19 settembre 2002                                            PROGETTO CULTURALE   News 2002

BREVE STORIA DELLA COMUNITÀ ITALIANA IN MESSICO (1850-1904)

(saggio del prof. Antonio Peconi, apparso sulla rivista Italia-Mexico (n.2,1986).


Non si hanno dati precisi sulla presenza dei primi italiani in Messico. È noto comunque che fin dai tempi della conquista dell'impero azteco da parte di Hernán Cortés, circa 70 italiani facevano parte dell'esercito invasore.
Più tardi, con l'arrivo degli ordini mendicanti, vari connazionali si dedicarono all'evangelizzazione delle popolazioni indigene, di cui studiarono le lingue e ne redassero grammatiche e dizionari.
Si distinsero in modo particolare i gesuiti, per la loro azione missionaria nelle zone settentrionali della Nuova Spagna, nei secoli XVII e XVIII, fino all'espulsione della Compagnia, nel 1767, per decreto del re Carlo III.
All'inizio del secolo XIX troviamo vari patrioti che, sfuggendo alle persecuzioni nei loro stati, approdarono in Messico dopo varie peripezie. Il paese che li accoglieva era in quel momento sconvolto dalle alterne vicende della lotta per l'indipendenza dalla Spagna, dopo tre secoli di dominazione coloniale.
Pur contando su una presenza numerica minima, nel 1850 nacque la prima società Italiana di Beneficenza in Messico. Nell'articolo che appare avanti in queste pagine sono indicati i nomi degli italiani censiti dal primo console generale del Regno di Sardegna (1855) : vi compaiono nomi di professionisti, alcuni artigiani e vari commercianti. Gli interessi italiani, o dei cittadini dei vari stati pre-unitari erano in qualche modo curati dal ministro plenipotenziario di Francia.
Nel 1848 veniva aperto a Veracruz il primo consolato sardo, qualche anno dopo seguivano quelli di Tampico e della capitale. Il primo Trattato di Navigazione e Commercio tra gli Stati Uniti Messicani ed il Regno di Sardegna veniva firmato per volere del conte di Cavour nel 1855. I dati ricavati da documenti sparsi in diversi archivi ci indicano che gli italiani presenti in Messico quando nacque la società di Beneficenza erano poco più di 90, sparsi in tutto il paese. La maggior parte viveva però nella capitale e circa una trentina faceva parte della società. Per alcuni anni l'anima della piccola comunità fu Amilcare Roncari. Fra i soci più noti ricordiamo Giuseppe Grisi, Pietro Riosa, i fratelli Francesco e Saverio Calpini, fondatori di un negozo di articoli di lusso, di giocattoli, noto successivamente come Ditta Calpini Opticos, in Madero 34, attualmente denominata casa Calpini S.A.
Tra gli altri nomi ricordiamo Pasquale Amelio, Giuseppe del Pozzo, Fagiola, Piscetto, Galmanini. I soci versavano uno scudo al mese, allo scopo di aiutare gli italiani indigenti, soci e non soci. La società non aveva una sede: le sedute si tenevano normalmente in casa del presidente Roncari.
La vita della società fu breve, solo tre anni. Il cassiere, un farmacista, fallì e nel tracollo sparirono i 300 pesos della società. Risorse nel 1861 per opera di pochi volonterosi: Roncari, i fratelli Calpini, Riosa, B. Amelio, Finamori, Pasquali, Omarini, Crotti e il dr. Garrroni, noto
professionista.
Per l'apparente apatia dei soci, dopo appena un anno, la società cadde in una specie di letargo; occorre ricordare che per il Messico erano momenti difficili per via delle gravi difficoltà economiche. Era imminente l'invasione francese e presto si sarebbe scatenata una guerra di logorio tra le forze conservatrici e quelle liberali, che sarebbe durata cinque
anni. Cosí il comitato direttivo stentava a riunirsi; il fondo sociale venne depositato presso la Legazione del Regno d'Italia, in attesa di tempi migliori. Con il riconoscimento messicano del Regno d'Italia si avviarono le relazioni diplomatiche tra i due paesi e la Legazione italiana veniva ufficialmente aperta al n.2 della Calle Tiburcio. Il 28 dcembre 1864 il conte Vittorio Sallier de la Tour fu accreditato presso il governo di Benito Juárez quale Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario del Regno d'Italia. Suo più diretto collaboratore era il Segretario di Legazione, marchese Cortopassi.
Per opera del Ministro de la Tour, la società di beneficenza risorse dando vita alla società di Mutuo Soccorso e Fratellanza, veste sotto la quale cominciò una proficua ed attiva opera di beneficenza ed ottenne una somma di danaro dallo stesso Imperatore Massimiliano. Le riunioni del consiglio avevano luogo in casa Calpini, in casa Grisi o in casa Garroni. Le feste
nazionali, da poco istituite, venivano solennizzate dalla colonia con un banchetto al quale prenedevano parte tutti i connazionali senza distinzione.

