Stagione irripetibile: nel 1964 nasceva la rivista "Il Portico"
Di Vladimiro Bertazzoni

Oggi sono tutti sulla sessantina (chi più chi meno). Qualcuno, prematuramente, ci ha lasciato purtroppo per sempre. Ma 35 anni fa, nel fiore degli anni, degli entusiasmi, della voglia naturale di affermarsi stante la giovane età e l'indubbia preparazione culturale e intellettuale, essi davano vita a uno strumento che ben presto varcò gli stretti ambiti mantovani per inserirsi degnamente in un contesto nazionale. Mi riferisco alla rivista trimestrale "Il Portico" e ai suoi fondatori, redattori, autori, che licenziavano il primo numero nel giugno 1964. Tutti quei giovani (insegnanti, professori, artisti, pubblicisti) si erano formati, sin da quando avevano i calzoni corti, alla "Bancarella" di Giovanni Piubello,sotto i portici del Broletto, intesa come carretto sulle cui stanghe stavano seduti a leggiucchiare o a conversare con "uno scrittore in carne ed ossa", e intesa come rivista di novità librarie sulla quale alcuni esordirono con qualche poesia. A Piubello, peraltro, fu affidata la grafica della neonata rivista mantovana di cultura.
Sin dal primo numero "Il Portico" ha dato l'impressione di avere una marcia in più rispetto a quanto solitamente veniva prodotto nelle città di provincia. Alla rassegna stampa nazionale non sfuggì il carattere e il livello culturale della nuova rivista. Ideologicamente orientata a sinistra, il "Portico" tuttavia non ufficializzò con nessuno scritto redazionale tale indirizzo né dal suo esordio né in numeri successivi. Del resto non ce n'era bisogno visto che i suoi fondatori uscivano dalla redazione di "Cartabianca" (una rivista mantovana nata qualche tempo prima) per contrasti insanabili di linea culturale.
La "Gazzetta" salutò il numero inaugurale del "Portico" scrivendo, tra l'altro: "Pur nella varietà degli argomenti trattati, il discorso che la rivista avvia è unitario nel rigore dell'impostazione critica e nell'ampiezza e modernità delle prospettive che propone, e che vanno certo oltre i confini del ristretto ambito provinciale. Accanto agli scritti di natura saggistica, che interessano le diverse discipline artistiche (dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla musica) e che rappresentano il nerbo della pubblicazione, figurano una pregevole scelta di schede librarie oltre alle recensioni degli spettacoli teatrali...".
Direttore responsabile del "Portico" è Mario Artioli. Redattori Umberto Artioli, Renzo Margonari, Sergio Sermidi, Fernando Trebbi, Enzo Zelati e successivamente Gino Baratta, Francesco Bartoli, Carlo Prandi, Giuliano Parenti e altri ancora (compreso chi scrive). Non riporto i titoli accademici poiché sono convinto che i lettori sappiano quali carriere nelle università, nella vita politica e culturale, della scuola e dell'arte, abbiano fatto questi redattori che allora erano poco più che ragazzi.
In copertina di ogni numero "Il Portico", confezionato in elegante e sobria veste grafica, riportava i titoli e gli autori dei saggi più impegnati. Sul numero uno: Gino Baratta, "Motivi dell'estetica di Herbert Read"; Agostino Pirella, "Antonioni o la crisi della semanticità visiva"; Mario Artioli, "Poesia come pane" di Stelio Carnevali (presentazione di un nuovo giovane poeta mantovano che poi uscirà con altre intense raccolte); Renzo Margonari, "Xilografie di Dino Villani"; Maurizio Della Casa, "Il linguaggio musicale"; Umberto Artioli, "Il problema dell'unità dei Canti orfici"; "Carducci in URSS" (modesto contributo dello scrivente sul "come vedono come non vedono" il nostro poeta in Russia).
Già con questo esordio la rivista presentava una carta da visita di tutto rispetto. "Un Portico di lusso", titolava il giornale locale recensendo il 2° numero della pubblicazione. Anche qui molti pezzi di rilievo: la pubblicazione integrale dell'atto unico di Giuliano Parenti. "Pelone", che conquistò il premio nazionale "Ruggero Ruggeri", accompagnato da note di regia di Aldo Signoretti; poesie inedite di Evtushenko e Gumelev; Gino Baratta, "Nota sulla poesia di Umberto Bellintani; Renzo Margonari, "Scalarini e il Merlin Cocai".
Nei numeri successivi agli autori citati se ne affiancarono altri come Carlo Prandi, "Appunti per una cultura come dialogo"; Emilio Faccioli, "Folengo: La vacca Chiarina"; Giorgio Lukàcs, "Teatro e ambiente" (un pezzo consegnato brevi manu nella sua casa di Budapest a Mario Artioli. Trebbi e Sermidi che hanno avuto l'opportunità straordinaria di rendere visita al filosofo e critico ungherese); Proposte di poesia tecnologica (Pignotti, Miccini, Ori, Marcucci, Nazzaro, Costantini, Russo); Antologia della poesia visiva; G.Calendoli, "Prospettive del teatro contemporaneo"; "Il recupero del fantastico", numero antologico di Renzo Margonari in veste di curatore; "Lessico della violenza: linguaggio, teatro, cinema durante il nazismo" curato, tra gli altri, dal prof.Aldo Enzi; Materiali per la retorica e le arti (n.14/I969) presentato da Luciano Anceschi che scrisse, tra l'altro, "Mantova sembrava lontanissima, ora si è fatta veramente più vicina"; Teatro e corporeità. altro numero monografico e ultimo (15/70) caratterizzato da numerosi autorevoli interventi.
Naturalmente non è possibile citare tutto e tutti, ma già da alcuni di questi titoli e interventi si può dedurre gli ambiti di interessi e di ricerche che hanno caratterizzato la stagione del "Portico" che nel 1970 cessava le sue pubblicazioni avendo perso negli ultimi due/tre anni per vari concomitanti motivi, la sua spinta propulsiva".
Non è poi così vero, in fondo, che Mantova sia addormentata sul piano culturale e dorma "nel lungo sonno dei suoi vicoli". Che vada spesso in letargo è fuor di dubbio, ma che poi si risvegli per dare una poderosa zampata è altrettanto vero. Del resto, alcune esperienze del passato (anche se oggi del tutto ignorate o note a pochi) lo attestano.
Naturalmente la stagione del "Portico" è irripetibile, così come altre esperienze fatte in precedenza, sul tipo di "Bancarella", la rivista di Giovanni Piubello che dal 1955 al 1966 stimolò alla lettura tanti mantovani e li spronò ad amare i libri.
Altre generazioni sì sono affacciate alla vita civile e culturale della città e della provincia. Anch'esse sapranno dar vita, in altre forme, (sfruttando magari le nuove tecnologie), ad esperienze che arricchiranno il panorama della cultura targato "Mantova".

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