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 Riflessione sul voto all'estero
Intervento al convegno UNAIE di Roma del 7 marzo di Padre Domenico Locatelli
Direttore Migrantes per la pastorale degli Italiani nel Mondo

Ci siamo, siamo finalmente dentro nella prima consultazione delle elezioni politiche regolata dalla legge del 27 Dicembre 2001 n. 459 a conclusione di quarant’anni di lotta. Un diritto di voto mai negato, per la verità, ma che era troppo difficile esercitarlo soprattutto per gli italiani oltre oceano, con il risultato della loro sparizione dalla partecipazione elettorale. Oggi è possibile esercitarlo per corrispondenza, ed era una soluzione adottabile fin dall’inizio della vita democratica del paese, ma non lo è mai stato, inspiegabilmente.La vera novità sta nell’aver modificato la stessa costituzione italiana che ha riconosciuto la nuova “circoscrizione estera”; regolamenti attuativi
adeguati stabiliscono regole, procedimenti, il numero e le modalità a seconda dei continenti: una vera ed importante rivoluzione. E’ utile sottolineare due aspetti:
• Gli italiani all’estero esistono e formano un’altra Italia che viene riconosciuta non più solo come problema da assistere o realtà economica che, con le sue rimesse, ha contribuito non poco alla ricostruzione del paese sotto tutti i punti di vista, ma ormai è un soggetto adulto con le sue caratteristiche e potenzialità.
• Esistono molte Italie con storie, cammini, bisogni, potenzialità e tradizioni diverse che è giusto rispettare ed è bene cogliere nelle loro peculiarità. I candidati, pur rappresentando tutti gli italiani nel mondo e diventando parlamentari dell’unica Italia, sono “esperti” soprattutto dei collegi dove si presentano e dove otterranno i voti e dovranno rispondere a loro e nello stesso tempo, a tutti gli italiani.

Iniziamo la fase operativa, le prove di democrazia e partecipazione, ed è un grande impegno. La prima cosa da ammettere e prendere in conto è che non siamo preparati. Siamo piccoli soggetti politici ed è bene che assumiamo tutta una buona dose di volontà di apprendere. Stiamo muovendo i primi passi e ci saranno cadute e sbagli dovuti alla fretta e all’inesperienza. Aiuterà molto l’accettare gli sbagli possibili e utilizzare comprensione piuttosto che aggressione, riconoscenza e stima per chi ci vuol provare a mettersi in questo servizio cosi complicato piuttosto che circondarlo del sospetto di interessi privati. Ma iniziare questo esercizio alla partecipazione politica significa non delegare niente a nessuno. Nessuno deve fare la parte al posto degli italiani nel mondo che possono camminare con le proprie gambe imparando a muovere i primi incerti passi trovando le forze che non mancano e che sono cresciute, nelle attività dei Comites e del CGIE.

L’avvicinarsi alla politica richiede una grossa iniezione di fiducia superando lo stereotipo, spesso motivato, di sentirsi dimenticati, nonché la tendenza di pretendere assistenza perpetua. Mi sembra opportuno sottolineare tre dimensioni. Anzitutto entrare nella politica del posto dove si vive. E’ in  quel territorio locale che si partecipa la politica accettando le regole che esistono, lottando per i diritti e per una gestione accettabile di un buon governo che tuteli i valori universali della persona. In loco si apprende ad essere buoni cittadini costruendo partecipazione, attenzione all’informazione, dialogo rispettoso e capacità di allearsi in associazioni che sanno fare progetti politici e portarli avanti. In secondo luogo, il quadro di riferimento non può essere che l’Europa. Il cammino dell’unità europea è il progetto più immediato al quale concorrono le nazioni, l’Italia fra le prime, e all’Europa guarda il mondo intero soprattutto il Sud e l’Est del pianeta. I parlamentari degli italiani nel mondo devono essere europeisti convinti e operatori per la ripresa decisa del cammino costituzionale per un’Europa dei popoli capace d’una illuminata gestione dei flussi migratori e d’accoglienza per la speranza dei migranti. E per ultimo, nel far politica non può restare orfana la dimensione mondiale per non scadere del  particolarismo, nel provincialismo dell’interesse di bottega, perché in confronto di civiltà sta rischiando lo scontro e la guerra. Chi fa politica e diventa parlamentare si fa portatore dell’anelito di pace, giustizia, democrazia, libertà religiosa, tutela dei diritti delle persone. Gli italiani nel mondo in questo hanno una marcia in più perché hanno esperienza di situazioni interculturali e multilinguistiche.