Nel 1869 il conte de la Tour fu sostituito dal cav. Carlo Cattaneo a cui dobbiamo una interessante relazione sulla vita della colonia italiana presente in Messico nel 1870, che fu inviata a Roma e in seguito pubblicata su una rivista italiana in Messico. Il rapporto di Cattaneo non si limita a fornire un'informazione sui nostri connazionali, ma descrive sinteticamente lo stato delle relazioni commerciali tra i due paesi.

" La Colonia italiana, piccola di numero, modesta nelle sue industrie, limitata nei suoi commerci e capitali, non può sostenere il confronto colle colonie spagnuola, francese, tedesca e inglese, tuttavia novera alcuni negozianti d'importazione e d'esportazione sui porti del golfo, alcuni proprietari ed esercenti professioni liberali, alcuni caffettieri, locandieri e minatori, ma il gran nucleo consiste in magnani come capi di stabilimenti o lavoranti che fissi o vaganti per la repubblica esercitano la loro industria. La Colonia è ben vista dal Governo e dai messicani in generale ed è in ciò simile a quella germanica, essendosi sempre tenuta in
disparte dagli affari politici della Repubblica, nè avendo con esorbitanti pretese inquietato il Governo con reclami d'indennità od altro per i fatti delle frequenti rivoluzioni.
Gli italiani residenti in Messico ammontano approssimativamente a 300, dei quali 213 hanno sede fissa nelle principali città e porti della Repubblica, l'altro terzo composto da stagnini e suonatori percorrono il territorio in cerca di lavoro. Il maggior numero di italiani è concentrato in questa capitale ove se ne contano circa 80. Tra essi vi sono dei proprietari di case delle quali due di un valore di circa 200 mila franchi, tre proprietari di caffè - ristorante assai bene avviati, un discreto stabilimento di bagni, un negoziante in marmi, parecchi negozianti in mercerie, calderai, commessi di commercio, garzoni di caffè, domestici, ecc.
A Puebla risiedono circa 30 italiani fra i quali un medico, due possidenti, lavoranti, ecc. Nelle altre città della Repubblica s'incontrano piccoli nuclei che non superano i dieci individui composti da medici, piccoli commercianti, calderai, minatori e lavoratori alla strada ferrata tra Paso del Macho e Orizaba.
Similmente nei porti del golfo ed in quelli del Pacifico, a Matamoros, Tampico, Veracruz, Campeche, Tabasco, in ciascuna di queste località vi è un commerciante nazionale più o meno importante, essendo il più ragguardevole il signor Formento a Veracruz (n.r.: il signor Formento fu durante molti anni console prima del Regno di Piemonte e dal 1860 del Regno
d'Italia. Degni di nota i suoi rapporti sull'invasione francese in Messico).
Alcuni connazionali hanno interesse nelle miniere, ma per quanto io sappia ne hanno tratto fin qui poco profitto, quest'industria essendo ora languente.
La condizione economica della colonia è nell'insieme soddisfacente senza che però vi si contino delle fortune; in gran parte dovuto alla parsimonia di vivere se alcuni radunano un piccolo capitale in relazione con la professione od arte esercitata. Proletari veramente non esistono ad eccezione di alcuni poveri illusi disertati o congedati dalla sciolta legione straniera del caduto impero i quali ben di sovente ricorrono al console per sussidi. Capitano avventurieri, ma raramente.
 "In generale la nostra colonia è ben considerata. Cogli indigeni e coi forestieri si trova in buoni rapporti; non esiste tra l'italiano ed il forestiero animosita' politica od altro motivo di provocare dissensi, ciò credo debba attribuirsi alla circostanza del non esservi seria concorrenza nelle arti ed industrie da essi esercitate.
Soddisfacente è la condizione igienica della colonia, ad eccezione per i lavoranti alla strada ferrata tra Paso de Macho a Orizaba che si trovano soggetti all'influenza della zona mortifera.
La Colonia però non s'accresce nè per nascite, nè per immigrazione, tende bensì a diminuire parte per recarsi in altri stati in cerca di sorte migliore. La maggioranza dei nazionali è celibe, gli ammogliati sono per la più parte con messicane.
Non credo che esistano in Messico donne italiane in maggior numero di cinque o sei.
Non vi ha qui presentemente movimento immigratorio italiano o straniero. In tutti i porti della repubblica non giungono in un anno il numero di passeggeri ed emigranti che sbarcano in un sol giorno a New York.
Nelle condizioni attuali della Repubblica l'emigrazione non troverebbe sorti liete. Gli sconvolgimenti politici e il disagio economico non incoraggiano certo un'emigrazione. Negli italiani residenti predomina il sentimento di far ritorno in Patria e se non fosse per la difficoltà per alcuni di liquidare convenientemente i loro interessi o per la mancanza di
mezzi molti avrebbero già abbandonato questo paese. 
Non mi consta che da essi si mandino sussidi alle famiglie in Italia. In otto mesi, questo consolato rilasciò solo otto vaglia consolari per un valore complessivo di 1800 franchi, nè risulta che quei vaglia fossero spediti per sussidio.
Il nostro commercio diretto si trova quasi tutto concentrato nei porti del  golfo e specialmente in Veracruz per quel che riguarda le importazioni consistenti principalmente in vini, liquori, paste, carta, marmi, e salumi; le esportazioni per l'Italia partono e si dividono tra Matamoros, Tampico, Veracruz ed altri porti del golfo e consistono in gran parte in legnami da tinta e per mobili, tabacco, cocciniglia, cacao etc. Il valore complessivo
delle esportazioni e nelle importazioni tra la Repubblica e l'Italia non giunge ad un milione di franchi.
Non mi consta che i pochi negozianti stabiliti nei porti del golfo intrattengano un commercio di qualche importanza con altri paesi, se si eccettua il signor Formento di Veracruz. Il commercio generale del Messico con l'estero è molto ridotto e non supera i 250 milioni (di franchi) in importazione ed esportazione. Due terzi almeno del valore delle esportazioni consistono in numerario d'argento; le sue richhe produzioni agricole vi contribuiscono per una somma insignificante dato il deplorevole stato attuale dell'agricoltura.
La navigazione nazionale è minima e si riduce a 4-5 bastimenti che annualmente toccano i porti del golfo; d'ordinario partono da Genova, con destinazione al porto di Veracruz dove poi fanno ritorno per l'Europa dopo aver toccato uno o più porti del Golfo per completare il carico di ritorno.
Si è piuttosto nella stagione invernale che hanno luogo tali approdi, nelle altre stagioni i nostri marinai rifuggono dal frequentare questi porti per causa della febbre gialla e delle intermittenti. La portata dei nostri bastimenti che si danno a queste navigazioni varia dalle 200 alle 500 tonnellate.
Casualmente, ma non in ogni anno, i porti messicani sul Pacifico sono visitati da qualche nave nazionale, noleggiata a S. Francisco, per prendervi un carico di legnami per l'Europa. A mia cognizione, 4 soli approdarono con tale scopo in questi ultimi anni al porto della "Ventosa".
Il movimento generale di tutti i porti della Repubblica non supera le 500 mila tonnellate, ed ancora si deve considerare che in quella cifra si comprende il tonnellaggio dei grossi piroscafi americani, inglesi e francesi che fanno il servizio postale una volta al mese, i primi col
Nord-America e i secondi con l'Europa.
Il porto di Veracruz, che è il porto più importante della Repubblica nell'Atlantico, ha un movimento di entrata di 100 mila tonnellate; quello di uscita poi è molto inferiore, poichè come dissi la più parte dei bastimenti d'uscita devono dirigersi ad altri porti messicani per
completare il loro carico di ritorno. Havvi in questa Capitale una società Italiana di Mutuo Soccorso e Fratellanza i cui soci ammontano a 38, ciascuno dei quali contribuisce al fondo sociale a ragione di 5 franchi al mese.
La società è amministrata da un comitato composto di un Presidente, un cassiere, un segretario e quattro consiglieri. Il Regio Console ne è il presidente onorario. Il capitale è depositato presso una Banca di questa città all'interesse dell'otto per cento. Non si è che in casi eccezionali che la società accorda sussidi ad italiani che non facciano parte della
stessa".

Come si deduce dalla relazione del Cattaneo le condizioni della colonia non erano certamente floride, forse a causa dei tempi calamitosi che aveva attraversato la Repubblica messicana. Fino all'anno 1881 non si verificarono fatti degni di rilievo nella colonia italiana; alla fine del 1881 e nel 1882 avvennero i maggiori movimenti immigratori italiani in
Messico. Erano allora circa 6.000 i connazionali residenti nella Repubblica.

