Mantovani nel Mondo     8 Gennaio 2007    

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Il mensile della Farnesina "In rete con l'Italia"
intervista Elio Carozza, Segretario generale del CGIE,  sul futuro dell'importante organismo che dirige

 


Elio Carozza il nuovo Segretario Generale del CGIE è stato eletto il 6 dicembre al secondo scrutinio con 49 voti, superando l'altro candidato, Franco Santellocco, che ha ottenuto 31 preferenze (in totale hanno votato 86 Consiglieri, in 7 si sono astenuti e 6 sono state le schede bianche). Alla guida del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero Carozza succede a Franco Narducci, dimessosi in seguito alla sua elezione a Deputato nella Circoscrizione Estero (ripartizione Europa). Emigrato in Belgio nel 1979, Carozza lavora al Parlamento Europeo ed è il Segretario della Federazione dei Democratici di Sinistra del Belgio.

“In rete con l'Italia” lo ha intervistato.
Quali sono le priorità che darà al suo mandato di Segretario Generale del CGIE?

Credo che il primo impegno sia quello di contribuire a che il CGIE svolga pienamente la funzione che la Legge istitutiva gli assegna. Si tratta essenzialmente di garantire ai nostri connazionali all'estero la tutela dei diritti, il mantenimento dell'identità culturale e linguistica, la piena integrazione e la partecipazione nei Paesi di residenza, la formazione scolastica e professionale, l'informazione. Inoltre dobbiamo lavorare per rafforzare il collegamento delle nostre comunità con la vita politica, culturale, economica e sociale dell'Italia. Non è poco e non è facile. E tuttavia credo che il nostro obiettivo debba essere ancora più ambizioso. Io penso che il CGIE debba fare un salto di qualità riuscendo a fare della politica per gli italiani all'estero una parte integrante della politica internazionale del Paese. Milioni di italiani che vivono nel Mondo sono un patrimonio e una risorsa per l'Italia.

Un patrimonio di esperienze, di intelligenze, di conoscenze nei diversi campi della vita sociale, politica, economica e culturale. Una chance mai riconosciuta fino in fondo. L'Italia e il Governo di centrosinistra, invece, devono esserne convinti davvero e operare per valorizzare e far emergere concretamente questa immensa opportunità, come fino a oggi non è stato fatto. È determinante creare le condizioni per stabilire un nuovo e proficuo rapporto con le giovani generazioni di italiani e di oriundi che vivono nel mondo. Nel corso del mio mandato, il CGIE dovrà impegnare molte energie affinché, non solo venga convocata la prima Conferenza Nazionale dei Giovani Italiani all'Estero, ma che a essa si arrivi con una preparazione e una partecipazione molto ampia. L'attenzione e l'azione del Consiglio Generale devono incentrarsi sul raccordo con i COMITES e con la diffusa rete associativa italiana nel mondo e, soprattutto, il CGIE deve saper interloquire con tutte le Istituzioni dello Stato ai diversi livelli: centrale, regionale, provinciale e comunale.

Si parla tanto di rinnovare il CGIE, soprattutto dopo le elezioni dei 18 parlamentari nella Circoscrizione Estero. Qual è il suo punto di vista?

Con l'avvenuta elezione dei 18 parlamentari della Circoscrizione Estero si è aperto un ampio e acceso dibattito non solo sul ruolo e le funzioni del CGIE, ma anche sulla opportunità di mantenere in vita un tale Organismo. Un dibattito che giudico in ogni caso positivo dal momento che è stato lo strumento di un rinnovato interesse del mondo associativo, dei COMITES, del Parlamento e dello stesso Consiglio Generale, nei confronti del tema della rappresentanza degli italiani nel mondo. Voglio dire però che peccherebbe di superficialità e approssimazione chi pensasse che i nostri 18 parlamentari possano da soli farsi carico della responsabilità di rappresentare in maniera adeguata milioni di cittadini che vivono in un territorio sconfinato. Per svolgere questo compito occorre dedizione, presenza in Parlamento, studio, supporti adeguati e intense relazioni con le varie Istituzioni. In questo contesto va affrontata con urgenza la riforma del CGIE. Una riforma capace di dare voce e farsi specchio di un concetto plurale e differenziato di rappresentanza, che guardi al futuro, che sappia coinvolgere i giovani e le donne, che sappia cogliere e soddisfare la domanda di un nuovo rapporto tra gli italiani all'estero e tutto il “Sistema Italia”. Un CGIE più legato al territorio, alle specificità delle nostre comunità nei diversi Paesi e Continenti, raccordato con i COMITES e l'associazionismo italiano.

