di DANIELE MARCONCINI                 

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STORIE ARGENTINE 
UNA VITA DA EMIGRANTE IN ITALIA
 QUANDO CI SI METTE AL BUROCRAZIA

Ho conosciuto Mario Fanna nel 1997: è stato il primo emigrante di ritorno che ho conosciuto. Era venuto a Mantova con degli zii argentini di origine suzzarese per una visita estremamente emozionante, essendo la prima in Italia. Gli Antoniazzi infatti erano ancora presenti Suzzara e la visita dei loro parenti argentini era stato per entrambi un momento di incredibile intensità emotiva. 
La stessa visita a Mantova, città rinascimentale di rara bellezza aveva lasciato senza fiato la coppia di zii. Anche per noi che stavamo costituendo l'Associazione Mantovani nel Mondo, fondata poi alla fine dell'anno, fu importante questa visita che ci consentì di provare una modalità di accoglienza che poi fece sviluppare il nostro sodalizio. 
Modalità che comportavano una visita alla Gazzetta di Mantova, letta da tutti in città e provincia, (oggi in tutto il mondo) un incontro con il sindaco del Comune di origine (che sicuramente avrebbe dato una mano per l'ospitalità), una bella gita tra le bellezze artistiche virgiliane per poi finire nel ristorante dell'amico, sensibile alle storie e alle tribolazioni dei nostri emigranti all'estero .
Mario in quel periodo stava per tornare in Argentina per tornare vicino alla madre malata dopo essere stato alcuni anni in Italia a lavorare. Giusto in tempo per essere coinvolto nella gravissima crisi economica argentina e nel "coralito", il blocco di tutti i conti correnti bancari, che gli avrebbe "prosciugato" di almeno un terzo i risparmi di una vita al punto di essere ancora sospinto verso dall'Italia nel 2001, di nuovo emigrante.
In quel momento avvertii un profondo senso di ingiustizia, in quanto pur essendo Mario in quel momento cittadino italiano, residente nel nostro paese e con i propri risparmi presso una banca italiana a Buenos Aires, si trovò inerme e senza protezioni legali quando i suoi risparmi furono "congelati" e svalutati. Se si dovrà svolgere un'azione per tutelare i 340 mila risparmiatori italiani che comprarono le bond argentine, qualcuno delle nostre istituzioni si ricorderà mai di tutelare cittadini normali che come Mario hanno pagato colpe altrui?
Cio' nonostante l'amico Fanna non ha mollato e oggi, sposato con Graziella, è padre di una bellissima bimba Martina. In Friuli, a Gorizia, amici e parenti lo hanno tutti aiutato e lui li ha sempre ripagati con il suo sorriso e la sua grande bontà d'animo che lo rende sempre disponibile con tutti. Egli ha sempre tenuto i collegamenti con noi, venendo ogni anno alla festa dell'Emigrante a Magnacavallo.
Tutto bene quello che finisce bene quindi? 
Macchè eccoti che ci pensa la burocrazia italiana a creare ulteriori problemi alla moglie.
Graziella Mabel Benitez, la moglie, di professione ostetrica da un anno e mezzo è in attesa della cittadinanza italiana per poter esercitare la propria professione (ha fatto nascere a Buenos Aires ben 12mila bambini !!)
Eppure ha rispettato i tempi di legge e cioè i sei mesi di residenza e i sei mesi di matrimonio, diventando madre di una bambina riconosciuta nell'ambito del matrimonio.
L'Ufficio cittadinanza della Prefettura di Gorizia ha comunicato che la pratica è a Roma e che bisognerebbe telefonare a questi numeri: tel. 06.4653.7316. oppure allo 06.4652.9616...ma non risponde nessuno.  Proveremo anche noi dopo le feste: speriamo di aver maggior fortuna.
Se però nel frattempo istituzioni nazionali e locali competenti potessero sbloccare non solo questa pratica ma un sistema burocratico che spesso umilia chi torna in Italia, come emigrante di ritorno, forse avremmo fatto tutti il nostro dovere civile ed etico.

