratore della Gazzetta di Mantova, è autore di numerose pubblicazioni sull'arte e la storia di Mantova.

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Protesta il Vaticano, sollevazione a Manila
Graziato il killer di padre Favali
Era condannato all'ergastolo, esce per "buona condotta"
Il missionario mantovano trucidato nell'85 nelle Filippine con 22 colpi d'arma da fuoco .
di Francesco Romani

SUSTINENTE (Sacchetta). Norberto Manero, uno dei killer che hanno assassinato nell'85 il missionario mantovano padre Roberto Favali nelle Filippine, è stato liberato "per buona condotta". La grazia firmata del neo presidente Joseph Estrada ha suscitato la protesta del Vaticano.
Padre Favali, nato a Sacchetta di Sustinente nel 1946, dall'83 era missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere) nelle Filippine. L'11 aprile dell'85 era stato attirato in un agguato e trucidato da una banda di miliziani nella città di Tulanan, 900 chilometri a sud della capitale Manila. Le indagini condotte dalla polizia filippina avevano condotto all'arresto di sette persone fra le quali tre fratelli della temuta famiglia Manero tutti condannati all'ergastolo nell'87. E' stato il neo presidente della repubblica Joseph Estrada che, travolto da critiche di piazza per presunti scandali nel suo governo, ha concesso durante le festività natalizie un perdono condizionale a 500 detenuti accusati di reati minori. Fra questi, però, risulta anche Norberto Manero, che attualmente si trovava detenuto in un carcere di massima sicurezza. Lo stesso capo dello Stato avrebbe ammesso di non essersi accorto dell'inclusione dell'assassino nella lista dei detenuti da scarcerare promettendo una "indagine su questo caso". La famiglia Manero fa parte di una setta religiosa che fu armata dall'esercito per combattere la guerriglia comunista e musulmana durante la dittatura di Ferdinando Marcos, deposto nell'86 e morto in esilio nell'89. La liberazione del killer di padre Favali ha già suscitato la reazione del Vaticano che, per ora a livello solo ufficioso, ha protestato con il governo Filippino. "La notizia girava da qualche tempo" conferma padre Politi del Pime di Milano. "Nei prossimi giorni potremo avere particolari in più. Per ora posso dire che a Manila si sta organizzando una grande manifestazione di protesta in piazza".
Alla figura di padre Tullio Favali è stato dedicato il lavoro teatrale "Terra e cielo" in scena in questi giorni a Milano al teatro San Babila per la regia di Roberto Cavosi. In esso si racconta dei missionari italiani che danno quotidianamente il loro contributo di pace in una regione, il Mindanao, dilaniato dalla guerriglia tra lo stato ed i ribelli del Npa (Nuovo Esercito Popolare) e, pertanto, per il loro modo di lottare contro i soprusi, d'aiutare spiritualmente e socialmente i contadini, sono malvisti da chi fa della violenza una logica di guadagno e sfruttamento.
L'assassinio di Padre Favali era avvenuto l'11 aprile dell'85. Da sole due settimane il missionario era parroco in un villaggio. I killer, una dozzina, si erano appostati sulla strada principale del villaggio attendendo un confratello di Favali, padre Peter Geremia, ritenuto un fomentatore della rivolta sociale, per ucciderlo. Dopo avere sparato ad un catechista, avevano dato fuoco alla moto di padre Tullio, che era giunto sul posto per portare soccorso. "Ma perché lo avete fatto?" sono state le sue ultime parole. Per tutta risposta uno dei killer apre il fuoco, seguito dagli altri. Saranno 22 i proiettili che lo trafiggeranno.

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LA TESTIMONIANZA
La sorella: "Un'ingiustizia che mi lascia senza parole"
fr.r

SUZZARA (Tabellano). "E' un'ingiustizia che un assassino sia libero. Ha ucciso mio fratello, ma ora può seminare il terrore anche negli altri missionari". Licia Ruggerini Favali abita a Tabellano di Suzzara con la famiglia. "Non ho parole per descrivere quello che provo" dice "spero che a questo punto qualcuno si muova per fare rivedere questa decisione".
Poche parole, a fatica. Perché il dolore per il fratello morto a distanza di tanti anni è ancora vivo. "Non è la prima volta che ci raggiungono notizie del genere" ricorda Alessandro, 26 anni, nipote di padre Tullio. "Già due anni fa ci avevano avvertito che gli assassini di mio zio erano in circolazione. Forse avevano ottenuto una libertà su cauzione o altro. Abbiamo organizzato una raccolta di firme per protestare contro quest'ingiustizia. Ma in un paese come le Filippine chi sta al potere lo gestisce spesso con metodi poco ortodossi". "Quest'anno" ricorda la sorella di padre Tullio "abbiamo deciso di tornare in dicembre nelle Filippine. Io ci sono stata nel primo anniversario della morte a pregare sulla sua tomba. Ma ora mi dispiace pensare che l'assassino sia in libertà perché penso ai missionari che sono là nell'isola dove era mio fratello. Orami ci conosciamo ed anche lo scorso anno ci sono venuti a trovare". Tutti gli anni il vescovo della zona invia gli auguri alla famiglia ricordando il "martirio di padre Tullio".
Favali, dopo essere entrato ad undici anni in seminario, ne era uscito alla vigilia dell'ordinazione. Carattere inquieto e generoso, per otto anni aveva lavorato come operaio a Luzzara ed in Comune Sustinente. Poi la vocazione lo aveva nuovamente colto ed aveva scelto la strada della missione.