" In quell'anno il Ministro del Messico a Roma, d'accordo con il nostro Governo, inviava nella Repubblica molte famiglie di contadini lombardi, veneti e tirolesi, il cui passaggio - 85 franchi per persona - fu assunto dai signori Rovatti, Zannata e Capaccioli, di Genova. A 40 famiglie vennero distribuiti fertilissimi terreni a Barreto (Stato di Morelos). Le altre ebbero occupazione nella Hacienda de la Ascensiòn (oggi Santa Julia) dove percepivano una mercede giornaliera di 38 centavos; nel Restaurant de la Concordia; nel Caffè Fulcheri, nel Caffè inglese, nel Casino Spagnolo, nella raffineria del petrolio, nella fabbrica di tessuti La Teja, nelle miniere di Pachuca, Zacatecas o Guanajuato, in alcuni cantieri".
Queste notizie sono state tratte da un articolo del Dr. Zarboni apparso nel
Bollettino della Camera di Lavoro e Commercio del 1904.

Per la cronaca riportiamo il resto dell'articolo sebbene contenga molte imprecisioni circa l'emigrazione italiana in Messico. I lettori potranno trovare altre informazioni nell'interessante libro del Padre José B. Zilli Manica : Italianos en México - Jalapa 1981, che riproduce una fondamentale documentazione sul tema.
" Gli italiani che si recano a Barreto, ottennero terreni, attrezzi rurali e bestiame in sufficiente quantità a condizioni vantaggiosissme. A ciascuno di loro fu fissato pure un salario di 25 centavos al giorno. Ma il clima tropicale e la febbre gialla incominciarono a decimare le povere famiglie, che si videro costrette ad abbandonare quei luoghi ed a cercare rifugio nella Capitale. Tre solo di esse si fermarono nella colonia.
Poco tempo dopo giunsero altri agricoltori e tirolesi ai quali si affidarono terreni situati a 60 leghe da San Luis Potosí. Parecchi disgustati della cattiva qualità del suolo e dai difficili mezzi di comunicazione coi centri popolati, partirono immediatamente per San Antonio
Texas (Stati Uniti). Le quindici famiglie rimaste, dedicandosi all'allevamento del bestiame, riuscirono con stenti e sacrifici a pagare le terre avute in concessione dal Governo Messicano, ed ora si trovano ad una relativa prosperità.
Alla fine dello stesso anno 50 famiglie provenienti in gran parte dalla Lombardia, furono mandate a Huatusco (Papantla). Alcune vi si stabilirono e, colla coltivazione della vaniglia e del caffè seppero acquistarsi una discreta agiatezza; le rimanenti, o non potendo adattarsi agli eccessivi calori di quella regione, o scontente dei terreni loro assegnati, vennero a
cercare lavoro in Messico.
La pletorica immigrazione di quell'epoca attirò l'attenzione di due speculatori. Certi signori, P. Accinni di Genova e G. Fulcheri di Novara, condussero da New York molti disoccupati : muratori, fabbri, falegnami, cuochi, ecc. - ma si noti nessun agricoltore - e li destinarono a Chepito - oggi Chipilo - nello stato di Puebla.
Questi non resistettero a lungo ai lavori di dissodamento, lasciarono il paese e furono sostituiti da italiani che fecero parte delle precedenti immigrazioni.
Quella colonia dispone di pochi terreni, ed i capi famiglia sono costretti a procurarsi altrove nuove fonti di guadagno. "

A questo proposito nel 1982 si celebrò il primo centenario dell'emigrazione italiana e la nascita della colonia di Chipilo. In quell'occasione furono organizzati splendidi festeggiamenti con la presenza delle autorità diplomatiche italiane in Messico e del Sottosegretario agli Esteri, on. Fioret.
Nello stesso anno, la rivista Italia-Messico dedicò all'avvenimento quasi interamente il suo n.4. fornendo ai lettori una sintetica e - crediamo -interessante storia di Chipilo e dei suoi abitanti.

