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Il dopo-Fidel,
viaggio nella Cuba che cambia
Visita tra l’Avana e la ‘escuelita’
di Mantua
di ROBERTO BORRONI
Un bus sfreccia veloce per Calle 23, una delle vie più importanti
dell’Avana. É nuovo di zecca. Nei primi mesi dell’anno hanno preso
servizio duemila nuovi bus cinesi, colorati e fiammanti. I camellos,
gli autoarticolati per passeggeri in grado di trasportare centinaia
di persone, pigiate come sardine, e perennemente in ritardo sono
stati mandati in pensione. Alcune sere dopo discuto delle novità
degli ultimi mesi ad un cena cui prendono parte gli scrittori cubani
Senel Paz, Marta Rojas, Francisco Lopez e il critico letterario
Roger Avila. Negli ultimi tre mesi il governo cubano ha eliminato
una serie di restrizioni a cui erano sottoposti i cittadini
dell’isola. Le decisioni prese non rappresentano certo un passaggio
radicale a una nuova politica economica, ma hanno un forte valore
simbolico e sono senza dubbio indicative della volontà di affrontare
i problemi in modo meno ideologico e più pragmatico. La parola
transizione non viene mai pronunciata, ma i cambiamenti, sia pure
timidi e impercettibili, sono evidenti.
Si capisce che Cuba sta attraversando un periodo di grande fermento
e speranza: le aperture di questi ultimi mesi a proposito di
telefoni cellulari, dvd, computer sono un primo segnale. Di recente
è stato permesso ai cubani di entrare negli hotel frequentati dai
turisti. Un weekend sulle spiagge di sabbia bianchissima dell’isola
si può acquistare. Caro e in moneta convertibile, ma è liberamente
sul mercato. In alcune località, il turismo nazionale farà
registrare il tutto esaurito per i prossimi due mesi. Ma hanno i
soldi per permettersi telefonini, dvd, alberghi, biciclette
elettriche (ne sono state acquistate pare 4mila in pochi giorni)?
La risposta è che una parte dei cubani, quelli che lavorano nel
turismo e quelli che beneficiano di rimesse dei parenti all’estero,
hanno a disposizione denaro sufficiente. E per gli altri? Il governo
sta ponendo mano ad un provvedimento che innalzerà il salario medio.
Un’altra iniziativa legislativa consentirà ai cubani di viaggiare
all’estero grazie all’abolizione dell’odiato visto di uscita e del
vincolo dell’invito da parte di uno straniero. Osservo che rimangono
sul tappeto altri problemi di carattere strutturale. «Con il tempo e
con calma li risolveremo» mi viene risposto. E molto dipenderà da
come andranno le elezioni negli Stati Uniti d’America: a Cuba tifano
Obama.
Sono di nuovo a Cuba insieme ad Alberto Ghidorzi. I container
predisposti dall’associazione ‘Un bambino come amico’, in
collaborazione con il Gruppo di volontariato civile di Bologna, sono
arrivati; andremo nelle scuole per incontrare bambini e insegnanti.
Conosco due giovani giramondo: Roberto Borlini e Natalie, sua
moglie. Hanno due bambine, una di quattro mesi e l’altra di due
anni. Roberto è a Cuba da pochi mesi e coordina le iniziative del
Gruppo di volontariato civile. Natalie, funzionaria dell’Onu a Roma,
lo ha seguito. Roberto ha accumulato un’esperienza straordinaria:
prima in Bolivia come volontario, poi in Nicaragua. Una bella
storia, dove affetti e passione civile si mescolano insieme. Con lui
incontriamo Santiago Borges Rodriguez, direttore del Celaee,
l’istituto che promuove gli scambi culturali con i paesi
dell’America Latina e d’Europa, che mi consegna un attestato per la
solidarietà dimostrata nei confronti delle scuole speciali. Poi ci
dirigiamo alla Sierra Maestra, dove ci accoglie con il consueto
calore e affetto la direttrice Pilar. Festa grande e nel corso di
una cerimonia veniamo nominati dai bambini ‘padrini’ della scuola.
Commovente l’incontro con i bambini della Solidaridad con Panama,
una scuola speciale dove abbiamo inviato carrozzelle per
paraplegici. Un acquazzone tropicale ci accoglie quando entriamo nel
giardino della villa dove ha sede la William Soler Ledea, una scuola
per sordociechi dove abbiamo inviato giochi didattici e di ruolo.
Nei giorni successivi ci rechiamo a Mantua, alla escuelita Ormani
Arenado Llonch. Quando arriviamo il sole picchia duro e le strade
sono semideserte. Davanti alla scuola non c’è anima viva e la cosa
mi lascia perplesso. Nel 2006, la prima volta che visitammo Mantua,
ci accolsero schierati bambini e insegnanti. Entro nella scuola e mi
affaccio nell’ufficio del direttore. C’è Anamaria, la sua vice, che
strabuzza gli occhi, fa un salto di gioia, mi salta al collo e mi
chiede che ci faccio da quelle parti. L’equivoco viene chiarito: si
erano dimenticati di avvisarli della nostra visita. I cubani sono
persone straordinarie, ma anche un po’ casinisti... Nel giro di
pochi minuti la notizia si diffonde: arrivano le insegnanti Mayhtee,
Marybel e Beatriz. I bambini mi riconoscono e si fanno intorno. Nel
cortile sono montati il campo da minibasket e da minivolley che
avevamo inviato nel 2006. Alberto, vecchia gloria della pallavolo
mantovana, non rinuncia ad una partitella con i bambini. Visitiamo
le aule e abbiamo modo di costatare il buon uso che è stato fatto
del materiale che abbiamo inviato.
 Il
giorno prima del rientro in Italia incontro Moraima Orosco Delgado,
direttrice della educazione speciale del Ministero della educazione.
Mi ringrazia e conversiamo di iniziative future. Poi mi chiede se
sono disponibile, in gennaio, a partecipare e a prendere la parola
ad un convegno, che avrà luogo a L’Avana, cui prenderanno parte
rappresentanti dei paesi dell’ America Latina. Non faccio nemmeno
finta di pensarci un attimo. Di nuovo a Cuba il 26 gennaio del
prossimo anno.
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