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Argentini d’Italia
“Credo che tutti noi, argentini -italiani,
italiani-argentini, o comunque ci chiamiamo, quel che vorremmo è poterci
portare l’Argentina in Italia, cioè la nostra gente, le nostre
abitudini, i nostri sabato sera e i nostri asado della domenica, in
questa terra che ci piace, in questo sistema socio-politico- economico
che ci permette di vivere e crescere come persone, senza i sobbalzi e le
angosce che erano parte della nostra vita in Argentina”.
E’ uno dei passi della testimonianza di Patricia Monica Vena
(intellettuale argentina con ascendenza italiana), riportato dalla
giornalista Paola Cecchini nel corso della presentazione di TERRA
PROMESSA-IL SOGNO ARGENTINO (edito dalla Regione Marche) che ha avuto
luogo a San Benedetto del Tronto nel corso della manifestazione MARE
APERTO 2007, dedicata quest’anno al Paese sudamericano.
Il libro della Cecchini ci permette di capire tante cose sui nostri
amici che vengono da lontano. Il senso di estraneità che sottintende il
dramma dell’immigrazione (“che tocca tutti gli aspetti della vita, dalle
abitudini alimentari al modo di rapportarsi con gli altri”) è vissuto
dagli argentini residenti nella regione anche nei confronti del
paesaggio rurale ed urbano.
Pur considerando il primo “attraente, pieno di ritmo e colori”,
continuano a sentire più naturali le infinite pianure argentine, i
lunghi chilometri desolati delle pampas, “quella sensazione della vista
che si perdeva lontano, senza sbattere contro nessuna collina”; mentre-
a proposito del secondo- notano che qualsiasi paese o città d’Italia è
caratterizzato da strade strette e fiancheggiate di case a due o tre
piani dove a volte, sembra che neanche il vento osi entrare. “Sembrano
piuttosto il rifugio che gli uomini costruiscono per proteggersi dalla
natura e da altri uomini, per avvicinarsi gli uni agli altri e
mantenersi uniti e quindi più forti”, così diversi dai quartieri di
Rosario, dove “è impressionante la quantità di cielo che si vede”.
Patricia crede che tanti problemi sorgano perché la società italiana:
“non è abituata ad accogliere altre culture, società che era stata
storicamente emigrante nel mondo e perciò non era equipaggiata neanche a
livello legislativo per incorporare persone che venivano da altre
realtà.”
Ci sono diversi tipi di sottosviluppo, secondo Patricia. E se quello
argentino è di tipo economico, quello italiano è di tipo culturale:
"Abbiamo trovato che in molti aspetti la nostra mentalità è più aperta,
più capace di evoluzione rispetto a quella che riscontro nella società
italiana; come se il peso della storia che porta sulle sue spalle la
costringa a camminare piano, perché strada facendo, non cada qualche
tradizione di troppo. Devo chiarire che abbiamo anche capito che questo
fenomeno di rallentamento nell’evoluzione socio-culturale è specialmente
marcato nella zona d’Italia in cui ci siamo stabiliti e cioè quella
centrale che, come tale, gode di tutti i progressi tecnologici, dei
comfort del nord del Paese, mentre conserva la mentalità tradizionalista
e quasi medioevale del centro- sud. Fu precisamente questa
caratteristica che sin dall’inizio creò in noi la sensazione di trovarci
in una strana dimensione nella quale il passato e il futuro coesistevano
confondendosi... e confondendoci. Sì, perché conferivamo a persone che
avevano accesso a certi livelli tecnologici e persino scientifici,
livelli corrispondenti di preparazione, informazione e cultura che non
sempre possedevano”.
Nel faccia a faccia con questa struttura sociale ed economica di primo
mondo (con tutti i suoi progressi tecnologici, scientifici ed
economici), Patricia ha scoperto che gli argentini sono dotati di
caratteristiche che in Italia si sono perse: “Noi conserviamo intatto il
nostro senso di auto-conservazione, perché la nostra realtà politica,
sociale ed economico lo esige. Non si tratta soltanto di scappare ai
pericoli fisici, ma anche di una capacità molto sviluppata di rovesciare
circostanze avverse e trarne qualche profitto. Questo significa non
perdersi in un bicchiere d’acqua; questo significa anche non aver
bisogno di un’enorme quantità di attrezzi indispensabili per la vita
moderna, senza i quali le società ultra sviluppate sarebbero perse”.
Una delle cose più importanti nate dall’immigrazione è stata per
Patricia ed i suoi amici la possibilità di "prendere coscienza in un
modo direi quasi doloroso, per quanto intenso, di un fatto che mentre
ero in Argentina non ho mai analizzato ... era così naturale essere
argentina, che neanche me ne rendevo conto"..
Sì, perché soltanto di fronte a questa realtà diversa che si manifesta
in ogni atto della vita (dalle abitudini alimentari al modo di stabilire
rapporti con altri esseri umani), Patricia è riuscita a prendere
coscienza del fatto che anche "noi abbiamo una identità ben precisa, con
caratteristiche proprie e con cultura propria".
Il libro della Cecchini (1100 pag) è stato patrocinato dall’Ambasciata
d’Italia a Buenos Aires, dall’Ambasciata della Repubblica Argentina in
Italia, dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Ministero per
gli Italiani nel Mondo.
La scheda del libro
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