UN
MANIFESTO IN DIFESA DELLA LINGUA ITALIANA
NASCE L'ASSOCIAZIONE
LA BELLA LINGUA
E' nata per iniziativa di un gruppo
di parlamentari appartenenti a diversi gruppi politici - Saverio Vertone, Luigi
Manconi, Aldo Masullo, Ferdinando Pappalardo, Vittorio Sermonti, Mario
Crescenzio, Domenico Fisichella, Domenico Contestabile, Paolo Giaretta -
l'Associazione La bella
lingua, con lo scopo di valorizzare la
lingua italiana in un'epoca in cui si avverte una crescente degenerazione
linguistica ed una sempre più frequente omologazione ad un anglicismo spinto.
Scopi e finalità dell'iniziativa
sono raccolti in un manifesto, dal quale si evince la vitalità di
una lingua nei confronti della quale vi è stata nell'ultimo secolo una
disattenzione pressochè totale. Fra le prime adesioni al manifesto in difesa
della lingua italiana, troviamo le firme di Vincenzo Consolo, Guido Ceronetti,
Sergio Romano, Ernesto Ferrero, Francesco De Gregori, Giulio Paolini, Giuseppe
Cassieri, Ida Gianelli, Paolo Granzotto, Oddone Camerana. L'iniziativa ha registrato l'entusiastica
partecipazione del presidente della Camera, Violante, il quale ha preannunciato
che si farà egli stesso tramite e promotore nel prossimo appuntamento di
novembre con i parlamentari di origine italiana, che si riuniranno a Roma in
vista della Conferenza mondiale degli Italiani all'estero.
Per adesioni all'iniziativa - e mail:
l.manconi@senato.it.
(Italian Network)

MANIFESTO IN DIFESA DELLA LINGUA ITALIANA
L'italiano del Novecento ha riacquistato
in scioltezza, rapidità e trasparenza ciò che aveva perduto nell'Ottocento.
Oggi, nel Duemila, può essere di nuovo una lingua fulminea e chiara, uno
strumento di comunicazione e di espressione pronto a scendere
indifferentemente sul versante scritto come su quello parlato senza
camuffarsi. Infatti, ben attestato sul crinale, controlla ormai entrambi gli
orizzonti. Non è più magazzino inerte, ricettacolo passivo di ferrivecchi,
trovarobato letterario, ma principio attivo. E' di nuovo una spada, dopo
essere stata a lungo un fodero.
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Eliminate le callosità lessicali, le
rotondità auliche e le opacità burocratiche che la soffocavano, la lingua ha
conservato la spina dorsale della sintassi, che è il suo genio segreto e la
sua vocazione profonda. Questa vocazione riaffiora oggi in superficie ed è
ben visibile sotto i detriti dell'uso corrente; né bastano a oscurarla la
vulgata giornalistica, il dialetto politico, i gerghi professionali, i
linguaggi simil-tecnici.
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Hermann Broch ha scritto che dove
degenera il linguaggio, là degenera la vita. Se dobbiamo credergli, in Italia
la vita è salva, a dispetto della lunga e confusa transizione culturale e
politica che stiamo attraversando. Una lingua è viva quando non ricorre a
prefabbricati verbali, propri o altrui, per inventare comunicazione
quotidiana o creazione letteraria, ma attinge alla falda profonda delle
proprie potenziali risorse espressive. Queste risorse esistono, si sono
conservate e rinnovate, e sono adesso alla portata di tutti. Eppure molte
istituzioni pubbliche e private, non esclusa la scuola, non le attivano.
Alitalia, le Ferrovie (si ponga attenzione alle scritte negli aeroporti e
nelle stazioni) e le altre aziende di Stato, le banche e le agenzie di
pubblicità dimenticano spesso che la comunicazione corrente non si fa con la
comunicazione altrui, così come la letteratura non si fa con la letteratura;
mentre anche i peggiori panettieri sanno che il pane non si fa con il pane,
ma con la farina. Se sia buona o cattiva farina il materiale linguistico di
chi parla o scrive oggi, è questione di scelta. E' però farina e non pane, a
dispetto di televisioni e agenzie pubbliche. E dunque, almeno la vita è
salva.
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Usare il linguaggio per giudicare la
lingua, parlare di parole, è un'impresa delicata. Come battere conio anziché
moneta. Ma la cultura è spesso costretta a fare capriole su se stessa,
azzardando esplorazioni in zone assai più ignote di quelle battute dalla
psicanalisi. Capire la coscienza è più difficile che capire l'inconscio. E
poiché il linguaggio è a metà strada tra l'una e l'altro, chiunque, e in ogni
momento, intenda difendere una lingua dai pericoli che la minacciano è
costretto a affrontare entrambe le difficoltà.