Daniele Marconcini
Presidente AMM
Rappresentante del Consiglio Regionale Lombardo 
nella Consulta dell'Emigrazione

FARE L’EXTRACOMUNITARIO ARGENTINO IN ITALIA

“Ancora oggi noi, gli Argentini siamo attratti dall’Europa, culla delle nostre origini e meta agognata per un futuro migliore. Per molti il sogno si realizza ma arriva il momento in cui ci si rende conto che la miglior cosa per sapere chi siamo è tornare a casa. E una volta tornati ci accorgiamo di essere ospiti nella nostra propria terra. Allora il cuore, che non è stupido, capisce che abbiamo perso il valore più prezioso per un essere umano: l´appartenenza. Cerchiamo di ricostruire il passato quando gli altri stanno costruendo il presente ed alcuni, con molto sforzo, il futuro. E così continuiamo, galleggiando in un mare simile al purgatorio, con l´unica possibilità di essere osservatori di ciò che non abbiamo fatto e di vivere un domani con ricordi mescolati di qua e di là. Chissà che questa non sia la condizione dell’emigrante dell’anima : pagare con dolore una decisione che non è stata presa seriamente”. 

Sono parole di Gustavo Vallejos, autore dell’Ospite, portato sulle scene argentine ed italiane da Fernando Santiago e presentato con un progetto regionale dall’Associazione dei Mantovani nel Mondo in Argentina nel 2003, grazie alla collaborazione con l’Associazione Un Ponte e due Culture di Gianluca Barbadori. Il sottitolo era “Vicissitudini di un argentino che decide di andarsene dal Paese” con un interprete alle prese con lo sradicamento, la nostalgia, l’emigrazione, la solitudine, l’esilio e l’appartenenza. Mi colpì il doloroso raffronto tra la l’emigrazione dei propri avi e quella del protagonista che preso dallo sconforto dinanzi ad ogni problema beveva fatalisticamente un "mate", una specie di tè verde preparato con le foglie essiccate di una pianta sudamericana, bevanda nazionale argentina a cui molte leggende indiane attribuiscono effetti miracolosi. 

In quel periodo erano appena state normalizzate le file (ma non le richieste), anche notturne, di migliaia di discendenti italiani davanti all’Ambasciata e i Consolati per ottenere il passaporto ed emigrare all’estero, anche in Italia.  Vi fu allora una esplosione di indignazione che pervase tutto il mondo dell’emigrazione italiana con relativi richieste do intervento in emergenza del Governo e delle istituzioni italiane per supplire alla situazione determinatasi ,anche per coloro che cominciavano a tornare in Italia . All’inizio quando si pensò ad un massiccio esodo di nostri connazionali dall’Argentina fu infatti creato “ad hoc” il “permesso di soggiorno in attesa di cittadinanza” della durata di 1 anno: questo per evitare impopolari ed imbarazzanti espulsioni di discendenti di italiani in un momento di così grave emergenza umanitaria. Furono anche chieste deroghe alle quote di ingresso da parte di talune Regioni italiane. Ma con quale risultato? Molto deludente.
A distanza di tempo quello che vidi e provai vedendo lo spettacolo di Vallejos, sull’emigrazione di ritorno l’ho verificato personalmente nella realtà, non molto tempo dopo.

Inizierei con l’immagine che oggi noi abbiamo dell’immigrazione.

Da una parte la disperata immigrazione clandestina dei boat-people e dall’altra quella che si vuol mettere in regola, magari prolungando un permesso di soggiorno di lavoro con famiglia e storie personali legate da anni al nostro paese cercando una possibile integrazione.
Una prima osservazione al di là delle legittime opinioni di ciascuno è che ambedue i tipi di immigrazione sono stati affrontati in termini di ordine pubblico. Se la prima può avere una logica, la seconda appare incomprensibile se non per un certo clima politico che si è innestato in Italia.
Sarebbe stato meglio infatti affidare le regolarizzazioni di migliaia di cittadini extracomunitari alle Prefetture o comunque all’Amministrazione civile che alle Questure. Questo coerentemente con le varie sanatorie a suo tempo attuate. Ci saremmo evitati una situazione assolutamente carente di uomini, mezzi e locali adeguati e di continui adeguamenti legislativi in emergenza per affrontare l’ondata di ben 710mila richieste di regolarizzazione. 
Alcuni esempi: la legge Bossi-Fini con le sue rigide norme sul soggiorno legato al contratto di lavoro in rapporto alle flessibilità delle tipologie contrattuali previste dalla legge n.30 (legge Biagi)., impedisce all’immigrato di vedere riconosciuto il diritto ad un permesso di soggiorno stabile con l’evidente rischio di far tornare alla irregolarità centinaia di migliaia di lavoratori immigrati. La condizione di caos e d’incertezza in cui versa la materia dei ricongiungimenti familiari presso i Consolati e le Ambasciate Italiane, nei paesi d’origine dei flussi migratori (il primo appuntamento per ricevere la documentazione da allegare al nulla osta rilasciato dalla Questura, è possibile averlo dopo circa 10 mesi!). Mi fermo qui.