E’ necessario pertanto recuperare un ruolo al quale hanno dimissionato da troppo tempo Associazioni, patronati e missioni cattoliche italiane: formare alla vocazione politica. Vuol dire preoccuparsi di una formazione morale e intellettuale che diventa scuola di vita dove si apprende il dialogo, il rispetto per le posizioni diverse, la capacità di collaborare, l’intelligenza nel cogliere i bisogni e le strategie di risposta, l’equilibrio del possibile, l’arte del convincimento, la profondità delle motivazioni, la capacità di sintesi, la coerenza con i principi, l’ottimismo nelle possibilità di tutti, l’umiltà di mettersi al servizio degli altri e delle istituzioni.

Qui c’è sempre il rischio di prendere il posto che non ci compete con la presunzione che si farà meglio dell’altro. Proporsi come candidati ed essere eletti può anche portare qualcuno a cambiare pelle, ad essere quello che non è mai stato, a trovarsi addirittura dall’altra parte. Ogni lavoro e vocazione è bella se è fatta con consapevolezza, preparazione ed onestà. Se uno cambia lavoro e servizio con la motivazione che sulla piazza purtroppo non c’è nessuno che sappia fare il parlamentare o il politico, vuol dire che non si è investito molto per preparare persone capaci di tale servizio. Senza dimenticare che oggi c’è pure la deleteria moda di candidare persone che con il mestiere del politico non  hanno proprio nulla a che fare, ma il gusto della provocazione, strumentalizzando la persona stessa e facendo un pessimo servizio al buon governo d’un paese. L’essere prestato alla politica ha, spesso, il sapore di qualcosa d’aggiustato, mancante. Cos’è la cultura italiana ? Dove si trova ? La cultura italiana sono gli italiani stessi, le persone, le famiglie. Gli italiani nel mondo hanno fra le mani il valore di un vissuto che ha raggiunto una buona qualità, ha superato difficoltà ed emarginazioni. Gli italiani nel mondo sono diventati soggetti, individuali, associati, comunitari. Possono esprimere un valore umano, civile, culturale, religioso, familiare, professionale e imprenditoriale di spessore. Ed è bene imparare a leggerlo, esprimerlo e metterlo in gioco, investirlo per migliorare la società.

La capacità di proporsi non è mai mancata agli italiani all’estero. Abbiamo una lunga storia nelle Associazioni, nei mezzi di comunicazione, nelle attività culturali, sportive, imprenditoriali e artistiche. Ora gli italiani nel mondo hanno la possibilità di proporre e scegliere 18 persone che siederanno nel Parlamento italiano e chiederanno loro di rappresentare tutto il popolo che vive fuori della penisola e portare tutte le comunità diverse e belle che sono in tutti i continenti. E’ uno dei migliori protagonismi che abbiamo fra le mani: usiamo tutto il tempo che sarà necessario, ci serviranno anni senza dubbio. Ma è troppo prezioso il contributo che possiamo dare all’Italia e all’Europa attraverso i nostri rappresentanti. E quando parlo di rappresentanti, parlo dei 18 parlamentari futuri ma soprattutto dei 97 membri del CGIE il Consiglio Generale degli Italiani all’estero, dei 29 membri di nomina governativa compresi che hanno il valore aggiunto di contribuire con l’incredibile forza ed esperienza di istituzioni nazionali ed internazionali che hanno vissuto e compreso l’emigrazione italiana come nessun altro: se mancassero sarebbe un forte impoverimento. Per quanto riguarda le candidature, tre sono gli aspetti da sottolineare