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L'italiano non è una lingua
lessicalmente ricca. Ma compensa la sua relativa povertà di parole con una
straordinaria ricchezza di costruzioni e movenze sintattiche, che possono
rimpiazzare ottimamente sostantivi, verbi e aggettivi per garantire al
discorso sfumature di significato e di espressione. Ha i suoi punti deboli,
ma anche una straordinaria trasparenza e una singolare tendenza a degradare
gli errori di pensiero a errori di lingua, segnalando i falli della mente
attraverso le stesse regole che presiedono alla logica della sua espressione
(ad esempio, non può cambiare a senso il soggetto di una frase o imbrogliare
i tempi di un'azione). Inoltre, si rifiuta giustamente di avvitarsi in quelle
tortuose ripetizioni alle quali indulgono volentieri altre lingue (europee e
non europee); e non per un banale gusto dell'eufonia, ma per la pretesa,
bizzarra e generosa, di costringere il pensiero a non tornare mai sui propri
passi e a sorvolare territori sempre nuovi e sconosciuti.
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L'italiano non è una lingua
infinitamente duttile come l'inglese, sensuale come il russo (dove un suono
può essere analizzato con dieci parole diverse), tagliente e apodittica come
il francese. E' rigido e può facilmente apparire inamidato e goffo nelle
effusioni sentimentali, perché riflette una cultura sotto sotto scettica; ed
è anche smorto e impreciso nella resa delle sensazioni, perché troppo
ancorato al filtro dell'intelletto. Inoltre, è sospinto da una tradizione
secolare verso il povero rimbombo ciceroniano dello stile cattedrattico.
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Eppure, se usato bene, l'italiano può
diventare espressivo, sensuale, limpido, semplice ed essenziale come nessun'altra
lingua. Ed è usato bene quando è lineare, perché questo è il suo demone, il
suo genio. Infatti è una lingua fredda, dura, lucida, consequenziale. Tra i
suoi meriti può vantare anche una propensione naturale al giusto dosaggio tra
astratto e concreto e una diffidenza, nascosta ma tenace, per le frane
incontenibili che trascinano verso l'empireo delle idee artificiali. Alle
quali si abbandona invece, orgiasticamente, il tedesco: lingua meritoria,
ancora caldissima e omerica (e però senza parapetti verso l'indefinito),
nella quale la creazione incessante di parole e di concetti consente tuttora,
agli albori del XXI secolo, di battezzare le cose che esistono come le cose
che non esistono, e di scrivere quasi quotidianamente l'Iliade e l'Odissea
della mitografia concettuale, il grande epos moderno del pensiero
burocratizzato o estaticamente meccanizzato.
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Ma va ricordato che, per quanto vitale,
nessuna lingua può resistere a lungo al disinteresse di chi la parla e la
scrive; e in Italia, in questi anni, la disattenzione teorica per l'idioma
nazionale è stata totale. Molti scrittori, che sono i depositari naturali
della lingua, hanno preferito cercare espressività nei dialetti. Altri hanno
atteso trepidanti l'arrivo del basic english. Nessuno, o quasi, ha difeso
l'italiano, distinguendolo dai dialetti e dalla dilagante idolatria per tutto
ciò che è globale o locale; anche se, in questi anni, un certo numero di
autori ha usato una lingua bella e chiara, fornendo esempi diversissimi e
magari opposti delle grandi possibilità e della straordinaria versatilità di
quel demone che ci fa parlare e scrivere.
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Minacciate dalla ripresa dei dialetti,
dall'insorgenza dei gerghi corporativi e dall'avanzata del pidgin english, le
grandi lingue dell'Europa si difendono come possono. E non solo la Francia,
sempre sensibile alla continuità e alla vitalità della sua cultura, difende
il francese; ma anche la Germania, assai più restia (per radicate e
giustificate ragioni) a compromettersi con rivendicazioni identitarie, ha
recentemente lanciato una grande campagna per la difesa del tedesco.
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Sembra necessario , dunque, avviare
anche in Italia un movimento di resistenza attiva contro l'inquinamento della
lingua.
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La quale non è minacciata da chi parla o
scrive, ma da chi si augura la sua rapida estinzione per poter approdare,
quanto prima, a un mondo globalizzato, dove la comunicazione corrente sia
affidata ai dialetti e quella culturale al basic english. Da questo punto di
vista, il purismo lessicale non è importante; sono utili i prestiti
linguistici, possibili le contaminazioni efficaci, benvenute le innovazioni
intelligenti: ma è vitale la difesa della sintassi, che è la struttura ossea
di qualsiasi linguaggio.
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Gli Aeroporti italiani e le banche che,
per una campagna contro il fumo, non hanno trovato di meglio che spalmare
parole italiane su un frasario inglese, inventando lo slogan: "Grazie per non
fumare!" ("Thank you for not smoking!"), non sanno, forse, di aver creato un
mostro. Si sono comportati, più o meno, come un biologo che pretendesse di
stendere la pelle di una lepre sullo scheletro di un gatto per ottenere un
animale al tempo stesso aggressivo e veloce. Ignorano probabilmente che
ibridi di questo genere, come il pidgin english dilagante, possono ridurre in
breve tempo culture sedimentate alla balbuzie puerile di una clinica per
minorati.
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Sempre che, sapendolo, non se lo
augurino: in nome di una rapida unificazione del mondo sotto l'impero della
new economy.
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Contro questa unificazione autoritaria e
impoverente, la lingua è un'arma.
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