Nonostante ciò oggi però non vediamo nel mondo dell’emigrazione italiana la stessa indignazione per le file e i tempi di attesa semplicemente inaccettabili di centinaia di migliaia di extracomunitari davanti alle Questure italiane per la regolarizzazione dei permessi di soggiorno come sembra cessata l’attenzione per i problemi che coinvolgono anche quei discendenti di italiani che in attesa della cittadinanza. Aspettano mesi e mesi prima di avere completato la pratica, esponendosi a gravi problemi economici
Il permesso in attesa di cittadinanza non ha comportato assolutamente l’emanazione di una legislazione nazionale di accoglienza, accolta poi in sede locale, con un percorso di inserimento lavorativo ed abitativo : sino a che non sei cittadino italiano non puoi né lavorare né aspirare ad una casa popolare.

Questo ha comportato nella maggioranza dei casi un impegno totalmente a carico di Sindaci, associazioni e parenti.
Parlo anche per esperienza vissuta. Ho provato infatti a fare l’extracomunitario per aiutare una discendente mantovana ad avere il permesso in attesa di cittadinanza, mettendomi in fila con lei davanti alla questura italiana non essendoci alcun tipo di servizio interpretariale. 
La situazione era ottimale: i documenti erano perfettamente a posto, il sindaco del Comune di origine aveva messo a disposizione un alloggio di riserva con delle istituzioni generalmente efficienti e con una opinione pubblica molto tollerante nei confronti degli immigrati.
Conclusione: ho dovuto in ordine incontrare: la responsabile dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Mantova, il Prefetto di Mantova, il Sindaco e la responsabile dell’Ufficio Anagrafe del Comune dove la nostra connazionale intendeva risiedere, impegnando con il sottoscritto con altri quattro volontari per : 

  1. Fare la fila per tre volte per attivare il permesso di soggiorno turistico, non avendo un accesso privilegiato (essendo i permessi di soggiorno turistico in fondo alla lista di coloro che venivano ricevuti dagli uffici)
  2. Sollecitare il il permesso di soggiorno turistico, arrivato dopo due mesi, senza il quale non si può iniziare la pratica in attesa di cittadinanza 
  3. Far dialogare uffici comunali e questura per attivare la pratica in attesa di cittadinanza
  4. Aiutare la nostra connazionale per evitargli spese insostenibili di soggiorno.
  5. Attivare un Circolo lombardo in Argentina per chiudere la pratica tramite il consolato italiano
  6. Cercarle nel frattempo un lavoro, sperando che vi sia equipollenza con i suoi titoli di studio.

I dati ufficiali della Regione Lombardia evidenziano che solo una settantina di lombardi in Argentina hanno chiesto aiuto dal 2001 ad oggi per poter rientrare. A livello nazionale si parla di qualche decina di migliaia di rientri più o meno organizzati. 
Sarebbe altrettanto interessante sapere quanti sono tornati in Italia e poi, viste le condizioni di accoglienza, con grande delusione sono rientrati: sono certo che avremmo dei dati molto elevati .
Ma questo oggi sembra non interessare molto: in fondo per qualcuno l’Argentina avendo un tasso di sviluppo quasi “cinese” sembra abbia risolto anche i suoi problemi sociali.   E allora ? Meglio farsi fatalisticamente un "mate" che, secondo le credenze di una nostra vecchia corregionale di Buenos Aires, una volta bevuto non ti fa più tornare in Italia o affrontare seriamente una politica di accoglienza che renda dignità a coloro che sono costretti ad una faticosa emigrazione di ritorno? 

Daniele Marconcini
Presidente Associazione Mantovani nel Mondo
Rappresentante del Consiglio Regionale Lombardo 
nella Consulta dell'Emigrazione

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