Mantovani nel Mondo             

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Primavera autunno. 

Ancora un aereo che decolla. Sforo il blu e penso al ripetitivo: “ Cuando volveras, Mauricio?? (Quando tornerai?). Le maestre, gli amici, i ragazzi della scuola mi fanno questa domanda insistentemente ed io rispondo con un sorriso ed un “Quien sabe ( Chi lo sa?). 
Succhio le guance di Evangelina, otto mesi, figlia di Rodrigo e Zhanna, che vorrei mangiare bollita. Al Parque Uruguay tutto sembra tranquillo. Lento e marrone lo scorrere del Paranà. I ritmi della Estudiantina sono terminati. Ariel ha capito come operare e forse ha imparato qualcosa in più del vivere.

Il progetto è cominciato a luglio. Otto persone stanno già lavorandoci. Ho messo in moto dei meccanismi di controllo ferreo ed incrociato. Il team è coeso preparato motivato. Sono argentini che oltre allo stipendio pensano alla loro funzione sociale. Armati di professionalità e studi universitari pensano al bene della loro gente e con determinazione cercheranno nei prossimi tre anni di raggiungere gli obbiettivi che ci siamo proposti. Sono stato chiaro trasparente duro nell’ultimo discorso di addio. Non ho maschere, penso di essere vero e di avere la possibilità di esprimere con libertà le mie idee opinioni considerazioni valutazioni. Rispetto le abitudini di un Paese che ho faticato a conoscere. Ma ci sono valori universali che non possono essere disattesi. Dobbiamo essere riferimento di efficienza onestà concretezza. Devono dire: quelli di Mondo Giusto operano bene per il bene. Se così non sarà cercherò di rivedere il tutto: spero di no. Vedremo.

Gli ultimi giorni sono stati di sonno vigile; pensiero e azione. Gravosi. Trasferivo i dettagli su foglietti che poi cancellavo e riscrivevo ridotti su un altro foglio. Non dovevo dimenticare le più piccole promesse, però significative per chi le riceveva: una maglietta, una gaseosa ( tutte le bevande gasate vengono chiamate così, sia coca cola o aranciata), guanti da portiere, occhiali da sole usati, penne biro, quaderni. E poi la banca con le sue file scoraggianti per risolvere due ore prima della mia partenza quello che poteva essere fatto per tempo se le persone fossero meno superbe; avvocati, contratti, altro meccanico per l’aceituna, veterani delle Malvinas per il campo di calcio, cooperativa di lavoro, per scelta non ho visto una persona, ultimo pacu ( pesce del Paranà ) in attesa di ossobuco con funghi. Posadas, arrivederci.

Non sono riuscito ad assaporare questo delicato sole di primavera. E’ stato tutto così veloce. E la mia dolorosa indisposizione ha complicato la tempistica.

Buenos Aires è soffocata da nuvole basse. Maddalena sta scrivendo al computer in un ufficio dell’Istituto Italiano di Cultura. Sorpresa e soliti baci a ripetizione. La sera un vassoio gigantesco di spaghetti al pomodoro. Fa freddo. Posadas è discussa come esperienza, prospettiva, crescita personale. Cristian avrà una casa diversa.
Percorriamo Calle Santa Fè di notte, sottobraccio. Il rumore della città è placato dal sonno. Nella semplicità di un atto naturale, camminare, capisco di vivere un momento che ricorderemo per tutta la vita. Una parte della nostra storia.

