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I diritti umani oggi:
un bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?
Andrea Matricardi
vicepresidente della sezione italiana di Amnesty international
a.matricardi@amnesty.it

Amnesty International (AI) da 45 anni compie ricerche ed agisce per la difesa delle vittime di violazioni dei diritti umani. AI è un movimento internazionale costituito da circa due milioni di soci che si impegnano in maniera diretta e attiva per sostenere lo sviluppo di una cultura dei diritti umani in tutto il mondo. Come ogni anno, anche nel 2006 è stato pubblicato il Rapporto annuale dell'associazione e quest'anno, nel riepilogare quanto è avvenuto in oltre 140 paesi, Irene Khan, la segretaria generale di AI, ha sottolineato come oggi vi sia una situazione contrastante, che può essere sintetizzata con l?immagine di un bicchiere 'mezzo vuoto' o 'mezzo pieno'.

Per cercare di dare un quadro più generale di cosa siano i diritti umani oggi è però utile comprendere qual è stato lo sviluppo dei diritti delle persone e dei popoli nel recente passato.
Attraverso gli 'obiettivi del millennio', cioè gli obiettivi che gli stati membri dell'Organizzazione delle Nazioni unite (ONU) si sono prefissati di raggiungere entro il 2015, si deduce come oggi gran parte della popolazione mondiale non goda dei diritti umani fondamentali, apparentemente riconosciuti a livello 'universale', ma regolarmente negati e calpestati, in particolare riguardo alla sfera dei cosiddetti diritti economici e sociali (libertà dalla povertà e dalla fame, diritto alla salute e all'istruzione) ma anche riguardo ai diritti civili (libertà dalla discriminazione). La scadenza fissata per il raggiungimento di tali obiettivi è sempre più vicina ma i progressi appaiono molto limitati e il fallimento della comunità internazionale sempre più evidente.

Ma il principale obiettivo dell'ONU, sin dalla sua nascita, riguarda la convivenza pacifica e credo sia interessante analizzare, seppur in modo sintetico, attraverso la visione di alcuni importanti studiosi dei diritti umani, la prospettiva della pace come progetto politico (Antonio Papisca, titolare della cattedra Unesco-Diritti umani, democrazia e pace presso l'Università di Padova) e quella dei diritti umani come conquista progressiva (Antonio Cassese, consulente dell'ONU e titolare della cattedra di Diritto internazionale presso la Facoltà di Scienze politiche di Firenze).

Cassese in particolare esprime in modo molto chiaro una concezione dei diritti umani come evoluzione e progresso all'interno di una società universale, dove convivono grandi contrasti culturali ma anche possibili convergenze legate alla regionalizzazione delle convenzioni e dei trattati internazionali e alla settorializzazione verso tematiche specifiche. Il cammino verso un rispetto universale dei diritti umani passa quindi attraverso la lotta e la crescita degli individui all'interno di una società sempre più 'globale' nella quale è necessario confrontarsi e dialogare con le diverse culture e le diverse concezioni della persona, ma dove esiste un nucleo di diritti universalmente condivisi anche se non ancora rispettati in modo consuetudinario.

Anche la storia di AI è la storia di una continua evoluzione che partendo dal lavoro per il rispetto della libertà di espressione, si è sempre più allargata verso tutti i diritti umani, considerati come indivisibili, per poi concentrarsi, in particolare negli ultimi anni, verso alcune campagne  strategiche, considerate prioritarie per il rispetto della libertà e della dignità delle persone.

L'azione di AI si rivolge da sempre verso i governi e gli attori politici ma da alcuni anni anche verso gli attori economici; il lavoro di AI per i diritti umani si concentra oggi soprattutto nella lotta per contrastare la violenza verso i civili nei conflitti armati, dovuta anche alla diffusione incontrollata delle armi leggere, la violenza contro le donne e ogni forma di discriminazione economica, l?applicazione della pena di morte, l'impunità e nella rivendicazione dei diritti dei rifugiati e dei migranti. Ma un tema davvero prioritario è la lotta per l'abolizione della tortura, un aspetto strettamente correlato all'evoluzione della società globale negli ultimi cinque anni e in particolare alla cosiddetta guerra al terrore. È stata infatti rimessa in discussione in nome dell'emergenza la capacità della comunità internazionale di perseguire un effettivo progresso di civiltà che non può che passare attraverso una diffusione della cultura dei diritti umani e una effettiva capacità di direzione dell'ONU, per le quali la
recente riforma rappresenta in gran parte un'occasione mancata.