" Nel 1883, il governo messicano, a condizioni irrisorie cedette a 28 famiglie venete che, arrivate colla prima spedizione, avevano trovato provvisorio lavoro nella Hacienda de la Ascensiòn, alcune terre paludose e aride ricoperte di salnitro, poste nella località Aldana, a due chilometri dalla Capitale, presso il villaggio di Atzapotzalco [oggi parte integrante
dell'area metropolitana di Città del Messico]. Otto famiglie non soddisfatte, con tutta ragione, della bontà dei terreni, rimpatriarono. Ottenuto un credito e strumenti agricoli, i coloni di Aldana si accinsero a lavorare in comune; aprirono larghi e profondi fossati per
raccogliere le infiltrazioni che dai terreni vicini si versavano nei loro campi; si provvidero di una macchina a vapore della forza di 15 cavalli per prosciugare la palude e preservare i raccolti, nella stagione delle piogge, dagli straripamenti del Rio Consulado; dissodarono la terra e la purgarono del salnitro. Le sofferte privazioni, le lunghe e non interrotte fatiche
ebbero largo premio. Ben presto gli sterili piani produssero meravigliosamente granoturco, biada, avena, orzo ed erba medica. Quei tenaci e forti veneti acquistarono magnifiche vacche svizzere, olandesi e Durham, e dal latte, che vendono in città, ricavano pingue
guadagno. Alcune famiglie hanno già fatto ritorno al paese nativo col modesto gruzzolo (15-20 mila scudi); altre si dispongono a partire nella prossima primavera. Molti italiani, tra cui i fratelli Cauduro e Zerboni, entusiasti del progresso raggiunto dalla colonia Aldana, affittarono e comprarono terreni alle porte di Messico, ed oggi contano una discreta
fortuna.
Per chiudere queste succinte notizie intorno alle colonie agricole italiane  sarebbe indispensabile accennare all'ultima disgraziata immigrazione del 1899, le cui dolorose peripezie sono ancora vive nella memoria dei messicani e troppo note in Italia. Non potendone parlare con serena imparzialità ci serbiamo in un prudente silenzio.

Una meritata lode è dovuta al Governo Messicano, il quale scrupolosamente mantenne le promesse fatte ai nostri coloni elargendo loro, a miti condizioni, terreni, attrezzi rurali e 25 centavos al giorno agli uomini ed alle donne, 12 e ½ ai ragazzi maggiori di sette anni.

Un paese come questo, in cui l'elemento indio rappresenta il 37% della popolazione totale, non può ammettere una propria e vera immigrazione dato che le condizioni di salario dell'indigeno non possono ammettere concorrenza. A ciò bisogna aggiungere che nei litorali del Pacifico e dell'Atlantico, dove forse sarebbe possibile una immigrazione, il clima è
tale da essere pressochè micidiale all'elemento europeo, oltre che il  lavoro non è remunerativo. I nostri operai, eccetto forse alcuni specialisti, non troverebbero il lavoro desiderato, salvo adattarsi ai salari irrisori degli operai del paese. Ed in loro favore non potrebbe militare la maggior abilità dato che l'operaio messicano è capace e dotato di un senso di imitazione sorprendente. Che si diano nella Repubblica alcune colonie agricole
(Italiani, Mormoni, Giapponesi, Tedeschi) è pur vero che sono sorte aiutate da forti capitali, da grandi facilitazioni governative e che forse sebbene il risultato avuto sia mediocre, non è tale da ritentare la prova con altri emigranti. E poi i capitali? 
(per altre notizie sull'emigrazione italiana, rimane interessante consultare - oltre al libro di padre Zilli - i libri di  Moises Gonzalez Navarro: la colonizacion de Mexico, 1877 - 1910, Mexico 1960).

Prosegue la trascrizione dell'articolo, perchè ci permette di conoscere la situazione economica del Messico all'inizio del secolo XX, cioè al culmine dell' epoca del "porfiriato".