Il sole di Mendoza e le Ande come corona mi ammaliano, con l’aria rarefatta e il tramonto striato di rosso. Maria Maddalena, conosciuta a Madrid nel 1989 e nucleo duro delle mie amicizie spagnole, mi aspetta all’aeroporto. E’ bello come sempre incontrarla. Ricordi, frasi scolpite nella roccia e nella sua saggezza. Le dico. Un giorno mi dicesti che si attraversa l’oceano solo per un grande amore. Io l’ho attraversato per regalarti questo braccialetto….
Ha sempre un’anima bellissima. Arriva anche Maddalena con la sua solarità e andiamo tutti assieme nel deserto per incontrare la Posadas del Jamon, oasi culinaria tra salici piangenti maiali palme cactus. Visito poi la casa delle suore Murialdine per valutare il progetto di un pastificio. L’intelligenza educativa e la loro didattica mi colpiscono positivamente. “La tua vita non può essere comprata. Ma neanche quella di un piccolo argentino senza scarpe. Un’esistenza vale più dell’universo”. Pensieri profondi ed assistiti dalla fede. Dio benedica questa grande umanità ed il loro donarsi estremo e di testimonianza.

L’autobus ha buoni freni, per fortuna. I tornanti delle Ande che attraverso per raggiungere Santiago del Cile li chiamano caracoles ( lumache), non per via della lentezza, ma per la spirale che questi molluschi hanno disegnata sul guscio. Dico a Marta, seduta al mio fianco, che ho la risposta sul perché della paura umana e le racconto la mia teoria sulla non evoluzione naturale dei fatti della vita. Come ad esempio se l’autista ha fatto il test alcolico o meno….( lol ). L’Aconcagua, il monte più alto del Sudamerica svetta con i suoi 6962 metri. Ghiacciai, rocce dipinte di rosso, deserto ( in questa zona piove di media due giorni ogni anno). L’acqua arriva dalle montagne ed è incanalata fino all’area di Mendoza e senza questa tutto sarebbe deserto.

Santiago. Subito alla Moneda. Ricordi del 1973 ed una scritta che apparve rivoluzionaria a Cabiate davanti alla stazione vicino al bar del Caldera “ Allende il tuo sangue è nella nostra mente”. Le piccole colonne sul tetto dell’edificio la rendono unica. Una via di Cabiate che ho voluto col nome del Presidente e poi scritta sbagliata “ Salvator” con T invece di D. 
Incontro Macarena, dirigente socialista con il padre perseguitato dal regime fascista. E’ una ragazza di ventidue anni che riassumendo due ore di colloquio mi dice anche: “ Voglio costruire la storia del mio Paese”. E’ matura. Ha visto, da una fessura del pavimento di casa dove si nascose, i soldati di Pinochet massacrare a calci la madre. E’ stata in analisi perché aveva paura dei luoghi chiusi. L’ascolto con interesse e lei parla con passione del suo Paese.  Neruda e la sua casa colorata nel quartiere Bellavista.  Cile, meriti più tempo.

Maddalena, chiedendo il permesso al cameriere, incide MC sul bancone del bar di Piazza Dorrego in San Telmo a Buenos Aires. E’ l’ultima sera. Commentiamo i due mesi passati, ed anche le nostre vite, su un tavolino di un bar incrostato di tango acordeon Gardel. L’ultima carne a Siga la Vaca, ristorante da raccomandare. Nove euro con bife vacio costillas asado a volontà.  Le lascio uno scritto di saluto sul tavolino di casa che dice quanto può essere agognata la quotidianità.

La primavera è diventata autunno. Un massacrante viaggio di tredici ore, stretto nel sedile di mezzo tra una arabo parlante libanese ed una argentina, entrambe con più di settanta anni . La casa pulita, il giardino rasato come la siepe, le lenzuola con profumo di bucato; mi danno un senso di sicurezza, ordine mentale, piacere sconfinato. Odio le ragnatele dimenticate che impigliano oltre le mosche anche i cervelli. Il lavandino mi sembra più grande e l’acqua calda si miscela con la fredda. Swatch non c’è più. Un risotto allo zafferano. Lorena. Il taleggio. La trash TV con idioti reality. Un caffè ristretto al sapore di caffè. L’Alfa con la sua bellezza stilistica.

La lavatrice è già in funzione per togliere la terra rossa che impregna gli abiti, ma il cuore anima dolente della memoria dei sentimenti che non si possono lavare.

Maurizio

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