Ed è anche per questo che diventano ancora più importanti la reazione della gente comune e il cambiamento al quale ciascuno di noi può contribuire facendo sentire la propria voce, perché arrivi a chi governa il mondo ma anche a chi è detenuto ingiustamente, a chi è torturato, a chi vive in una città distrutta dalle bombe o a chi è oppresso dalla fame.

La tutela internazionale dei diritti umani
Patrizia Bonetalli

dottoressa di ricerca in Diritto internazionale all'Università degli studi di Milano

Si è soliti far risalire il fenomeno dell'internazionalizzazione dei diritti umani all'adozione della Carta delle Nazioni unite (26 Giugno 1945) nella quale, per la prima volta, si fa strada l'idea secondo la quale un ordine mondiale nuovo fondato sulla pace e su relazioni amichevoli tra gli stati non possa prescindere dalla promozione e dal rispetto dei diritti fondamentali della persona (articoli 1, 55 e 56). Tuttavia, solo con la Dichiarazione universale dei diritti umani, votata dall'Assemblea generale delle Nazioni unite il 9 Dicembre 1948, è possibile individuare i diritti e le libertà la cui garanzia è oggetto degli obblighi previsti dalla carta.

Sebbene la dichiarazione non abbia una efficacia giuridica diretta (in quanto le risoluzioni adottate dall'Assemblea generale non hanno carattere vincolante, a eccezione di alcuni casi strettamente determinati), essa, in realtà, costituisce una specificazione dell'obbligo derivante dagli articoli previsti dallo statuto delle Nazioni unite; per questo motivo si è soliti ritenere che la dichiarazione abbia un ruolo normativo indiretto, oltre a costituire il punto di riferimento dell'intera azione dell'ONU nel settore dei diritti umani.

Nel 1966 sono stati adottati il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il Patto sui diritti economici, sociali e culturali, entrati in vigore dieci anni dopo. Il primo merita particolare menzione in quanto prevede un meccanismo di controllo facoltativo che permette agli individui, sottoposti alla giurisdizione degli stati firmatari del I protocollo, di rivolgersi al Comitato dei diritti umani in caso di lamentata violazione dei diritti tutelati dal patto.

L'intervento dell'ONU, successivamente ai due patti, ha seguito uno sviluppo settoriale, in quanto ha riguardato sia la promozione di singoli diritti (es. Convenzione contro la tortura), sia la tutela di particolari categorie di individui (donne, fanciulli, minoranze, ecc. Nei giorni scorsi è stata adottata la Convenzione delle Nazioni unite sui diritti delle persone disabili).

È tuttavia opinione comune che i maggiori risultati a livello di protezione dei diritti umani siano stati raggiunti nel quadro dei sistemi regionali di tutela esistenti. Spicca, in particolar modo, l'azione svolta dalla Corte europea dei diritti umani, istituita nel quadro del Consiglio d'Europa.

Per quanto attiene, invece, alla protezione dei diritti umani nell'Unione europea, è opportuno ricordare come, a una tutela di tipo pretoriano garantita dalla Corte di giustizia (a causa del silenzio dei trattati istitutivi originari in merito all'azione per la tutela dei diritti umani all'interno delle comunità), si siano affiancate, a partire dagli anni
Novanta, una serie di novità, quali l?inserimento nel Trattato di Maastricht sull'Unione europea dell'art. F (ora 6) § 2 Tue, che impegna l'Ue a rispettare i diritti fondamentali quali garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo nonché dalle tradizioni costituzionali comuni  in quanto principi generali del diritto comunitario.

In tale contesto si inserisce la proclamazione a Nice, da parte del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, ad oggi formalmente priva di valore obbligatorio. Essa, tuttavia, è stata integralmente inserita nelle seconda parte del trattato costituzionale; di conseguenza, un'eventuale entrata in vigore del medesimo, comporterebbe l'attribuzione alla carta di forza normativa vincolante.