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IL RACCONTO
Così venne ucciso il religioso

MANTOVA. Ecco il racconto delle ultime ore di padre Favali come venne visto dal quotidiano cattolico locale.
"Quella sera padre Tullio Favali decide di stare in parrocchia. C'è molta tensione in giro e lui sta aspettando a cena il suo confratello, padre Peter Geremia, missionario del Pime, che è partito per un giro pastorale di due giorni nei villaggi dei tribali sulle montagne. Un gruppo di killer aspetta padre Peter all'incrocio con la strada principale, nella frazione 'La Esperanza', al km 125. Lo avevano già puntato il giorno prima, quando aveva attraversato l'incrocio in moto, ma chissà perché l'uomo che doveva sparargli, all'ultimo minuto, non ha premuto il grilletto: non ce l'ha fatta. L'incertezza non lo avrebbe tradito un altra volta. Undici uomini armati aspettano padre Peter. Bevono, seduti alla carenderia, un piccolo bar all'incrocio della strada: appartengono alla temutissima famiglia Manero, che da anni semina il terrore in questa zona per sedare ogni forma di rivolta e di protesta sociale.
Vogliono uccidere padre Geremia per colpire un simbolo: l'uomo che combatte a fianco dei poveri e che lotta per favorire il dialogo fra i diversi gruppi di cristiani, musulmani e tribali. All'improvviso uno dei killer riconosce un catechista che passa per la strada, e gli spara. La situazione precipita: la gente ha paura e manda a chiamare padre Peter, su, in montagna. Ma il messaggio arriva prima a padre Tullio Favali, che sta preparando la tavola per il confratello. Padre Tullio salta sulla moto e si precipita al km 125. Entra nella casa dove c è il ferito, lo assiste, ma viene richiamato fuori dalle urla e da uno scoppio: è il serbatoio della sua Honda, data alle fiamme dai Manero. Esce, corre a vedere che cosa è successo e trova quel gruppo di giovani che ridono, soddisfatti. Padre Tullio chiede sorpreso: "Ma perché lo avete fatto"?. Per tutta risposta uno di loro gli spara: un colpo, poi un altro. Padre Tullio Favali cade, morto: sono le cinque del pomeriggio dell 11 aprile 1985. Solo più tardi, la sera, con la scorta dell esercito, padre Peter può andare a vedere cos'è successo, e pregare sul cadavere del suo confratello. Sono passati tredici anni da quella tragica sera, ma il ricordo del martirio di padre Tullio Favali è ancora vivo nella memoria dei filippini. Aveva passato solo due dei suoi 38 anni nel Paese, ma ha lasciato il segno per sempre".

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Il vescovo: ricordato come esempio di fratellanza nell'anno giubilare"E' stato un martire mantovano"
fr.r

MANTOVA. "Un martire mantovano". Così il vescovo di Mantova, monsignor Egidio Caporello, ricorda padre Tullio Favali, trucidato nell'85 mentre svolgeva la sua opera missionaria nelle Filippine. "Apprendo in questo momento la notizia ancora incompleta" è il messaggio del capo della chiesa mantovana. "Il mio primo pensiero non può che andare a padre Tullio, tanto più che la giornata del 2 febbraio è dedicata ai sacerdoti che sono presenza e richiamo di Dio Padre alla fraternità ed alla riconciliazione. Nel caso di Padre Tullio è un messaggio arrivato sino al martirio. Continueremo a adorarne la memoria ed a proporne la testimonianza perché anche qui a Mantova si sappia comprendere il valore alto della donazione della vita per causa di Crsito a sostegno della fraternità universale".
Ma la memoria del religioso, assumerà quest'anno un significato particolare, legato alla ricorrenza giubilare, come annuncia lo stesso Caporello. "Abbiamo fatto presente alla Santa Sede il nome di padre Favali" dice il vescovo "con don Maurizio Maraglio e altri testimoni e martiri mantovani. Nomi che sono ora stati inseriti nel calendario ufficiale dell'anno giubilare perché si abbia a radicare più apertamente una simile memoria come lievito di coraggiosa opera di pacificazione. Non so valutare quanto è accaduto nelle Filippine. Volesse il cielo - se questo è accaduto - di una seria ispirazione al perdono ed alla riconciliazione e non invece una valutazione approssimativa dei compiti di una buona giustizia".
Oggi il Pontificio istituto per le missioni estere assumerà ulteriori informazioni sulla vicenda. Inoltre potrebbero muoversi tanto l'ambasciata italiana nelle Filippine, quanto il rappresentante della Santa Sede. Per domenica a Manila è prevista una manifestazione di protesta.

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