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I sermidesi dimenticati dall’America
Partiti in 260 un secolo fa, finirono a fare gli schiavi del cotone

Una storia di miseria e di emigrazione torna alla luce dopo un secolo grazie al lavoro dello studioso Ernesto Milani e alle ricerche di Paolo Barlera (sermidese che vive a New York). Ai primi del Novecento 260 sermidesi si trasferirono negli Stati Uniti dopo un viaggio in nave da Genova a New York durato un mese. Finirono nei campi di cotone, come schiavi.

La storia di 260 sermidesi dimenticati per un secolo sembra essere uscita dalle pagine di un romanzo dell’Ottocento. La si conosce grazie al lavoro dello studioso dell’emigrazione Ernesto Milani, alle ricerche di Paolo Barlera (sermidese che vive a New York) e all’interessamento dell’Associazione Parco della Comunicazione Visiva Del Po. Una vicenda di cui non vi è traccia nella memoria collettiva locale. Ai primi del Novecento 260 sermidesi si trasferiscono negli Stati Uniti per sfuggire dalla miseria con la speranza di ribadire le alterne fortune di altri espatriati prima. In un arco di pochi anni, dal 1905 al 1907, sono una cinquantina le famiglie che se ne vanno da questo angolo di Mantovano, salpano da Genova e affrontano un viaggio che dura dai quindici ai venti giorni.
Quello che impressiona sono le età dei partenti: non tanto degli adulti, generalmente tra i 30 e i 40 anni, ma quelle di ragazzi e bambini: 13, 11, 7, 5, 2, addirittura un anno. Le famiglie, indebitatesi per sostenere il costo del viaggio, una volta arrivati nel nuovo mondo incrementano l’indigenza con il trasferimento alle piantagioni di Ellis Island (New York) porto d’entrata negli Stati Uniti per antonomasia. Ben presto il sogno si trasforma in incubo; giunti sulle sponde del Mississippi, tra Arkansas, Luisiana, Alabama e Tennessee, gli emigrati subiscono una condizione di schiavitù simile a quella che la gente di colore aveva provato fino alla guerra di secessione.
Le piantagioni di cotone in cui vengono trasferiti sono luoghi malsani e poverissimi, le condizioni di vita insopportabili.
Tempi duri anche a causa dell’inflazione del prezzo del cotone; ogni tentativo di fuga viene duramente perseguito dalla polizia che riporta i fuggiaschi sui campi di lavoro. Questa vera e propria tratta degli schiavi pare fosse gestita da clan italiani in collegamento fra le due sponde dell’oceano.
Le località di arrivo sono Robinsonville, Rosedale, Leland, Indianola, Longwood e Greenville.
I nomi delle famiglie coinvolte rimandano all’anagrafe contemporanea. Sconcertanti le testimonianze dei protagonisti riportate nelle lettere rinvenute dal professor Milani nel rapporto del sostituto procuratore federale Mary Grace Quackenbos (1908) sulle possibili violazioni delle leggi sugli immigrati e sulla manodopera nelle piantagioni: fame, povertà, malattia e morte i temi ricorrenti, in una tragedia tutta sermidese. Fino ad ora nessuno sapeva di questa gente che, illusa di abbandonare la miseria lasciata sul Po, l’ha ritrovata peggiore sulle rive del Mississipi.
Una storia fra tante, inscritta nell’ampio flusso migratorio che all’inizio del secolo ha coinvolto parecchi mantovani, partiti per il continente americano e diretti non solo al nord, ma soprattutto in Argentina, prima, e poi in Brasile dove tuttora risiedono numerosi nuclei dal cognome italiano.
In ricordo di quell’esodo massiccio a Magnacavallo, “capitale morale dell’emigrato”, ha eretto un monumento nel parco centrale del paese. Delle cinquanta famiglie sermidesi del Mississipi si sono perse le tracce; non si sa a quale destino siano andate incontro, nè se qualcuno di quegli sfortunati migranti riuscì a tornare in patria.
L’argomento si presta ad ulteriori indagini e ricerche, un ottimo tema per studenti che intendano compilare tesi di laurea originali di elevato contenuto storiografico. Chi sono, dove sono, che cosa fanno i nipoti dei sermidesi del Mississippi?

Siro Mantovani
Tratto dalla Gazzetta di Mantova di VENERDÌ, 07 MARZO 2008
 

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