Le principali fonti di natura convenzionale

  • Dichiarazione universale dei diritti umani (New York, 9 Dicembre 1948)
  • Patto internazionale sui diritti civili e politici (New York, 16 Dicembre 1966) e Il Protocollo facoltativo al Patto internazionale sui diritti civili e politici (New York, 16 Dicembre 1966)
  • Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (New York, 16 Dicembre 1966)
  • Convenzione per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali (Roma, 4 Novembre 1950)
  • Convenzione sull?eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne (New York, 18 Dicembre 1979)
  • Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti (New York, 10 Dicembre 1984)
  • Convenzione sui diritti del fanciullo (New York, 20 Novembre 1989)

Il crimine di genocidio e la risposta del diritto internazionale Serena Giordano
dottoranda di ricerca in Diritto internazionale all'Università degli studi di Milano

Il genocidio, inteso come la distruzione intenzionale e metodica di un gruppo, individua una prassi storicamente molto diffusa.

La stessa Bibbia riporta testimonianze di episodi qualificabili secondo la concezione moderna di genocidio e l'elenco di fatti simili successivi è molto lungo: si va dalle sanguinose campagne militari dei Romani ai massacri di stampo religioso durante le Crociate, dallo sterminio delle popolazioni autoctone nel corso della colonizzazione europea nei continenti americano e africano al massacro degli Armeni da parte della Turchia.

Nonostante l'ampia diffusione storica del genocidio, l'esigenza di una sua repressione a livello internazionale è sorta solo in tempi relativamente recenti, in seguito alla forte impressione suscitata dallo sterminio nazista degli ebrei: le immani proporzioni del genocidio ebraico crearono il clima  adatto perché la comunità internazionale trovasse finalmente la forza di condannare in maniera ferma e generale la prassi del genocidio.

Una prima risposta del diritto internazionale si ebbe infatti solo nel 1945, quando Stati uniti, Unione Sovietica, Francia e Regno unito istituirono il Tribunale internazionale militare, un'istituzione apposita per l'incriminazione
e la punizione
dei grandi criminali di guerra; la competenza giurisdizionale del tribunale era prevista in merito a tre categorie di crimini, i quali comportavano la responsabilità individuale dei loro autori: i crimini di guerra, i crimini contro la pace e i crimini contro l'umanità, tra i quali venivano compresi anche atti di genocidio.

Una risposta analoga da parte della comunità internazionale si è avuta dinanzi ai drammatici eventi accaduti in Ruanda e nella ex Iugoslavia: nel 1993 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite istituì il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia, con il compito di indagare sulle gravi violazioni del diritto umanitario, tra cui anche il genocidio, compiute nel territorio della ex Iugoslavia a partire dal 1991.

Analogamente, nel 1994 venne istituito il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, con l'obiettivo di perseguire e giudicare le persone responsabili di atti di genocidio e di altre serie violazioni del diritto internazionale umanitario commesse in Ruanda nel periodo compreso tra il 1  Gennaio 1994 e il 31 Dicembre 1994.

Come è possibile notare dagli statuti dei tribunali, il genocidio ha un'importanza primaria soprattutto nell'attività del Tribunale per il Ruanda, dovuta al fatto che il conflitto ruandese si caratterizzò per un costante tentativo di sterminio dell'etnia tutsi da parte del gruppo etnico hutu; la giurisprudenza di tale tribunale in materia è quindi copiosa, mentre il Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia ha trattato del genocidio in maniera marginale e in relazione alla cosiddetta pulizia etnica, ossia all'espulsione forzata di civili, appartenenti a un determinato gruppo, da un'area, prassi molto diffusa durante il conflitto balcanico.

Attualmente la comunità internazionale assiste alla tragedia in corso in Darfur, regione del Sudan occidentale, da tre anni sconvolto da un conflitto tra le truppe di ribelli Janjaweed, appoggiate dal governo sudanese, e le etnie non arabe della regione. I morti sono stati decine di migliaia, mentre circa 2,5 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, sì che molti non hanno esitato a definire la situazione come un vero e proprio genocidio.

La situazione in Darfur è già da tempo oggetto dell?attenzione delle Nazioni unite, le quali hanno chiesto in merito l?intervento della Corte penale internazionale. In attesa di una risoluzione del conflitto e di una definitiva presa di posizione in merito, è comunque da sottolineare come la comunità internazionale si sia dimostrata negli ultimi anni sempre più ferma nel reprimere penalmente atti qualificabili come genocidio.  È quindi auspicabile che tale tendenza continui e si rafforzi sempre di più e che la particolarità gravità del crimine di genocidio, considerato a ragione come il crimine dei crimini porti al superamento delle motivazioni di carattere politico, le quali hanno tante volte causato la totale immobilità della comunità internazionale.
 

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