" Messico è considerato all'estero come paese essenzialmente produttore di metalli, d'argento in special modo. Le statistiche di esportazione indicano che sul totale dei prodotti indigeni che escono dal paese il 50% corrisponde ai prodotti minerari. Ciò nonostante, giudicando non dalla produzione che passa le frontiere, ma dalla cifra totale del consumo e
dell'esportazione, si vede che la produzione agricola è quello che è maggiore il numero delle persone che si occupano e vivono dell'agricoltura in relazione alla popolazione "minera" ed industriale.
Dall'ultimo censimento, il 74% dell'elemento lavoratore si occupa dell'agricoltura (mentre nella stessa epoca era circa il 37-40 % in Germania e in Francia). In Messico il lavoro agricolo è il meno produttivo e di conseguenza il salario rurale è infimo; il lavoro dei campi è qui lo sforzo umano che produce meno e che contribuisce nella parte più esigua alla pubblica ricchezza. Secondo le ultime statistiche, la produzione agricola totale annuale si può calcolare in 250 milioni pesos d'argento. Facendo ora la proporzione fra la popolazione dedicata al lavoro della terra e la produzione agricola: in 250 milioni si ha una media di 100 scudi l'anno. Ciò che vuol dire che è impossibile che il salario del contadino possa essere meno meschino di quello che è ultimamente.
Vediamo ora la differenza tra questi dati e quelli dell'industria e della mineraria. Sempre secondo le statistiche, le persone dedicate al lavoro delle miniere sono circa 106.356 ed il totale dei minerali estratti raggiunse la cifra di 89 milioni di pesos d'argento; ciò vuol dire 840 pesos all'anno. Quanto all'industria, la cotoniera in special modo, dà una media annua di 1000 pesos a testa. La popolazione industriale è circa 22.000 e la produzione 30.000.000 pesos all'anno.
Questa sproporzione fra la produttività del lavoro industriale e quello agricolo tiene una doppia ragione : il suolo e l'individuo.Il coltivatore indigeno rende poco ed il suolo male irrigato - e peggio concimato - rende meno. L'irrigazione e la concimazione, l'introdurre macchine moderne moltiplicando l'umano lavoro saranno fattori poderosi per dare una
soluzione all'importante problema: l'aumento del salario agricolo.
La cultura per eccellenza che attrae la massa immigrante è quella dei cereali che, con poco capitale ed in breve, è produttiva, però per ottenerla, e per evitare che il colono sia alla merceè del cielo, che può distruggere tre raccolti prima di darne uno, è necessario dotare le terre d'irrigazione, rendendole atte a produrre bene e presto, ed avvicinandole alle vie di comunicazione.
Il Cav. Egisto Rossi, Commissario per l'emigrazione, nel dicembre 1903 studiò, visitò la Repubblica per conoscere la possibilità di stabilire una corrente migratoria dall'Italia. Nella sua relazione, pubblicata nel n.6 del Bollettino dell'Emigrazione, così concludeva: - emigrazione agricola sì, sotto l'osservanza di condizioni da determinarsi, prima tra esse quella della concessione di terreni fertili ed in posizione salubre; emigrazioni d'operai e di braccianti no, finché perdurino le difficoltà da me accennate".