Non crede che ci sia bisogno di una maggiore cooperazione tra le Istituzioni per supportare le comunità di italiani all'estero?

Ne sono pienamente convinto. Ho avuto la fortuna, nel precedente CGIE, di assumere la responsabilità di Presidente della Commissione tematica Stato-Regioni-Province Autonome-CGIE. Posso dirle che si è lavorato molto in questi anni per trovare le sinergie con e tra tutte le Istituzioni dello Stato. Credo che con la perseveranza e la buona volontà e grazie al lavoro svolto soprattutto nella preparazione delle prime due Assemblee della Conferenza Permanente tra Stato - Regioni - Province Autonome e CGIE, oggi ci siano le condizioni per un costruttivo dialogo e si manifestino le disponibilità tanto sotto il profilo organizzativo e legislativo che nella ricerca di interventi coordinati e di cooperazione. Il rapporto tra comunità degli italiani all'estero e Istituzioni è determinante. Vanno, dunque, concretizzate le indicazioni della seconda assemblea della Conferenza permanente tra Stato-Regioni- Province Autonome e CGIE. La presenza delle Istituzioni e del CGIE in seno alla Cabina di Regia rappresenta la garanzia per rafforzare e continuare a sviluppare una cooperazione significativa e vera. Entro il 2007 si terranno i primi due seminari dedicati alla riforma dello Stato e all'internazionalizzazione.

Si dice che la nuova emigrazione ha dei tratti molto diversi dalla precedente. Che cosa ne pensa?

Gli italiani che oggi cercano lavoro in altri Paesi non hanno quasi nulla in comune con coloro che lasciarono l'Italia nel primo dopoguerra e fino alla fine degli anni '70. Oggi siamo di fronte a situazioni e scelte di carattere individuale. Sottolineo scelta e non obbligo. Non assistiamo più a esodi o emigrazioni di massa. Se si esclude buona parte dell'emigrazione del Sud Italia, spesso ancora determinata dal bisogno, per il resto parliamo di “fuga di cervelli”, o comunque di professionisti, ricercatori, operai specializzati che seguono per un certo tempo le imprese italiane che operano nel Mondo. Molti giovani si formano o completano la loro formazione in altri Paesi, in
particolare negli Stati membri dell'Unione Europea. Se questa oggi è la nuova emigrazione appare chiaro che nulla ha a che vedere con l'emigrazione del dopoguerra. Forse possiamo già considerare che la permanenza fuori dall'Italia di questi nuovi migranti, sarà temporanea: naturalmente se sapremo creare le condizioni per rendere, non solo possibile, ma anche desiderabile professionalmente il rientro. Sono tra coloro che considerano questa nuova emigrazione una ricchezza importante quanto l'emigrazione tradizionale. Una ricchezza diversa. Cittadini che torneranno in Italia con un bagaglio di esperienze e conoscenze che saranno messe a disposizione del mondo produttivo, economico sociale e culturale. Tuttavia anche questa nuova emigrazione pone questioni e problematiche nuove, esigenze diverse, alle quali bisognerà trovare risposte efficaci. Pone questioni legate ai servizi, alla tutela dei diritti sociali e politici, alla scolarizzazione e alla formazione dei figli, alla cultura italiana e all'informazione. Pone esigenze legate a un permanente e costante legame con la vita quotidiana italiana.