1. la prima è che ci limitiamo ai soliti noti legati alla visibilità assicurata dai servizi sociali o attività mediatiche svolte in favore degli italiani. E meno male perché tale notorietà ha permesso di aver superato l’esame di idoneità a riguardo della loro onestà, credibilità e serietà.
2. rischiamo il venire alla ribalta degli sconosciuti che si improvvisano attori politici, come se far politica e sedere in Parlamento fosse la cosa più facile e conveniente. Non manca mai la tentazione maldestra di faccendieri, mercanti di promesse, incantatori ciarlatani. Non è difficile riconoscerli: dai frutti che maturano nella loro vita personale, familiare, professionale e sociale si riconosce l’albero. A nessuno si può dare la delega in bianco. Essere vicini a queste persone richiede anche l’amicizia di dissuaderli dal candidarsi a far politica.
3. Per una buona maggioranza dei candidati si è dovuto ricorrere al supporto dei partiti nazionali di Roma. Una strada giusta, naturale, facilitata. Senza dubbio. Ma il non poter diversamente, se non a caro prezzo, ricorrendo a candidature in liste indipendenti che trovano origine sul territorio dove si opera e si vive, sta gettando un’ombra di smarrimento un po’ su tutto.
a) Non riusciamo ancora ad avere la forza in proprio di proporci con il sostegno guadagnato in loco per arrivare ad ottenere consenso e credito e quindi appoggio che ci venga offerto dalle formazioni partitiche da Roma.
b) L’iniziativa, per lo più, l’hanno presa a Roma. Le liste le hanno determinate nella capitale.
c) Sarebbe utile che i leaders nazionali di Roma si spostassero nelle nostre città estere: è la loro immagine che passa, è il partito e le coalizioni che rappresentano che passa, sono gli schieramenti e le guerre nazionali cosi distanti e lontane dagli italiani nel mondo che prevalgono…ma ne sono già saturi dalle trasmissioni televisive rilanciate nel mondo.
Sono le problematiche della Penisola e delle regioni che dominano in assoluto.
La realtà degli italiani nel mondo non esiste, non se ne parla: è tutto un terreno da conquistare e aiuterebbe non poco la campagna elettorale nazionale ad alzare il livello e le prospettive. Penso che il punto di riferimento per gli italiani nel mondo non sia prima di tutto Roma. I candidati non devono parlare di Roma e delle coalizioni politiche italiane, ma devono parlare prima di tutto degli italiani nel mondo. Di chi sono, del contesto dove si trovano, della strada che stanno facendo, della forza che hanno, delle difficoltà che devono superare, dei valori che possono offrire alle Regioni e alla Repubblica italiana. Va anche bene che siano poli e tramite del commercio e dell’economia italiana nel mondo, ma questo non basta. Gli italiani nel mondo prima di tutto sono delle persone in gamba, umanamente molto ricche, aperte ad appartenenze linguistiche, culturali, e sociali molteplici, hanno fatto esperienza di società multiculturali passando attraverso la “purificazione” di essere di minoranza in tutti i sensi.

I giovani italiani con la “y” possono offrire un contributo significativo per l’indipendenza e la capacità di mediazione che possiedono.
- Vorrei che i nostri candidati all’estero non parlassero troppo dei leaders politici della penisola italiana. Vorrei sentirli dei candidati italiani nel mondo e di chi li sostiene, delle alleanze e degli animatori che sono riusciti a coinvolgere sul territorio dove operano.
- Senza cadere nell’ingenuità vorrei sentir parlare meno dei programmi delle coalizioni nazionali di riferimento e amerei ascoltare di più circa i progetti che riguardano e coinvolgono gli italiani nel mondo, fino a dove e con quale risorse umane e di competenza vogliono svilupparli e sostenerli.
- Vorrei ascoltare e leggere non tanto di quanto il MAE o il Governo italiano deve dare, pagare o assicurare, che è comunque sacrosanto, giusto e importante chiederlo con forza sia per la rete consolare, gli istituti di cultura e lingua italiana, per le tutele previdenziali, l’aiuto per gli indigenti, per la stampa e i media italiani all’estero e perché no, per la cura pastorale e spirituale delle Missioni cattoliche italiane, lo facciamo abbastanza bene anche se i risultati spesso sono frustranti.
- Piuttosto vorrei che cominciassimo a capire e a dire quanto possono fare gli italiani nel mondo, uniti fra loro e con le loro forze. Quante collaborazioni transnazionali e internazionali possono facilitare, quante sinergie e scambi culturali e umani possono ospitare.
- Arriveremo un giorno a capire meglio l’identikit dell’italiano all’estero e riusciremo a tracciare un progetto che rappresenterà gli italiani nel mondo?
- Non mi dispiacerebbe ascoltare i candidati della circoscrizione estero iscritti in liste italianamente antagoniste, parlare su progetti, obbiettivi, modalità e percorsi simili e condivisi che convergono al servizio del comune protagonista: gli italiani nel mondo.
- Meglio ancora se vedessimo candidati che pur seguendo ispirazioni positive differenti si invitano e si ospitano vicendevolmente perché sostengono entrambi lo stesso progetto programmatico per un buon servizio alle comunità italiane all’estero.
- Potrei credere, allora e con ragionevole fiducia, che i 12 eletti alla camera speranzosi di farsi valere nell’interesse comune degli italiani nel mondo, gestendo con correttezza e sufficiente libertà le logiche degli schieramenti politici.
In tal modo gli italiani nel mondo avranno fatto un passo in avanti e avranno contribuito alla crescita in civiltà di loro stessi e dell’Italia tutta.

Intervento raccolto al convegno UNAIE di Roma del 7 marzo da Luciano Ghelfi Direttore Editoriale
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