Le difficoltà erano invero le stesse constatate e riferite in questo articolo. Dopo aver accennato alle condizioni della colonia, della sua crescita, alle disgraziate immigrazioni, riprendiamo la cronaca della vita della comunità della capitale, come la più importante, quella che rappresentò il nucleo di maggior rilievo nella Repubblica.
Al Ministro Cav. Carlo Cattaneo successe il Cav. Giuseppe Biasi nel 1872, che lasciò ottimi ricordi tra i vecchi coloni. Scosse l'apatia dei connazionali, la società di Mutuo Soccorso e Fratellanza lo elesse suo presidente; le sedute si tennero nella sede della Legazione, nella Calle 5  de Mayo. Fu l'anima della collettività. Vennero successivamente il Conte Luigi Joannini Ceva di S. Michele nel 1879; il Comm. Ernesto Martuscelli nel febbraio 1882; il Comm. Giovanni Battista Viviani lo sostituì il 16 luglio 1884.
La società di Mutuo Soccorsoe Fratellanza prese viva parte alle sciagure nazionali italiane e contribuì materialmente e materialmente. In precedenza, concorse con 1.500 scudi alla costruzione dell'Ossario dei Caduti di Solferino; mandò 1.500 scudi per le vittime del terremoto di Casamicciola (1883). Per la morte di Vittorio Emanuele II (1878), la Colonia italiana in Messico organizzò imponenti onoranze funebri nella Chiesa di san Domenico (alle spalle della Cattedrale), per le quali ricevette valido aiuto da parte del Governo messicano.
Alla morte dell'eroe nazionale Giuseppe Garibaldi (1882) ebbe luogo una imponente commemorazione nel Teatro Nacional. Tra gli oratori, intervennero Don Juan de Dios Peza, grande ammiratore dell'Italia ed il signor Amilcare Roncari, uno degli italiani più noti della Colonia in Messico.
Nel 1888, a rappresentare il Regio Governo, venne il Cav. Luigi Petich. In quel tempo la società di Mutuo Soccorso si trovava ad attraversare una situazione di gravi peripezie, sotto l'incombente minaccia di uno scisma.  Forse più per l'intervento di alcuni soci che per l'influenza dell'autorità consolare le cose tornarono alla normalità, al termine di un anno di
turbolenze. 
Nel 1887 sorse un circolo italiano. Ebbe la sua sede in Calle de San Juán de Letrán, sotto la presidenza del Dott. Nibbi. Nel 1890 vi fu un avvicendamento alla Legazione d'Italia: il Cav. Petich, non particolarmente amato dai connazionali residenti, veniva sostituito dal Cav. Segrè. 
Il 5 gennaio 1893 il marchese Lorenzo Enrico Centurione presentò al Governo messicano le lettere credenziali di Ministro residente del re d'Italia. Il 18 novembre 1894, per iniziativa del predetto e del Dott. Orombello Nibbi si costituì la "società Generale Italiana Umberto I di Beneficenza, Risparmio e Mutuo Soccorso", con l'oggetto di aiutarsi mutuamente in caso
di malattia e inabilità al lavoro, tra gl'Italiani che contribuiscono con una quota fissa al sostegno della società: di portare sollievo e aiuto con la beneficenza, dentro i limiti delle proprie risorse, a tutti quegli Italiani, bisognosi o ammalati, che anche non essendo soci, ne siano degni per la loro condotta e per le loro circostanze; di promuovere fra gl'italiani la cooperazione, l'ordine, il risparmio e l'istruzione; di formare l'unione di tutti gli elementi di nazionalità italiana, sparsi nella Repubblica Messicana, vigilando per i loro generali interessi, per il buon nome e decoro della Colonia italiana; e specialmente di mantenere sempre vivo ed efficace il sentimento della Patria Italiana".
Questa stessa società fondò nel 1898 un cimitero allo scopo di dare degna sepoltura a tutti gli italiani. Venne a costare 4.500 scudi; per la sua manutenzione venivano annualmente stanziati 180 scudi. Tra le altre cose, la società provvedeva un'assistenza medica e fornitura di medicinali agli italiani bisognosi; fornì biglietti ferroviari gratuiti ai connazionali che dovevano spostarsi da un punto all'altro del Messico per trovare lavoro; distribuì buoni vitto agli italiani poveri. Concorse con 100 scudi per soccorrere le vittime della peste bubbonica in Mazatlán, all'inizio del 1904.