È sempre più difficile tenere stretto il legame con gli oriundi, man mano che passano gli anni e ormai spesso i giovani non conoscono nemmeno l'italiano. Cosa si dovrebbe fare secondo lei?

Le nostre comunità hanno finalmente raggiunto in tanti Paesi una piena e completa integrazione, in particolare le giovani generazioni. Va considerata, questa, una conquista, una vittoria e in definitiva una meritata ricompensa.
Senza cadere nella retorica, dobbiamo riconoscere con onestà che la nostra emigrazione è stata sin dall'inizio abbandonata alla sua sorte. Il disimpegno del nostro Paese è stato quasi totale. L'Italia non si è preoccupata di accompagnare e di facilitare la graduale integrazione dei nostri emigrati né di allacciare un rapporto reale e di sostegno. Il legame con il Paese di origine è stato in gran parte unilaterale. Sono stati gli italiani della prima e seconda generazione che hanno mantenuto e mantengono un rapporto con l'Italia attraverso ogni forma di associazionismo. Ci sono ancora oggi nel mondo circa 5.000 Associazioni, che rappresentano un forte patrimonio per le nostre comunità. Tuttavia anche le Associazioni denunciano sempre maggiori difficoltà nell'assicurare un rinnovamento e una capacità di interpretare le motivazioni e l'interesse delle giovani generazioni di origine italiana
verso l'Italia. Attraversiamo una fase molto delicata, potremmo essere vicini a un punto di non ritorno se non si interviene con politiche volte a valorizzare e a far emergere il potenziale di conoscenze ed esperienze presenti nelle nostre comunità, incoraggiando motivazioni e sentimenti trasmessi da una generazione all'altra. Abbiamo oggi, attraverso la completa rappresentanza, gli strumenti per percorrere strade nuove, per recuperare in termini attivi un rapporto costruito su interessi reciproci. Bisogna incominciare da subito con un forte investimento nella diffusione e l'apprendimento della lingua e della cultura italiane e con un rilancio delle nostre Associazioni. Bisogna operare affinché la rete associazionistica, così ramificata nel mondo, possa ritrovare slancio e funzioni di collegamento con la rappresentanza e con le Istituzioni.

Come giudica l'incontro dei giovani oriundi che si è tenuto in seno al CGIE?

È stato un incontro molto sentito e partecipato, frutto di una buona intuizione da parte del CGIE. Non era mai successo in questi anni, di trovarsi in una riunione del CGIE con una significativa presenza di giovani provenienti da tutto il mondo e sono stati loro, i giovani, i protagonisti e gli attori dell'incontro. Giovani che hanno completato e acquisito una sicura e piena integrazione nei Paesi dove sono nati. Sono argentini, brasiliani, canadesi, australiani, svizzeri e olandesi. Giovani che vivono con distacco le tradizionali forme di aggregazione degli italiani all'estero. Al tempo stesso, abbiamo avuto la prova di quanto sia ancora forte il legame con l'Italia e di quanto sia diverso il rapporto che le giovani generazioni di italiani che vivono nel mondo hanno con il Paese di origine, rispetto alle prime e seconde generazioni della nostra emigrazione. Abbiamo riscontrato come sia bastato dare degli stimoli a chi fino a pochi anni fa non si interessava del nostro Paese, per suscitare interesse, motivazione, partecipazione e affetto. Questo incontro è stato il primo passo di un percorso che dovrà concludersi con la prima Conferenza Nazionale dei Giovani Italiani e di origine italiana nel mondo. Un percorso articolato, che deve tener conto delle diverse realtà in ogni città, in ogni Paese e Continente. Un percorso capace di sollecitare interesse e motivazione di un gran numero di giovani. Dobbiamo avere la consapevolezza che il futuro del rapporto tra l'Italia e le nostre comunità nel mondo passa da quanto sapremo tessere legami proprio con i giovani. Sarà un cammino lungo e non semplice. Per questo è bene metterci subito in marcia

a cura di "In rete con l'Italia"
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