Distinguendosi per il suo dinamismo, la società Umberto I ottenne la medaglia d'argento all'Esposizione di Torino del 1898. Nel 1904 il capitale di riserva era di 4.850 pesos, con un centinaio di soci contribuenti. Il Dott. Nibbi, presidente dalla sua fondazione, venne sostituito nella carica da Giuseppe Lavatelli nel 1903.
Nello stesso periodo il fondo di riserva della parallela società di Mutuo Soccorso e di Fratellanza ammontava a 6695 pesos, depositati presso il "Banco de Londres y México", essendo una cinquantina i soci attivi.
 Nel 1898 il Cav. B. Amelio, presidente pro-tempore, ebbe l'idea di provvedere alla cura degli italiani ammalati mediante la creazione di sale speciali presso l'Ospedale "Beistegui", allora il migliore della capitale messicana. Venne cosí aperta ai connazionali la Sala "Emma", in onore della compianta figlia del conte Oscar Hierschel di Minerbi, Ministro d'Italia in Messico, che era succeduto il 23 agosto 1897 al marchese Centurione, dopo una breve incaricatura d'affari del Cav. Poma. 
Con l'elargizione di 500 scudi, nel 1901 il Cav. Ulisse Bassetti permetteva l'apertura della Sala "Corinna". Le due sale "Emma e Corinna" erano destinate ad accogliere tutti gli italiani - soci e non soci - dei due sodalizi della colonia.
Nel 1901 si tentò di unire e di fondere le due società per dare luogo ad una grande Associazione Italiana di Beneficenza. Il bollettino della locale Camera di Lavoro e Commercio, nel suo n.3 del 15 ottobre 1901, incitava i due sodalizi a studiare la questione e a trovare una soluzione per il bene di tutta la colonia.
Dopo vari preliminari, una grande assemblea generale eleggeva un comitato ad hoc per trattare la questione e il 15 febbraio 1902, in una riunione presso lo studio dell'Avv.G.E. Coppola, si giunse a porre le basi per la fusione. Recita il comunicato finale:
" La sera del 15 febbraio c.a., i sottoscritti membri dei due rispettivi comitati direttivi della società Italiana Umberto I e della Fratellanza e Mutuo Soccorso, all'uopo convenuti nello studio dell'avv. Coppola,  hanno deliberato di addivenire allo scioglimento delle società dalle due parti rappresentate ed all'erezione di un nuovo Sodalizio Italiano, mediante le convenzioni e le basi di cui in appresso. Il Comitato della società Umberto I dichiara di essere ampliamente autorizzato ad addivenire al presente convegno in forza di deliberazione dell'Assemblea Generale dei Soci.
Ciò stante resta accordato tra le parti contraenti che la fusione delle due società sarà regolata nelle linee generali dai seguenti articoli: le due società Italiane Umberto I e di Mutuo Soccorso e Fratellanza spontaneamente si sciolgono per costituirsi in un unico Sodalizio che assumerà il nome di società Generale Italiana di Beneficenza e Mutuo Soccorso. Le due società apporteranno alla nuova, con piena e intera trasmissione, tutti i loro diritti ed obbligazioni e sotto la salvaguardia delle garanzie previste  dallo Statuto. I) Il rispettivo fondo di cassa esistente all'epoca dello scioglimento.II) I capitali di riserva, che però rimarranno depositati dove eventualmente si trovano, fino alla scadenza dei rispettivi termini di deposito. III) Tutti gli Istituti (cimiteri, ospedali, ecc.) che fossero stati dalle stesse fondati a scopo di beneficenza.
Di seguito venivano enunciati in 14 articoli i compiti morali e materiali che si prefiggeva il nuovo Sodalizio. Sottoscrissero l'atto, per la società Umberto I, il vice presidente G. Rosano, Arturo Borgatta, Carlo Cuppia, N. Pilla, cassiere G. Lavatelli, segretario G.A. Marchetti. Per la società di Fratellanza e Mutuo Soccorso: Biagio Amelio, Giobatta Repetto, R. Fiorenzano, Carlo Cuppia, A. Lancia, E. Baraldi.
Quando sembrava che le pratiche per la fusione fossero giunte alla fine per il raggiungimento dello scopo, emersero grossi malintesi per cui tutto rimase come prima. Si perdette così una grande occasione per portare a termine un'importante iniziativa benefica per la colonia italiana in Messico.

Il 22 marzo 1900 il conte Magliano di Villar san Marco succedeva al collega  Minerbi. A lui si deve la fondazione della Camera del Lavoro e Commercio che rapidamente progredì dando ottimi risultati, ottenendo l'appoggio morale e materiale del Governo italiano. La fondazione ebbe luogo il 3 febbraio 1901 nella Legazione d'Italia. Dal 1901 al 1904 ne fu presidente
il Cav. Ulisse Bassetti. Il 23 settembre 1901, per iniziativa dei signori Ing. Cesare Novi e Adolfo Dollero (a cui si deve un interessante libro sul Messico - México al día, 1909), sorse il Comitato della "Dante Alighieri". Si fondò una biblioteca, si organizzarono corsi di lingua italiana, si tennero conferenze.
Per la morte del re Umberto I, la colonia, presieduta dal cav. Ulisse Bassetti, organizzò le onoranze funebri che per lo splendore della pompa eclissarono quante altre si erano fatte in Messico.
Dopo il conte Magliano, resse per vari mesi la Legazione il barone Carlo Aliotti; nel luglio 1903 giunse il conte Giulio Cesare Vinci quale Inviato Straordinario e Ministro Plenipotenziario. 
Chiudiamo questa breve storia con alcuni accenni alla stampa italiana in Messico.
Nel 1895 sorse il giornale "La scintilla italiana", fondato dal Sig. Aimone. Ebbe vita breve per avere trattato in termini forse eccessivamente duri la politica del paese.
Dopo qualche anno apparve "Il Progresso Italo-Messicano", diretto dal Sig.Falcinelli. Successivamente, nel 1901, si pubblicò il "Risveglio Italiano"  diretto da Edoardo Tagliavia; fu un giornale molto apprezzato dai connazionali.
Nell'agosto 1901 vide la luce il primo bollettino della Camera di Lavoro e Commercio e nel marzo 1902 " La Gazzetta Coloniale". Queste pubblicazioni,  la prima mensile, l'altra settimanale, ebbero il favore e l'appoggio della colonia ed erano molto lette nel 1904.
Per ultimo apparve la "Patria", rivista fondata dai signori Lancia e Trentini, allo scopo di far conoscere le bellezze e i meriti dell'Italia e del Messico ed intesero concorrere allo sviluppo delle istituzioni benefiche dei connazionali. Fin dal suo esordio vi collaborarono varie
personalità . 
Dato lo sviluppo delle relazioni commerciali italo-messicane, il governo italiano inviò in quell'anno, in qualità di "delegato commerciale" il signor Orlando Cardini perchè studiasse, in loco, la migliore forma di collaborazione commerciale tra i due paesi.

saggio del prof. Antonio Peconi, apparso sulla rivista Italia-Mexico (n.2,1986).

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